Mondo Editoriale

Perché il romance è femminista e perché il femminismo ha bisogno del romance

“Il romance è cambiato, più in fretta della mentalità sessista della nostra società, e non sarà facile trovare fra le sue pagine le donzelle in attesa di essere salvate che popolano l’immaginario dei detrattori del rosa…”. Su ilLibraio.it l’approfondimento della scrittrice Roberta Marasco, che smonta gli stereotipi sul genere e racconta la sua evoluzione

Il romance è femminista perché…

-È cambiato tutto

Il romance è cambiato, più in fretta della mentalità sessista della nostra società, e non sarà facile trovare fra le sue pagine le donzelle in attesa di essere salvate che popolano l’immaginario dei detrattori del rosa. Tutto il contrario. Il rosa è un genere che ha saputo reinventarsi con audacia e che non ha avuto paura di sperimentare, pur restando fedele alla regola imprescindibile del lieto fine. “Il rosa è un genere scritto dalle donne, per le donne” sostiene Val Derbyshire in un articolo del Guardian intitolato  Mills & Boon romances are actually feminist texts, academic says. “Perché dovrebbero insultare il loro pubblico? Non ha senso. Queste sono piuttosto, nella maggior parte dei casi, storie di trionfo femminile, con il cupo protagonista maschile costretto a riconoscere il proprio sessismo e a cambiare mentalità.”

“La libertà che hanno le donne nei romanzi d’amore è molto alta” scrivono Marianna Peracchi e Valentina Divitini su Soft Revolution, in Il riscatto del genere: perché amiamo i romanzi rosa, “possono essere agenti segreti, donne in carriera, badass recupero crediti, super scienziate che salvano il mondo. Insomma che ve lo dico a fare: fanno tutto. Cosa che, purtroppo, nella letteratura tradizionale, soprattutto se scritta da autori di sesso maschile, non è una cosa così scontata: spesso la figura femminile è quella della vittima, della figura di contorno, della bella statuina.”

Il romance è cambiato, le protagoniste sono cambiate, sono sempre più spesso donne forti, in posizioni di potere, senza perdere per questo sensualità o femminilità. Sono donne che non accettano di essere trattate come oggetti, che pretendono rispetto, autonomia, indipendenza e il riconoscimento delle loro capacità, senza pregiudizi. Sono donne che non pensano che innamorarsi significhi rinunciare ai propri diritti o alla propria forza, tutto il contrario, solo dopo aver combattuto per affermarla si concedono di innamorarsi.

Se gli uomini leggessero romance, molto probabilmente scoprirebbero che i ruoli sono cambiati, che il loro ruolo all’interno nella coppia è cambiato e che, come scrive l’Independent, il femminismo non uccide affatto il romanticismo, al contrario: “l’uguaglianza di genere porta a relazioni più stabili” e più felici, oltre a togliere dalle spalle di entrambi il fardello di un ruolo maschile dominante, con tutte le conseguenze in termini di violenza e sopraffazione che questo ruolo comporta.

-Rivendica l’affermazione di sé

Per chi volesse addentrarsi nella giungla di titoli del romance e nei loro aspetti femministi, esiste perfino un blog, Romance Novels for Feminists, la cui autrice analizza con intelligenza e puntualità i temi femministi che fanno capolino fra le pagine delle storie d’amore lette.

Fra i diversi temi affrontati, Jackie C. Horne ne evidenzia uno particolarmente interessante, ossia la ricerca spesso difficile di un equilibrio fra il bisogno di prendersi cura degli altri e quello di indipendenza ed emancipazione. A partire dal dibattito riguardante il genere e il caretaking – “Le donne prendono decisioni morali basandosi sulle conseguenze che avranno sugli altri, mentre gli uomini le prendono sulla scorta di principi astratti? E se fosse così, le donne sono per natura più brave a prendersi cura degli altri rispetto agli uomini?” – l’autrice si sofferma sul romanzo Marry Me at Willoughby Close, di Kate Hewitt e giunge alla conclusione che la protagonista del romanzo, respinta dall’uomo di cui è innamorata, non tradisce la propria personalità o i propri principi e dunque, nonostante il suo carattere la porti a trovare la felicità nell’accudimento, sceglie di mettere in primo piano il bisogno di indipendenza e rispetto, smettendo di cercare riconoscimento e accettazione al di fuori di sé.

È un concetto fondamentale, negli equilibri precari e difficili della felicità femminile, capire fino a dove arriva la cura degli altri, almeno per chi la sente una propria responsabilità o per chi è predisposto per carattere a dedicarvisi, e dove inizia il bisogno di indipendenza.  Una componente narrativa fondamentale del romance è la schermaglia iniziale fra i due protagonisti, la tensione che caratterizza la loro relazione. E proprio in questa tensione si nascondono e si dibattono spesso questioni fondamentali come il rispetto di sé, l’accettazione, la sovversione delle regole sociali e dei pregiudizi. La schermaglia non è solo un battibecco più o meno divertente, non è solo un modo per prolungare la storia, ma è un esercizio di conflitto, che insegna alle donne che non c’è nulla di scontato in una relazione e che farsi valere e non rinunciare a se stesse è sempre necessario.

