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Mondo Editoriale

Il piede della statua della libertà

di Davide Rocco Capalbo

Conosciuta in tutto il mondo come simbolo di New York e degli Stati Uniti, la Statua della Libertà è una donna color verde rame di 93 metri piedistallo incluso (alta quasi quanto la Torre degli Asinelli di Bologna, per intenderci), che tiene in alto una fiaccola per illuminare il mondo. Il vero nome dell’opera è Liberty Enlightening the World, (La Libertà che illumina il mondo), ma probabilmente nessuno l’ha mai chiamata così. Fu realizzata dalla Francia come dono per gli Stati Uniti: con la Statua della Libertà la Francia voleva rendere omaggio ai moderni valori della democrazia e della libertà individuale che gli USA all’epoca incarnavano, in un mondo in cui ancora prevalevano le monarchie e la libertà scarseggiava.

Col tempo, poi, la Statua ha assunto altri significati, legati principalmente all’immigrazione. Quello che possiamo considerare il più americano dei simboli americani si trova a Liberty Island ed è diventato nel secolo scorso un vero e proprio monumento all’accoglienza dei migranti. Milioni di persone dall’Europa arrivavano negli Stati Uniti in cerca di fortuna, in fuga dalla povertà o per salvarsi dalle persecuzioni di nazisti e fascisti che per un paio di decenni hanno infestato il vecchio continente. Arrivando in nave attraverso l’Atlantico, era la prima cosa che si vedeva dopo settimane di mare e solo mare, e rappresentava per i migranti il sollievo di avercela fatta, di essere finalmente arrivati: la Statua della Libertà stava lì per dare loro il benvenuto in una nazione fondata sull’immigrazione.

Ma siamo sicuri che stia lì e basta? È quello che si è chiesto Dave Eggers nel suo ultimo libro per bambiniHer right foot (Il suo piede destro), illustrato da Shawn Harris e pubblicato a settembre da Chronicle Books.

copertina di Her right foot, di Dave Eggers e Shawn Harris (Chronicle Books, 2017)

copertina di Her right foot, di Dave Eggers e Shawn Harris (Chronicle Books, 2017)

Il libro, di 104 pagine, è una corposa raccolta di fatti, aneddoti e curiosità sulla Statua della Libertà. Si parla della sua storia, di ciò che rappresenta e del significato dei suoi simboli. La torcia è l’attributo più noto. Altri attributi ben visibili sono la costituzione che tiene in seno, la corona, il vestito e le catene sotto ai piedi, spezzate, simbolo di liberazione dall’oppressione.

Ma quello che passa più spesso inosservato è proprio quello che dà il titolo al libro: il suo piede destro.

Il suo piede destro è mezzo alzato, e la postura è leggermente protesa in avanti. Questo dà lo spunto a Dave Eggers per una teoria che non è proprio storicamente accurata, ma è comunque un bel modo per spiegare ai più piccoli un valore fondamentale come quello dell’accoglienza. La Statua della Libertà non sta lì e basta: sta andando da qualche parte.

Se la Statua della Libertà è un simbolo di libertà, dice Dave Eggers, come può starsene lì e basta? Per dare il benvenuto a tutte quelle persone povere, stanche del lungo viaggio, che hanno dovuto lottare per la propria libertà, non si accontenta di aspettare: deve andargli incontro in mare. Ecco dove sta andando.

Sorgente: Il piede della statua della libertà » Casa Editrice

Dic 12, 2017

La più bella libreria del mondo è in Cina

Una struttura incredibile, a forma di occhio, che può contenere un milione e duecentomila libri

di Simone Stefanini

Se amate i libri e siete voraci lettori, non potete non amare  questa nuova libreria che si trova nel distretto culturale Binhai a Tianjin. È stata disegnata da MVRDV, uno studio olandese in collaborazione con il Tianjin Urban Planning and Design Institute.

