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Mondo Editoriale

Storie dei detective del Waldorf Astoria

Quelli che a inizio Novecento vigilavano sugli ospiti del prestigioso hotel di New York, sventando truffe e ritrovando costosi oggetti smarriti

Il Waldorf Astoria è uno degli hotel più famosi e antichi di New York e uno di quelli per cui si può davvero usare l’aggettivo leggendario, visto il prestigio e la quantità di storie affascinanti e più o meno veritiere sul suo conto: celebre per le feste sfarzose e gli ospiti importanti – Fidel Castro, Cary Grant, Muhammad Ali, Katharine Hepburn – è il posto dove Frank Sinatra diventò famoso e Louis Armstrong si esibì per l’ultima volta, ha ospitato tutti i presidenti americani, ha una stazione ferrovia sotterranea e segreta, ha inventato piatti poi mangiati in tutto il mondo, come l’insalata Waldorf e i cupcake red-velvet, ed è stato il primo hotel della città con l’elettricità e i bagni privati nelle camere.

Tra questi aneddoti curiosi c’è anche quello, raccontato da Slate, dei detective ingaggiati dall’hotel per far sentire gli ospiti al sicuro, sventare crimini e truffe, e più frequentemente ritrovare oggetti smarriti. I loro atti, più ordinari che eroici, finivano spesso sulle pagine di cronaca del New York Times dell’epoca e venivano via via annotati in un registro, il cosiddetto Black Book. Il registro venne compilato dal 1902 al 1929, anno in cui il Waldorf, cioè la prima versione dell’hotel costruito dall’omonima famiglia, venne chiuso per far spazio all’Empire State Building e ricostruito tra Park Avenue e Lexington con il nuovo nome di Waldorf-Astoria Hotel ma le stesse lussuose caratteristiche. Il libro venne allora portato nella sezione Waldorf della New York Public Library di New York, dov’è tuttora conservato e dove chiunque può sfogliarlo dopo che per anni non era stato accessibile al pubblico per proteggere la privacy dei primi ospiti del Waldorf, spesso personaggi noti e conosciuti.

Nei primi anni del Novecento, quando non esistevano gli aerei e gli spostamenti richiedevano molto più tempo, era abituale per i viaggiatori fermarsi più a lungo negli hotel, che erano abituati ad avere anche ospiti fissi e oltre alle camere gestivano anche ristoranti e molti negozi. Tra i servizi offerti c’era anche un gruppo di detective che sorvegliava costantemente l’hotel e la sua lobby. In realtà si occupavano soprattutto di rimediare alla sbadatezza degli ospiti che dimenticavano o perdevano nella hall e nella sala da pranzo sciarpe, gioielli e borse varie. Considerata la loro ricchezza si trattava spesso di perdite ingenti, che però venivano quasi sempre recuperate. Un articolo del 1912 del New York Times racconta per esempio di quando la moglie di Hiram Johnson, allora candidato alla vice-presidenza degli Stati Uniti con il partito Progressista, perse una spilla di diamanti in ascensore: venne ritrovata e riconsegnata tre ore dopo.

Gli ospiti del Waldorf attiravano costantemente ladri e truffatori, che gravitavano all’ingresso o si intrufolavano nella hall: i detective dovevano riconoscere al volo i recidivi e cacciarli, e prendere nota delle facce nuove, dovessero mai fare qualcosa di sospetto. A volte però le truffe erano molto più puerili, come il caso di un uomo che si era seduto “nella sala rossa”, si legge nel registro, e stava utilizzando la carta da lettera del Waldorf per rispondere agli annunci di lavoro, nella speranza di spacciarsi per un residente dell’hotel e ottenerlo più facilmente grazie al suo rassicurante prestigio. Un detective ovviamente lo scoprì, glielo impedì e lo cacciò. Tra le altre missioni non esattamente valorose registrate nel Black Book ci sono anche cose così: “Trovato un grosso cane al quinto piano”.

I detective non avevano solo il compito di garantire la sicurezza degli ospiti ma ne proteggevano anche la morale, allontanando quelli che facevano cose contrarie al buon costume dell’epoca come “portarsi una donna in camera”. Il registro riporta anche il caso di una donna sposata che era arrivata in anticipo in hotel e aveva sorpreso il marito in stanza con il figlio adolescente di un altro ospite. Anche se adesso il loro lavoro è dimenticato, all’epoca i detective del Waldorf erano popolari: uno di loro, Joe Smith, che aveva iniziato lavorando come poliziotto a Londra, divenne una specie di celebrità e nel 1929 uscì un libro con lui protagonista, Crooks of the Waldorf.

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Giu 22, 2017

In Germania, un monumento costruito con migliaia di libri censurati

In Germania è stato realizzato un monumento dalla forma di un partenone con oltre centomila libri, un tempo considerati “proibiti”

La Germania è uno dei paesi culturalmente ed artisticamente più evoluti del mondo e in ogni occasione dimostra la sua lungimiranza; ne è un esempio lo splendido monumento realizzato con migliaia di libri, un tempo vittime di censura. Nella Friedrichsplatz di Kassel è stato costruito un monumento, la cui forma riprende quella del Partenone, con oltre centomila libri, un tempo considerati “proibiti”. La scelta del luogo è  stata tutt’altro che casuale: questa piazza infatti è molto conosciuta nella storia della Germania, perché proprio lì, nel 1933, Hitler ordinò il rogo di numerosissimi libri finiti nella lista nera dei nazisti.

Questo interessantissimo progetto, frutto di una splendida sinergia tra arte e storia, è nato dalla famosa artista contemporanea argentina Marta Minujín, in occasione dell’esposizione Documenta14, tutt’ora in corso. Chiamato“Partenón de libros prohibidos”, questo monumento imita molto le forme dell’acropoli di Atene, e la struttura è stata completamente ricoperta da libri sigillati in buste di plastica, così che restino protetti in caso di pioggia e di vento. La raccolta dei volumi è nata attraverso una riuscitissima campagna di crowdfounding, coinvolgendo tutto il mondo: migliaia di persone infatti hanno inviato un libro che sia stato proibito in passato, o che sia proibito tutt’ora in specifici Paesi. Un progetto analogo era già stato realizzato dall’artista in Argentina, suo paese natale, per celebrare il ritorno della democrazia, dopo anni di silenzio e di soprusi.

