Author Archives Irma Panova Maino

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Irma Panova Maino e La sua Postazione

Ogni autore possiede una propria postazione in cui le idee prendono forma e le parole scorrono velocemente sul monitor. Per i più conservatori esistono ancora gli scrittoi, carta, penna, talvolta calamaio. Tuttavia, a prescindere dal mezzo con cui si esprimono i pensieri, la magia che scaturisce è quella insita in ogni forma d’arte e noi vogliamo farvi vedere come se la cavano i nostri autori.

Le radici

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La mia postazione è situata in un luogo completamente nuovo e non è sempre stata quella che vedete ora. Anzi, per molto tempo la mia postazione è stata un netbook molto piccolo che mi sono portata dietro in tutti gli innumerevoli viaggi.

Con il net ho scritto molti dei miei romanzi e racconti nelle sale d’aspetto degli aeroporti, nelle hall degli alberghi, in taxi e nel corso di qualche transfert da un luogo all’altro. Forse qualche personaggio è addirittura scaturito da qualcuno che ha attratto la mia attenzione e il cui comportamento ha fatto scattare l’ispirazione.

Il piccolo net ha fatto davvero un lavoro egregio perché, per quanto piccolo fosse e per quanto le sue prestazioni non fossero eccezionali, è riuscito a dare corpo a ogni mia fantasia e a mettere insieme le trame che hanno poi fatto nascere i miei libri.

Nella sua memoria sono state contenute centinaia di cartelle, milioni di parole, centinaia di personaggi… anche tanti file che sono rimasti lì, in attesa di essere sviluppati, che forse non vedranno mai la luce.

Da qualche tempo, però, la mia vita ha preso una piega un po’ meno vagabonda e questo mi ha permesso di ampliare la mia postazione, rendendola più comoda e molto più prestante. Un computer fisso, diversamente da un portatile, offre la possibilità di installare hardware e software migliori e più potenti.

Tuttavia, come potete vedere nella foto, oltre al pc c’è anche il mio fidato tablet, quello che mi permette di portare con me i libri a cui tengo e che leggo appena riesco. Intorno alla tastiera ci sono alcuni oggetti che mi sono cari e che mi aiutano a concentrarmi, oltre a uno dei miei “draghi”, simbolo dello zodiaco cinese a cui appartengo.

Non solo, proprio da questo pc, di solito, svolgo le mie mansioni come responsabile per l’ufficio stampa EEE e preparo le iniziative, nonché le promozioni per il Mondo dello Scrittore.

Dunque, non solo un luogo in cui creare ma anche un posto in cui una passione diventa un lavoro, nel senso più positivo del termine.

A proposito, le foto qui sotto sono le mie 😀

Giu 23, 2017

Presentazione del romanzo Le foto di Tiffany

Per il ciclo Fuori dall’ombra di Cristian PalmieriRoberta Andres presenterà il suo romanzo “Le foto di Tiffany“, edito da Edizioni Esordienti Ebook, martedì 18 aprile 2017, ore 17,30 presso le Scuderie ducali di Atri (TE) e Lorena Marcelli (anch’essa scrittrice di alcuni libri pubblicati con EEE) avrà l’onore di conversare con l’autrice per farvi conoscere la sua storia di donna e di scrittrice.

“Fuori dall‘ombra” è un progetto fotografico tutto al femminile che nasce dalla volontà di Cristian Palmieri  di rendere la donna protagonista, tramite l‘arte fotografica, di una società che non sa riconoscerla ancora come tale. Il proposito qui descritto è insito in un‘attitudine tutta personale dell‘artista, figlio d‘arte, che già in precedenza ha trattato da vicino questo tema in occasione del progetto fotografico dedicato all‘emancipazione femminile dal titolo “Una porta, una finestra, due mura”- la storia di quattro donne contemporanee e legate l‘una all‘altra dal fil rouge dell‘arte, traendo spunto dallo spirito avanguardistico e senza tempo contenuto nella celebre poesia “The Spleen” della Contessa di Winchilsea, poetessa britannica vissuta nella seconda metà del Seicento, periodo in cui alle donne era vietato l‘accesso alla formazione scolastica.

Proprio in questo contesto il libro di Roberta Andres prende forma e diventa il veicolo più adatto per trattare alcuni argomenti cari alla scrittrice. Non mancate, quindi, a questo appuntamento.

Dettagli del Libro

  • Formato: Formato ebook
  • Dimensioni file: 895 KB
  • Lunghezza stampa: 89
  • Editore: Edizioni Esordienti E-book (12 settembre 2015)
  • Venduto da: Amazon – Kobo
  • Lingua: Italiano
  • ISBN: 9788866902584

 

Apr 14, 2017

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Giorgio Bianco e La sua Postazione

Ogni autore possiede una propria postazione in cui le idee prendono forma e le parole scorrono velocemente sul monitor. Per i più conservatori esistono ancora gli scrittoi, carta, penna, talvolta calamaio. Tuttavia, a prescindere dal mezzo con cui si esprimono i pensieri, la magia che scaturisce è quella insita in ogni forma d’arte e noi vogliamo farvi vedere come se la cavano i nostri autori.

Birra, focaccia e rock!

Mi scuso in anticipo con gli astemi, ma la birra (preferibilmente di tipo weiss) è un elemento essenziale della mia postazione di scrittura…
Fra l’altro, la stessa definizione “postazione” mi sembra un po’ forzata. Infatti detesto scrivere e leggere a tavolino. I miei libri nascono su un divano stropicciato, fra cuscini e un mappamondo: l’ideale per alimentare i sogni… a occhi aperti!
Il computer è un portatile, lo tengo appoggiato sulle ginocchia o sulle gambe incrociate e scrivo per qualche ora. Di sera o di notte, sono un tipo crepuscolare…

P.S. Quello nella foto sul desktop del pc sono io all’età di 25 anni (oggi ne ho 52): dicono che il passato faccia male, a me fa benissimo!

La musica mi accompagna quasi sempre quando scrivo. Non la classica, a quella mi dedicherò in un’altra vita. Sono un ascoltatore di cosiddetta musica “rock”, definizione che significa tutto e niente.
Il mio ultimo romanzo, “Dammi un motivo” è nato sulla scia di un album del grande Steven Wilson. Titolo del disco: “Insurgentes“. Una musica di tipo “progressive”, ma quanto detesto le etichette! È un album profondo, a tratti molto triste, fa riflettere, è onirico e mi strappa sempre qualche lacrima.