È stata rinominata “L’occhio di Binhai” a causa della sfera gigante che campeggia in mezzo alla struttura. La libreria copre ben 34.000 metri quadri  e può contenere fino a un milione e duecentomila libri.

Come potete vedere dalle foto, le pareti sono dislocate nello spazio, irregolari e circolari, altissime e raggiungibili con le scale. L’effetto che danno al pubblico è semplicemente spettacolare.

La libreria è stata costruita in soli tre anni e oltre all’incredibile numero di libri disponibili, ospita anche un’area lettura, un’area relax, spazi per socializzare, alcuni uffici e delle sale in cui trovare computer e materiale audio.

Un luogo semplicemente fuori dal tempo e dallo spazio, un monumento alla modernità e alla cultura.

Per tutte le informazioni, visitate il sito ufficiale.

Sorgente: La più bella libreria del mondo è in Cina

Dic 05, 2017

Il segreto dietro la Creazione di Adamo di Michelangelo

Si tratta di uno degli affreschi più noti della storia dell’arte: è la Creazione di Adamo, commissionata da papa Giulio II e realizzata intorno al 1511 all’interno della Cappella Sistina.



Secondo una teoria emersa nel 2010 e portata avanti da un gruppo di esperti di neuro-anatomia, Michelangelo Buonarroti avrebbe realizzato qualcosa di sensazionale con la nube che circonda la figura di Dio e gli angeli: avrebbe rappresentato la forma di un cervello umano.

Gli scienziati hanno potuto mettere in evidenza le numerose somiglianze tra l’affresco e il cervello umano, che avrebbe permesso al grande artista di rappresentare anche particolari minimi, come il cervelletto, il nervo ottico e l’ipofisi.

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Questa teoria suggestiva dimostra che Michelangelo conosceva molto bene l’anatomia umana e che l’inserimento di questo particolare all’interno di un affresco così importante abbia un preciso significato: dimostrare che Dio non ha concesso ad Adamo solo la vita, ma anche la ragione e l’intelligenza.

Sorgente: Il segreto dietro la Creazione di Adamo di Michelangelo | Amanti della storia

Nov 28, 2017

Clare Hollingworth, la giornalista che fece lo “scoop del secolo”

Clare Hollingworth è stata una delle più importanti giornaliste della storia, eppure nonostante sia stata l’autrice di quello che venne definito “lo scoop del secolo“, gli addetti ai lavori la conoscono.

Questo perché, purtroppo, come è facilmente intuibile, Clare è stata una donna che ha dovuto combattere contro i pregiudizi di un mondo culturale arretrato e impreparato. Un mondo che abbiamo conosciuto ad esempio attraverso la storia di Margaret Ann Bulkley che nel ‘700 si finse uomo per esercitare la sua attività di medico. O anche quello di Elena Lucrezia Cornaro, la prima donna nella storia a laurearsi.

Il passato (ma anche il presente) è ricco di esempi del genere che non ci stancheremo mai di raccontare, per sottolineare una volta di più la forza di volontà e la tenacia di queste grandi donne.

Clare è stata una giornalista che ha attraversato tutto il Novecento (nata nel 1911 e morta nel 2017) raccontandolo principalmente da un fronte di guerra.

Ha raccontato il Vietnam, l’Algeria, il Medio Oriente su tantissime testate. Giornalista coraggiosa che si è trovata spesso, grazie al suo fiuto per la notizia, al posto giusto nel momento giusto.

E pensare che dopo la scuola fu spinta a iscriversi a un corso di economia domestica. Finì invece per dormire con un passaporto sotto al cuscino e lo zaino accanto al letto, pronta a partire in ogni momento.

79 anni chiese al suo giornale di essere mandata a testimoniare la guerra del Golfo. Per prepararsi alla dura esperienza dormì cinque giorni sul pavimento.

Clare è passata alla storia anche per “lo scoop del secolo“: fu la prima personaa diffondere la notizia che la Germania era pronta a invadere la Polonia, nel settembre del 1939.