Grazie all’aiuto di un gruppo di studenti e un lavoro durato alcuni mesi, questa volta Marta Minujín ha ricostruito un tempio sul modello del Partenone, rispettandone le proporzioni, e infine posizionandolo al centro della Friedrichsplatz di Kassel. Il Partenone dei libri può essere considerata a tutti gli effetti un’opera epocale: politica, ma non ideologica, questa installazione racconta la storia passata e recente, evocando il dramma della distruzione dei libri non ariani voluta da Hitler e l’attuale crisi degli Stati occidentali. Molto apprezzato dagli abitanti del posto e dai numerosi turisti in visita in questi giorni, il lavoro realizzato dall’artista argentina è un segno importante per la costruzione di un messaggio democratico e aperto: ancora una volta la Germania si è dimostrata un paese lungimirante ed illuminato.

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Giu 20, 2017

Notitiae quae non erant

I romani non sparsero del sale su Cartagine, Archimede non salvò Siracusa con un sistema di specchi, e altre storie del mondo antico che citiamo a sproposito

Anche se a volte non lo sappiamo, diverse espressioni e modi di dire che usiamo oggi sono legate a episodi della storia romana o greca. Ma molti di questi in origine avevano un significato diverso, oppure sono legati a fatti di dubbia storicità: “mettere la mano sul fuoco”, ad esempio, non si riferisce a un episodio in cui qualcuno si dice sicuro di qualcosa. Non possiamo dare per certo nemmeno il famoso “tu quoque” (anzi), mentre siamo piuttosto sicuri del fatto che i romani non abbiano sparso del sale su Cartagine dopo averla distrutta, e che Archimede non salvò Siracusa da un assedio con l’aiuto di alcuni specchi.

Le statue greche e romane non erano bianche
Nonostante ora le vediamo così, in origine erano pitturate con colori anche piuttosto sgargianti: alcuni esemplari, come le sculture di un tempio dell’isola greca di Egina, hanno anche conservato delle tracce di colore ben visibili ai raggi ultravioletti. L’equivoco nasce dal fatto che le statue sono state ritrovate centinaia di anni dopo la loro produzione, quando la pittura era ormai svanita: i lavori degli scultori rinascimentali e neoclassici – non pitturati, così come le statue romane che avevano davanti a loro – hanno contribuito a rafforzare la falsa convinzione che anche gli originali fossero bianchi.

Archimede e gli specchi ustori
Film, aneddoti e storielle sull’antichità hanno raccontato più volte che nel 212 a.C. il matematico Archimede riuscì a difendere la città siciliana di Siracusa bruciando le navi romane con un elaborato sistema di specchi. Da secoli circola grande scetticismo su questa storia, sia perché con le conoscenze e i materiali dell’epoca sarebbe stato molto complicato, sia perché viene riportata solo da fonti tarde. Come avvenuto per altri aneddoti di questo tipo, la storia potrebbe essere nata dall’unione di racconti diversi: da fonti attendibili come gli storici Polibio e Tito Livio sappiamo che Archimede contribuì alla difesa della città costruendo delle macchine da guerra, mentre lo scrittore latino Apuleio nella sua Apologia racconta che Archimede aveva scritto degli specchi ustori «in un libro importante» sullo studio degli specchi (che però non possediamo).

Tu quoque, Brute, fili mi!
Sono le parole che comunemente vengono attribuite a Giulio Cesare mentre veniva ucciso da un gruppo di ribelli – fra cui il nobile romano Bruto – il 15 marzo del 44 a.C.. La frase probabilmente non fu mai pronunciata in questa forma. Il primo a parlare di una cosa simile fu Svetonio, uno storico latino con uno spiccato gusto per gli aneddoti, che scrivendo 150 anni dopo riportò che Cesare disse a Bruto, in greco: «καὶ σύ, τέκνον» (“anche tu, figlio”). Nessun’altra fonte più affidabile o antica di Svetonio ne parla. Inoltre, ci sono diverse cose che non quadrano: il fatto che Cesare avesse parlato in greco, e che avesse chiamato Bruto “figlio” (dato che secondo le fonti aveva un buon rapporto con lui, ma non era suo figlio naturale né lo aveva adottato). È ancora meno probabile che dopo l’omicidio di Cesare Bruto abbia detto “sic semper tyrannis” (“è così che succede sempre, ai tiranni”). E se anche prendessimo per buono tutto quanto, vorrebbe dire che Cesare non ha mai pronunciato le parole tu quoque.

Il sale su Cartagine
Secondo questa voce, i Romani cosparsero di sale il territorio della città africana di Cartagine dopo averla distrutta alla fine della Terza guerra punica, nel 146 a.C., per rendere infertile il terreno. La storia è quasi certamente falsa: non ne parla nessuna fonte antica – e ne abbiamo molte, sulla distruzione di Cartagine – ed è iniziata a circolare solo in età moderna. Nella storiografia romana non esistono altri casi di città rase al suolo e poi cosparse di sale.

La strage di Erode
È un episodio raccontato solamente nel Vangelo di Matteo, e in nessun’altra fonte storica o evangelica. Secondo Matteo poco dopo la nascita di Gesù Cristo l’allora re dei Giudei Erode il Grande ordinò di uccidere tutti i neonati di Betlemme perché aveva sentito che secondo una profezia in quella città era appena nato il nuovo re. Lo scetticismo degli studiosi su questo episodio è legato soprattutto al fatto che non se ne trova traccia in Flavio Giuseppe, uno storico romano di poco posteriore a Gesù Cristo che si occupò estesamente della storia della Giudea. La Chiesa Cattolica dà invece per certo l’episodio e ricorda i bambini morti nella presunta strage il 28 dicembre di ogni anno.

Muzio Scevola
In italiano, l’espressione “mettere la mano sul fuoco” significa essere certi di una cosa: è tratta da un episodio raccontato da Tito Livio, ma che in origine non era legato a quel significato. Il protagonista è Gaio Muzio Cordo, un giovane nobile romano che nel corso dell’assedio di Roma da parte degli Etruschi nel 508 a.C. propose al Senato romano di uccidere il comandante etrusco Porsenna con una missione segreta. L’incarico fu dato allo stesso Muzio, che però per errore uccise uno scriba etrusco. Catturato e portato davanti a Porsenna, Muzio minacciò Porsenna dicendogli che i Romani lo odiavano e che presto sarebbe stato ucciso da uno di loro. A quel punto, sempre secondo Livio, Scevola disse: «questo è il valore che dà al corpo chi aspira a una grande gloria». E si fece bruciare la sua mano destra in un braciere. Porsenna, impressionato dal coraggio e forse convinto che Muzio volesse punirsi, lo lasciò andare. Scevola fu il nome con cui venne chiamato dopo, da scaevus (mancino). L’episodio quindi è più legato all’autoflagellazione e al fanatismo che alla certezza.

