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Haiku, che passione!

di Elisabetta Bagli

minomushi

Parlare degli haiku o jaiku non è assolutamente semplice, soprattutto per chi non ne ha letti molti e non è una haijin, ovvero una scrittrice di haiku, termine che in Giappone si usa sia per gli uomini che per le donne. Sono poetessa, scrivo poesie e, inoltre, non in metrica, ma dettate direttamente dal cuore, anche se faccio molta attenzione alle assonanze e alla musicalità del verso nonché alle immagini. Ma gli haiku sono totalmente un altro mondo, nel quale non è facile entrare. Una volta fatto si rimane affascinati dalle simbologie e dalle immagini che scaturiscono da soli tre versi composti seguendo dei canoni ben precisi che li definiscono. Gli haiku seguono una metrica che è composta da 5-7-5 sillabe, senza rime: il primo verso deve avere 5 sillabe, il secondo 7 e il terzo di nuovo 5. In così poche parole è nascosto tutto un mondo, che gli scrittori di haiku vogliono farci conoscere: il loro mondo interiore attraverso l’esterno. I riferimenti degli haiku devono essere naturali, ovvero devono far riferimento alla natura ma, in particolar modo, a una particolare stagione: ad esempio, se si vuole far intendere che si parla dell’autunno si farà riferimento alle foglie che cadono; se si vuol parlare dell’inverno si può far riferimento alla neve; qualora ci volessimo riferire all’estate possiamo parlare dei campi di grano o alla primavera alle rondini che cantano. In ogni caso, introducendo una parola chiave per ogni haiku si comprende di cosa si sta parlando. Questa parola chiave si chiama kigo. Per la natura possiamo parlare di kigo per i fenomeni atmosferici, per paesaggi e colori, per la flora, per la fauna ed esistono anche dei kigo per gli haiku che fanno riferimento alla vita quotidiana e non solo alla natura, ma che vengono sempre inseriti nelle stagioni, in quanto l’elemento stagionale è fondamentale.
Ho letto degli haiku di Basho, di Issa, di Kito, di Gozan e vi porto alcuni esempi degli haiku di Issa per poter comprendere la stagionalità:

La mia primavera:

suprema felicità

coi fiori di pruno.

e ancora

 Mondo di sofferenza:

eppure i ciliegi

sono in fiore.

7959361_f260In questi haiku si parla della primavera, in uno della felicità suprema che dona questa stagione allo scrittore, che associa la sua primavera con gli alberi di pruno in fiore e nel secondo del mondo che comunque soffre, nonostante la stagione primaverile ci offra i ciliegi rigogliosi. Gli haiku, come si nota, devono essere semplici e austeri, sottili nelle immagini e nelle intuizioni e devono sempre dare al lettore una sensazione di leggerezza, di libertà di spirito, di elevazione.
Come anticipato in precedenza, possono esserci degli haiku nei quali si parla della quotidianità della vita, della gente o addirittura degli haiku che risultano essere un vero e proprio commiato alla vita, un saluto per lasciare a chi legge una sorta di eredità spirituale.
Gli haiku di questo genere, però, non devono essere confusi con i senryu che, in realtà, pur essendo sempre composti di 17 sillabe come gli haiku, non possiedono il kigo e, spesso, pur facendo riferimento alle vicende umane, queste vengono descritte in modo cinico o sarcastico.

In genere ogni haiku deve essere illustrato (con un haiga, una pittura) o sarebbe quanto meno necessario farlo, visto che è quel che accade nella cultura giapponese, la patria di questa forma sublime di elevazione dello spirito. Gli haiku sono così radicati nella vita quotidiana dei giapponesi che si inizia, sin dai primi anni di scuola, a leggere e a commentare questi versi e, addirittura, a farli rappresentare graficamente dai bambini.
Questo viene fatto, essenzialmente, affinché i bimbi prendano confidenza con il mezzo e possano rompere la barriera della vergogna al momento in cui dovranno esprimersi. Non dobbiamo dimenticarci che un haiku è nel contempo forte e semplice, dirompente e lineare, diremmo minimalista nella sua composizione. Spesso, anche noi occidentali dovremmo tendere al minimalismo e togliere il superfluo dalle nostre vite e dai nostri pensieri.