-Afferma il diritto di essere felici

Non c’è nulla di più femminista di una storia che insegna alle donne a essere felici, e il romance, soprattutto quello attuale, racconta prima di tutto questo. L’amore non è un mezzo, il protagonista maschile non è più il cavaliere dall’armatura luccicante che risolve la situazione, al contrario. Il suo arrivo di solito serve a complicare le cose, a mettere in crisi gli equilibri esistenti, quel tanto che basta per costringere la donna a mettersi in discussione e risolvere i propri conflitti interiori. L’amore dunque giunge solo dopo un percorso interiore più o meno approfondito sul piano psicologico, che serve alla protagonista per superare un trauma o un fallimento del passato, riscattarsi, accettarsi per quello che è, riscoprirsi diversa e più libera, concedersi di essere felice.

Il desiderio di rassicurazione alla base del romance non si esaurisce nel lieto fine, comincia dalla riconciliazione con se stesse, con i propri desideri, con le proprie aspirazioni. Quelle del rosa sono storie di riscatto e accettazione di sé, sono storie che concedono una seconda possibilità, che insegnano a sognare, a evadere, a confidare in un futuro diverso e migliore.

Per molte lettrici, poi, il rosa è un momento di svago, il tempo che ci si ritaglia per se stesse. Qualcuna lo legge sul cellulare mentre cucina, qualcun’altra in treno, qualcuna sul divano mentre il marito guarda la televisione. Non esiste un solo modo di leggere romance, proprio come non esiste un solo profilo di lettrice, ma per molte il romance è evasione, è una parentesi in una vita fatta di doveri e necessità altrui, una delle poche scuse che ci si concede per non fare nulla e dedicarsi solo a se stesse.

Il romance, insomma, è un’industria al femminile che produce felicità. “Voi autrici di romance rendete le persone felici. Non scusatevi mai per quello che fate” disse Mary Balogh a un convegno dedicato al rosa, come riporta Danielle Summers in un pezzo intitolato, non a caso, Writing romance fiction is a feminist act.

Il femminismo ha bisogno del romance perché…

-Sono i valori delle donne a dirigere la storia

Il rosa per molte donne è stato quello che per altre erano i gruppi di autocoscienza femministi. Per quanto possa sembrare assurdo, in parte è così. Il romance era il posto in cui trovare le tematiche e le problematiche tipicamente femminili che non venivano affrontate in altri romanzi, in cui imparare l’abc sentimentale e sessuale (giusto o sbagliato che fosse quello rappresentato nei romanzi in questione, soprattutto qualche decennio fa, quando i ruoli erano molto più stereotipati) quando nessun altro te lo spiegava. Era il posto in cui affrontare temi scomodi come lo stupro, il rapporto con l’altro sesso, la gestione della propria intimità. Era il posto in cui ritrovare l’universo femminile, con i suoi problemi, i suoi desideri, i suoi valori.

Oggi i romanzi sono cambiati e gli spazi per incontrarsi e confrontarsi anche, ma il romance resta il genere in cui sono i valori della protagonista a portare avanti la storia e a essere ricompensati, alla fine, in cui sono i suoi desideri a guidare la trama, in cui al centro c’è una visione del mondo tutta al femminile. Forse non sono i desideri auspicati dal femminismo, forse non sono i temi che più stanno a cuore al suo dibattito, ma sono (per ora) i desideri di una larga parte della popolazione femminile che in mancanza di alternative si rifugia nel rosa. È il loro modo di sognare e di guardare a ciò che vogliono e potrebbe essere prezioso per un nuovo femminismo che scelga di ripartire dalle donne, dalla loro sfera più intima ed emozionale, non dal confronto pur necessario con l’universo maschile, per provare ad arrivare più lontano e ad accogliere anche le donne che finora si sono sentite troppo tradizionali, troppo deboli, troppo poco battagliere o intellettuali per desiderare o credere di meritarsi l’etichetta di femminista.

Nel rosa trovano spazio tutte le donne, quelle più trasgressive e battagliere, che possono infrangere la legge ed essere ricompensate, o quelle più pacate e tradizionali, in attesa della loro occasione per vivere la vita con intensità e gratificazione.

“La protagonista di molti romance è una donna ‘comune’” sostiene Catherine Asaro in un’intervista a All About Romance. “In gran parte della fiction, le protagoniste femminili scompaiono sullo sfondo, a meno che non abbiano doti reputate ‘importanti’, definizione che fin troppo spesso ignora aspetti della vita che rientrano nella sfera femminile, come l’educazione dei figli, la casa o semplicemente una visione femminile del mondo. Le storie che si concentrano su questi aspetti sono considerate fesserie. Perché fesserie? È una parte fondamentale della vita.”

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Ott 04, 2017

E-book ora più adatti al prestito e a tutti i device

Due importanti innovazioni per gli e-book: migliorano le modalità del prestito bibliotecario digitale e la grafica è uniformata anche per diversi dispositivi

di Gregorio Pellegrino 

La comunità che gira intorno all’EPUB è in continuo fermento. Nel mese di settembre 2017 due importanti notizie hanno animato il mondo dell’ebook: in Canada la società DeMarque ha presentato una delle prime applicazioni di lettura che implementa Readium LCP (Licensed Content Protection) per il prestito digitale, mentre la Readium Foundation, in particolare l’EDRLab, presenta il primo prototipo funzionante di framework CSS per l’EPUB.
Entrambe le notizie toccano la realtà nostrana: la società DeMarque è il partner tecnico del distributore italiano Edigita, mentre il framework CSS è stato presentato da EDRLab e Readium Foundation, di cui la Fondazione LIA è membro.