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Giu 19, 2017

Gli autori italiani ci salveranno. Lo dicono i dati

di Giovanni Peresson

Ormai da anni il dato strutturale del settore colloca le traduzione di libri stranieri (tutti i libri) – tra il 23 e il 24% fino a tutti gli anni Novanta – a un più modesto 17-18%. Detto altrimenti: si pubblicano oggi più libri di autori italiani e si compra meno dall’estero. Significa che, passo passo, anche la dimensione autoriale – dalla saggistica al libro per bambini, dall’illustrato al fantasy – si è rinnovata. Autori più giovani, che hanno viaggiato di più, sono stati spesso e per più tempo all’estero, hanno attraversato e sono stati attraversati dai nuovi linguaggi del graphic novel, dei videogiochi, del cinema seriale,  sono arrivati alla scrittura – a qualunque tipo di scrittura – da percorsi professionali non più necessariamente umanistico-letterari e molto più internazionali di quelli fatti dai loro colleghi negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Si sono «innovati» anche loro, all’interno della più generale innovazione del settore. E forse hanno incontrato sul loro cammino scuole di scrittura, editor e scout che, più o meno, hanno percorso le loro stesse esperienze.

All’interno di questo processo, la narrativa di autore italiano rappresenta una delle due punte emergenti dell’iceberg. Le vendite della narrativa di autore italiano nel 2011 (escluso Amazon, gli e-book e i testi di autori «indie») rappresentavano il 36% del valore  delle vendite nei canali trade. Nel 2016 sono salite al 41% (e senza considerare la narrativa YA che nell’editoria italiana è attribuita alla categoria della fiction generale). Anche a copie assistiamo a una crescita analoga: dal 37% al 41%. La domanda di storie, di personaggi, di linguaggi, di mondi narrativi da parte del pubblico, si è spostata. I lettori continuano a essere incuriositi da plot narrativi stranieri (non a caso abbiamo parlato in questi anni di cataloghi geo-editoriali: sud est asiatico, aree di letterature slave, nordeuropee, anche statunitensi di «riscoperta»), ma cresce l’interesse per il mondo e le realtà che abbiamo sotto casa. Che si fa probabilmente fatica a capire solo con le più usuali chiavi interpretative della saggistica e del giornalismo d’inchiesta.


Così la narrativa di autore italiano è tra i settori che hanno mostrato in questi anni andamenti migliori rispetto alla media del mercato, e migliori lungo tutto il periodo (con la sola eccezione del 2016). Ha attutito i segno «meno» e ha rafforzato (2015) i segni «più».

Le ragioni sono diverse, e ancora si differenziano per i tanti segmenti che la compongono: come mostrano alcune slide dell’indagine sul tema che ha presentato Nielsen a Tempo di libri. Alcune componenti sono trasversali. Il formarsi di una generazione di autori che lavora molto di più su una letteratura e una scrittura di genere: a cominciare dal giallo e dal fantasy o dalla letteratura YA e dal graphic novel. Autori che provengono da settori diversi da quelli tradizionali del lavoro umanistico o editoriale. Frutto anche di un’attività di scouting che ha saputo muoversi su territori assai meno esplorati, come quello dei social, e che – assieme all’editor – ha trasformato questi materiali in testi narrativi. Ma anche editori: il caso maggiormente emblematico è Sellerio (ma lo stesso discorso vale anche per E/O) che sotto l’ombrello di Camilleri è stato capace di scoprire e far crescere nuovi autori. Si è trattato, cioè, di un ampio e diffuso processo di innovazione e di investimento sugli autori: dall’editing ai tour di lettura.

In un articolo uscito qualche tempo fa sul «Venerdì di Repubblica» (Dal Nord al Sud, piccoli Montalbano crescono di Alberto Riva, 17 maggio 2017) si metteva bene in evidenza questo aspetto: la forte dimensione regionale che è venuta assumendo, ad esempio, la crescita del giallo di autore italiano. Esprimendo un bisogno del lettore di identificarsi in elementi geografici, paesaggistici, culinari, in modi di dire, costumi e abitudini. Senza per questo cadere nello stereotipo.

Tradotto, significa che la narrativa italiana – non necessariamente di genere – sa oggi rispondere assai meglio rispetto al passato a bisogni di riconoscimento in mondi narrativi che sono più congeniali e vicini al lettore italiano. E anche le distanze tra qui e al di là dell’Atlantico, o delle Alpi o della Manica si sono fatte più brevi. Perché anche l’editore e il lettore straniero si riconosce in quelle narrazioni.

Tutto ciò ha poi un impatto non secondario sulla vendita di diritti all’estero. Non è un caso se la narrativa di autore italiano sia uno dei generi con il maggior tasso di crescita nell’export di diritti, con le oltre 1.600 opere vedute nel 2016 a editori stranieri.

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Giu 13, 2017

Scrivere mi piace: INTERVISTA alla Casa Editrice EEE Ed.Esordienti Ebook

Dal Blog Scrivere mi piace, un’intervista a Piera Rossotti Pogliano, Direttore Editoriale di EEE

Eccomi tornata con le interviste alle Case Editrici.

Quando sono stata al Salone Internazionale del libro di Torino, ho collezionato molti contatti degli Editori che hanno attirato la mia attenzione, quindi in questi giorni vi presenterò alcuni di loro, che hanno gentilmente risposto alle mie domande.

Oggi ho il piacere di presentarvi EEE Edizioni Esordienti Ebook

1. QUANDO E COME E’ NATA LA CASA EDITRICE, E QUAL ERA LA VOSTRA IDEA DI PARTENZA? PERCHE’ HA QUESTO NOME?

La CE è nata nel settembre 2011; l’idea di partenza era quella di pubblicare autori esordienti, e per “esordienti” intendiamo autori “non ancora famosi, ma meritevoli di diventarlo”, e di farlo puntando soprattutto sull’e-book, una scelta che allora è stata quasi una scommessa, ma che si è rivelata vincente, anche se molti titoli li pubblichiamo anche in formato cartaceo.

