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Mondo Editoriale

Chi è stato il primo poeta della storia?

Dire con certezza chi sia stato il primo nella storia a inventare qualcosa non è sempre facile, soprattutto se dobbiamo riavvolgere di molto le lancette. Per esempio, appurato che il mito di Prometeo sia legato semplicemente alla leggenda, sappiamo che il fuoco è stato scoperto all’incirca nel Paleolitico—ma difficilmente sapremo mai dire da chi.

Se per esempio pensiamo alla scrittura, molto prima che finisse su carta, gli storici hanno individuato due momenti in cui questa è nata: nell’antica Mesopotamia intorno al 3400 a.C.; e in Mesoamerica intorno al 600 a.C. Perché, si sa, la stessa idea può venire a più persone—anche a distanza di secoli.

Sulla rivista letteraria LitHubCharles Halton, studioso di testi religiosi presso la St Mary’s University, ha pubblicato un interessante articolo che risponde a una domanda che forse ti sarà già passata per la mente: chi è stato il primo poeta della storia?

Innanzitutto, bisogna fare subito una precisazione: si tratta di una poetessa. Il suo nome è Enḫeduanna: sacerdotessa della Mesopotamia vissuta all’incirca 4200 anni fa. Questa scoperta venne fatta da alcuni archeologi negli anni venti nel Novecento che trovarono nell’attuale Iraq diversi reperti, grazie ai quali si è potuto scoprire che fosse una delle figlie di Sargon, re di Akkad e fondatore del più antico impero della storia, il cui inizio si aggira intorno al 2340 a.C.

Nell’articolo pubblicato su LitHub, l’autore spiega che Enḫeduanna era devota alla dea della fecondità e della guerra Inanna. La poetessa era solita concentrarsi nelle sue liriche sul concetto d’amore piuttosto che sulle battaglie, ma è giusto sottolineare che la sua opera più famosa è soprattutto incentrata sul secondo tema.

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La lirica in questione, intitolata “L’esaltazione di Inanna,” è focalizzata su uno dei momenti più difficili per Enḫeduanna: racconta, infatti, di quando fu costretta a scappare dalla città di Ur e a vivere in esilio per un periodo nella steppa, dove “la luce intorno a me è oscurata, le ombre avvolgono lo splendore del giorno, che è offuscato da una tempesta di sabbia, quando la mia bocca dai suoni (un tempo) incantevoli è stravolta, le mie elette sembianze sono ridotte in polvere”. Il periodo, però, durò relativamente poco, in quanto il re Sargon riuscì a rimpossessarsi del trono e sconfiggere l’usurpatore sumero Lugallanna.

Di questa opera, di 153 righe, sappiamo molto perché “sono state trovate oltre cinquanta diverse copie su tavolette cuneiformi”, chiarisce Charles Halton. Motivo per cui si crede fortemente che Enḫeduanna—principessa, sacerdotessa e poetessa—fosse molto amata sia dagli uomini di cultura che dal popolo.

Sorgente: Hello! World

Lug 29, 2017

Leggere romanzi può alleviare ansia e stress. Ecco come…

Leggere aiuta a ridurre i livelli di ansia, rende più facile gestirla e tenerla sotto controllo; se ne parla su BustleTracy Shawn, scrittrice e psicologa,  individua questa caratteristica benefica soprattutto nella lettura di romanzi.

L’ansia (in certe misure) è una reazione naturale allo stress che può avere anche effetti positivi: aiuta a mantenere la concentrazione sul compito da svolgere e ci rende particolarmente vigili ma, allo stesso tempo, quando è eccessiva, diventa un problema da non sottovalutare. La buona notizia è che, a volte, può bastare un romanzo a tenere la situazione sotto controllo…

1. Abbassa il battito cardiaco e rilassa il corpo

L’ansia è psicologica ma i suoi effetti colpiscono anche il corpo, causando l’accelerazione del battito cardiaco, che la lettura aiutaad abbassare, così come aiuta a rilassare i muscoli.

2. Aiuta ad allontanarsi dalla realtà

Fuggire dai proprio problemi è impossibile, ma dalla realtà, ogni tanto, ci si può allontanare: i libri sono un porto sicuro in cui ogni lettore può rifugiarsi e trovare conforto, dimenticando per qualche ora i propri problemi.

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3. Dà una nuova prospettiva ai problemi

Leggere delle difficoltà e dei problemi altrui aiuta a mettere i nostri in prospettiva, così che non sembrino insormontabili: i romanzi danno la possibilità di immedesimarsi e mettersi nei panni degli altri, aiutando il lettore a relativizzare le proprie difficoltà.