La giornalista era a Varsavia, per distribuire aiuti umanitari ai profughi. La Polonia, a quel tempo, era l’epicentro delle tensioni diplomatiche e politiche di tutta l’Europa. Clare aiutava le persone a scappare dalla Germania occupandosi dei loro visti per il Regno Unito.

La sua carriera da giornalista era cominciata da una settimana. Scriveva per il Daily Telegraph. Il 28 agosto prese in prestito una macchina dell’ambasciata inglese per attraversare il confine tedesco e comprare vino e pellicole per la macchina fotografica.

Soltanto i diplomatici potevano attraversare il confine, era molto pericoloso. Clare voleva inoltre indagare sulle voci che stavano girando in quel periodo: di un intervento armato della Germania.

Durante il viaggio di ritorno in Polonia, vide in un campo alcuni teli mimetici, giganteschi e insoliti. Un colpo di vento ne staccò uno e oltre si videro i carri armati tedeschi, i soldati in attesa e l’artiglieria.

 

Contattò il Daily Telegraph che il giorno dopo, il 29 agosto, titolò: “Mille carri armati ammassati al confine con la Polonia. Dieci divisioni sono pronte per colpire”. L’articolo non era firmato.

Il primo settembre, il giorno dell’invasione, l’ambasciatore inglese a Varsavia venne contattato personalmente da Clare che si trovava al confine e che voleva avvertire dell’avvenuta offensiva tedesca. L’ambasciatore non credeva alle parole di una donna. E così Clare allungò fuori dalla finestra la cornetta del telefono e fece sentire il rumore dei cingolati che stavano attraversando la strada.

Chi pensa che quello di Clare fu, in fondo, solo un colpo di fortuna, deve sapere che anni dopo, durante la guerra in Vietnam, Clare fu una delle prime e poche ad affermare che gli Stati Uniti non avrebbero vinto, nonostante la superiorità militare.

La conoscenza delle dinamiche della storia e la finezza intellettuale sono sempre rimaste le stesse e l’hanno guidata per tutta la carriera: oggi viene ricordata con sommo rispetto da tutti i colleghi.

Sorgente: Hello! World

Nov 25, 2017

Quei lettori che… “guai” a chi semina (dis)ordine nella loro libreria!

Dare un ordine alla propria libreria non è mai un’operazione semplice, ciascuno ha il suo metodo e ciascuno è diverso. E “guai” a chi interviene per spostare i libri…

Dare un ordine alla propria libreria non è mai un’operazione semplice, ciascuno ha il suo metodo e ciascuno è diverso. E “guai” a chi interviene per spostare i libri…

Dare un ordine alla propria libreria non è mai un’operazione semplice, ciascuno ha il suo metodo e ciascuno è diverso, scelto dopo numerosi tentativi ed esperimenti falliti.

Eppure c’è qualcosa che accomuna tutti, o quasi tutti, i lettori e gli amanti dei libri: il fastidio, la viscerale insofferenza nei confronti di chi si permette di mettere (dis)ordine nelle librerie altrui.

È una piccola idiosincrasia che accomuna tantissimi amanti dei libri, da chi li ordina per casa editrice e per collana a chi preferisce dividerli per nazionalità dell’autore, separando la letteratura francese da quella americana e così via; c’è anche chi li dispone per genere e chi, invece, li mette tutti in ordine rigorosamente alfabetico, ma ogni lettore sa che nel riordinare la propria libreria vi è un piacere unico: sapere di essere l’unica persona al mondo capace di ritrovare un libro tra quegli scaffali.