2. COME SI STRUTTURA LA PRODUZIONE EDITORIALE?

Pubblichiamo e-book e cartacei, precisamente romanzi (mainstream e romanzi di tutti i generi, dalla collana “L’amore ai tempi del web” che parla d’amore nel mondo contemporaneo, a “Adrenalina”, per i romanzi thriller e horror, “Grande e piccola storia” per gli storici, “Luci rosse” per il genere erotico… ecc. ), poesia, collana “Poësis” , teatro, collana “Fuoridallequinte”. Abbiamo anche qualche titolo che documenta esperienze specifiche e che riteniamo interessanti, in una collana che si chiama “Esperienze e testimonianze”.

3. QUAL E’ IL FILO COMUNE CHE LEGA LE VS. PUBBLICAZIONI?

La qualità dei testi, che sono selezionati. Secondo noi, il valore aggiunto di una pubblicazione attraverso una CE, oggi che in realtà è facilissimo pubblicare in self, è proprio la selezione. Mettiamo il marchio solo su quello che ci piace e che, a nostro giudizio, vale la pena di promuovere e il criterio che ci guida è il rispetto per il lettore.

4. QUANTI TITOLI PUBBLICATE L’ANNO?

Una settantina di pubblicazioni all’anno, tenendo conto che i due terzi sono sia e-book, sia cartaceo, gli altri solo e-book… diciamo una media di 50 nuovi titoli.

5. COME SCEGLIETE GLI AUTORI E/O GLI ILLUSTRATORI DA PUBBLICARE?

Gli autori ci mandano i loro manoscritti, li leggiamo e, se ci piacciono e sono in linea con il nostro catalogo, pubblichiamo. Semplice semplice.

6. QUALI SONO I TITOLI CHE HANNO RICEVUTO UNA MIGLIORE ACCOGLIENZA DA PARTE DEL PUBBLICO IN TERMINI DI VENDITA?

Il nostro primo best-seller (quindicimila copie in e-book) è stato Io dormo da sola, di Salvatore Paci e Emanuela Baldo, poi ripubblicato da Newton&Compton sotto lo pseudonimo autoriale di Asia Stella; tra i nostri autori, il best-seller è Alessandro Cirillo, che scrive thriller d’azione, abbiamo appena pubblicato il suo sesto romanzo, poi ci sono Giancarlo Ibba, Andrea Ravel, Mario Nejrotti, Sabrina Grementieri (che oggi pubblica con Rizzoli e Sperling&Kupfer, ma di cui abbiamo ancora due titoli in catalogo) e Emanuele Gagliardi. Quindi, vendono soprattutto thriller, giallo e rosa, i romanzi di genere, insomma.

7. QUANTO SONO DIFFUSI E CONOSCIUTI I VOSTRI LIBRI IN ITALIA? SIETE SODDISFATTI DELLA DISTRIBUZIONE E DELLA VISIBILITA’ A VOI RISERVATA IN LIBRERIE, BIBLIOTECHE, ECC.?

Nel mare magnum dell’editoria medio-piccola è dura emergere, e la nostra CE è giovane, anche se la sottoscritta non lo è più… Cerchiamo di farci conoscere per la serietà dell’impegno e la validità delle opere che proponiamo. Dire che siamo soddisfatti della visibilità non sarebbe veritiero, ma continuiamo a lavorarci e soprattutto, essendo una CE a vocazione in prima battuta digitale, cerchiamo di essere molto presenti nel web e con una presenza di qualità, sia attraverso il bloghttp://edizioniesordientiebook.altervista.org/, sia attraverso il canale Youtube, anche con lezioni di scrittura e lettura creativa:https://www.youtube.com/channel/UCbrNKDSs9eEtNQnFYKATozA
Intanto, sponsorizziamo il premio di poesia Parasio – Città di Imperia, il premio “Un bagaglio di Idee” della Fed.It.Art e siamo alla quinta edizione di un concorso tutto nostro, gratuito, questa volta dedicato al giallo-thriller-noir, che premia davvero chi merita. E poi, moltissimi dei nostri autori vincono premi, anche significativi, a livello nazionale, e questa è una bella pubblicità (sono segnalati nel blog).

8. QUAL E’ L’ASPETTO PIU’ COMPLICATO DEL VOSTRO MESTIERE?

Nell’editoria non c’è nulla di complicato, è soltanto un grande impegno, ma è anche molto interessante, è un lavoro bellissimo.

9. QUALI PROGETTI E AMBIZIONI COLTIVATE PER IL FUTURO?

Il progetto e il sogno è quello di diventare un vero punto di riferimento per gli autori non ancora conosciuti ma che hanno delle qualità e di farli conoscere. Nello stesso tempo, vogliamo continuare a considerarli amici e non soltanto numeri, come accade per la maggior parte degli autori che pubblicano con grandi CE.

E’ stato veramente bellissimo conoscere una realtà come questa, con tutti i pro e i contro, le gioie e i dolori… Cosa aspettate?
Visitate il loro SITO e leggete i loro romanzi.
E se siete autori esordienti, perché non proporvi?

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Giu 10, 2017

Le lettere dal manicomio del genio Artaud, tra deliri e poesia

Le lettere dal manicomio di un genio del ‘900, Antonin Artaud: tra manie di persecuzione e deliri religiosi non mancano gli squarci lirici

di Camilla Tagliabue

“Scritti di Rodez” raccoglie le lettere dal manicomio di un genio del ‘900, Antonin Artaud (autore, tra gli altri, di due fondamentali manifesti sul “Teatro della crudeltà”). Malato da tempo, quando scrisse queste missive, il maestro subì pesanti sedute di elettroshock. Ma tra manie di persecuzione e deliri religiosi non mancano gli squarci lirici

Nell’aprile del 1943, dopo sei anni di silenzio fra le mura dei manicomi, Antonin Artaud (Marsiglia, 1896 – Ivry-sur-Seine, 1948) ricominciò a scrivere a medici, familiari e amici: fu l’inizio di una lenta ripresa dal suo stato psicotico, una ripresa che sarebbe durata non meno di tre anni, e il cui prezzo sarebbe stato una lunga serie di elettroshock, con gli orribili effetti di spossessamento e di torpore che ne conseguivano, descritti negli Scritti da Rodez.

ARTAUD SCRITTI DI RODEZ

di Camilla Tagliabue

Non sapessimo che l’autore è un genio, derubricheremmo gli Scritti di Rodez a caso clinico: le lettere di uno psicotico – grave – utili a inquadrare scientificamente una patologia psichiatrica, il cui valore poetico e profetico è pressoché nullo.