Nei mesi scorsi avevamo parlato della prima demo ufficiale del DRM Readium LCP mostrata durante la seconda edizione dell’EPUB Summit, ora l’implementazione da parte di DeMarque per il mercato Canadese è un passo avanti importante, che incoraggia una rapida adozione in Italia. Francesca Noia di Edigita conferma: «LCP è già disponibile sulla piattaforma per tutti gli editori [italiani, ndr] che vorranno utilizzarlo per distribuire i loro titoli inizialmente nelle biblioteche canadesi e in futuro su tutti i circuiti che lo supporteranno».

Il sistema di DRM Readium LCP, particolarmente adatto per il prestito bibliotecario digitale, riduce considerevolmente la barriera tecnologica che l’utente incontra con gli altri sistemi, inoltre ha un costo di gestione nettamente inferiore alle alternative disponibili sul mercato.

Da questa parte dell’Atlantico, il 31 agosto 2017 l’EDRLab, sede europea della Readium Foundation, ha rilasciato il primo prototipo funzionante di framework CSS per l’EPUB. Nell’ambito dell’EPUB, questo framework rappresenta un passo importante per gli editori e i produttori di testi digitali. Al momento, infatti, è molto difficile impostare una grafica di un e-book che sia consistente sulle differenti applicazioni di lettura. Il framework è stato sviluppato in larga parte dal francese Jiminy Panoz, e-book designer, che lo scorso anno, stanco dell’inconsistenza nell’impaginazione grafica dei testi digitali sui diversi dispositivi, aveva mappato con la tecnica del reverse engineering le modifiche grafiche apportate da ogni app di lettura e creato un template CSS in grado di normalizzarle, così da garantire una resa il più simile possibile, su tutti i dispositivi. Il progetto è open-source e consultabile a questo link.

Forte di questa esperienza Jiminy Panoz, aiutato da contributi e feedback di tutta la comunità internazionale dell’editoria digitale, ha impostato un framework modulare e open source per la resa grafica dell’EPUB, che permette a chi produce i file EPUB di avere una buona sicurezza della resa grafica dei propri prodotti.

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Ott 02, 2017

Salgari, la rivincita in Inghilterra: “Il suo esotismo precorre i tempi”

Una ricerca in quattro volumi dell’italianista Ann Lawson Lucas

di ERNESTO FERRERO

Maltrattato o platealmente ignorato dalle storie della letteratura, anche da quelle più aperte al nazional-popolare e alla sociologia della lettura, perché «scriveva male», bistrattato dalla scuola e dai genitori perché scaldava le giovani menti, Emilio Salgari continua a vivere non solo nell’affetto inalterabile che gli hanno testimoniato tanti scrittori, da Eco a Pontiggia, Magris, Citati, da Borges a Sepúlveda. Pochi autori possono contare come lui su una pattuglia di esegeti che da decenni non si stancano di approfondire ogni minimo aspetto esistenziale o scrittorio, identificando nuove fonti, scoprendo pagine disperse, raccogliendo documenti e cimeli. Instancabili tigrotti della penna, devoti sino alla morte al loro carissimo leader.

Appartiene a questa schiera anche Ann Lawson Lucas, docente di Lingua e Letteratura Italiana in varie università inglesi e traduttrice di Pinocchio, che sin dagli Anni 60 ha avviato ricerche capillari su Salgari e la sua fortuna. La massa imponente dei suoi lavori va ora ordinandosi in una mega-opera in quattro volumi, Emilio Salgari, il cui primo tomo porta come sottotitolo Una mitologia moderna tra letteratura, politica, società (Olschki, pp. 442 con 42 tavole colori e 83 in bianco e nero, € 29). Gli altri che seguiranno sono dedicati agli anni del fascismo (che tenterà maldestramente di impossessarsene e quasi di farne un padre nobile), alla ripresa d’interesse del secondo dopoguerra e alla maturità della nuova critica salgariana agli albori del nuovo secolo.

La novità dell’approccio sta nell’avere ampliato una vicenda individuale all’intera epoca e al suo contesto letterario, editoriale, sociale, a partire dalle passioni per l’esotismo e l’orientalismo, che dilagano anche nell’arte e nelle fiere internazionali. In una scena affollatissima e formicolante non c’è soltanto l’iperproduttivo e versatile giornalista veronese. C’è la stampa quotidiana e periodica dell’epoca, con la sua fame dei richiestissimi feuilleton, che per pochi centesimi offrivano a una Italia che viveva poveramente in bianco e nero il lusso di un’epica esotica dai colori squillanti, mai visti prima. Ci sono almeno una dozzina di editori, dai fratelli Treves ai torinesi Speirani, dal tedesco-genovese Donath al siciliano Biondo e al fiorentino Enrico Bomporad, che si lanciano alla conquista di mercati in rapida crescita, perfezionando un’offerta molto variegata di dispense a basso prezzo, volumi illustrati e strenne di lusso.