Se qualcuno si permette di ribaltare quest’ordine rischia di incappare in severissime “punizioni”. Una simile azione dovrebbe essere punibile per legge…

Sorgente: Quei lettori che… “guai” a chi semina (dis)ordine nella loro libreria! – Il Libraio

Nov 23, 2017

cBook. Quando l’e-book incontra il cinema

di Alessandra Rotondo

La rivoluzione digitale, ormai lo sappiamo, ha avuto un impatto significativo sul modo in cui fruiamo i contenuti mediali. Ha riplasmato i contenitori, spinto alcune tecnologie e reso altre obsolete. Ha modificato il nostro modo di essere lettori, spettatori, ascoltatori, giocatori di gran parte dei prodotti di entertainment cui eravamo abituati fino all’altro ieri.

Sono trascorsi più di dieci anni dall’arrivo tra le nostre mani del primo smartphone con touchscreen capacitivo: sintesi e feticcio del nostro rapporto con la tecnologia. Nel frattempo, una tendenza più delle altre si è manifestata come diretta conseguenza della rivoluzione digitale: quella all’ibridazione.

Se da un lato qualcuno storce il naso, precisando che un libro è un libro, un film è un film e un videogioco è un videogioco; dall’altro, gli esperimenti di composizione, rimodulazione e potenziamento dell’esperienza di fruizione continuano a moltiplicarsi.

Sul fronte del libro, nel riflesso del fiacco bilancio dei primi dieci anni di e-book, qualcuno intravede una mancanza di reale dirompenza del «nuovo» formato. Copia anastatica della versione cartacea, il libro digitale si limiterebbe a garantire al lettore (meglio, a un certo tipo di lettore) qualche beneficio in termini di praticità. Senza potenziarne – anzi, forse, affievolendone – l’esperienza di fruizione.

Che l’e-book potesse essere molto di più della versione in pixel del libro a stampa l’abbiamo sentito dire più che sperimentato. Quelli «enhanced», arricchiti, si sono prestati e si prestano per lo più a dar forma a prodotti sperimentali. Qualche movimento più consistente lo abbiamo visto con le app e nel settore bambini e ragazzi, in luoghi di confine tra la narrazione e il gioco.

Un libro che, d’altro canto, entra sempre più in concorrenza con le altre forme dell’intrattenimento. E, negli ultimi anni più che in passato, pubblico e attenzione deve spartirseli anche con un certo tipo di serialità televisiva, caratterizzata da forti venature autoriali e maggiore complessità narrativa.

Come si dice, «se non puoi combatterli, unisciti a loro». Questo deve aver pensato Nick Fletcher, sceneggiatore e produttore, nel concepire cBooks: il cinematic book. Il progetto è nascente, ma le premesse sono chiare. Il «libro cinematico» è digitale, e alla narrazione monodimensionale della parola scritta affianca momenti audiovisuali, con clip che risolvono particolari snodi della storia, approfondiscono la psicologia del personaggio, ne esplorano il passato o il futuro e consentono rapidi cambiamenti del punto di vista.

Non si tratta, come nel caso di altri progetti visti in passato, di una giustapposizione di linguaggi (la traccia audio e l’e-book, il video e lo script). Piuttosto, di un prodotto multimediale complesso nel quale è l’autore – e solo lui – a decidere qual è il linguaggio più adatto a narrare ciascuna azione, confezionando una storia che il fruitore dovrà approcciare nella molteplicità dei suoi formati.

A chi lo accusa di stravolgere la forma libro, Fletcher ribatte che il cBook è un libro: con un contenuto testuale fondamentale e preponderante, che si fonde con il linguaggio audiovisivo per meglio esplorare i risvolti della narrazione. E non esclude che il formato possa essere specificamente rivolto, in futuro, a progetti di promozione della lettura: con la clip video «sbloccata» al termine del capitolo come premio per il lettore.