Il mio cibo preferito, considerato che sono un vegetariano felice, è senza dubbio la focaccia genovese. Amo in generale primi piatti, pizze e cibi salati, ma la focaccia occupa una posizione di grande prestigio nella mia classifica del palato: soffice, intrisa di olio extravergine, salata e semplice, immediata, puoi soltanto amarla e divorarla!
I cibi liguri, oltretutto, ben si sposano con “Dammi un motivo”, romanzo interamente ambientato in Liguria, in una città indefinita che è un po’ Oneglia e un po’ Diano Marina, un po’ Noli e un po’ Genova…

Apr 03, 2017

Il Pescatore presentato in Barlassina

Venerdì 10 febbraio, presso la Sala Riunioni “E Longoni” di Barlassina, via Milano 49, Pietro Ludovico Prever ha presentato il suo libro, Il Pescatore, in occasione della ricorrenza della Giornata del Ricordo istituita il 30 marzo 2004 con legge dello Stato per ricordare che tra il 1943 e il 1947, circa 400.000 abitanti della Venezia Giulia, dell’Istria, delle isole e di Zara, dovettero abbandonare le loro case per sfuggire alla guerra e alle foibe.

Ecco, dunque, il testo della sua presentazione

Da Zara a Barlassina, storia di Marcella

di Pietro Ludovico Prever

Buona sera amici, voglio ringraziarvi di essere qua, e ringraziare il sig. Galli sindaco di Barlassina che mi ha dato la possibilità di presentare il mio lavoro e la sig.ra Visconti che mi ha dato un aiuto  prezioso.

Siamo qui per tre motivi:

perché oggi è la  Giornata del Ricordo, istituita il 30 marzo 2004 con legge dello Stato per ricordare che tra il 1943 e il 1947, circa 400.000 abitanti della Venezia Giulia, dell’Istria, delle isole e di Zara, dovettero abbandonare le loro case per sfuggire alla guerra e alle foibe;

perché Marcella era una profuga di Zara;

e  perché Il Pescatore  è la sua storia, che si apre con questa domanda: “Io non so perché sono nato a Barlassina”.

Una domanda che  potrà sembrare strana a colui che  vive nel territorio dove  è  nato e dove condivide con altri  dialetto,  cibo, case,  giorni di festa e abitudini, dove ha le sue radici e per questo non ne sente il bisogno; una domanda che invece  troverà  meno strana chi  essendo obbligato a vivere “altrove” per ragioni di lavoro o di studio, è più sensibile al richiamo della  terra di origine, mentre  sarà del tutto normale  per chi,  persa la terra e la casa, ha perso anche ogni traccia del percorso che lo ha portato dove vive,  che per lui   è un semplice dato anagrafico.

Domanda che è sorta  nella mia mente  quando mi sono trovato tra le mani la  lettera con cui nonno Martino nel descrivere la sua condizione di rifugiato, racconta delle vicende che nel lontano 1923 lo avevano  obbligato ad abbandonare  casa,  lavoro, parenti ed  amici per riparare con  moglie e  figli a Mola di Bari, sua città di origine.

È stato così, per trovare una risposta, che ho incominciato a scrivere, ma quello che vorrei trasmettervi in questa breve premessa, è il vuoto davanti al quale  mi sono trovato quando mi sono posto quella domanda, perché in quello stesso momento scoprivo che  in realtà non sapevo nulla, né del luogo dal quale nonno Martino era partito, né di quello dove era arrivato, né dove, come e quando fosse finito; sapevo solo che la nonna era incinta di Marcella (che infatti nascerà a Bari), mentre l’intestazione della lettera che avevo in mano,  “Sebenico 1923”,  invece di aiutarmi faceva nascere  un dubbio, perché  in contrasto con il poco che credevo di sapere, cioè che avevano abitato non a Sebenico, ma a Spalato dove sono nati i fratelli e le sorelle di Marcella, mentre dal testo è evidente che  la lettera fu scritta a Bari.

Un senso di vuoto e di buio che credo solo una guerra possa creare, ingoiando  persone, ricordi, case e affetti.

Se parlare di una guerra conclusa 70 anni fa vi sembra roba vecchia, permettete che vi apra una breve parentesi:

Srebrenica è una cittadina della Bosnia Erzegovina  a circa tre ore di volo da Milano.

A Srebrenica durante la guerra Serbo – Bosniaca, tra il 6 e il 25  luglio del 1995, soldati serbo – bosniaci  raccolsero tra 8 e 10 mila maschi musulmani di età  compresa tra i 14 e i 78 anni e li uccisero  uno ad uno  buttandoli in fosse comuni.

Sembra incredibile, ma quei civili erano confluiti a Srebrenica perché dichiarato luogo  protetto. E in effetti c’erano 600 Caschi Blu dell’ONU e tre Compagnie Olandesi, che per non vedere, però,  girarono la testa dall’altra parte.

Chissà quando verrà istituita una Giornata del Ricordo per quei sopravvissuti che oggi si chiedono “Io non so perché hanno trucidato mio fratello, mio padre, mio marito, mio figlio, il mio amico”?

Ho accennato  a questo fatto non per far colpo su di voi, ma  perché tutti credevamo che dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, episodi del genere non sarebbero mai più accaduti, almeno in Europa.

E invece è accaduto di nuovo  dietro l’angolo, a circa tre ore di volo da Milano.

Tornando a noi, credo che sia stata l’ansia di  mettere qualcosa nel vuoto aperto da quella domanda che mi ha dato la spinta a scrivere, un’ansia che, però, via via che scrivevo seguendo la traccia dei ricordi e dei pochi documenti ritrovati, invece di diminuire cresceva con la consapevolezza che la tragedia che ha sconvolto la vita di Marcella  era stata, allora come oggi, comune a  migliaia di persone.

La storia di Marcella si svolge tra due luoghi e due date, Sebenico, 24 marzo 1923, data della lettera di nonno Martino, e Zara 1981, quando un vecchio pescatore davanti ai miei occhi, lanciava nella notte una lenza nel mare nero come la pece, riaprendo una finestra nella storia che credevo  chiusa.