4. Riduce i livelli di stress e la tensione

La lettura è uno dei modi più semplici ed efficaci per rilassarsi e proprio per questo è un ottimo metodo per combattere lo stress, che è all’origine dell’ansia. In questo modo un buon libro può essere, in certe situazioni, la soluzione che permette di prevenire, anziché curare, il problema…

Sorgente: Leggere romanzi può alleviare ansia e stress. Ecco come… – Il Libraio

Lug 28, 2017

La mappa della caccia alle streghe d’Europa

Fu un fenomeno violento e repressivo che ebbe il suo picco nel XVII secolo. In particolare nella zona della Germania meridionale. Ma anche Danimarca e Inghilterra non scherzarono. I Paese cattolici, invece, furono molto più tolleranti

È una delle tante rimozioni storiche. Spesso i ricordi sfociano nella nebbia della leggenda, il grosso di dimentica, si finisce che se ne parla, ma senza dire molto. Eppure l’Europa del XVII secolo, in particolare la zona caratterizzata dalla Riforma protestante, si distinse per una guerra sanguinaria, continua e senza sosta: quella alle streghe.

Sia chiaro. La stregoneria ha ispirato diffidenza fin dall’antichità. Donne fattucchiere, capaci di utilizzare erbe e pozioni per curare e uccidere non sono mai piaciute. Ma mai si registrò un periodo di repressione più violento. Le stime degli storici si aggirano tra le 40mila e le 60mila streghe uccise nel corso di 50 anni. E, come mostra questa cartina che circola su Imgur, il centro della repressione fu la Germania meridionale.

La caccia alle streghe qui cominciò più tardi rispetto ad altre aree d’Europa. In Svizzera e in Francia, per fare un esempio, i processi alle fattucchiere erano cominciati già nel 1400, ma andarono avanti per diversi secoli. In Germania però la lotta fu molto più dura. L’apice fu raggiunto tra il 1561 e il 1670 e il più truce episodio avvenne nel 1563, a Wiesensteig, dove in una volta sola furono catturate, processate, condannate e bruciate 63 streghe.

Anche la Danimarca non scherzò: dopo la conversione al protestantesimo del 1536, e in particolare su impulso del re danese Cristiano IV, centinaia di persone vennero catturate e condannate per stregoneria. In Inghilterra, addirittura, si conosce il nome di uno dei più importanti cacciatori di streghe: Matthew Hopkins, che tra il 1644 e il 1647 riuscì a scovare e condannare ben 300 streghe. Hopkins, fiero del suo lavoro, lasciò anche un libro di memorie, in cui spiega i suoi metodi per riconoscere le streghe, tra cui il classico test dell’annegamento.

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Le streghe erano un problema: avevano facoltà soprannaturali sospette. Presto, per facilitare la persecuzione, si pensò che fossero emanazioni del demonio. Colpirle e condannarle divenne più semplice. In realtà i nuovi governanti avevano la necessità di sradicare le precedenti convinzioni nella popolazione. Oltre alla fede cattolica, andava eliminato anche il bagaglio culturale pagano che era sopravvissuto fino a quel periodo e che, con la Chiesa, era riuscito a tenersi in vita. Nei Paesi conroriformati, del resto, in cui l’autorità centrale religiosa non ebbe bisogno di riaffermare la propria forza, non ci fu nessuna caccia alle streghe.

Sorgente: La mappa della caccia alle streghe d’Europa – Linkiesta.it

Lug 26, 2017

Coinvolgimento dei lettori e promozione della lettura: come si muovono le fiere europee?

di Camilla Pelizzoli

Sappiamo quanto la promozione della lettura sia una parte imprescindibile del settore editoriale. Per questo Aldus, il network delle fiere europee dell’editoria, ha pubblicato da pochi giorni un report che raccoglie esperienze e iniziative, delle vere e proprie case history, che sono state avviate dalle maggiori fiere del continente e che spesso hanno portato a ottimi risultati e a reiterazioni nel corso delle varie edizioni annuali.

Le fiere che hanno risposto si svolgono in tutta Europa: Anversa, Bologna, Bucarest, Francoforte, Göteborg, Lisbona, Londra, Milano, Roma, Riga, Salonicco, Sofia, Vienna e Vilnius. Questo ha permesso di avere una panoramica quanto mai vasta e variegata tanto sullo sviluppo dei rispettivi settori editoriali, quanto sulle abitudini di lettura del proprio Paese (che è, oggi più che mai, un argomento complicato). E chissà che, con i giusti adattamenti, alcune di queste idee non possano essere ampliate e adattate ad altre realtà.

Un punto comune a tutte è che le numerose attività spesso sono create grazie a partnership con altri soggetti legati al mondo del libro e non solo. Oltre ad alcune collaborazioni con festival letterari, le fiere interpellate dichiarano di lavorare con rassegne letterarie, altre fiere e associazioni culturali di varia natura.

