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Intervista a Elena Grilli

Intervista a Elena Grilli

Grilli_EEECome il mare a occhi chiusi è il titolo del romanzo scritto da Elena Grilli. La frase pare già sibillina e, tenendo conto che trattasi di un giallo, lascia intendere la presenza di abissi che possono in qualche modo inghiottire l’animo umano e, con esso, indicibili segreti.

  • Parlaci della scelta del titolo e del messaggio a dir poco misterioso contenuto in esso.

Il titolo richiama due passaggi del romanzo, in cui semplicemente la protagonista si trova a occhi chiusi davanti all’Adriatico che lambisce la costa anconetana. Come hai intuito tu, la frase era abbastanza strana, astrusa ed eccentrica da ben rappresentare lo spirito del romanzo, ed ecco qua. È stato il primo titolo che ho pensato; in seguito ho cercato anche altro, che potesse rispecchiare il contenuto del libro, ma niente, ormai quel titolo era come un tatuaggio che non si toglie più dalla pelle.

  • La trama è una sorta di intreccio studiato ad arte e nei minimi dettagli. Quali difficoltà hai riscontrato durante questa complessa stesura?

L’intento era quello di sorprendere chi legge con un intreccio complesso, contorto, macchinoso e tuttavia perfettamente logico. Dico la verità, nei meandri della mia trama mi sono io stessa persa e ritrovata decine e decine di volte, con momenti di scoraggiamento in cui sembrava che il puzzle non volesse proprio ricomporsi. Figurati che il colpevole non è quello che avevo pensato all’inizio. Avevo appena finito di scrivere e all’improvviso mi è venuta un’idea: e se il vero colpevole non fosse quello che avevo indicato fino a quel momento? Magari tutti credono che sia così (me compresa) e invece… È  possibile un’altra spiegazione, ancora più pazzesca? Sì, era possibile. È il motivo per cui nessuno secondo me è in grado di intuire l’epilogo… Lo ignoravo perfino io mentre scrivevo!

  • La protagonista porta con sé una buona dose di coraggio nell’affrontare situazioni davvero inquietanti, rischiando talvolta anche la vita. Descrivici, a grandi linee, gli aspetti che caratterizzano questa interessante figura femminile.

Dalia è una giovane donna, ma è tutto tranne che femminile, non nel senso convenzionale del termine. Anzi è molto lontana da uno stereotipo di femminilità. Non è accondiscendente, non si lascia addomesticare. È difficile averci a che fare. È recalcitrante, ostile e ostinata. È la sua disubbidienza che la pone al centro di un vero casino, sfiorando pericoli di cui non è sempre pienamente consapevole, finché non se li trova davanti. Dalia è il risultato di una esigenza che sentivo, di delineare una eroina diversa dalle solite figure femminili, di semplice affiancamento all’eroe maschio. Lei è indipendente, non cerca semplicemente la sua strada, se la costruisce. Sembrerà strano, ma l’ispirazione deriva da certe figure femminili che si possono trovare in alcuni romanzi di Agatha Christie. Con la differenza che queste ultime di solito coronano il loro sogno d’amore, alla fine. Come se la Christie avesse detto alle sue eroine: “Fatti la tua bella avventura se vuoi, ma poi sposati e fai figli”. Io invece dico a Dalia: “Sei una cavalla selvaggia, corri e non ti fermare!”

  • Molti scrittori hanno la vita reale come fonte di ispirazione. Il fatto di essere una psicoterapeuta ti fornisce spunti, osservazioni, elementi da cui trarre idee per le tue storie?

Confesso. Il mio lavoro mi pone sotto gli occhi una infinità di storie, vissuti, personalità diverse. Se una scrittrice è tanto più ricca quanto più ha fatto esperienze, viaggi, esplorazioni che arricchiscono il suo bagaglio, io ho sicuramente questo vantaggio: ho le vite degli altri, i loro tragitti, le loro emozioni. Nessuno dei personaggi del romanzo ricalca integralmente persone che ho conosciuto. Ognuno di loro è il risultato dell’assemblaggio di pezzi presi qua e là. Nel romanzo c’è un killer che soffre di attacchi di panico. Inusuale? Non saprei. Perché mai solo in chi ha la coscienza pulita dovrebbe essere afflitto da un disturbo d’ansia?

  • Quanto pensi possa essere importante, per la buona riuscita di un romanzo, l’attenzione che un autore riserva nei confronti dei suoi personaggi?