In mezzo a queste due date si apre e si chiude la storia di Marcella, costretta da una guerra folle, quando erano passati appena poco più di vent’anni dalla precedente partenza di nonno Martino, a una nuova partenza, a un nuovo viaggio pieno di incognite e di pericoli.

Ho detto partenza, ma in realtà, quella che descrivo fu una fuga, perché Marcella e Tommaso partirono da Cattaro di notte, travestiti da contadini croati portando con sé solo quello che avevano  addosso per un viaggio attraverso l’interno della Jugoslavia in mezzo a gente che aveva tutto il diritto di considerarli nemici, perché non dobbiamo mai dimenticarlo, siamo stati noi italiani a dichiarare la guerra, e perché lo stesso Tommaso era un soldato di quell’esercito che aveva occupato il loro paese portandogli  morte e distruzione.

Un cammino  verso l’ignoto, più di mille chilometri fino alla frontiera del Tarvisio, che però non finirà  con il loro arrivo in Italia, perché il Bel Paese era  occupato dall’esercito tedesco che si ritirava verso nord spinto dalla pressione dell’esercito Alleato che sotto guida  americana, dalla Sicilia risaliva la penisola.

Un cammino che sarebbe  incredibile  se non fosse documentato da appunti, biglietti, e poi come vedremo tra poco, da un altro libro, compiuto da uomini che fuggivano da altri uomini, come tante volte è avvenuto nel passato, e come purtroppo  accade ancora oggi sotto ai nostri occhi.

Ricostruendo questo percorso troverò una risposta alla mia domanda iniziale, “io non so perché sono nato a Barlassina”, risposta che sarà per me una sorpresa, tuttavia la storia  continua perché non finisce  il dramma dei  dalmati e degli istriani rimasti nelle loro case   che saranno costretti ad abbandonare per rientrare nei confini della neonata Repubblica, dove realizzeranno il paradosso di essere considerati croati dagli italiani e italiani dai croati, un dramma sepolto per decenni e che solo da poco è emerso dalla nebbia dell’indifferenza.

Pochissimi sanno, per esempio,  che per ospitare i circa 400.000 profughi  che fuggirono  dall’Istria, dalla Dalmazia e da  Zara, furono allestiti nella penisola 109 campi profughi.

Il Pescatore non è né un saggio storico, né un romanzo: è una storia vera, un viaggio nella memoria, la testimonianza della vita di una donna obbligata a lottare con tutte le sue forze per conquistare la sua  libertà, salvare la figlia che le era rimasta, e legittimare il suo diritto di esistere come Italiana e  come Dalmata.

Narra eventi drammatici come quando Marcella  da poco sfollata a Calci, sull’Appennino Pisano, fu costretta dalla guerra a ripartire di nuovo portando con sé Donatella, la figlia morta alla ricerca di una sepoltura,  come a noi racconterà con queste semplici parole:

 “(1944) partimmo da Calci con Ottavia viva e Donatella chiusa in una cassettina, così stette con  noi ancora un po’ e a chi mi chiedeva cosa avessi lì dentro, rispondevo, mia figlia…”

Credo non vi siano dubbi che in queste poche parole c’è  tutto il dramma che può causare la guerra a una madre ferita in ciò che ha di più prezioso, parole testimoniate  da  monsignor Lino Lombardi, Preposto e Vicario Foraneo di Barga, che da quanto ho accertato, sarebbe il nostro Arciprete, il quale nel suo libro, trovato  quasi per caso e che conservo come una reliquia, dal titolo “Barga sulla Linea Gotica”, racconta del suo incontro con Marcella e Tommaso:

“Il giorno 21 agosto fui invitato a recarmi presso il dottor Prever addetto all’Ospedale della Croce Rossa con il domicilio presso il signor Giuseppe Castelvecchi. Mentre lo ritenevo tedesco era invece italiano. Mi mise al corrente di una storia dolorosa. Sfollato a Calci nei Monti Pisani, il 1 agosto la sua signora dava alla luce due gemelle. Il giorno 3  egli veniva rastrellato, ma essendo medico fu tenuto a disposizione e trasferito con la moglie in quelle condizioni a Nozzano.

 Non valsero le premure a far desistere i tedeschi dal trasferirlo. Il giorno 20 agosto ebbe l’ordine di raggiungere Barga essendo assegnato all’ospedale della Croce Rossa. Il giorno stabilito era l’indomani, 21.

Contemporaneamente all’ordine gli moriva una gemellina, Donatella. Fu chiesta una  dilazione per seppellire la piccola: niente!

 E il dott. Prever con la sua signora, venne a Barga e con i bagagli portò la cassina con la creaturina morta”

Ma Il Pescatore non è solo la storia di Marcella, è l’incontro con Stefano, profugo della rivoluzione ungherese del 1956 che gli portò via madre e padre, è  il ricordo di un Papa che agli occhi di chi viveva al di là della Cortina di Ferro che divideva in due l’Europa, apparve eletto come un Liberatore e infatti contribuì a liberarli, è il ricordo  dei  ragazzi morti nel tentativo di oltrepassare il Muro di Berlino alla ricerca di una libertà che oggi troppe volte viene data per scontata, è contro tutte le frontiere, è, infine e soprattutto,  l’incontro con Il  Pescatore in carne ed ossa, uno che parlava  il croato come  Marcella  e  l’italiano come me, incontrato  quando,  in una sera qualsiasi dopo 35 anni  dal 1945,  capito per caso sul molo di Zara.

Non credo nel destino e nel fato, ma credo che fatti ed eventi siano sempre la conseguenza di qualcosa.

Per questo penso che un simile incontro sia avvenuto perché evidentemente, dopo 35 anni, a Zara  c’erano ancora vittime della guerra.

Non potrò mai dimenticare  le ultime parole di quell’uomo, quando con un gesto  che lì per lì mi sembrò retorico perché pur essendo lì  non avevo  capito niente, prese nelle sue le mani di Marcella e disse:

“Buona sera mia signora, non ne vedaremo mai più, ma la se ricorda de mi per favore”.

Mi strinse la mano, si voltò e scomparve nel buio.

Mi aveva  stretto la mano una vittima in carne ed ossa dell’altra parte della  guerra.