Ci sono illustratori talentuosi, parte integrante del gran successo, dal genovese Pipein Gamba ai napoletani D’Amato e Della Valle, al siciliano G.G. Bruno, ad Arnaldo Ferraguti che aveva inciso anche per De Amicis, che sanno applicare le eleganze floreali del Déco all’impeto dell’azione drammatica (la magnificenza dell’apparato illustrativo è una delle attrazioni del volume). E ci sono gli altri scrittori d’avventure, gli imitatori, i continuatori (Luigi Motta), i plagiari, gli approfittatori postumi.

L’autrice ricostruisce in ogni minimo dettaglio (ivi comprese le condizioni contrattuali, i prezzi dei volumi e la fortuna commerciale) l’intricatissima vicenda editoriale di testi continuamente ripresi e adattati nelle sedi più diverse (decine e centinaia di romanzi, racconti, articoli d’ogni genere), o pubblicati sotto pseudonimo per eludere i contratti in esclusiva, senza escludere traduzioni e adattamenti. E soprattutto restituisce a Salgari tutta l’innovatività della sua perizia artigianale: assiduo frequentatore di biblioteche, maestro nel raccogliere i materiali storici, cronachistici ed enciclopedici che gli potevano tornare utili, nell’agganciarsi all’attualità (la guerra russo-giapponese o le imprese del Mahdi, un Bin Laden dell’epoca), addirittura nel dettare brillanti slogan pubblicitari.

Un Salgari che incantava anche perché politicamente scorretto. In un’Europa tranquillamente razzista mette in scena unioni multirazziali (l’abbronzatissimo Sandokan con la bionda anglo-partenopea Marianna), dà prova di un affetto istintivo per i deboli e gli oppressi, sta con gli indigeni contro le arroganti potenze coloniali, propone nuovi modelli femminili inventando eroine intrepide (modellate su Anita Garibaldi o Cristina di Belgioioso). Disprezza i grandi ricchi, le loro fortune sfacciate, l’idea stessa di profitto. Le meraviglie della tecnica non lo incantano più che tanto, perché finiscono per mettere in secondo piano le qualità dell’uomo. Giudica rozza la tecnologia dell’automobile perché troppo puzzolente e pericolosa; predice che un abuso di consumi elettrici renderà gli uomini isterici, anzi folli.

È un ambientalista ante-litteram, raffigura potentemente gli animali senza edulcorali come nel buonismo disneyano. Inventa un linguaggio brioso, diretto, ricco di neologismi e parole evocative. Insieme a Collodi e a De Amicis, ha fatto più lui per l’unità d’Italia e la promozione della lettura che tanti governi del nuovo regno. Il lavoro della Lawson Lucas aggiunge nuovi elementi alla gratitudine di generazioni di italiani.

Sorgente: Salgari, la rivincita in Inghilterra: “Il suo esotismo precorre i tempi” – La Stampa

Ott 01, 2017

L’entrata di Kobo nel mercato degli audiolibri

di Denise Nobili

Sulla scia della fortuna e della popolarità sempre maggiore che l’audiolibro sta riscuotendo, anche Kobo si lancia sul mercato degli audiobook, studiando un servizio apposito per i suoi clienti che andrebbe a offrire un’alternativa ad Audible di Amazon.

Per ora la novità investirà soltanto l’applicazione di Kobo e alcuni Paesi: Canada, America, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. L’app è stata aggiornata (sia per iOS che per Android) attraverso l’integrazione di un audio player e una sezione apposita, da cui sarà possibile accedere all’offerta di audiobook tra cui scegliere per l’acquisto e procedere direttamente all’ascolto. La serietà di Kobo nell’approcciare questo settore è dimostrata dalla dimensione dell’offerta di audiolibri disponibili fin da subito: 1,5 milioni di titoli. Ma l’azienda canadese promette un aggiornamento continuo del catalogo, con aggiunte settimanali.

Come già aveva fatto in passato attraverso un unlimited subscription program per gli e-book, Kobo ha previsto un programma di affiliazione mensile, che prevede il pieno accesso a tutto il catalogo senza alcuna limitazione sulla base del prezzo di copertina. Soprattutto per chi non ha mai provato ad ascoltare un audiolibro, è stato comunque pensato un periodo di prova gratuito di 30 giorni. Sia attraverso l’applicazione, sia attraverso la piattaforma e-commerce utilizzata da Kobo per i suoi servizi, Rakuten, sarà possibile iscriversi.

L’audiobook coniuga alcuni vantaggi, dalla possibilità di ascoltare un libro mentre si sta guidando a quello della portabilità pressoché ovunque: non sorprende quindi né l’uso sempre maggiore che se ne sta facendo, né la scelta di Kobo di pensare a un programma di affiliazione apposito, anche nella prospettiva di portarsi allo stesso livello di Amazon. Il mercato globale degli audiolibri conta cifre enormi, attualmente valutate attorno ai 3.500 miliardi di dollari, e lo scorso anno ha visto una crescita del 31% in America, dove anche la produzione continua a essere sostanziale da almeno tre anni (circa 36 mila titoli all’anno).