Di facile intuizione il risvolto economico del progetto. Il prototipo di cBook è stato realizzato a partire da un film uscito nel 2015, Monsoon Tide. Una coproduzione anglo-indiana sceneggiata e diretta da Fletcher. Una scelta che, da un lato, rivela il desiderio di ampliare l’universo narrativo attorno a un prodotto d’intrattenimento, moltiplicando le possibilità di guadagno a esso legate. Dall’altro, di rivolgersi a un’area geografica in cui, tanto la crescente alfabetizzazione che la sempre più capillare diffusione dei dispositivi mobili, stanno favorendo l’emersione di un nuovo pubblico di lettori. Un pubblico alla ricerca d’intrattenimento, di contenuti accattivanti, immediati e dal profilo intellettuale non necessariamente eccelso.

Sorgente: cBook. Quando l’e-book incontra il cinema

Nov 20, 2017

I migliori cioccolati italiani? In Sicilia e in Piemonte

La cittadina barocca di Modica dà il nome a una produzione artigianale unica al mondo con i cristalli di zucchero. Dall’unione con la pregiata nocciola delle Langhe nasce invece un grande classico tutto piemontese

È ai due estremi dello Stivale che si producono i migliori cioccolati d’Italia, apprezzati in casa quanto all’estero. Partendo dall’ingrediente base, il cacao, con lavorazioni specifiche e abbinamenti diversi, prendono vita due tipi di cioccolato, quello di Modica in Sicilia e il Gianduia in Piemonte, le cui caratteristiche uniche soddisfano anche i palati più sofisticati. Ad aggiudicarsi lo scettro del cioccolato più antico è il cioccolato di Modica, la cui produzione iniziò nel Settecento. Per assaggiare il primo cioccolato al Gianduia, invece, si è dovuto invece attendere fino al 1806. Ecco tutto quello che c’è da sapere sui due migliori cioccolati d’Italia.

L’artigianalità del cioccolato di Modica

È nell’angolo più ad est della Sicilia, e più precisamente nella cittadina barocca di Modica, che da centinaia di anni si produce uno dei migliori cioccolati d’Italia, nonché uno dei più apprezzati e venduti. A renderlo unico è il metodo di lavorazione, rigorosamente artigianale, che i modicani hanno appreso dagli spagnoli e che non hanno mai più abbandonato, tramandandolo di generazione in generazione.

Il cioccolato di Modica viene lavorato a freddo, vale a dire che non si supera mai la temperatura di fusione dello zucchero, i cui cristalli rimangono integri donando il caratteristico aspetto ruvido e la consistenza granulosa. Il cioccolato di Modica viene prodotto saltando la fase del “concaggio” e questo fa sì che mantenga quegli aromi che altrimenti si perderebbero durante il processo.

 

Aromi, grandi classici e sperimentazioni

La lavorazione è molto semplice e ai semi di cacao non viene aggiunto burro né altri grassi vegetali. Il prodotto principe della pasticceria locale si presenta marrone e il suo aroma ricorda quello del cacao tostato. La sua forma non si può improvvisare e da sempre dagli stampi esce la solita barretta che deve avere misure standard e ben definite: una lunghezza di 13 cm, una larghezza di 4,5 cm e un’altezza di 1,2 cm. Come da tradizione, a Modica si produce cioccolato aromatizzato alla cannella e alla vaniglia. Da qualche tempo è stata riscoperta l’aromatizzazione al peperoncino, anche se non mancano altre sperimentazioni. Molti laboratori artigianali, oltre ai consueti gusti, ne propongono di nuovi e così non è difficile trovare il cioccolato al caffè, all’arancia, al limone, alla carruba, allo zenzero o al sale di Trapani.

Gianduia, il segreto è nella nocciola delle Langhe

Tra i migliori cioccolati d’Italia, un posto d’onore va al Gianduia, che nasce dall’incontro del cacao con la nocciola delle Langhe ed è reso unico proprio dalla fragranza vellutata e dal sapore intenso di queste tipiche nocciole piemontesi. Spinti dalla necessità di far fronte alla scarsità del cacao dopo il blocco imposto da Napoleone nella città sabauda, i maestri cioccolatieri torinesi ebbero l’idea di mescolare questi due ingredienti ed è grazie alla loro intuizione se oggi possiamo gustare questo delizioso cioccolato.