Oltre al kigo, l’haiku deve contenere anche una cesura, o pausa verbale, conosciuta come kireji, che separa un haiku in due immagini contrastanti.
Basho (1644-1694) fu colui che diede una sorta di canone all’haiku elevandolo alla categoria di arte. L’haiku più famoso di Basho, che definisce con esattezza lo spirito e l’arte di questa classe di poesia, è quello che vi faccio conoscere di seguito:

il vecchio stagno

la rana salta

tonfo nell’acqua

haiku-yukki-yauraEsprimere una sensazione, una verità poetica che con l’haiku si può: è concisione e sintesi, è una composizione nata in un momento di grazia, di ispirazione. È un’arte difficile, ma il suo dominio ci aiuterà a far uscire da ogni parola il vero nettare, per poterla utilizzare in modo mirato nelle espressioni anche quotidiane.
L’haiku deve essere quindi impersonale, ovvero, la sua costruzione tiene lontano l’IO poeta, come se l’haiku stesso fosse sorto da solo e nessuno l’avesse costruito. Difficilmente troveremo un haiku nel quale si parla in prima persona e soprattutto in prima persona singolare. Il poeta sembra essere asettico all’haiku, ma noi sappiamo che è tutta apparenza, in realtà lui ci dà la sua visione delle cose proprio attraverso tale concetto di poesia pura.
Inoltre, l’haiku si trova sempre in equilibrio tra due immagini o due sensazioni che spesso sono in contrasto tra loro, a volte, la seconda immagine è addirittura talmente lontana dalla prima che prende di sorpresa il lettore.
Spesso, le risorse stilistiche, che si usano per scrivere un haiku, sono l’onomatopeia e la sinestesia, ovvero la concorrenza dei vari sensi nello stesso atto percettivo. Ad esempio in un haiku di Basho si ascoltano delle voci che sono bianche. In questo caso viene coinvolto l’udito (ascoltare le voci) e la vista (dato che a queste voci lui ha conferito un colore: il bianco).

Attraverso un haiku di Gozan possiamo notare come gli haijin abbiano la capacità di dire tutto in poche parole.

La neve che ieri cadeva

Come petali di ciliegio

È acqua di nuovo

L’antica letteratura giapponese paragona il cadere dei fiori con quello della neve. Sono immagini simili non solo dal punto di vista visivo, ma anche dal punto di vista materico e spirituale: sono transitorie. Il ciliegio è in fiore per una settimana e la neve di primavera non può rimanere a lungo compatta ma diventa acqua, quasi al toccare il terreno.
Ancora molto si potrebbe dire e scrivere su questa poesia pura, questa immensa valanga di emozioni che ci travolge in sole 17 sillabe. Eppure gli haiku sono così, rapidi, liberi, ma eterni.
Vi lascio con un haiku scritto in inglese da Fernando Val Garijo, docente di Diritto Internazionale Pubblico presso la Universisad Nacional de Educación a distancia, che si diletta a scrivere haiku. Chissà che un giorno non ne scriva alcuni anch’io. Mai dire mai!

Still asleep at dawn.

Husband and wife, together

Blessed by new daylight.

Fernando Val Garijo

Un link utile per poter comprendere meglio gli haiku è quello dell’Associazione Italiana Haiku.

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2 Comments

  1. Andrea Tavernati 15 dicembre 2014 10:00

    Aggiungo che la metrica 5-7-5 è una convenzione occidentale del XIX secolo, ormai consolidata. Nella lingua del Sol Levante il concetto di sillaba non corrisponde esattamente al nostro e l’haiku risulta distribuito su una unica riga, senza a-capo. Tuttavia il testo, soprattutto in forza del Kireji, assume spesso un andamento abbastanza simile alla successione quinario – settenario -quinario. Personalmente ritengo che, scrivendo in una lingua occidentale, sia corretto utilizzare gli strumenti metrici e i suoni della lingua poetica in cui si scrive. Perciò amo scrivere haiku usando il più rigorosamente possibile quinari e settenari, che non sono solo sequenze di 5 o 7 sillabe.

    Reply
  2. Sauro Nieddu 14 dicembre 2014 16:50

    duro è l’inverno
    ma il passero nel gelo
    cinguetta ancora

    Reply

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