Ancora oggi faccio fatica a credere di essere stato davvero lì in quell’incontro incredibile, davanti a  un testimone croato bilingue della tragedia scatenata dalla follia della guerra. E dico croato bilingue non a caso, perché è la prova che le due comunità esistevano e convivevano.

Per il timore di perdere il ricordo di quell’incontro, ne scrissi in un appunto che è rimasto lì per anni ad aspettare la storia di Marcella, dove finalmente ha  trovato il suo posto così importante da dare  il nome a tutto il lavoro.

Ecco, se lo leggerete  mi piacerebbe sapere se siete d’accordo sul titolo, perché a me è sembrato l’unico modo per rendere omaggio a un uomo  al quale,  prima la guerra, e poi un regime, negandogli di essere ciò che era, gli hanno negato il diritto di essere un uomo.

Perché se Marcella ce l’ha fatta, anche se è rimasta segnata per tutta la vita dalla sua storia, il Pescatore no, con il suo abito grigio era un’ombra che cammina.

Credo che sia stato l’incontro con il Pescatore a cambiare molte cose, tra cui il mio modo di vedere e di pensare la storia.

Questo vorrebbe essere il senso del Pescatore: come è accaduto a me, provocare riflessioni e confronti su quei fatti, andando oltre questa ricorrenza, contro tutte le dittature vecchie e nuove, contro tutte le violenze, contro tutte le foibe, contro l’uso delle armi, perché le guerre non sono mai una soluzione, perché sono solo morte e disperazione.

Perché anche se tutti siamo d’accordo che le guerre le violenze e le persecuzioni sono cose brutte, esse ci circondano così tanto nella vita quotidiana, che non ci stupiamo molto quando poi accadono, come abbiamo dimenticato Srebrenica, e come nessuno parla dell’Ucraina altra guerra attuale, vicina e dimenticata.

Perché mi ha fatto riscoprire Barlassina che ci  ha accolti in uno dei momenti più difficili della vita senza fare domande, quando  sarebbe stato fin troppo facile farne, e mi ha accolto anche oggi, qui  a raccontarvi questa storia.

Grazie.

Mar 31, 2017

Breve racconto a puntate scritto da Manuela Leonessa.

Sono uno che porta rancore (prima parte)