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Set 26, 2017

La storia di Elena Lucrezia Cornaro, la prima donna laureata della storia

La scrittura e la testimonianza sono strettamente legate. Uno dei poteri dello scrivere è quello di ricordare, seguendo la preziosa lezione di Primo Levi, per riportare alla memoria quello che siamo stati, e “ricomporre l’infranto” del nostro passato.

Uno dei temi che in quest’ottica ci sta più a cuore è quello che riguarda le difficoltà delle donne nella nostra storia, recente e remota, in ogni campo. Abbiamo raccontato di Helen Gardner, Cleo Madison e delle altre donne che hanno cambiato il cinema, fino a Lina Wertmüller, la prima regista a essere stata nominata ai premi Oscar; le donne che hanno combattuto i pregiudizi nella musica classica, e poi le storie di Trotula de Ruggiero e Margaret Ann Bulkley, donne-pioniere che hanno praticato la medicina.

Oggi vogliamo raccontare la storia di Elena Lucrezia Corner Piscopia, indicata anche come Elena Lucrezia Cornaro: la prima donna laureata della storia.

Nata nel 1646, Elena Lucrezia è la quinta di sette figli. Il padre, Giovan Battista, è un nobile appartenente a una delle più importanti famiglie di Venezia; mentre la madre, Zanetta Boni, è di umili origini. Proprio per questa relazione socialmente scandalosa, i figli, anche se legittimati, verranno esclusi per molti anni dal novero del patriziato. (Una questione che verrà risolta nel 1664 quando Giovan Battista sborserà più di 100mila ducati).

Uno degli avi della famiglia era Alvise Corner, personalità di rilievo nella Padova degli inizi del XVI secolo, scienziato, inventore e amico di Galileo. Ai tempi di Elena Lucrezia però il prestigio della famiglia era tramontato, e da anni era estranea alle maggiori magistrature della Repubblica di Venezia. Il padre di Elena Lucrezia si batterà fino alla morte per ritrovare l’antico pregio goduto in passato. La vicenda della laurea di Elena Lucrezia si inserisce in questo piano di riabilitazione sociale. Le continue frustrazioni di Giovan Battista e il seguente esibizionismo culturale richiesto alla figlia sono fattori strettamente legati con la storia del suo primato universitario.

Il padre si accorge presto delle passioni della figlia e le permette di studiare con i migliori professori. Lei è consapevole del “vano compiacimento” del padre, ma sceglie di continuare ad assecondarlo per non deluderlo, “tanto ne godeva che sembrava di vederlo ringiovanire”. La sua passione per lo studio però non è finalizzata allo sfoggio nei salotti della buona società, come voleva il padre.

 

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Set 19, 2017

Informazione digitale, continua la crescita negli Usa

di Camilla Pelizzoli

Confermando la tendenza dello scorso annosempre più statunitensi cercano e consultano le notizie attraverso i social network. Tuttavia l’aumento, leggero in termini di popolazione generale, è portato dalla crescita notevole di alcuni segmenti in particolare della popolazione, come sottolineato dai dati rilevati dal Pew Reasearch Center.

Infatti si è sì passati dal 62% al 67% degli adulti americani che leggono notizie sui social (e di questi lo fanno «spesso» il 20%), ma le persone di più di 50 anni sono passate dal 45% al 55%; le persone non caucasiche dal 64% al 74%; e aumentano anche le persone senza un titolo di studio superiore, passando dal 60% al 69%. Una crescita importante, che da una parte sottolinea probabilmente un aumento di consapevolezza e di utilizzo da parte degli ultra-cinquantenni, dall’altra una possibilità, per categorie che spesso fanno parte di un discorso «minoritario», di seguire canali d’informazione non mainstream che riportano accadimenti e fatti magari ignorati dai player tradizionali, oppure inseriti in una «narrativa» in cui il fruitore non si rispecchia.

Social media news user profiles
I vari social differiscono profondamente, inoltre, nelle percentuali di utenti che li usano anche per informarsi. Se la palma d’oro degli «utenti informati» va a Twitter, utilizzato dal 75% dei suoi utenti per informarsi, vero è che in realtà questa alta percentuale non conta molto nel momento in cui si confrontano le dimensioni di questo social con gli altri; solo il 15% degli americani adulti utilizza Twitter (ovvero, sul totale degli statunitensi «solo» l’11% usa Twitter per informarsi). Certo, con la presidenza Trump questi numeri sono aumentati; tra gli utenti già registrati, la percentuale di chi usa il social per informarsi è cresciuta del 15%. Ma non sarà la passione del Presidente per i 140 caratteri a portare nuovi utenti a cinguettare.

Facebook, al contrario, ha percentuali leggermente più basse di lettori di news (il 68% dei propri utenti; +2% rispetto al 2016), ma grazie all’effettivo numero di utenti iscritti è in realtà il maggior canale di informazioni per gli utenti americani: il 66% degli adulti statunitensi è iscritto a Facebook, il che si traduce in un 45% che lo usa per informarsi. Ovvero, quasi la metà della popolazione americana si affida a Facebook, insieme ad altre fonti.