Un buon esempio proviene dalla fiera «per eccellenza», Francoforte: con la sua organizzazione senza fini di lucro LitCam, infatti, la fiera tedesca promuove la parità e l’integrazione educativa dal 2010, e con il progetto Books say welcome ha dato vita, insieme all’Associazione Editori e Librai tedeschi Börsenverein e la Fiera di Francoforte, un’iniziativa che organizza degli angoli per la lettura e l’apprendimento presso oltre trenta campi di rifugiati in Germania. Inoltre sempre attraverso LitCam è stato sviluppato Football meets culture, un progetto che assiste bambini provenienti da famiglie svantaggiate per sviluppare le loro abilità linguistiche e sociali, abbinando corsi di calcio a eventi culturali.

Tante altre iniziative sono approfondite sia in uno degli articoli del prossimo numero del Giornale della libreria (4/2017, luglio-agosto, disponibile qui dalla prossima settimana) e sul report, disponibile sul sito di Aldus. Un’occasione per scoprire, imparare e (perché no) dare vita a molte buone pratiche.

Sorgente: Coinvolgimento dei lettori e promozione della lettura: come si muovono le fiere europee?

Lug 24, 2017

Parchi Letterari: alla scoperta dei luoghi della storia letteraria italiana

I Parchi Letterari sono territori con elementi naturali e umani diventati famosi grazie alla penna di alcuni dei più grandi scrittori italiani.

di Federica Crisci

I testi letterari sono ricchi di ambientazioni che fanno parte del nostro immaginario culturale. La curiosità verso quei luoghi in cui poeti e scrittori hanno vissuto e che hanno provocato suggestioni tali da portare alla nascita di opere d’arte è del tutto legittima. Grazie all’associazione Paesaggio Culturale italiano e al suo progetto Parchi Letterari ora è possibile passeggiare in quegli stessi posti e cercare di comprendere (e magari anche rivivere) le sensazioni provate dagli autori in quell’ambiente.

I Parchi Letterari sono costituiti da territori diversi che includono elementi naturali e umani. Sono gli sfondi di alcune vicende biografiche dei padri della nostra letteratura, oppure i paesaggi descritti in un romanzo o una poesia. Se ne possono trovare in tutta la penisola: in Lombardia abbiamo il Parco Alessandro Manzoni e Parco Adda Nord in cui è possibile visitare alcune delle ambientazioni dei Promessi Sposi; in Veneto c’è il Parco Letterario Francesco Petrarca e dei Colli Euganei dove, oltre all’ultima dimora ad Arquà del poeta, sarà possibile vedere antiche abbazie e castelli, scenari tipici delle poesie dell’amor cortese e romantiche. Le Terre di Dante porteranno i viaggiatori a muoversi tra la Toscana e la Romagna, mentre i visitatori del Parco Eugenio Montale si recheranno alle Cinque Terre e nei luoghi cari al premio Nobel. Il Parco Pier Paolo Pasolini si trova a Ostia, mentre in Abruzzo si possono ammirare i luoghi del D’Annunzio. Andando verso sud, ci sono ad Avellino il Parco Francesco De Santis, ad Aliano il Carlo Levi e in Sardegna quello dedicato ai luoghi alla scrittrice Grazia Deledda.

Nel corso dell’anno, in questi parchi, sono organizzati diversi tipi di eventi che permettono ai partecipanti di fare esperienza di quegli stessi luoghi attraverso attività ricreative e culturali. Si può prendere parte a uno spettacolo itinerante per le vie del centro storico di Castegneto, fare un giro in bicicletta a Ravenna nei luoghi che hanno ispirato il Paradiso dantesco, assistere alle prove dell’Aida del maestro Muti o partecipare a salotti letterari con scrittori di narrativa e saggistica.

I Parchi Letterari sono iniziative che, oltre a dare risalto al mondo letterario, vogliono avvicinare le persone a luoghi poco conosciuti e creare un tipo di turismo culturale ed eco sostenibile. Infatti, alcuni dei parchi collaborano con organizzazioni quali il WWF e Lipu; inoltre, durante gli itinerari, sono spesso proposti soggiorni in hotel bio o agriturismi biologici. La valorizzazione e la salvaguardia del territorio avvengono grazie alla letteratura e, allo stesso tempo, un’occasione di vicinanza con i testi letterari è offerta dal territorio stesso. Di certo, rappresentano una meta interessante per appassionati lettori, una possibilità per chi volesse organizzare una vacanza diversa dal solito.