Si sa però che l’autore è un genioAntonin Artaud (1896-1948) –, quindi è d’obbligo compulsare questi Scritti di Rodez, editi da Adelphi (a cura di Rolando Damiani), alla ricerca di una qualche poesia e profezia. È utile innanzitutto precisare che i materiali, perlopiù epistolari, sono tra gli ultimi del teatrante – attore, regista, drammaturgo, teorico ecc. –: risalgono infatti al periodo del ricovero di Artaud presso l’ospedale psichiatrico di Rodez, dal 1943 al 1946.

Antonin Artaud

Le missive erano dirette, anche se non tutte recapitate, ai medici, alle amiche, agli amici intellettuali (come l’editore Jean Paulhan e gli scrittori André Gide e Arthur Adamov), alla madre (Euphrasie Nalpas, col cui cognome Antonin si firma spesso), ai teatranti (Jean-Louise Barrault, Roger Blin), agli artisti, pure a Pablo Picasso, nel tentativo di coinvolgerlo in un’asta di beneficenza per finanziare il ritorno di Artaud a Parigi (tra gli altri, concessero le loro opere Braque, Chagall e Giacometti).

A Rodez ci era finito, il folle marsigliese ricoverato in un manicomio parigino, grazie all’intercessione di un amico, il poeta Robert Desnos, che lo aveva affidato alle cure avanguardistiche del dottor Gaston Ferdière, seguace dell’arteterapia e pioniere della “terapia per convulsioni elettriche”.

Grazie alle accuratissime note, forse la parte meno ripetitiva e giocoforza più cristallina del libro, si viene a sapere delle numerose e pesanti sedute di elettroshock cui fu sottoposto il paziente, che all’epoca “pesava 55 chili e gli restavano solo otto denti in bocca”. Le diagnosi mediche si soffermavano, poi, sull’ampio spettro di disturbi del ricoverato, a vario titolo inquadrato come nevrastenico, sifilitico, psicotico, tossicomane, bipolare e quant’altro: “Nei primi elettroshock gli abbiamo rotto una vertebra”, annota il guru Ferdière. “Ma è irrilevante”.

Artaud era un uomo malato, e da tempo: dal 1917, scrive, “mi hanno fatto fare centinaia di iniezioni di ectina, di Galyl, di cianuro, di mercurio, di novarsenobenzolo e di quinby… un lungo avvelenamento con l’arsenico e il cianuro di potassio”. A Rodez lamenta di essere sempre affamato e reclama costantemente l’oppio, o la codeina, o la nicotina, o l’eroina, da cui era dipendente da anni, ben prima del famoso viaggio iniziatico in Messico, nel 1936, in cui scoprì i magici poteri del Peyote.

Il pensiero magico è un’altra patologia di cui soffre Antonin, che si sente “perseguitato e affatturato”: ora è vittima di forze ultraterrene, del malocchio, del Male, di Satana e delle “manovre erotiche dei demòni”; ora è bersaglio di un complotto e della “favola poliziesca ebrea”. Il suo feroce antisemitismo fa il paio con il conservatorismo sciocco, quando ad esempio sostiene che gli Inglesi siano peggio dei nazisti: era il 1943.

Il catalogo delle manie di persecuzione è lungo: Artaud dice di essere “misconosciuto e respinto”, “intossicato di sperma ed escrementi che mi vengono dai peccati di voi tutti” e, “come i veri poeti, e più degli altri uomini, orribilmente tormentato dai demòni”. Tutto si sente, insomma, fuorché pazzo, e infatti continua a parlare di sé in terza persona, ripetitivo come tutti gli ossessionati e ostinatamente sessuofobico.

Notevolissimo è anche il suo delirio religioso, grazie al quale si identifica in Gesù Cristo, o in Dio, o in San Patrizio – motivo per cui fu espulso dall’Irlanda nel ’37 e prontamente internato con la camicia di forza a Le Havre: “La mia vita è un esempio vivente dell’esistenza di tutti gli stati soprannaturali di cui la letteratura e i libri discutono senza conoscerli e che gli uomini odiano perché odiano il soprannaturale, il meraviglioso e Dio… La mia famiglia non è della terra ma del cielo”, e via così, ma basta col voyeurismo psichiatrico e veniamo alla poesia e profezia di cui si diceva.

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Giu 09, 2017

“IO LEGGO, E TU?”. AL VIA LA CAMPAGNA TELEVISIVA E SOCIAL PER LA PROMOZIONE DEL LIBRO

Spot, testimonial e spazi nelle trasmissioni delle principali emittenti in occasione del Maggio dei Libri

A seguito dell’appello lanciato dal Ministro Dario Franceschini alle emittenti italiane per promuovere la lettura in televisione, il 24 maggio 2016 è stato firmato il ‘Patto per la Lettura’, sottoscritto dallo stesso Ministro dai vertici delle principali televisioni italiane: Rai, Mediaset, Sky, La7, Discovery Italia, TV2000.

Tra i punti più importanti del patto, l’impegno delle tv a pubblicizzare e diffondere i progetti nazionali di promozione della lettura realizzati dal CEPELL per informare e coinvolgere il maggior numero possibile di cittadini, a promuovere e valorizzare la letteratura specifica per bambini e ragazzi attraverso programmi e format rivolti ai più giovani, a creare occasioni di promozione della lettura e dei libri all’interno di ogni genere di programma e non esclusivamente nei contenitori culturali, a realizzare contenuti dedicati alla promozione della lettura in un’ottica multipiattaforma allo scopo di creare un’interazione con i nuovi media digitali e i social network; a creare e sviluppare approfondimenti e progetti sui più importanti appuntamenti italiani legati ad autori, titoli, generi e festival e a valorizzare la memoria dei grandi autori della letteratura italiana, in particolar modo in occasione di anniversari e ricorrenze.

Il gruppo di lavoro istituito con tutti i rappresentanti degli editori televisivi ha deciso di compiere il primo passo in occasione del Maggio dei Libri promosso dal MiBACT, quando in tutta Italia oltre 3000 iniziative sono dedicate al libro e al suo mondo, con la campagna multipiattaforma e trasversale ai broadcaster “Io leggo, e tu?”, presentata oggi in conferenza stampa dal Ministro Franceschini e dai rappresentanti delle emittenti aderenti: il Direttore Generale della Rai, Antonio Campo Dall’Orto, il Presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, l’Amministratore Delegato La7, Marco Ghigliani, il Vice Presidente Esecutivo di Sky Italia, Riccardo Pugnalin, il General Manager di Discovery Italia, Alessandro Araimo, e il Direttore generale di TV2000, Lorenzo Serra.