La nascita del cioccolatino Gianduiotto

La ricetta fu perfezionata qualche decennio dopo, esattamente nel 1852, quando i cioccolatieri Michele Prochet ed Ernesto Alberto Caffarel iniziarono a tostare le nocciole prima di tritarle finemente. Un’ulteriore passaggio che ha fatto nascere il cioccolato gianduia così come lo conosciamo oggi, un cioccolato esclusivo per morbidezza e delicatezza. Da questo impasto nel 1865 nacque il cioccolatino Gianduiotto, la cui caratteristica forma ricorda quella di una barca rovesciata. Il cioccolato fu presentato in occasione del Carnevale e a distribuire i cioccolatini fu la famosa maschera piemontese Gianduia, da qui la scelta del nome.

Sorgente: I migliori cioccolati italiani – La Cucina Italiana

Nov 13, 2017

Grazia Deledda: l’unica scrittrice italiana che ha vinto il Premio Nobel

Nella storia della letteratura italiana sono state molte le donne che hanno lasciato un segno indelebile—scrittrici e poetesse come Alda Merini Natalia Ginzburg—ma fra i sei scrittori italiani che si sono aggiudicati il premio Nobel c’è n’è stata soltanto una: Grazia Deledda.

Sebbene da molti critici inquadrata nel novero degli autori che fanno parte del movimento Verista, in realtà questa scrittrice nel corso della sua carriera ha messo a punto una poetica peculiare e originale che ne ha caratterizzato la produzione.

Nata a Nuoro, in Sardegna, il 27 settembre 1871 Grazia cresce in una famiglia numerosa, agiata economicamente e con restrittivi valori religiosi imposti dal padre. Le figlie della famiglia Deledda non hanno la possibilità di uscire di casa e confrontarsi con il mondo esterno durante l’infanzia e l’adolescenza, e Grazia comincia così a coltivare un piacere solitario che la consola: la lettura.

A soli 17 anni invia un suo racconto alla rivista letteraria Ultima moda, e comincia così una proficua collaborazione con varie testate di settore, pubblicando altri racconti e poesie. Il vero e proprio inizio della sua carriera, comunque, si può datare nel 1892, anno in cui pubblica il romanzo Fior di Sardegna.

Il libro ottiene delle ottime recensioni, e nel 1895 la casa editrice Cogliati pubblica il suo secondo romanzo: Anime Oneste. E l’anno successivo anche il terzo, La Via Del Male. Nel 1896, dopo essersi sposata con un funzionario del Ministero delle Finanze conosciuto a Cagliari, si trasferisce a Roma, e corona il suo sogno di abbandonare la provincia sarda, di cui non ha mai condiviso la mentalità tradizionale.

In questo periodo comincia una collaborazione con la rivista letteraria Nuova Antologia, e pubblica a puntate due romanzi: Il Vecchio della Montagna e Elias Portolu.

L’inizio del Novecento segna anche la nascita del nucleo familiare di Deledda: dopo la nascita del primo figlio, la scrittrice mette a punto una routine domestica che le consente di continuare a scrivere ogni pomeriggio. È un periodo di grande prolificità, e nel 1904esce il romanzo Cenere, da cui verrà tratto anche un film.

Dal 1910 al 1919, poi, pubblica con una frequenza impressionante: Il nostro padrone e Sino al confine (1910), Colombi e sparvieri (1912), Canne al vento (1913), Le colpe altrui(1914), Marianna Sirca (1915), Il fanciullo nascosto (1916) e La madre (1919). I suoi lavori seguono tutti lo stesso iter di pubblicazione, prima passando per le riviste, e poi pubblicati dalla casa editrice Treves.

Dopo aver pubblicato Il Dio dei viventi, nel 1922, è chiaro a tutti che la prima impronta di Verismo da cui era partita la carriera della scrittrice è ormai un ricordo: al centro dei lavori di Deledda ci sono i sentimenti che innervano gli esseri umani, e le intricate relazioni che questi causano.