L’attenzione da dare ai personaggi è un elemento chiave, credo, della scrittura. Se i personaggi li vedi, te li rappresenti in modo vivido, te li immagini con i loro pensieri tipici e le loro peculiari strategie di sopravvivenza, di fatto poi loro agiscono da soli, quasi al di fuori della tua volontà di autrice. È così, credo, che è venuto fuori un finale diverso da quello pensato inizialmente: uno dei personaggi ha deciso che, facendo come gli era congeniale, doveva essere lui la mente criminale. A quel punto, come autrice ti devi arrendere. È così e basta.

  • In questa capacità di rappresentare visivamente i personaggi e le loro azioni, ti è di aiuto l’altra tua passione, la pittura?

Credo di sì. È la pittura la mia passione primordiale. Scrivere non mi è sempre piaciuto, mentre faccio fatica a pensare a me stessa senza una matita in mano che scarabocchia o un pennello che imbratta tele. Credo che questa abitudine dia una forma precisa al pensiero, che si esercita a rappresentare visivamente le idee, anche le più astratte. Quando creo una storia, è come vedermi davanti un film.

  • Quando hai iniziato a scrivere? E quando hai preso in considerazione la possibilità di far conoscere al pubblico la tua opera? Cosa ti ha spinto?

Come ho già detto, scrivere non è una passione che ho da sempre. Penso alla scuola e ai temi di italiano che per me erano un vero supplizio. Credevo che non fosse per me, finché durante un lungo viaggio in Norvegia in macchina, la noia mi ha portato a guardare fuori dal finestrino e a immaginare quello che è il nucleo della trama di “Come il mare ad occhi chiusi”. Mi sono detta: perché non provo a scrivere questa storia? Insomma, la passione non era tanto per la scrittura in sé, quanto per i misteri, gli enigmi. Quelli sì, che mi sono piaciuti da sempre. È stato dopo, che ho scoperto quanto è bello scrivere, quando non è qualcun altro ad avere il controllo, vincolandomi ad un tema predefinito, ma sono io a tenere le fila della storia. Decidere di pubblicare invece non è stato scontato. Scrivere un giallo era una sfida con me stessa: mi sono chiesta se sarei stata in grado di pensare ad un vero intrigo, e ce l’ho fatta. Poi mi sono detta che la sfida non era veramente vinta, se nessun altro avesse avuto modo di affrontarla. La sfida col lettore è l’unica in grado di dare i brividi lungo la schiena.

  • L’impegno a fianco delle donne vittime di violenza è una parte rilevante del tuo lavoro. Quello della violenza sulle donne è un universo spesso poco conosciuto a causa del velo di omertà che nasconde fra le quattro mura domestiche gli abusi e le sopraffazioni. Sta aumentando la consapevolezza delle donne e la loro volontà di ribellarsi alla violenza maschile?

Se lavori in un centro antiviolenza, a volte finisci per pensare che tutto il mondo è violenza. Ti sembra di essere circondata e senza scampo. Però, ad essere obiettive, la consapevolezza cresce da una generazione all’altra e l’obbedienza silenziosa ad un marito padrone non viene più data per scontata come un tempo. Le donne chiedono sempre di più aiuto per riuscire a sottrarsi alla violenza, emanciparsi, auto-determinarsi, pretendere rispetto. Con questa tua domanda mi fai pensare che forse non è un caso che la mia Dalia sia così, libera e senza regole.

  • Quando Elena non scrive e non dipinge, come occupa il proprio tempo?

Al di fuori della mia professione, della pittura e della scrittura c’è poco altro. C’è la vita familiare, soprattutto. Sono baciata dalla fortuna: ho una bella famiglia, un lavoro appassionante e socialmente impegnato, e poi ci sono i mondi che mi sono creata per distrarmi e rilassarmi. Scrivere gialli ha questa funzione, appunto. Ascoltare quotidianamente storie vere di violenza, di stupri e di umiliazioni, da un lato mi fa sentire che sto facendo qualcosa di importante, ma dall’altro rischierebbe di annientarmi, se non avessi anche uno spazio di disimpegno, di ritiro dai problemi reali. I gialli sono il mio spazio di superficialità, mancanza di serietà, leggerezza. In questo perfetto equilibrio tra l’impegno sociale e la spensieratezza sento di poter essere felice per molti anni ancora. Non ho bisogno di altro.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Dopo l’ebbrezza del primo romanzo, sono alle prese con il secondo. Mi trovo nella fase ideativa e sono già in quell’ingorgo, in quel groviglio di dettagli che non si vogliono incastrare. Sono fiduciosa però, mi districherò come sempre…

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