Twitter, YouTube and Snapchat have grown since 2016 in portion of users who get news on each site Social media sites as pathways to news

I social in cui si è rilevata una maggior percentuale di crescita tra gli utenti che cercano notizie sono stati, oltre a Twitter, YouTube e Snapchat. Per quanto riguarda il primo, gli «spettatori» che lo usano per informarsi sono aumentati dell’11%; rappresentano il 18% della popolazione, il che fa di YouTube il secondo canale informativo tra i social per dimensioni. Un aspetto che il social ha accolto e sviluppato, aggiungendo nella homepage la sezione Breaking News e avviando YouTube TV.
Snapchat ha visto un aumento del 12% (dal 17% al 29%); il che significa il 5% degli statunitensi lo usa per informarsi. Una crescita dovuta anche alle partnership con alcuni canali d’informazione tradizionali, come la CNN e il «New York Times», che sono entrati a far parte della sezione Discover dell’app.

Ovviamente questo utilizzo dei social non vuole dire, però, che non ci siano delle sovrapposizioni nella dieta informativa degli utenti, sia tra le diverse piattaforme, sia con i media tradizionali. Il 26% degli americani consulta le notizie su più di un social network; il 18% continua a rifornirsi in edicola e a leggere giornali; il 25% si informa ascoltando la radio e il 37% lo fa guardando la TV in chiaro.

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Set 14, 2017

In Usa non si ferma la crescita dell’audiolibro

di Alessandra Rotondo

L’Audio Publishers Association ha pubblicato i risultati della sua annuale indagine sul settore degli audiobook, condotta (per la parte che concerne il mercato) dalla società di ricerca indipendente Management Practice e dalla Edison Research per quanto riguarda il pubblico e le sue abitudini.
Su entrambi i fronti sembra non arrestarsi la forte crescita che da qualche anno a questa parte sta attraversando il comparto. Nel 2016 le vendite hanno infatti superato i 2,1 miliardi dollari, con una crescita del 18,5% a valore e del 33,9% a volume rispetto all’anno precedente. È il terzo anno di seguito che le vendite a valore aumentano di circa il 20% rispetto all’anno precedente.
L’incremento delle vendite è generato in gran parte dall’aumento del pubblico che si dichiara «ascoltatore» di audiolibri: il 24% degli americani (più di 67 milioni di persone) ha completato l’ascolto di almeno un audiobook nel corso del 2016, con un incremento del 22% rispetto all’anno precedente. Il 48% dei fruitori di audiolibri ha, inoltre, meno di 35 anni e spesso chi ascolta audiobook ascolta anche podcast (che però non fanno riferimento al perimetro di mercato che si sta analizzando). In particolare, gli ascoltatori di podcast che sono anche fruitori di audiobook, negli ultimi 12 mesi hanno ascoltato il doppio degli audiolibri rispetto ai non fruitori di podcast.
Chi ascolta audiobook è spesso un lettore forte. In media, infatti, l’«ascoltatore» ha letto (su qualsiasi supporto, anche audio) 15 libri l’anno. In più, il 77% degli «ascoltatori forti» concorda o concorda fortemente con l’affermazione «gli audiolibri aiutano a portare a termine la “lettura” di più libri». Cresce poi il numero degli utenti che utilizza lo smartphone per ascoltare gli audiobook: era il 22% nel 2015, attualmente è il 29%.
La maggior parte degli ascolti avviene tra le mura domestiche (57%), mentre l’automobile è la seconda location più ricorrente (32%). Il 68% degli intervistati dichiara di dedicarsi ai lavori domestici durante la lettura. Altri comportamenti multitasking emergenti coinvolgono l’attesa della cottura dei cibi (65%), l’esercizio fisico (56%) e il bricolage (36%).
Per la prima volta il sondaggio di quest’anno ha chiesto conto ai fruitori anche dell’eventuale ascolto attraverso smart speaker come Amazon Echo o Google Home: il 19% ha dichiarato di averci «letto» almeno un audiobook nel corso dell’ultimo anno.  Tra gli «ascoltatori frequenti» la percentuale sale al 30.

Altri aspetti interessanti messi in luce dalla ricerca:

  • Le biblioteche rimangono il più importante canale d’accesso all’offerta del settore e il prestito bibliotecario è il più efficace driver di scoperta per i nuovi titoli. È il 27% del campione a dichiararlo.
  • Tra gli oltre 50 mila titoli prodotti in formato audio nel 2016, i generi più rappresentati sono il giallo, la fantascienza e il rosa.
  • I tre principali motivi per cui gli utenti dicono di preferire l’ascolto di audiolibri sono 1)la possibilità di fare altro durante «la lettura», 2)il fatto che gli audiolibri siano portatili e fruibili ovunque, 3) il divertimento nella «lettura».
Secondo Tom Webster, vicedirettore strategico di Edison Research, «il mercato degli audiobook continuerà a crescere, perché continuerà a crescere il pubblico interessato a questo tipo di fruizione». L’ampiamento dell’ascolto di audiolibri, unito a quello dei podcast e al rapporto che evidentemente lega i due tipi di consumi, è il segnale di una sempre più evidente rinascita della «parola parlata». E del suo mercato.

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Set 06, 2017

L’e-book sta per morire?