La campagna, con uno spot “madre” girato dal Centro Sperimentale di Cinematografia con la regia dell’ex allievo Paolo Santamaria, verrà trasmesso in tutte le reti televisive coinvolte, che a loro volta declineranno nei propri palinsesti una diffusa promozione del libro e della lettura attraverso spot autoprodotti, spazi nelle trasmissioni e interventi dei propri testimonial che verranno marcati con un logo animato realizzato per l’occasione. La campagna #ioleggoetu verrà rilanciata dai social attraverso gli account delle diverse reti interessate e del MiBACT, dove è già attiva la campagna #lartechelegge che attraverso locandine tratte dalle opere dei principali musei italiani coinvolge i visitatori nella ricerca e nella scoperta delle libro e della lettura nelle opere conservate nelle collezioni.

“Per il Maggio dei Libri – dichiara il Ministro Franceschini – le televisioni italiane sono mobilitate per avvicinare il pubblico alla lettura, un risultato forte e concreto che realizza il patto firmato un anno fa.”

Roma, 10 maggio 2017

Ufficio Stampa MiBACT
www.beniculturali.it/ioleggoetu

Sito web del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo

 

Sorgente: “IO LEGGO, E TU?”. AL VIA LA CAMPAGNA TELEVISIVA E SOCIAL PER LA PROMOZIONE DEL LIBROSpot, testimonial e spazi nelle trasmissioni delle principali emittenti in occasione del Maggio dei Libri

 

 

 

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Mag 13, 2017

La gran storia di come fu pubblicato “I Miserabili”

Victor Hugo era in esilio, l’editore era sconosciuto ma molto ambizioso, ed è uno straordinario caso di marketing e intuizioni imprenditoriali che allora erano impensabili

Probabilmente tutti avrete sentito parlare de I Miserabili di Victor Hugo: considerato un capolavoro della letteratura francese, quando uscì nel 1862 fu un bestseller. Oggi non sono molti quelli che possono dire di averlo letto tutto, e per la maggior parte delle persone è una lettura troppo impegnativa. Ma quasi tutti lo conosciamo per le numerose versioni cinematografiche e televisive, i musical – il più recente è del 2012 – e i fumetti. Pochi probabilmente conoscono però la storia della pubblicazione del romanzo, che fu straordinaria ed è tuttora appassionante, come ha raccontato Nina Martyris sulla rivista letteraria Paris Review, riassumendo un libro interamente dedicato al tema, The Novel of the Century: The Extraordinary Adventure of Les Misérables del professore e traduttore David Bellos.

Da come lo descrive Martyris, la vicenda sembra a sua volta un romanzo: il contratto «firmato nel 1861 in un’assolata isola dell’Atlantico, legò un genio francese in esilio a una casa editrice belga appena nata». Anche la cifra fu impressionante e senza precedenti: 300.000 franchi, circa 4,4 milioni di euro attuali, per i diritti di copyright di otto anni, cioè un periodo decisamente breve. Scrive Bellos che Hugo è tuttora la persona più pagata per un lavoro letterario: l’equivalente in oro di quella somma pesa 97 chili, ed era abbastanza per costruirci una piccola ferrovia.

Il vero protagonista della storia non è tanto Victor Hugo, che all’epoca era già un affermato poeta e intellettuale francese, ma Albert Lacroix, un ambizioso editore belga di 27 anni, ammiratore di Hugo. Lacroix aveva fatto esperienza lavorando nella tipografia dello zio e poi aveva aperto la sua piccola casa editrice, la Lacroix, Verboeckhoven & Co. Deciso ad assicurarsi un contratto con Hugo, chiese il prestito per l’anticipo alla banca Oppenheim di Bruxelles: e anche questo è un aspetto notevole dato che, scrive Bellos, fu probabilmente «il primo prestito fatto da una banca per finanziare un libro».

Quello di Lacroix non fu un gesto spericolato solo dal punto di vista economico. All’epoca Hugo, che aveva 60 anni, era anche un politico in esilio. Nel 1848 era stato eletto all’Assemblea nazionale con i Conservatori, da cui si era poi distaccato chiedendo il suffragio universale, l’istruzione gratuita per tutti i bambini e la fine della pena di morte. Quando nel 1851 Napoleone III aveva preso il potere instaurando una dittatura, Hugo lo definì un traditore. In breve la sua posizione divenne complicata e finì per scappare, travestito e con una barba finta, prima in Belgio e poi a Saint Peter Port sull’isola di Guernsey, un avamposto britannico davanti a Saint Malo, in Normandia. Qui restò dall’ottobre 1855 al 1870, continuando a pubblicare pamphlet contro Napoleone III. Pubblicare un suo libro era quindi rischioso: il Belgio era al riparo dalla censura di Napoleone III, ma il mercato editoriale rilevante era quello francese, se lì il libro fosse stato sequestrato per le finanze di Lacroix sarebbe stato un disastro.

Nonostante questi ostacoli, Lacroix scrisse direttamente a Hugo saltando l’intermediazione dell’editore e gli propose un incontro. Puntò soprattutto sull’aspetto economico, sapendo che lo scrittore aveva già rifiutato un contratto da un amico editore di 150 mila franchi. Gli offrì qualsiasi somma avesse chiesto, in contanti. Hugo si mostrò interessato. Lacroix salì su una barca, arrivò a Guernsey, trattò con lui per un giorno intero e poi lo convinse a firmare il contratto: era il 4 ottobre del 1861.

Lacroix comprò il libro a scatola chiusa: non ne sapeva niente, né dell’argomento – Hugo lo rassicurò soltanto che non aveva un contenuto politico, ma che era un dramma sociale – né della sua lunghezza. Hugo ci stava lavorando da 17 anni, da quando ne aveva 43. Era scappato dalla Francia lasciandolo indietro: glielo portò, salvandolo dai danni delle proteste del tempo, Juliette Drouet, sua amante per 50 anni. Continuò a scriverlo a Guernsey e lo finì in Belgio, in un hotel da cui poteva osservare il campo della battaglia di Waterloo.