Sorgente: Parchi Letterari: alla scoperta dei luoghi della storia letteraria italiana., Cultora

Lug 20, 2017

La storia del gatto che firmava progetti di ricerca di fisica

Non era uno scherzo: F. D. C. Willard, il gatto, risultò co-autore di almeno due studi. Il motivo? Aggirare alcune regole editoriali molto restrittive e assurde

Nel mondo dei fisici, il nome di F. D. C. Willard ispira rispetto e, al tempo stesso, risate. La ragione è semplice: il soggetto in questione, nel 1975, ha co-firmato un importante paper di ricerca sulla fisica a basse temperature, pubblicato sulla prestigiosa rivista Physical Review Letters. Questo spiega il rispetto. Il problema, però, è che F. D. C. Willard era un gatto. E questo spiega le risate.

Come è possibile? In tanti sono convinti che i felini siano più intelligenti degli esseri umani. E a volte è vero. Non sono ancora riusciti, però, a scrivere un paper accademico. E se F. D. C. Willard lo ha fatto è stato solo per una questione semi-burocratica. Lo racconta bene, in un libro, Jack H. Hetherington, l’altro autore dello studio.

“Prima che inviassi l’articolo, chiesi a un collega di dargli un’occhiata. “È un buon articolo, ma lo rifiuteranno”. La rivista aveva regole editoriali molto severe, tra cui quella della parola “noi”, che non poteva essere utilizzata per un articolo scritto da una persona sola”.

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A quel punto però riscrivere l’articolo, cambiando ogni volta il soggetto, avrebbe richiesto troppo tempo (e la scadenza era vicina). Lo scienziato ebbe allora una trovata geniale: inventarsi un co-autore, nella persona del suo gatto Chester. Un siamese pacioso, figlio di un certo Willard, del Colorado. Era fatta: Hetherington aggiunse F. D. (Felix Domesticus) all’iniziale del nome, C. e poi Willard come cognome. Inviò l’articolo e se lo trovò pubblicato.

Il gioco durò per un po’. Poi un giorno Hetherington ricevette una visita proprio in un giorno in cui era assente. Lo sfortunato visitatore, allora, non potendo incontrare lo studioso, chiese di conoscere Willard. E quando gli fu mostrato il gatto, capì tutto.

Willard divenne una piccola celebrità nel dipartimento. Partecipò a diverse riunioni e dibattiti e si guadagnò la simpatia di tutti. Fu giudicato molto “utile”, anche solo con la sua presenza. Addirittura, riuscì a firmare (stavolta da solo) un altro studio. Quando morì, a 14 anni, fu un lutto per tutta l’università. E in un certo senso, per tutto il mondo della ricerca.

Sorgente: La storia del gatto che firmava progetti di ricerca di fisica – Linkiesta.it

Lug 17, 2017

Una nuova generazione di scrittori consapevoli

Le nuove generazioni di autori cominciano a usare linguaggi, stili e generi che colgono i gusti dei lettori (italiani e non solo). Ne abbiamo parlato con Giuseppe Strazzeri, direttore di Longanesi.

di Camilla Pelizzoli

La narrativa italiana sta vivendo negli ultimi anni un momento che potremmo definire di riscoperta, tanto dai lettori quanto, di conseguenza, dal mercato. I dati Nielsen lo confermano: ormai la fiction scritta da autori e autrici italiani vale per il 41%, a valore e a volume, di tutta la fiction venduta in Italia. Quali sono i motivi che hanno portato a questa ritrovata popolarità? In che modo sono cambiate le storie e gli autori, e il modo in cui gli editori li propongono ai lettori?

Ne abbiamo parlato con Giuseppe Strazzeri, alla direzione della casa editrice Longanesi, che ha sottolineato due elementi principali: i nuovi linguaggi autoriali e, nel suo caso, la linea della casa editrice «fedele al percorso tracciato da Leo Longanesi e Mario Spagnol, che ne hanno definito la fisionomia dichiaratamente un po’ anticonvenzionale», e che ha spinto verso una ricerca di progetti narrativi valevoli e variegati all’interno della narrativa di genere e popolare (come quando, invece di dedicarsi al filone del noir all’italiana, si sono cercati autori con storie più thriller e si è portato in libreria Donato Carrisi).

Cominciamo partendo dal mercato: la ritrovata importanza della narrativa italiana è stata recepita anche a livello di selezione dei manoscritti e quindi di costruzione del catalogo in fieri?