La maggior parte dei flussi di vendita passa per Amazon, che si rifiuta fermamente di fornire i dati di vendita per quei libri pubblicati esclusivamente sul Kindle. In queste pieghe non sondate potrebbe annidarsi un potenziale incremento del mercato digitale non proveniente dagli editori tradizionali

di Alessandra Rotondo

L’arrivo del Kindle – nel 2007 per il mercato statunitense, nel 2009 per il resto del mondo (inizialmente solo nella versione in lingua inglese) – è stato spesso paragonato, per dirompenza, a quello dell’iPod nell’industria musicale. «Non c’è da stupirsi» commenta Simon Rowberry su The Bookseller. «Il formato e-book prometteva notevoli vantaggi. Gli utenti avrebbero potuto modificare le impostazioni tipografiche del testo per una maggiore leggibilità, la portabilità sarebbe aumentata, nessun limite avrebbe più condizionato il rapporto tra il lettore e il catalogo dell’editore».

A dieci anni dall’arrivo degli e-book sul mercato, molti si chiedono se il formato abbia mantenuto le promesse fatte. Anche alla luce dei dati, che mostrano come nell’ultimo periodo il libro elettronico si sia costantemente confrontato con un consistente calo delle vendite. Il PA Publishing Yearbook registra, per il 2016, un -17%, a fronte di un aumento dell’8% dei ricavi provenienti dalle vendite del «libro fisico». Sul versante dei «formati innovativi», l’e-book appare peraltro totalmente surclassato dall’audiolibro, che – almeno nel mercato statunitense – continua incessantemente a crescere.

Tuttavia, continua Rowberry, sono poche le opinioni che si spingono più in là della superficie. E se, apparentemente, il «declino» dell’e-book può essere imputato alle preferenze bibliofile dei lettori e al loro amore per la carta, la faccenda è più complessa di così.

In primo luogo, i sistemi e le metriche di rilevazione e sintesi dei dati sul mercato editoriale dell’Associazione degli editori britannici (quelli di tutte le associazioni degli editori, potremmo aggiungere) si stanno ancora adeguando ai nuovi modelli dell’editoria. Proprio come l’industria musicale ha dovuto – volente o nolente – confrontarsi e imparare a «misurare» il fenomeno dello streaming (Spotify, giusto per portare l’esempio più celebre), così l’industria editoriale sta ancora capendo come valutare l’impatto delle nuove forme e tecnologie di lettura (come i servizi in subscription, per esempio: Amazon Unlimited primo fra tutti).

La «quota e-book», peraltro, non include segmenti emergenti delle vendite digital onlytra cui gli autopubblicati, dove nuovi generi guidano un mercato vibrante e divergente. La maggior parte di questi flussi, infatti, passa per Amazon, che si rifiuta fermamente di fornire i dati di vendita per quei libri pubblicati esclusivamente sul Kindle. In queste pieghe non sondate potrebbe annidarsi un potenziale incremento del mercato digitale non proveniente dagli editori tradizionali.

La riduzione delle entrate provenienti dagli e-book, considera ancora Rowberry,  è una conseguenza diretta della priorità riconosciuta dagli editori ai prodotti editoriali stampati, a scapito di quelli digitali. Il lancio del Kindle negli Usa, nel 2007, è iniziato con la commercializzazione dei titoli digitali a 9,99 dollari: con uno «sconto» di almeno 10 dollari rispetto al cartaceo. Questo approccio era naturalmente insostenibile nel lungo periodo, ma ha condizionato le aspettative dei lettori rispetto al costo dei libri elettronici. Quando i prezzi degli e-book si sono fisiologicamente avvicinati a quelli del libro fisico – ma i lettori erano ormai abituati alla «convenienza» del prodotto digitale – la vendita delle copie cartacee ha cominciato a cannibalizzare il mercato del libro elettronico.

È pur vero che sia l’EPUB che il formato proprietario di Kindle si basano su tecnologie di 20 anni, in un’epoca caratterizzata da una rapida obsolescenza tecnologica. Il recente piano che prevede la fusione dell’IDPF con il W3C potrebbe segnare un momento fondamentale di svolta per l’editoria digitale e rappresentare una sfida significativa per il formato e-book. Infatti il comitato, pur continuando a sostenere l’EPUB, sta sperimentando nell’ambito delle Portable Web Publications (PWP), con l’obiettivo – probabilmente – di «spostare» la lettura digitale dalle applicazioni dedicate ai browser, attraverso sistemi nativi. Questo comporterebbe indubbiamente dei vantaggi, ma chiamerebbe i libri a scendere nell’arena della conquista dell’attenzione sul web, al pari di tutte le altre offerte di contenuti con le quali l’utente si trova a interagire durante la navigazione.

Se il PWP sostituirà effettivamente l’EPUB, la resistenza di Amazon nei confronti del formato potrebbe risultare – col senno di poi – lungimirante. Per il momento, comunque, a Rowberry le profezie funeree sul libro digitale sembrano azzardate. Certo non impossibili, se il disinteresse di Amazon e la caduta del mercato trade dovessero perpetuarsi.

Gli editori, dal canto loro, dovrebbero guardare all’e-book come a un alleato piuttosto che come a un antagonista del libro cartaceo. Lasciare che l’e-book muoia per trarre beneficio dalla vendita delle copie stampate nel breve periodo, potrebbe significare rinunciare al libro digitale come formato autonomo e circoscritto nel lungo periodo. E dover competere indistintamente con l’enorme varietà di generi e formati offerti dal web per conquistare l’attenzione dei lettori, in un futuro non poi così lontano.