La firma del contratto fu un successo per Lacroix, ma anche l’inizio di sei mesi frenetici di lavoro, in cui dovette trattare con tipografi, traduttori, avvocati e gestire i capricci di Hugo, che contestava ogni minima correzione alle bozze e le rispediva indietro con viaggi rischiosi e lunghi – su due barche, tre treni, e un carro a cavallo – che rischiavano di far sforare la data di consegna. Nel frattempo Lacroix mise in piedi una campagna pubblicitaria enorme per l’epoca: Hugo aveva già creato una certa attesa facendo circolare la voce che stava scrivendo un nuovo romanzo – dopo il gran successo di Notre Dame de Paris, del 1831 – e l’editore la portò a livelli mai visti, inviando comunicati stampa con mesi di anticipo e affiggendo sui muri di Parigi illustrazioni dei protagonisti Jean Valjean, Fantine, Cosette, Marius e altri personaggi del libro. Contrariamente all’usanza dell’epoca non vennero distribuite copie in anticipo perché venissero recensite su giornali e riviste: scrive Bellos che probabilmente I Miserabili fu la prima opera letteraria messa sotto embargo.

La mattina del 4 aprile 1862, secondo i tempi stabiliti, uscì Fantine, la prima parte del romanzo, in contemporanea a Parigi, Bruxelles, San Pietroburgo, Lipsia e altre città europee: nessun libro aveva mai avuto un lancio editoriale internazionale di simile portata. Hugo inoltre aveva chiesto la stampa di un’edizione popolare, insieme a quella tradizionale di lusso, cosa resa possibile dai progressi della tipografia dell’epoca e dalla diminuzione del costo della carta. Quel giorno c’erano lunghe code davanti alle librerie e a Parigi la prima edizione di seimila copie andò esaurita. Critici e scrittori non furono molto convinti: Alexandre Dumas disse che leggere I Miserabili era come «farsi strada nelle fogne» – riferendosi a una scena descritta nel libro – mentre Gustave Flaubert in una lettera privata si definì indignato e disse che «era stato scritto per le canaglie cattolico-socialiste e per i parassiti filosofici-evangelici». Il pubblico invece si appassionò enormemente alle vicende e quando il mese successivo uscirono 48mila copie della seconda parte, in molti andarono in libreria con carretti e carriole per accaparrarsene di più. In pochi mesi Lacroix ripagò il debito alla banca e fece la fortuna della casa editrice, che aprì diverse succursali, tra cui una a Parigi.

Lacroix si specializzò in romanzi pubblicati da scrittori francesi in esilio in Belgio, come Louis Blanc, Edgar Quinet, Maurice Joly (se questi nomi vi dicono qualcosa) e Proudhon, mentre nel 1864 pubblicò Émile Zola. Nel 1869 pagò un anticipo di 200 franchi (4 anni di salario di un operaio dell’epoca) a Isidore Ducasse per pubblicare il poema in prosa Les Chants de Maldoror (I canti di Maldoror) sotto lo pseudonimo di Conte di Lautréamont, un testo diventato poi fondamentale per il surrealismo, il dadaismo e il simbolismo. Nello stesso anno però Hugo ruppe il contratto con lui per pubblicare L’uomo che ride. Iniziarono un po’ di grane finanziarie causate da investimenti immobiliari azzardati e dalle guerre franco-prussiane: nel 1867 non riuscì a stampare la guida di Parigi per l’Esposizione universale, mentre nel 1872 chiuse la succursale di Parigi. Lacroix continuò a fare l’editore fino alla morte, nel 1903.

Hugo continuò invece a pubblicare e ad avere successo: uscirono la seconda e terza parte di La leggenda dei secoli, che racconta la storia dell’umanità dalla Genesi all’Ottocento, I lavoratori del mare nel 1866 e L’uomo che ride, appunto, nel 1869. Nel 1870, dopo la caduta di Napoleone III, tornò a Parigi, dove venne accolto come un eroe della Repubblica e un genio della letteratura. Nel 1876 divenne senatore, e morì nel 1885 a 83 anni: venne sepolto al Pantheon di Parigi durante una cerimonia a cui parteciparono tre milioni di persone.

Come per tutte le copie originali di romanzi ottocenteschi, anche quelle rimaste in circolazione de I Miserabili non sono molte: nel 2012 la casa d’aste Christie’s ne ha venduta una, stampata da Lacroix, per 61mila euro.

Sorgente: La gran storia di come fu pubblicato “I Miserabili” – Il Post

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Mag 08, 2017

Prendere il volo insieme a un libro: il book sharing nell’aeroporto di Orio al Serio

I passeggeri possono scegliere il testo che preferiscono e lasciare quelli già letti per farli viaggiare attraverso le 100 e oltre destinazioni dell’aeroporto di Orio

di Redazione

Un libro per volare, e non soltanto in senso metaforico. L’aeroporto di Orio al Serio ha deciso di proporre ai propri passeggeri l’iniziativa del “book sharing” per condividere e diffondere l’emozione che regala la lettura di un buon libro e, insieme, far volare la cultura. Si tratta di un modo moderno, pratico e accessibile per veicolare e diffondere gratuitamente letteratura e conoscenza, “liberando” i libri nell’ambiente circostante.

L’angolo dedicato alla condivisione delle letture è stato allestito nel Terminal partenze presso l’area Schengen, di fronte ai “gate” d’imbarco, ed è pronto ad accogliere i libri messi a disposizione direttamente dai passeggeri e dal personale dell’aeroporto. Questi, in attesa di imbarcarsi, possono scegliere il testo che preferiscono e lasciare quelli già letti per farli viaggiare attraverso le 100 e oltre destinazioni raggiunte dall’aeroporto di Orio in 33 Paesi del mondo. I libri lasciati in aeroporto potranno così passare di mano in mano e di volo in volo, creando legami emozionali fra viaggiatori provenienti da paesi diversi. Lo slogan scelto per promuovere l’iniziativa è molto semplice: “Share your emotions”, ovvero “condividi le tue emozioni”.

All’interno dei libri, allora, è possibile lasciare dei bigliettini con delle frasi, delle sensazioni, delle emozioni, appunto, da trasmettere al lettore successivo. Il tutto sempre nel massimo rispetto e nella cura dell’oggetto libro.

Sorgente: Prendere il volo insieme a un libro: il book sharing nell’aeroporto di Orio al Serio – Cultora, Cultora

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Mag 05, 2017

Da Sandokan al Corsaro Nero: la vita e i libri di Emilio Salgari

Emilio Salgari, scrittore con una vita drammatica, ha pubblicato famosi libri di avventura per ragazzi, come “Le tigri di Mompracem” e “Il Corsaro nero”.

di Matilde Quarti

A volte la vita di uno scrittore è in completa antitesi con la sua opera, perché l’immaginazione può essere un motore creativo potente come l’esperienza. È il caso di Emilio Salgari, inventore di personaggi come Sandokan, Tremal-Naik, il Corsaro Nero, o la piratessa Jolanda che, a differenza dei suoi eroi, vive le giornate cupe e ripetitive di chi non riesce a sbarcare il lunario e in nessun modo ottiene i successi tanto rincorsi.