Di Manuela Leonessa

Anni fa ero un venditore di enciclopedie, ma mi hanno licenziato. Dicevano che non lo sapevo fare, che non avevo il piglio del venditore. Dicevano che avevo l’aria di vergognarmi di quello che facevo perché non credevo nella bontà del prodotto.
Era tutto vero.
Affrontavo i clienti col tono di chi chiede scusa per il disturbo, e se acquistavano l’ enciclopedia il mio sollievo era così evidente da farli dubitare di avere acquistato una fregatura. E avevano ragione, per me era una fregatura davvero, ma ai vertici questo contava poco.
Il capo della mia agenzia, il cav. Gerla era il classico uomo grasso, dall’aria porcina, Quando vedeva una bella donna grufolava con gli occhi. Così dicevano, almeno, io non lo so perché belle donne in agenzia non ne ho viste mai. Per il resto era un ottimo uomo d’affari, sazio nell’aspetto e con il borsellino pieno, poco interessato, peraltro, alla qualità delle proprie enciclopedie.
Perché la bontà del prodotto, secondo il cav. Gerla non era un problema del venditore.
L’unico problema del venditore era vendere, non importa cosa, non importa come e non importa a chi. Il mio supervisore è diventato un mito (e un supervisore) dopo aver venduto l’enciclopedia a un non vedente, convincendolo a farlo per ingraziarsi il nipotino. Tutti i nonni del mondo sanno che i nipotini non si conquistano con le enciclopedie ma con le tartarughine e l’ultimo dvd di Peppa Pig. Tutti tranne questo qui. Il mio supervisore non è stato mitico, ha avuto solo culo.
Comunque io non venderei mai un’enciclopedia a un non vedente, neanche se fosse pieno di nipotini. Probabilmente è questo che mi rende un cattivo venditore, convinto che esserlo ottimo sia moralmente insano.
Ho lavorato nell’agenzia di Gerla per sei mesi. Ho sofferto ogni singolo giorno di quell’esperienza, e per un sacco di buoni motivi, se vendevo mi sentivo in colpa e se non vendevo era un guaio perché lo stipendio a fine mese era calcolato in provvigioni. Insomma non se ne veniva fuori. La mia angoscia era palpabile, il mio biasimo nei confronti dei colleghi, pure.
Non è bello sentirsi disapprovati, me ne rendo conto, e se nel giro di poco tempo mi hanno isolato, oggi posso comprenderlo. All’epoca, però, per me erano tutti dei nemici, degli esseri privi di scrupoli, impegnati in un lavoro che aborrivo. Cosa più inspiegabile, li ritenevo responsabili del fatto che quel lavoro dovessi farlo pure io. Complici, gaudenti e sfrontati mi irridevano considerandomi un essere incapace, perciò inferiore.
Probabilmente la mia percezione della realtà era un po’ alterata dal senso di angoscia in cui versavo, ma si sa, quando uno è sott’acqua senza bombola, non contempla il fondale, affoga. E io stavo affogando nei miei rancori ingiustificati e nel mio personale incubo di fine mese.
Con questi presupposti, il fattaccio diventava inevitabile.
Una mattina sono arrivato in sede con la mia solita aria sconfitta, i colleghi stavano definendo il programma della giornata, loro erano pieni di appuntamenti. Eccitati e gasati, gonfi come palloncini all’elio, si agitavano per la sala comune, con i loro maglioncini colorati e le agendine cariche di appuntamenti in mano, ridendo e dandosi grosse paccate sulle spalle.
Non c’entravo nulla con loro. Mogio mogio mi sono avviato alla mia postazione, sembravo l’uomo più infelice della terra e a qualcuno la cosa non è andata giù.
Improvvisamente mi si è parato di fronte un collega. Alberto qualcosa. Il suo nome era in cima alla lista dei venditori del mese. Quella lista che Gerla aveva appeso in bacheca, e che aggiornava ogni trenta giorni per segnalare i collaboratori più produttivi. Una di quelle strategie all’incentivazione degne di un corso per corrispondenza. Non so, a me non è mai sembrata un granché come strategia, eppure i miei colleghi sostavano ogni mese davanti a quella lista, la scorrevano con gli occhi e con devozione, dandole il potere di determinare il loro stato d’animo in una scala cromatica che andava dal grigio smorto al rosso più radioso.
Dunque il collega mi si è parato davanti, mi ha guardato con disprezzo e mi ha assalito con un «Ma lo vedi che faccia che hai? Ma che credi, di essere l’unico a doverti alzare al mattino per venire a lavorare? Sei deprimente!»
Per un attimo non ho capito. Cosa voleva da me, gli avevo mai fatto qualcosa?
Si è intromesso un altro collega. Sandro. Il suo nome era in cima il mese precedente.
«Ma lascialo perdere. Non vedi che non sa neanche in che giorno siamo?»
A quel punto mi sono reso conto che erano tutti intorno a noi. Tutti avevano lasciato quello che stavano facendo, abbandonato la propria preziosa agendina sulla scrivania per venire ad assistere alla scena. Tutti mi guardavano e ridevano.
Ho dato una spallata a Sandro, o forse era Alberto, e sono andato a sedermi alla mia postazione. Avrei voluto dire qualcosa ma non mi è venuto in mente niente. Ho sperato che la mia faccia fosse terribile, ho sperato che mostrasse tutta la mia rabbia, ho sperato che sembrasse l’espressione di un uomo forte, di uno che avesse molte cose da dire ma che tace come a un essere superiore conviene. Ho sperato ma non mi sono illuso. E avevo tanta voglia di scappare.
Piano piano se ne sono andati tutti. Tutti avevano un appuntamento, almeno uno, nella giornata. Perciò mi sono ritrovato solo in ufficio con il mio inutile elenco di clienti da contattare telefonicamente. La sala rimbombava tanto era vuota e io odiavo telefonare.
Mi spaventava l’interlocutore dall’altro capo del filo. Non sapevo chi fosse e lo immaginavo sempre maldisposto. Le risposte sgarbate erano una conferma delle mie aspettative, ma questa consapevolezza non mi proteggeva. Lo sgarbo mi annientava, e comporre il numero successivo risultava sempre più difficile. Il telefono era mio nemico, e faceva paura.
Insomma, non c’era niente in quel posto che mi trattenesse, e allora che ci facevo ancora lì?
Ci facevo che non avevo un altro lavoro.
Poi l’ho trovato. Un lavoro vero, con lo stipendio a fine mese.
Sono più o meno tre anni che faccio il cassiere in un supermercato, un lavoro che mi ricorda la catena di montaggio e che mi espone alla maleducazione della gente. Sono sempre di più le persone maleducate, ma non perché sia aumentata la maleducazione nel mondo, a questo proposito ho una mia teoria, ve la espongo.
L’aumento dei maleducati alle casse è causato dall’invenzione di quelle automatiche. Quelle casse dove vai e fai il cassiere con la tua merce, come quando da bambino giocavi a vendere.
Ma queste casse danneggiano noi del settore per tutta una serie di motivi. Il primo, il più ovvio, è che tolgono posti di lavoro, il secondo è che aumentano il numero dei maleducati alle casse tradizionali. Infatti, sempre secondo la mia teoria, le persone maleducate non si servono delle casse automatiche perché vogliono un cassiere da maltrattare. Ai loro occhi il cassiere, esposto ed inerme, è come un bersaglio su cui sfogare le proprie frustrazioni, più efficace di un ansiolitico, più attraente del tre per due. Da ciò consegue la frantumazione del flusso dei clienti in due ordini contrapposti, quello dei gentili, quasi tutti alle casse senza cassiere, e quello degli altri.
Ma, e arriviamo al punto, questi dettagli mi riguardano poco, perché il mio dramma e la mia tensione, risalgono a tre anni fa.
Dal giorno dello scontro con i colleghi di agenzia io grido vendetta. Da tre anni penso a quell’episodio con rabbia e con vergogna. È come un prodotto a lunga conservazione, non sbiadisce mai.
Da tre anni auguro ad Alberto e Sandro i mali più turpi che la mia mente offesa riesca ad immaginare. E ieri, finalmente, mi si è offerta un’opportunità, perché ieri Alberto, o era Sandro? è venuto a fare la spesa da noi. Non è venuto a pagare alla mia cassa, è andato a una automatica, così ora dovrò rivedere la mia teoria, ma è stata un’emozione così grande che non m’importa.
Non mi ha visto, a me invece lui è apparso come un sogno. Ero dietro al mio registratore di cassa e non mi potevo spostare, peccato perché in quel momento mi sono sentito come il Corvo tornato dall’aldilà per vendicarsi. Non ero invulnerabile come lui ma non importava, non avevo neppure una pistola, però avevo un registratore di cassa in mano e nessuna paura di usarlo.
La collega della cassa davanti a me si è voltata per chiedermi della moneta e ha notato il luccichio dei miei denti. Mi ha chiesto se andasse tutto bene.
È una donnona di cinquant’anni dall’aria materna e dal cuore buono. Si chiama Anna ma noi la chiamiamo Manna perché tale è per tutto il supermercato. Andiamo da lei quando abbiamo bisogno di un consiglio, di un incoraggiamento o di semplice consolazione. Lei ha una parola buona per tutti, e non l’ho mai sentita chiedere nulla per sé.
Le ho fatto segno che le avrei spiegato poi, durante la pausa caffè, nel mentre meditavo la mia vendetta e questo bastava a rendere la mia giornata più tollerabile, illuminata dalla presenza di una gratificante creatività, ma quando ho raccontato a Manna cosa mi avessero fatto Alberto e Sandro e che cosa meditavo da quando avevo visto uno dei due, lei mi ha guardato con la pena negli occhi.
«Ma, tesoro, è successo tre anni fa…»
Lo so anch’io, e infatti da tre anni sto male di brutto.
Il giorno dopo il nemico è tornato alla cassa automatica. Ho allungato il collo per curiosare nel suo carrello e ho visto una pagnotta nel cellophan. Imbecille, non lo sa che la panetteria di fronte vende pane molto più buono del nostro? Poi ho notato un pacco di merendine al cioccolato, Razza di microcefalo dai gusti regrediti di un bambino. L’ipotesi che le merendine fossero dei figli era da escludere categoricamente, anche perché lui non può avere figli, Chi mai lo sposerebbe a quello là?
Poi c’era dell’insalata e un pacco di carote. Ma allora è davvero cretino, non lo sa che al mercato la verdura costa meno ed è più fresca? Infine due cartoni di latte biologico. È stato difficile non scoppiare a ridere, lo scimunito crede ancora nel biologico!
È arrivata una delle clienti più simpatiche del supermercato, una delle poche gentili che continuano a venire alla mia cassa. Mi ha sorriso allegra «Buongiorno Renato. Come va oggi?»
«Bene signora»
Mi sono dimenticato di chiederle E lei? e ci è rimasta male. Ma non posso farci niente, la rabbia mi divora, invadendo tutto il mio spazio mentale, sono in stand by bloccato sull’opzione vendetta e da lì non riesco a muovermi. Tutto ciò che mi procurava gioia o che comunque rendeva gradevole la mia giornata è stato spazzato via dal bisogno di fare del male ad Alberto, o è Sandro? Li ammazzo entrambi e la chiudiamo lì.
Ho l’impressione che se gli avessi spaccato la faccia allora, oggi non starei così, ma i miei conti sono rimasti in sospeso e quello dei torti subiti, scopro ora, è uno di quei crediti che non cade in prescrizione.
Di quell’episodio ho un ricordo fresco come latte appena munto. La cosa che mi fa più male è che Alberto/Sandro lo ha dimenticato subito. Se la cosa avesse avuto per lui una qualche importanza, se fosse tornato dai suoi giri seccato, infastidito dall’episodio, se qualcosa nel suo atteggiamento, insomma, avesse suggerito che mi collocava in una posizione dignitosa nella scala evolutiva allora, forse, avrei potuto perdonare. Ma no, per lui non ero niente, ancor meno di nessuno. Allegro, e fiducioso si è recato ai suoi appuntamenti, senza neppure relegarmi da qualche parte, tanto mi aveva già dimenticato, mentre io umiliato e sofferente speravo che non riuscisse a vendere neppure un volume. Invece ha pure venduto. E anche oggi lui spinge il suo carrello ignaro e beato. Provo una rabbia dolorosa, neanche il fatto di essere il principe dei cretini lo rende un po’ infelice. La sua ignoranza abissale è asintomatica, il fatto che non lo faccia soffrire, fa soffrire me.
Manna mi osserva, nota il mio livore e se ne preoccupa, fa cambio con una collega per avere la pausa caffè insieme a me e a quel punto mi affronta.
«Renato…» mi dice, e il suo sguardo è nuovamente un poema alla pietà. E ha ragione, la vita va avanti, e si volta pagina. Dovrebbe essere così ma non ci riesco.
Qualcuno ha detto che il disprezzo è la forma più sottile di vendetta1, e io lo disprezzo costui, eccome. Ma lui nemmeno se ne accorge! E allora devo trovare qualcos’altro, qualcosa che lo faccia soffrire tanto. Ne ho bisogno per guardare avanti.
«Ma qui quello che soffre sei solo tu.» mi fa notare Manna.
Secoli di letteratura sulla vendetta ci hanno fatto credere quanto sia dolce il suo sapore. E quanto sia giusta e necessaria. Dalla biblica citazione “occhio per occhio” in poi, abbiamo imparato ad assimilare la vendetta alla giustizia. È lo stesso senso di giustizia che reclama il pareggiamento di conti, non sono contemplate altre opzioni. Ma è la prima volta che mi propongono questa riflessione, Il bisogno di vendetta fa soffrire solo me.
Mi impedisce di sotterrare l’ascia di guerra e calpestare il suolo che la nasconde. E farlo fiorire di nuovo.
Così vivo male, secondo Manna non vivo proprio. Da quando il decerebrato è ricomparso nella mia vita non faccio che pensare a lui, come a un fidanzato all’incontrario. Quando ami daresti la vita per la felicità altrui. Io mi approprierei volentieri della sua per riprendermi la mia.
Sono uno che porta rancore e non è bello. Ma non ne posso fare a meno. Solo ora mi rendo conto che non è bello soprattutto per me. C’è qualcosa che posso fare per far cessare questa rabbia tossica? Esiste davvero una soluzione diversa dalla vendetta per dimenticare?