Senz’altro, almeno in parte, sì. Nel senso che, per quanto riguarda Longanesi, tradizionalmente ancora oggi la maggioranza di titoli è di narrativa straniera; ma confermo che – grossomodo nel corso dell’ultimo decennio – la quota di autori italiani ha cominciato decisamente a crescere. Io, in particolare per quanto riguarda lo specifico di Longanesi, rilevo due fattori all’origine dell’aumento: da un parte il fatto che, per quel che riguarda i generi della narrativa in cui Longanesi si è sempre distinta (dalla crime fiction, al thriller, all’avventura), è successo qualcosa che non era ovvio fino a una dozzina di anni fa, ovvero la crescita in quantità e soprattutto in qualità di una stagione di scrittori italiani in qualche modo interessati alla scrittura (diciamo così) di genere, che producono testi interessanti. Dall’altra c’è un fatto molto oggettivo e legato al mercato, ossia il fatto che la crisi degli ultimi anni ha colpito anche l’acquisto dei diritti esteri. Si è verificata quindi una congiuntura favorevole all’acquisto di letteratura nazionale, banalmente anche per il fatto che solitamente sono titoli meno cari da acquistare, perché subiscono meno fasi di intermediazione; senza contare l’innegabile vantaggio dato dalla presenza dell’autore sul territorio, che è una risorsa importantissima in sede di promozione e comunicazione del titolo.

La narrativa di genere è effettivamente una parte importante di questa ripresa del mercato da parte della narrativa italiana. Sembrerebbe che gli autori siano riusciti a cogliere il desiderio dei lettori per queste varie tipologie di storie.

Certo: io credo che oggi più che mai l’autore italiano che si affaccia sulla scena editoriale, prima ancora che letteraria, deve avere in mente un suo pubblico di riferimento, e da quel punto di vista ora c’è una più istintiva e facile comunanza di intenti tra editore e autore. Inoltre, da questo punto di vista la narrativa di genere offre più meccanismi entro i quali depositare una storia, e per questo ci sono più possibilità di individuare il pubblico giusto.

Mi piacerebbe approfondire questa nuova consapevolezza dell’autore del proprio pubblico, che viene anche da una nuova formazione, un nuovo modo di porsi e di scrivere. Tutto questo come influenza la loro attività, e di conseguenza la vostra?

Prima di tutto c’è un fatto che tocca tanto la fruizione quanto la produzione dei contenuti, che è la moltiplicazione di fonti creative rispetto a un tempo. È ovvio che chi legge libri oggi ha moltissime altre occasioni di fruizione di un contenuto narrativo, scritto e non scritto (meglio, scritto in prima battuta per poi essere veicolato con un altro medium); tutto un mondo che fa parte delle nuove consuetudini di chi legge, ma anche di scrive.
Oggi a noi arrivano, molto più di un tempo, scritti che tengono conto di tutto questo, di una koinè linguisticaormai «digerita», un certo stile, che chiaramente sono mutuati da mondi che non sono genericamente quelli letterari; e poi inevitabilmente entra in gioco l’ineludibile elemento del talento. Comunque si presentano da subito come testi che traggono ispirazione da molte esperienze estetiche che testuali non sono, pur essendo vicine alla narrativa tradizionalmente intesa.

A livello più prettamente redazionale, si nota come gli autori siano sempre più scaltriti dal punto di vista dei meccanismi narrativi, della costruzione strutturale di una storia, ma che magari invece rispetto al proprio analogo di qualche decennio fa dimostrano di avere talvolta una minore padronanza stilistica, uno stile meno personale, proprio perché abituati a quella koinè comunicativa di cui parlavamo che è molto più veloce che stilistica, molto più efficace che pensata. Per questo talvolta c’è un lavoro di «ristilizzazione», da fare insieme all’autore, e anche questo è interessante, un portato dei tempi.

Questo non è l’unico modo in cui influenza il nostro lavoro a livello editoriale. Si presuppongono, ad esempio, sempre più forme di competenza aggiornate da parte dell’editor. Nel senso che un tempo il buon editor era la persona di ampie letture e di conoscenza verticale dello specifico settore editoriale che ricopriva nella casa editrice; oggi si presuppone che anche l’editor sia estremamente onnivoro, che sia in grado di comprendere, intuire, prevenire, se occorre anche di smascherare un po’ tutti i codici a cui l’autore ha messo mano nel momento in cui si apprestava a scrivere. Questo per quanto riguarda la costruzione del testo. Invece per quanto riguarda il lato promozionale, entra inevitabilmente in gioco l’elemento internet: la maggiore o minore consuetudine dell’autore può entrare a fare parte integrante anche del momento di comunicazione e promozione. Oltretutto, ci sono sempre più autori che nascono ad esempio come blogger prima di essere autori su carta stampata, e quindi magari il loro libro è, da un certo punto di vista, già una seconda esperienza; non si può non tenerne conto nel momento in cui un contenuto che viene da un blog, o da un altro tipo di piattaforma digitale, si deposita sulla pagina. Tanto nella produzione del contenuto, quanto nella sua promozione, sono mondi che devono rispecchiarsi virtuosamente.