La storia di Emilio Salgari, nato nell’agosto del 1862 a Verona e morto il 25 aprile 1911 a Torino, è drammatica, segnata da lutti e da povertà, a cui lo scrittore fa fronte rifugiandosi in un mondo parallelo, fatto di esotismi e avventure all’ultimo respiro. La sua produzione è immensa (scriverà infatti circa ottanta romanzi e oltre cento racconti),  sicuramente per necessità economiche, ma anche perché solo con la fantasia Salgari poteva sfuggire alla sua grigia quotidianità.

Il romanzo Il Corsaro Nero

Emilio Salgari, uno scrittore con l’animo di un capitano

Di statura bassa e tarchiata, con dei grandi baffoni che gli solcano il viso, Salgari non ha mai avuto il phisique du role dell’impavido avventuriero e lo scarto tra i centimetri di tacco camuffati nelle suole delle scarpe e la sua altezza è la triste metafora dello scarto tra la statura dei suoi sogni e la realtà. Il giovane Emilio Salgari aveva infatti un solo desiderio: intraprendere la carriera di capitano, con marinai da dirigere e una nave a cui far solcare le acque in cerca di avventure.

Il periodo scolastico all’Istituto Nautico si conclude però disastrosamente, e Salgari non farà che un unico viaggio in mare: lungo la costa adriatica, dal Veneto alla Puglia. Eppure, ironia della sorte, l’acqua ha sempre segnato i suoi spostamenti: Salgari, per motivi lavorativi, si trasferisce a Genova e dunque sulle rive del Po, a Torino, dove si ferma e mette su famiglia con l’attrice Ida Peruzzi.

Da Sandokan al Corsaro Nero: immaginare esotismi

Quando arriva a Torino, Salgari è già celebre: Le tigri di Mompracem (pubblicato a puntate sulla “Nuova Arena” di Verona tra la fine del 1883 e l’inizio del 1884 con titolo La tigre della Malesia), La favorita del Mahdi, pubblicato nello stesso periodo, e Il Corsaro Nero, del 1898, sono già entrati nell’immaginazione di legioni di ragazzini. Pur ambientando le sue opere nella giungla indiana, nei deserti africani, o nei mari delle Antille, Salgari non ha mai viaggiato fuori dall’Italia e scrive le sue storie documentandosi su atlanti e libri cercati in biblioteca, con ricerche approfondite e certosine. La sua immaginazione è onnicomprensiva e Salgari, di animo romantico e melodrammatico, dà ai figli i nomi esotici dei suoi personaggi: Fatima, Romero, Omar e Nadir.

Le tigri di Mompracem, dello scrittore Salgari

Uno scrittore moderno

L’enorme successo (Salgari viene persino nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona dalla Regina Margherita), non viene però accompagnato da stabilità economica. Salgari non sa amministrare i guadagni che gli derivano dalla pubblicazione dei suoi libri, e questi stessi guadagni sono in ogni caso molto scarsi. Neppure nell’ambiente intellettuale Salgari è ben visto, nonostante pubblichi con le maggiori case editrici del periodo, persino con la milanese Treves. I suoi romanzi infatti sono melodrammatici, stracarichi di dialoghi e di avvenimenti: sceneggiati televisivi ante litteram, un intrattenimento troppo moderno, forse, per essere capito. Anche il contenuto di molte sue opere è ostico: sono libri per ragazzi, certo, ma all’epoca di successi come I ragazzi della via Pal, gli squartamenti e le atroci morti cui vanno incontro i suoi personaggi non sono ben visti dagli educatori.

Non stupisce che nonostante ciò i romanzi di Salgari siano comunque passati di mano in mano tra gli studenti. L’immaginazione di Salgari è sfrenata e le storie che inventa sono un coacervo di avventura e passione. Si va dalle atmosfere storiche di Cartagine in fiamme, del 1906, a quelle fantascientifiche delle Meraviglie del duemila, del 1907 (senza dimenticare il romanzo realistico La bohème italiana, appena stato ripubblicato da Elliot). Solo la saga dei pirati della Malesia consta di undici volumi: le avventure di Sandokan, del fedele Yanez e della bella Marianna sono avvincenti e incredibili agli occhi di un piccolo lettore italiano di inizio Novecento. Salgari descrive vividamente luoghi lussureggianti che pure non ha mai visto, racconta i profumi e i colori della giungla, il ponte ruvido delle navi che si scagliano l’una contro l’altra in battaglia. Gli stessi vezzi di forma, così evidenti al pubblico contemporaneo, non erano un ostacolo per dei lettori abituati a tutt’altro linguaggio.

Cartagine in fiamme, di Salgari

Il suicidio: la morte di un eroe romantico

La realtà dei fatti è però diversa da quella fantastica dei romanzi: la figlia di Salgari, Fatima, si ammala di tisi, e la moglie, Ida, viene internata in manicomio. Il colpo, sia emotivamente sia economicamente, è insostenibile per Salgari, che a pochi giorni dal ricovero della moglie si toglie la vita. La morte di Emilio Salgari riassume tutto il dolore e tutta la passione che lo scrittore deve aver provato nei suoi lunghi anni torinesi. Prima di uccidersi, Salgari scrive alcune lettere: solo tre sono arrivate a noi, ma alcuni biografi sostengono siano state di più. Nella lettera indirizzata agli editori, Salgari chiede loro con rabbia di pagare almeno i suoi funerali, visto che si sono arricchiti a scapito della sua famiglia.

Il suicidio di Salgari è un suicidio pensato in anticipo, le lettere di addio sono state persino scritte tre giorni prima della morte: difficile immaginare l’angoscia di un uomo che per così tanto tempo si prepara a morire. Salgari si toglie la vita in modo atroce e romanzesco, come un personaggio dei suoi romanzi: fa harakiri nel bosco di Val San Martino, appena sopra Torino, squarciandosi addome e gola con un rasoio. Anche la sua morte, tuttavia, passa in sordina; Torino è in festa per il cinquantenario dell’Unità d’Italia.

Sorgente: Da Sandokan al Corsaro Nero: la vita e i libri di Emilio Salgari – Il Libraio

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Mag 02, 2017
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