Lo scoprirete nella prossima puntata

1 Baltasar Graciàn (gesuita, scrittore e filosofo spagnolo. 1601-1658)

Mar 30, 2017

Le librerie indipendenti sono le piccole La La Land di noi lettori?

Su ilLibraio.it la riflessione di Roberta Marasco, che collega la “resistenza” delle librerie indipendenti al fascino di un film come “La La Land”

di Roberta Marasco

Che cosa ci fanno il Nokia 3310 e il vinile nell’epoca del digitale e dei social, degli smartphone e di Spotify? Nell’epoca dell’intangibile, del reversibile, dell’accessibile, dove nello spazio di pochi clic si correggono i refusi di un ebook già in vendita, si comprano mobili fatti su misura in Thailandia per il nostro soggiorno e si mostrano i primi passi del pargolo in diretta ai nonni orgogliosi e lontani. Eppure la nostalgia fa capolino dietro ogni angolo, sempre più presente e impossibile da ignorare, perfino nel mondo delle possibilità nascoste dietro uno schermo, della sperimentazione, della personalizzazione.

Un mondo fatto su misura per tutti, che ci accompagna, ci assiste e al tempo stesso ci definisce nelle nostre scelte, ogni volta che compriamo un libro online e ci viene gentilmente indicato ciò che ci potrebbe e dovrebbe piacere subito dopo. Un mondo in cui il messaggio perde a poco a poco di senso a vantaggio della sua eco, in cui il significato lo scrivono i commenti, i giudizi, i like e gli hater, mentre le parole originarie si perdono in un caos di rimandi sempre più imprecisi.

Forse c’era da aspettarsi che uscissimo un po’ scossi dalla frammentazione e dall’ironia post moderna e che avessimo bisogno di riprendere contatto con le ultime certezze rimaste. Un po’ come fanno i bambini, quando scoprono che Babbo Natale non esiste e sentono improvvisamente il bisogno di circondarsi di peluche e tornare a leggere i Barbapapà. Non credo che nessuno rimpiangesse l’odore del vinile tanto quanto si rimpiange un po’ ovunque il riscoperto odore della carta, ma è comunque di conforto tornare al tangibile, o a una batteria inestinguibile come quella del Nokia d’altri tempi.