Tornando a guardare più in generale il mercato, abbiamo potuto osservare anche un aumento delle vendite di diritti di libri italiani all’estero, sicuramente anche grazie alla sua ritrovata importanza sulla scena nazionale. Per quella che è la vostra esperienza, cosa chiedono le case editrici estere, e come reagiscono a quello che voi proponete?

Si torna in un certo senso alla prima domanda; è il risvolto di quanto si diceva prima. L’avvenuta maturazione da parte di una generazione di scrittori, ormai adulta e operante, di moduli narrativi internazionali, dei meccanismi interni che trascendono le nazionalità, ha portato non a caso a un aumento delle possibilità di vendere i diritti all’estero. È una produzione che inevitabilmente suona meno locale, meno interna dal punto di vista dei codici messi in atto. Dopo di che ovviamente l’italianità, se giocata nel modo giusto, può essere un punto a favore. L’enorme successo internazionale della Ferrante, ad esempio, corrobora questa impressione. Abbiamo da una parte una capacità narrativa di imbastire una storia ad ampio respiro, una vera e propria saga, assolutamente all’altezza di palati internazionali vari, uniti a quell’inevitabile pittoresco napoletano: è una tipizzazione col segno positivo dal punto di vista della vendibilità del prodotto. Stessa cosa si potrebbe dire per Camilleri, che da questo punto di vista funziona benissimo; ancora una volta forse felicemente differente è Donato Carrisi, che si caratterizza per il fatto di essere molto internazionale nei temi e nei toni. Di recente, dato che gli ultimi romanzi erano ambientati a Roma, si è aggiunto quel più che è sempre gradito sul mercato estero, quel tocco di caratterizzazione e colore locale.

Abbiamo ormai a che fare con autori le cui frequentazioni creative – non solo letterarie – li mettono quotidianamente di fronte alla possibilità di giocare con storie e strutture narrative che sono, in partenza, globali; unendo questa consapevolezza a una rappresentazione dell’italianità che sappia giocare con questi meccanismi, si possono creare libri in grado di esercitare una fantastica attrazione sui lettori di tutto il mondo.

Sorgente: Una nuova generazione di scrittori consapevoli

Lug 12, 2017

10 libri oggetto incredibili che riaccendono la passione nel lettore

Dal libro commestibile a quello combustibile, da quello che ti giudica a quello in cui devi risolvere gli enigmi, tutti qui

di Cecilia Papa

Come tutte le coppie legate da un vincolo indissolubile di amore e fedeltà, anche libri e lettori di tanto in tanto affrontano le difficoltà e i patimenti di un’unione datata, e devono correre ai ripari per superare la crisi, scongiurare la noia e risvegliare la passione.

Il vecchio libro, quel familiare blocco di carta che conosciamo da sempre, sembra non ci basti più. I segnali che qualcosa nella relazione si è rotto sono sempre ineludibili: compriamo il libro ma poi neanche lo apriamo. Lo arrotoliamo in borsa, ché tanto è un tascabile economico. Lo abbandoniamo impietosi in un angolo dopo averlo letto. “C’è un altro?”, sembra chiederci il libro, guardingo. “Sì, certo che c’è, si chiama ebook, è più giovane e dinamico di te”. Ma non è lui il vero problema. “Non sei tu, sono io. Sono io lettore che voglio di più”.

Perché mai riserviamo questo immeritato trattamento al libro, nostro inseparabile compagno di vita? Per la stessa ragione per cui non ci curiamo di conservare un Kleenex usato: non è un oggetto bello, da contemplare e custodire. Una volta fatto il suo dovere, via. Ma il libro è un romanticone, e non ne vuole sapere di separarsi da noi lettori. Che fare allora per riconquistarci? Deve pure inventarsi qualcosa: rimettersi a nuovo, e stupirci.

Questi 10 straordinari oggetti d’arte giocano sulla forma e la materia del libro, la smantellano e la ricreano in modo coraggioso e intelligente, esplorando nuove insospettabili vie creative. Il gioco e la novità, si sa, sono alla base di ogni felice relazione.

 

1) Il libro che si può mangiare in caso di emergenza

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Sì, è proprio un libro commestibile. Land Rover ha pubblicato negli Emirati Arabi Uniti una guida di sopravvivenza con suggerimenti utili per chi vuole rimanere in vita nel deserto. Il titolo dice tutto. In case of emergency: Eat this book: come ultima risorsa, la guida si può anche mangiare, perché è stampata su carta a base di amido di patata e inchiostro alimentare. Non è tutto: il packaging del libro riflette il sole per essere usato all’occorrenza per inviare segnali di SOS, e la rilegatura a spirale metallica può diventare uno spiedo di cottura! Non si presenta esattamente come una ghiottoneria invitante, ma quando si sta morendo di fame nel deserto 372 calorie (più o meno l’equivalente di un hamburger) fanno comodo. E in più è senza glutine.