Sorgente: L’e-book sta per morire?

Set 04, 2017

Chi è stato il primo poeta della storia?

Dire con certezza chi sia stato il primo nella storia a inventare qualcosa non è sempre facile, soprattutto se dobbiamo riavvolgere di molto le lancette. Per esempio, appurato che il mito di Prometeo sia legato semplicemente alla leggenda, sappiamo che il fuoco è stato scoperto all’incirca nel Paleolitico—ma difficilmente sapremo mai dire da chi.

Se per esempio pensiamo alla scrittura, molto prima che finisse su carta, gli storici hanno individuato due momenti in cui questa è nata: nell’antica Mesopotamia intorno al 3400 a.C.; e in Mesoamerica intorno al 600 a.C. Perché, si sa, la stessa idea può venire a più persone—anche a distanza di secoli.

Sulla rivista letteraria LitHubCharles Halton, studioso di testi religiosi presso la St Mary’s University, ha pubblicato un interessante articolo che risponde a una domanda che forse ti sarà già passata per la mente: chi è stato il primo poeta della storia?

Innanzitutto, bisogna fare subito una precisazione: si tratta di una poetessa. Il suo nome è Enḫeduanna: sacerdotessa della Mesopotamia vissuta all’incirca 4200 anni fa. Questa scoperta venne fatta da alcuni archeologi negli anni venti nel Novecento che trovarono nell’attuale Iraq diversi reperti, grazie ai quali si è potuto scoprire che fosse una delle figlie di Sargon, re di Akkad e fondatore del più antico impero della storia, il cui inizio si aggira intorno al 2340 a.C.

Nell’articolo pubblicato su LitHub, l’autore spiega che Enḫeduanna era devota alla dea della fecondità e della guerra Inanna. La poetessa era solita concentrarsi nelle sue liriche sul concetto d’amore piuttosto che sulle battaglie, ma è giusto sottolineare che la sua opera più famosa è soprattutto incentrata sul secondo tema.

poetessa

La lirica in questione, intitolata “L’esaltazione di Inanna,” è focalizzata su uno dei momenti più difficili per Enḫeduanna: racconta, infatti, di quando fu costretta a scappare dalla città di Ur e a vivere in esilio per un periodo nella steppa, dove “la luce intorno a me è oscurata, le ombre avvolgono lo splendore del giorno, che è offuscato da una tempesta di sabbia, quando la mia bocca dai suoni (un tempo) incantevoli è stravolta, le mie elette sembianze sono ridotte in polvere”. Il periodo, però, durò relativamente poco, in quanto il re Sargon riuscì a rimpossessarsi del trono e sconfiggere l’usurpatore sumero Lugallanna.

Di questa opera, di 153 righe, sappiamo molto perché “sono state trovate oltre cinquanta diverse copie su tavolette cuneiformi”, chiarisce Charles Halton. Motivo per cui si crede fortemente che Enḫeduanna—principessa, sacerdotessa e poetessa—fosse molto amata sia dagli uomini di cultura che dal popolo.

Sorgente: Hello! World

Lug 29, 2017

Leggere romanzi può alleviare ansia e stress. Ecco come…

Leggere aiuta a ridurre i livelli di ansia, rende più facile gestirla e tenerla sotto controllo; se ne parla su BustleTracy Shawn, scrittrice e psicologa,  individua questa caratteristica benefica soprattutto nella lettura di romanzi.

L’ansia (in certe misure) è una reazione naturale allo stress che può avere anche effetti positivi: aiuta a mantenere la concentrazione sul compito da svolgere e ci rende particolarmente vigili ma, allo stesso tempo, quando è eccessiva, diventa un problema da non sottovalutare. La buona notizia è che, a volte, può bastare un romanzo a tenere la situazione sotto controllo…

1. Abbassa il battito cardiaco e rilassa il corpo

L’ansia è psicologica ma i suoi effetti colpiscono anche il corpo, causando l’accelerazione del battito cardiaco, che la lettura aiutaad abbassare, così come aiuta a rilassare i muscoli.

2. Aiuta ad allontanarsi dalla realtà

Fuggire dai proprio problemi è impossibile, ma dalla realtà, ogni tanto, ci si può allontanare: i libri sono un porto sicuro in cui ogni lettore può rifugiarsi e trovare conforto, dimenticando per qualche ora i propri problemi.

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3. Dà una nuova prospettiva ai problemi

Leggere delle difficoltà e dei problemi altrui aiuta a mettere i nostri in prospettiva, così che non sembrino insormontabili: i romanzi danno la possibilità di immedesimarsi e mettersi nei panni degli altri, aiutando il lettore a relativizzare le proprie difficoltà.

4. Riduce i livelli di stress e la tensione

La lettura è uno dei modi più semplici ed efficaci per rilassarsi e proprio per questo è un ottimo metodo per combattere lo stress, che è all’origine dell’ansia. In questo modo un buon libro può essere, in certe situazioni, la soluzione che permette di prevenire, anziché curare, il problema…

Sorgente: Leggere romanzi può alleviare ansia e stress. Ecco come… – Il Libraio

Lug 28, 2017
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