Non è un caso forse, che La La Land, il film che ha messo sotto i riflettori il rapporto fra passato e presente, sia stato vittima, per un curioso e beffardo gioco del destino, dell’errore più clamoroso della storia degli Oscar. State ancora qui a dare premi e a contare statuette, sembra aver voluto dire quel tweet di troppo all’origine della distrazione e dello scambio di buste? Il presente è inaffidabile, inafferrabile, imprevedibile, distratto, è terra di errori un tempo inammissibili, che si dimenticano in un battito di ciglia. E con loro anche il passato, quel passato che cerchiamo di stringere in un pugno ma senza aver il coraggio di aprire le dita e controllare quanto è rimasto sul palmo.

Sorgente: Le librerie indipendenti sono le piccole La La Land di noi lettori? – Il Libraio

Mar 29, 2017

Scrivere è un tirocinio

L’oggetto di questo articolo è la risposta a tante persone che mi contattano per chiedermi “la ricetta” per scrivere un romanzo d’azione, una spy story oppure un rosa di successo. Avercela!
Nel video, cerco di spiegare come, secondo me, si possa arrivare a sviluppare uno stile originale e personale.
Vi segnalo, inoltre, un romanzo appena pubblicato, che si colloca nella collana “L’amore ai tempi del web”: NON si tratta di romanzi rosa nel senso classico del termine, ma sono romanzi che parlano di sentimenti nel mondo contemporaneo, con tutte le sue difficoltà e contraddizioni.
Una volta ancora di Paolo Galimberti
A volte basta un momento di debolezza, di fragilità, per rischiare di distruggere la propria famiglia: è quello che accade a Paolo, quando tradisce la moglie Hellen con una collega di lavoro, la bellissima Lin, che si rivela ben presto una donna molto pericolosa e dal passato inquietante. Hellen, pur amareggiata, lascia aperto uno spiraglio alla riconciliazione, ma la perfidia di Lin farà precipitare la situazione e Paolo si ritroverà immerso in un incubo. Una volta ancora è un romanzo in cui la vita offre al suo protagonista una straordinaria seconda occasione, che dovrà però pagare a caro prezzo, per riconquistare l’unica donna che abbia mai amato, sua moglie, e la stima e l’affetto dei suoi figli.
In promozione mensile abbiamo tre bestseller del nostro catalogo e-book: Dammi un motivo di Giorgio Bianco, La pavoncella di Emanuele Gagliardi e Il piede sopra il cuore di Mario Nejrotti (sono disponibili anche in cartaceo, su Amazon e sul sito EEE, senza spese di spedizione).
Buon fine settimana e buona lettura a tutti.
Piera Rossotti Pogliano
Direttore Editoriale di Edizioni Esordienti E-book
Mar 24, 2017

GRAZIA MARIA FRANCESE VINCE IL PREMIO LETTERARIO “VERBANIA FOR WOMEN”

SCRITTO DA

Grazia Maria Francese con il racconto “Le male madri”  ha vinto la seconda edizione del premio letterario “Verbania for Women”; al secondo posto Lorenza Negri con “Anja”, al terzo Luisa Lafi con “Una luce tra le bande nere”. 

La cerimonia di premiazione del Premio  organizzato da Comune, Associazione 77 e Associazione Giovan Pietro Vanni si è  svolta oggi al Centro eventi Il Maggiore con la partecipazione della scrittrice Annarita Briganti,  del sindaco Silvia Marchionini e dell’assessore alla cultura Monica Abbiati, della presidente di Verbania 77, Liana Righi, e della presidente della giuria, Mariangela Camocardi.  Il Premio Legalità in memoria della giornalista Patrizia Guglielmi è stato attribuito a Emiliano Pedroni con “Il Movente Perfetto”.

Riconoscimenti anche a Fiorella Borin (La ragazza del Capitano),  Paolo Borsoni (Una primavera interiore),  Valeria Groppelli (Guardia Ostetrica), Luisella Sala (Due donne).  Nella Sezione Studenti è risultato vincitore Rodolfo Dal Canto (Frammenti quotidiani),  mentre la Sezione fotografica ha fatto registrare il successo di Fausto Mirandoli la cui immagine sarà sulla copertina del libro con le opere del Premio.  Premio speciale della Unione Industriale del Vco a  Carmela Nardella  (Sulle orme di Shahrazad).

Sorgente: GRAZIA MARIA FRANCESE VINCE IL PREMIO LETTERARIO “VERBANIA FOR WOMEN”. GLI ALTRI PREMIATI – RASSEGNA FOTOGRAFICA | Verbania Milleventi

Mar 23, 2017

Scrittori in salotto, a teatro, al bar: tempo di cambiamenti per le presentazioni librarie

Aumentano le presentazioni nuove nell’impostazione e nei luoghi: il libro è così al centro di un evento che rende il lettore in grado di partecipare attivamente a un’esperienza.

di Camilla Pelizzoli

Portare il libro ai lettori è uno dei passi più difficili della filiera editoriale: la pubblicità, il posizionamento in libreria, l’utilizzo dei social, sono solo alcuni dei modi in cui una casa editrice può cercare di farsi conoscere, di conquistare la fiducia dei lettori e di mettere, se tutto va bene, il libro in mano a futuri appassionati. Tra questi strumenti, le presentazioni sono croce e delizia dell’editore: possono essere un enorme successo, e portare anche chi non conosceva l’autore ad appassionarsene, oppure possono essere un flop e costituire una perdita economica (e un colpo al morale). Certo è, però, che le presentazioni tradizionali nel corso degli ultimi anni sono più spesso del secondo che del primo tipo, e che spesso l’autore (salvo casi di comprovata popolarità) si trova a parlare di fronte a una platea poco gremita. Quindi sempre più spesso ci si sta muovendo per sviluppare nuovi tipi di presentazioni, nuovi format che riescano a richiamare e a coinvolgere nuovamente il lettore.