 

2) Il libro-sandwich (che non si può mangiare)

 Pawel Piotrowski

L’idea per questo libro da acquolina in bocca è venuta una mattina al fotografo polacco Pawel Piotrowski, a colazione con la sua ragazza. The Sandwich Book ripropone pagina dopo pagina gli ingredienti di un panino, stampati su carta di peso e grana differenti, che danno la suggestiva illusione di essere di fronte a un succulento sandwich. Pomodori, cipolle, fette di formaggio, tutti gli strati sono di un realismo incredibile. Le foglie di lattuga, per esempio, sono state realizzate con una carta fibrosa accartocciata, l’uovo fritto con pezzi di carta strapazzati.

 

3) Il libro che si può leggere solo se fa freddo

 Niewidzialni

Si intitola Invisibile, proprio come sono invisibili agli occhi della società i clochard che l’hanno scritto. È il progetto della Fondazione Kapucynska di Varsavia, impegnata a dare voce a un’umanità ai margini. A un primo sguardo il libro appare bianco, immacolato. Potrebbe passare per uno di quei cartoni da imballaggio che i senzatetto usano per trovare riparo. Uno scherzo di cattivo gusto? Niente affatto. Infilatevi il cappotto più pesante che avete e andate fuori, al gelo. Aspettate un paio di minuti. Riaprite di nuovo il libro. L’inchiostro comincia a diventare visibile sulle pagine, perché il libro può essere letto solo nelle stesse condizioni in cui è stato scritto: al freddo. Il libro rivela così, solo a chi se lo è meritato, le sue poesie e memorie, tutte stampate con un particolare inchiostro termosensibile che si attiva solo se la temperatura scende sotto lo zero.

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Giu 28, 2017

Storie dei detective del Waldorf Astoria

Quelli che a inizio Novecento vigilavano sugli ospiti del prestigioso hotel di New York, sventando truffe e ritrovando costosi oggetti smarriti

Il Waldorf Astoria è uno degli hotel più famosi e antichi di New York e uno di quelli per cui si può davvero usare l’aggettivo leggendario, visto il prestigio e la quantità di storie affascinanti e più o meno veritiere sul suo conto: celebre per le feste sfarzose e gli ospiti importanti – Fidel Castro, Cary Grant, Muhammad Ali, Katharine Hepburn – è il posto dove Frank Sinatra diventò famoso e Louis Armstrong si esibì per l’ultima volta, ha ospitato tutti i presidenti americani, ha una stazione ferrovia sotterranea e segreta, ha inventato piatti poi mangiati in tutto il mondo, come l’insalata Waldorf e i cupcake red-velvet, ed è stato il primo hotel della città con l’elettricità e i bagni privati nelle camere.

Tra questi aneddoti curiosi c’è anche quello, raccontato da Slate, dei detective ingaggiati dall’hotel per far sentire gli ospiti al sicuro, sventare crimini e truffe, e più frequentemente ritrovare oggetti smarriti. I loro atti, più ordinari che eroici, finivano spesso sulle pagine di cronaca del New York Times dell’epoca e venivano via via annotati in un registro, il cosiddetto Black Book. Il registro venne compilato dal 1902 al 1929, anno in cui il Waldorf, cioè la prima versione dell’hotel costruito dall’omonima famiglia, venne chiuso per far spazio all’Empire State Building e ricostruito tra Park Avenue e Lexington con il nuovo nome di Waldorf-Astoria Hotel ma le stesse lussuose caratteristiche. Il libro venne allora portato nella sezione Waldorf della New York Public Library di New York, dov’è tuttora conservato e dove chiunque può sfogliarlo dopo che per anni non era stato accessibile al pubblico per proteggere la privacy dei primi ospiti del Waldorf, spesso personaggi noti e conosciuti.

Nei primi anni del Novecento, quando non esistevano gli aerei e gli spostamenti richiedevano molto più tempo, era abituale per i viaggiatori fermarsi più a lungo negli hotel, che erano abituati ad avere anche ospiti fissi e oltre alle camere gestivano anche ristoranti e molti negozi. Tra i servizi offerti c’era anche un gruppo di detective che sorvegliava costantemente l’hotel e la sua lobby. In realtà si occupavano soprattutto di rimediare alla sbadatezza degli ospiti che dimenticavano o perdevano nella hall e nella sala da pranzo sciarpe, gioielli e borse varie. Considerata la loro ricchezza si trattava spesso di perdite ingenti, che però venivano quasi sempre recuperate. Un articolo del 1912 del New York Times racconta per esempio di quando la moglie di Hiram Johnson, allora candidato alla vice-presidenza degli Stati Uniti con il partito Progressista, perse una spilla di diamanti in ascensore: venne ritrovata e riconsegnata tre ore dopo.

