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Nell’era del digitale, è ancora così ovvio dover inviare manoscritti su carta?

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«I manoscritti vanno inviati esclusivamente su carta». Chissà quante volte un aspirante scrittore ha letto una frase come questa sul sito internet di un casa editrice.

di Giorgio Bianco

Mi ha sempre dato fastidio, non lo nego. Talora anche a causa del tono di rimprovero che contiene: «Per favore, astenetevi dall’invio di e-mail: saranno tutte cestinate». Come dire: «Non mancateci di rispetto, datevi almeno la pena di stampare il manoscritto».
Ma perché? Perché ancora molti (non tutti, per fortuna) pretendono la carta? Non me lo spiego, mi pare un’assurdità. Eppure un motivo deve esserci.

2pvz25pCominciamo il ragionamento mettendoci nei panni di un editore, non importa se di piccole, medie o grandi dimensioni. È facile immaginare che sia quotidianamente travolto da decine o centinaia di proposte editoriali. Fra l’altro, quasi tutte destinate a finire nel cestino. Dunque, ve lo immaginate l’ufficio preposto al ricevimento della posta? Montagne di buste mezze strappate, lettere di accompagnamento che svolazzano sul pavimento, tavoli ingombri di stampati rilegati con i dorsi di plastica a spirale… Ci vuole una stanza dedicata a tutta questa mercanzia. Un lavoro enorme, kafkiano, per non parlare della polvere e delle probabili allergie. Terribile. E i rifiuti? Non dimentichiamoceli: siccome «i manoscritti non verranno restituiti», è inverosimile che l’editore se li tenga tutti per ricordo. Dovrà separare i dorsi di plastica dalla carta e avviare il tutto alla raccolta differenziata. Quindi avrà chiesto di avere in cortile un cassonetto apposito, più grande degli altri, simbolicamente evidenziato da una scritta: “EDIZIONI PINCO PALLO”. Come dire: ecco i nostri rifiuti, ammirate la sconfitta delle ambizioni artistiche giunte da tutta Italia. Che tristezza. Povero ambiente, poveri alberi e quanto lavoro sprecato.
Spendiamo una parola anche per gli autori, indipendentemente dal fatto che siano bravi o meno: sono chiamati a spendere soldi per stampare, acquistare grandi buste e spedire, senza contare la fila in Posta. Ricordo che, quando inviavo i miei romanzi in formato cartaceo, approfittavo della visita a qualche parente in un paesino sperduto, dove nell’ufficio postale si fa meno coda.
blog-frustration1Poi mi sono stufato, o ribellato, al sistema. E ho iniziato a farla io la selezione: non prendo in considerazione editori che rifiutano l’invio del manoscritto tramite e-mail. Li respingo, mi prendo questa libertà.
Perché con la e-mail la procedura è più agile, pulita, ordinata, rispettosa degli spazi e della natura. Si scarica l’allegato, lo si inserisce in una cartella e si comincia a leggere. Inoltre gli schermi dei computer moderni sono molto meno nocivi di quelli di un tempo, quando i fosfori verdi lampeggiavano su sfondo nero. Io stesso lavoro a terminale per almeno 10 ore al giorno, senza gravi danni alla vista. Inoltre nei documenti ci sono i margini, quindi è possibile prendere appunti. Si può ingrandire il carattere, salvare la posizione. Insomma, a che cosa serve tutta quella carta?
Secondo me è l’emblema di una grossa contraddizione di certi ambienti culturali del nostro Paese. E’ un tema che affronto spesso, ammetto di esserne un po’ ossessionato. Credo che l’accesso all’arte talora non sia aperto a tutti, se non in apparenza. Fa sorridere dirlo, ma la cultura vissuta come bene comune è un fatto… culturale! Da noi, purtroppo, non è tanto bene comune quanto casta, circolo chiuso, “noi sì che ci capiamo”.
Ecco dunque che la carta, rispetto alla volgare mail, aiuta a fare la selezione. E’ più elegante, solidamente aggrappata alla tradizione (altra contraddizione: progressismo e conservatorismo insieme), perfino ossequiosa: sì, perché per mandare una mail bastano due secondi, è troppo facile, mentre spedire la carta significa rispettare il rituale, la gerarchia, la presunzione di statura di chi ti sta di fronte. Posso dirlo? E’ una forma di “nonnismo”.
81482_editorletter_mdMa la vera parola chiave forse è un’altra: presunzione. In altri Paesi il successo avvicina alla gente, cioè rende disponibili e amichevoli. In Italia, invece, rende distaccati. Avete visto il film “La grande bellezza”? Al di là del fatto che non mi è piaciuto, faccio notare che il protagonista è prima di tutto antipatico, ciò che lo rende perfetto per il successo all’italiana. Un successo colmo di arroganza, perfino di classismo. Parliamo di gente che si autoproclama importante, colta, sensibile e immensamente elegante. Gente a cui perfino i santi chiedono di ricominciare a scrivere romanzi. Ebbene, gente così spedisce le buste, mica manda le e-mail!

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