È il caso, ad esempio, dell’iniziativa avviata dall’editore pisano Mds, che ha dato il via a delle presentazioni che non puntano a richiamare lettori in libreria, ma a raggiungerli a casa loro. «Book at home» – questo il nome dato agli incontri – è un progetto lanciato all’inizio di quest’anno che punta a far tornare i salotti dei lettori dei veri e propri luoghi di ritrovo culturale; chiunque può partecipare, basta offrire casa propria e avere spazio per ospitare almeno una quindicina di persone. «Eravamo stanchi delle presentazioni in libreria fatti a volte con pubblico ridotto all’osso o con più relatori che spettatori» commenta Sara Ferraioli, presidente della casa editrice, parlando con Repubblica. I primi incontri sono già stati fatti e i risultati sono stati incoraggianti: «il piacere della lettura può essere condiviso in serenità e relax, per ascoltare cose che ci aiutano a capire il mondo in cui viviamo: i libri fanno questo, e lo fanno sia con la forza della letteratura, sia con la condivisone d’idee».

L’iniziativa di Mds non è la prima del suo genere: anche la libreria Modusvivendi di Palermo, con i suoi incontri «Citofonare interno Modus», ha organizzato delle presentazioni estive a casa di chi, tra i propri clienti, ha messo a disposizione la propria abitazione o il terrazzo per dare vita a incontri accompagnati spesso da musica dal vivo.
Il punto comune di queste esperienze, dunque, sembra la creazione di una nuova convivialità: lontani dai paradigmi della presentazione classica in cui autore e relatore parlano tra loro a un pubblico «inerme», e più vicino a un incontro di un club di lettura in cui si discute e ci si approccia in maniera diretta e amichevole. Si tratta cioè di mettere il libro al centro di un evento che lo circondi e lo renda oggetto d’interesse non solo in quanto libro, ma anche in quanto occasione di partecipare in maniera attiva a un’esperienza.

Sorgente: Scrittori in salotto, a teatro, al bar: tempo di cambiamenti per le presentazioni librarie

Mar 14, 2017

Tecniche per spy story… poi si può aggiungere il talento!

Cari Lettori e Autori,
eccoci di nuovo all’appuntamento settimanale con i video, per chi ha la pazienza e la voglia di seguirli, e con qualche notizia editoriale.
Questa settimana parliamo di spy story e, come sempre, di lettura e scrittura consapevoli: è il sessantesimo video della serie! Ma si impara a leggere e a scrivere soltanto facendolo, o almeno si imparano le tecniche, il talento è un qualcosa di più che, se c’è, può fare molto. Ma, senza la tecnica, il talento non basta.
Nel video parliamo di una spy story molto famosa, Il Codice Rebecca di Ken Follett, ma vorrei segnalarvi tre nostri ebook in promozione, la cui lettura, vi assicuro, sarà molto godibile, anche se i nomi degli autori sono meno conosciuti (per ora):

Emanuele Gagliardi, Nero pesto (Offerta Lampo Kindle e promo su tutti gli store soltanto il 21 gennaio). Roma, 1979. Sono gli anni in cui eversione nera e terrorismo rosso insanguinano la Capitale aggiungendosi agli attacchi diretti allo Stato culminati nel rapimento e uccisione di Aldo Moro. Omicidi, sequestri, rapine, violenze hanno spesso connotazione ideologica e così, quando un portinaio di 60 anni iscritto al MSI, Alfredo Mancini, viene trovato morto, orrendamente mutilato, il commissario capo della Squadra Mobile Umberto Soccodato si indirizza senza esitare sulla pista politica, benché le caratteristiche del delitto lascino ipotizzare un movente passionale forse omosessuale. Qualche giorno dopo, nello stesso stabile, avviene un secondo omicidio. A parte il teatro dei delitti e le simpatie destrorse delle vittime, non parrebbe esserci un comune denominatore tra i due casi. Ma è davvero così? Soccodato e i suoi collaboratori si muovono non senza grossi rischi e affanni nel sottobosco del terrorismo neofascista che per le sue aderenze con gli ambienti istituzionali e con la grande criminalità capitolina si rivela un nemico quanto e forse più insidioso delle temibili e meglio organizzate formazioni eversive di sinistra.

Alessandro Cirillo e Giancarlo Ibba, Angelus di sangue: (promozione fino alla fine del mese su tutti gli store) Il Palazzo Apostolico in Vaticano è certamente uno dei luoghi più monitorati al mondo, ma è davvero impenetrabile ad un attacco terroristico? Dalle penne di Alessandro Cirillo e di Giancarlo Ibba è nato un romanzo d’azione dai ritmi serrati e convulsi, denso di colpi di scena, in cui si misurano due grandi protagonisti: il terrorista afgano Fawaz, intelligente e crudele, ma con fortissime motivazioni all’azione e all’odio, e Bruno Majo, un diacono che sta per essere ordinato sacerdote, ma che ha un passato da militare addestrato e un terribile segreto da custodire.


Alessandro Cirillo, Schiavi della vendetta
(promozione fino alla fine del mese su tutti gli store): Durante un’operazione militare in Somalia, il sergente Loiacono stupra una giovane donna con la complicità di alcuni commilitoni, mentre Samuel Pagano, uno dei soldati al comando di Loiacono, pur volendolo, non trova coraggio sufficiente per contrastare il gesto scellerato del suo superiore e dei suoi compagni.
Vent’anni più tardi, le vite dei protagonisti di quel turpe episodio hanno preso strade diverse: Pagano, ad esempio, si è laureato ed è diventato un importante uomo d’affari e un buon padre di famiglia; Loiacono, sempre scapolo alla ricerca di dubbie avventure con donne conosciute occasionalmente o prostitute, ha fatto carriera in politica ed è addirittura indicato come futuro presidente del Consiglio. Eppure, qualcuno non ha dimenticato, vorrà pareggiare i conti e lavare col sangue l’oltraggio subito nel passato dalla giovane somala e tenterà di farlo mettendo in campo tutta la sua rabbiosa determinazione e il suo odio cresciuto nel tempo.
Schiavi della vendetta è un romanzo denso d’azione, dal ritmo incalzante, pagina dopo pagina.

Questi libri sono anche in formato cartaceo e, se li ordinate dal sito EEE, senza spese di spedizione.

Buona lettura!

Piera Rossotti Pogliano

Gen 31, 2017
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