Il 10 settembre 1926  riceve il Premio Nobel per la Letteratura, prima e unica donna fra gli italiani, con la seguente motivazione: “Per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi”.

A questo punto, però, comincia un lento declino artistico: dopo aver sperimentato periodi di grande prolificità e ispirazione, i lavori di Grazia Deledda cominciano a mostrare segni di affaticamento. All’inizio del 1936 pubblica il suo ultimo romanzo, La chiesa della solitudine: muore pochi mesi dopo, a causa di una malattia che la perseguitava da tempo. Oggi un cratere di Venere porta il suo nome.

Sorgente: Hello! World

Nov 09, 2017

Che ne pensa l’Accademia della Crusca della lingua italiana sui social?

Abbiamo chiesto a Vera Gheno, una collaboratrice dell’Accademia della Crusca, di analizzare la lingua italiana al tempo dei social

di Mattia Nesto

La notizia ve la ricordate un po’ tutti. Lo scorso 19 giugno, durante la prima prova dell’esame di Maturità, sul sito del Ministero dell’Istruzione apparve questo sciagurato titolo: “Traccie prove scritte“. Ovviamente l’epic-fail del MIUR ha sollevato in brevissimo tempo un gran polverone. Motivo in più per comprendere meglio quanto il linguaggio sulla rete sia un argomento di fondamentale importanza per la nostra società. A questo proposito, recentemente, è uscito per Franco Cesati Editori un interessante libro, Social-linguistica. Italiano e italiani da social network , in cui si analizza come comportarsi, a livello linguistico e non solo, sui social network. Abbiamo raggiunto durante una conferenza in un liceo di Lecce l’autrice, Vera Gheno, sociolinguistica, traduttrice dall’ungherese e collaboratrice dell’Accademia della Crusca. Con lei abbiamo intrapreso un viaggio nei meandri dei peggiori obbrobri linguistici visti sui social e sulle ultime tendenze riscontrabili sull’internet. Alla fine abbiamo strappato anche un paio di consigli davvero ma davvero utili.

All’inizio del tuo libro citi una ricerca che ci ha lasciato abbastanza stupiti: in Italia nel 2016 ci sono più SIM del telefono che abitanti. Eppure, ancora oggi, gli italiani non sono così avvezzi all’uso di internet: come mai questa disparità da parte di un popolo costantemente attaccato allo smartphone eppure non amante di consultare internet?
Beh va ricordato che i dati che ho utilizzato nel mio libro sono stati presi dall’annuale ricerca condotta da We Are Social, un’agenzia che ogni anno fa un mega power-point con i dati che interessano tutto il mondo e quindi anche l’Italia. Detto questo non mi sembra una cosa così strana il fatto che gli italiani siano persone che amano parlare, fare pettegolezzi e mettersi a telefonare in giro. Trovo sia qualcosa di intimamente legato a noi a livello strutturale e antropologico. Viceversa per consultare internet, anche per le ricerche più banali e amene, occorrono delle competenze più o meno precise che, almeno nel nostro Paese, ancora non tutti hanno. C’è anche da dire che gli standard di connessione nella Penisola è abbastanza basso per tante ragioni, tra cui la conformazione morfologica e le linee telefoniche preesistenti le quali, grosso modo, è dai tempi di Meucci che non sono cambite. Paradossalmente, Paesi “nuovi” in questo senso come l’Estonia, dove non vi era o quasi linea telefonica, sono passate con rapidità alla banda larga. Da noi ci vorrà ancora del tempo.