Gli ospiti del Waldorf attiravano costantemente ladri e truffatori, che gravitavano all’ingresso o si intrufolavano nella hall: i detective dovevano riconoscere al volo i recidivi e cacciarli, e prendere nota delle facce nuove, dovessero mai fare qualcosa di sospetto. A volte però le truffe erano molto più puerili, come il caso di un uomo che si era seduto “nella sala rossa”, si legge nel registro, e stava utilizzando la carta da lettera del Waldorf per rispondere agli annunci di lavoro, nella speranza di spacciarsi per un residente dell’hotel e ottenerlo più facilmente grazie al suo rassicurante prestigio. Un detective ovviamente lo scoprì, glielo impedì e lo cacciò. Tra le altre missioni non esattamente valorose registrate nel Black Book ci sono anche cose così: “Trovato un grosso cane al quinto piano”.

I detective non avevano solo il compito di garantire la sicurezza degli ospiti ma ne proteggevano anche la morale, allontanando quelli che facevano cose contrarie al buon costume dell’epoca come “portarsi una donna in camera”. Il registro riporta anche il caso di una donna sposata che era arrivata in anticipo in hotel e aveva sorpreso il marito in stanza con il figlio adolescente di un altro ospite. Anche se adesso il loro lavoro è dimenticato, all’epoca i detective del Waldorf erano popolari: uno di loro, Joe Smith, che aveva iniziato lavorando come poliziotto a Londra, divenne una specie di celebrità e nel 1929 uscì un libro con lui protagonista, Crooks of the Waldorf.

Sorgente: Storie dei detective del Waldorf Astoria – Il Post

Giu 22, 2017

In Germania, un monumento costruito con migliaia di libri censurati

In Germania è stato realizzato un monumento dalla forma di un partenone con oltre centomila libri, un tempo considerati “proibiti”

La Germania è uno dei paesi culturalmente ed artisticamente più evoluti del mondo e in ogni occasione dimostra la sua lungimiranza; ne è un esempio lo splendido monumento realizzato con migliaia di libri, un tempo vittime di censura. Nella Friedrichsplatz di Kassel è stato costruito un monumento, la cui forma riprende quella del Partenone, con oltre centomila libri, un tempo considerati “proibiti”. La scelta del luogo è  stata tutt’altro che casuale: questa piazza infatti è molto conosciuta nella storia della Germania, perché proprio lì, nel 1933, Hitler ordinò il rogo di numerosissimi libri finiti nella lista nera dei nazisti.

Questo interessantissimo progetto, frutto di una splendida sinergia tra arte e storia, è nato dalla famosa artista contemporanea argentina Marta Minujín, in occasione dell’esposizione Documenta14, tutt’ora in corso. Chiamato“Partenón de libros prohibidos”, questo monumento imita molto le forme dell’acropoli di Atene, e la struttura è stata completamente ricoperta da libri sigillati in buste di plastica, così che restino protetti in caso di pioggia e di vento. La raccolta dei volumi è nata attraverso una riuscitissima campagna di crowdfounding, coinvolgendo tutto il mondo: migliaia di persone infatti hanno inviato un libro che sia stato proibito in passato, o che sia proibito tutt’ora in specifici Paesi. Un progetto analogo era già stato realizzato dall’artista in Argentina, suo paese natale, per celebrare il ritorno della democrazia, dopo anni di silenzio e di soprusi.

Grazie all’aiuto di un gruppo di studenti e un lavoro durato alcuni mesi, questa volta Marta Minujín ha ricostruito un tempio sul modello del Partenone, rispettandone le proporzioni, e infine posizionandolo al centro della Friedrichsplatz di Kassel. Il Partenone dei libri può essere considerata a tutti gli effetti un’opera epocale: politica, ma non ideologica, questa installazione racconta la storia passata e recente, evocando il dramma della distruzione dei libri non ariani voluta da Hitler e l’attuale crisi degli Stati occidentali. Molto apprezzato dagli abitanti del posto e dai numerosi turisti in visita in questi giorni, il lavoro realizzato dall’artista argentina è un segno importante per la costruzione di un messaggio democratico e aperto: ancora una volta la Germania si è dimostrata un paese lungimirante ed illuminato.

Sorgente: In Germania, un monumento costruito con migliaia di libri censurati | SiViaggia

Giu 20, 2017
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