Ad inizio di Social-linguistica fai riferimento al cosiddetto linguaggio neostandard, ovvero un tipo di linguaggio buono per tutte le occasioni: di che cosa si tratta?
L’italiano ha avuto una storia molto particolare, direi unica. Fino all’altro ieri, ovvero gli anni Sessanta, era parlato da una minoranza di persone. La maggioranza preferiva comunicare in dialetto, l’unica vera lingua padroneggiata. C’è voluta la televisione per unirci a livello linguistico. Ma oltre a questo l’italiano inteso a livello proprio linguistico, è una lingua artificiale, costruita lungo i secoli a partire da Bembo e per finire con Manzoni e da sempre si è sentita una certa differenza, se non distanza, tra la lingua insegnata a scuola e quella usata tutti i giorni. Ecco il neostandard (termine coniato dal linguista Gaetano Berruto) è, possiamo dire, l’italiano parlato dall’italiano medio, ovvero una lingua semplificata ma che viene veramente usata. Rispetto a quella che studiamo a scuola, nel neostandard c’è la totale scomparsa di pronomi come egli, sostituito con lui, si usano meno tempi e modi verbali e le congiunzioni giacché e affinché totalmente dimenticate. Non è un indebolimento dell’italiano ma la normale evoluzione della lingua derivata dalla pressione dei parlanti.

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Nov 06, 2017

 

 

Viaggio nella Londra letteraria, sulle orme dei grandi scrittori inglesi

Ecco alcune tappe per un viaggio nella Londra letteraria, nei pub, nei parchi e nelle librerie che hanno ispirato i grandi della letteratura inglese… – Immagini e particolari

Una delle città più frenetiche e culturalmente vivaci d’Europa, Londra offre molte attrattive ai visitatori, anche in relazione al cosiddetto “turismo letterario”: oltre alle splendide librerie e biblioteche della città, di cui vi abbiamo già parlato, offre anche la possibilità di visitare pub, ristoranti e parchi ispirati alla letteratura. 

Traendo spunto dalle proposte di Bustevi segnaliamo alcune tappe consigliate per un itinerario nella Londra letteraria, alla scoperta dei luoghi che hanno ospitato, e talvolta ispirato, i grandi autori della letteratura inglese, da Shakespeare Virginia Woolf, da Oscar Wilde a James Matthew Barrie.

 The George Inn è uno dei pub più antichi di Londra, tanto che perfino Shakespeare ebbe modo di frequentarlo, come anche Charles Dickens, che lo cita in La piccola Dorrit. 

londra letteraria the george inn

– The Sherlock Holmes Museum, al 221B di Baker Street l’abitazione del celebre investigatore creato da Arthur Conan Doyle è diventata un piccolo museo dedicato al celebre personaggio, maestro della deduzione.

londra letteraria Sherlock Holmes Museum

– Il Pub di Sherlock Holmes è un suggestivo ristorante di tradizionale cucina inglese che ospita diversi cimeli ispirati ai gialli dell’infallibile investigatore e un salotto arredato per riprodurre quello descritto nei libri.

the sherlock holmes londra letteraria

– The Globe, lo storico teatro in cui venivano rappresentate le opere di Shakespeare, talvolta alla presenza della stessa regina Elisabetta.

the globe londra letteraria

– Persephone Books è la libreria di un piccolo editore specializzato nella ristampa della fiction meno conosciuta degli anni ’20, soprattutto di autrici donne, tutte stampate con una copertina grigia che rende i suoi libri unici.

londra letteraria persephone books

– La casa della famiglia Darling di Peter Pan si ispirava a quella della famiglia Llewellyn-Davies, che l’autore conosceva; nel libro viene riportato un indirizzo fittizio, ma con tutta probabilità si tratta della casa al numero 31 di Kensington Park Gardens.

londra letteraria kensington gardens bloomsbury

 Libreria è una libreria e allo stesso tempo una sala di lettura, accogliente e originale, ma soprattutto senza wi-fi e senza caffetteria, per evitare ogni distrazione dalla lettura.

Sorgente: Viaggio nella Londra letteraria, sulle orme dei grandi scrittori inglesi – Il Libraio

Ott 24, 2017
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