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Swatch: la fede dei ragazzi diventa un romanzo

Questa intervista a Davide Baraldi, di Barbara Sartori, è apparsa su Il Nuovo Giornale di Piacenza, Venerdì 08. 04. 2016 a pagina 08

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Don Davide Baraldi, bolognese, martedì 12 aprile in Cattolica presenta “Swatch

Luca ha lasciato la parrocchia dopo la Cresima, gioca a football americano nei Rockets Bologna e ha un sogno: fare carriera nella National Football League. Allyson è una studentessa del liceo classico, fa parte degli scout e, complice la passione per la fotografia, si ritrova a immortalare le finali dei campionati studenteschi, in cui gareggia anche Luca. Non sarà proprio “colpo di fulmine”, ma qualcosa succederà.

Luca ed Allyson sono i protagonisti di “Swatch”, romanzo d’esordio di don Davide Baraldi, sacerdote bolognese che ha scelto la via della narrativa per parlare di adolescenza e fede. E non solo.

Don Baraldi sarà ospite del ciclo “Let’s book” in Università Cattolica martedì 12 aprile dalle ore 11 alle 13 in aula Gasparini. Classe 1978, prete dal 2003, è parroco a Santa Maria della Carità, in centro a Bologna e insegna teologia fondamentale alla Scuola di Formazione Teologica della sua città.

— Don Davide, da dove nasce l’idea di scrivere un romanzo?

Mi ha stimolato la domanda che rilancia un autore della materia che insegno, teologia fondamentale: come si fa a comunicare la fede senza usare linguaggi troppo stereotipati dal mondo ecclesiastico? Io provo a farlo servendomi della narrazione contemporanea, ma andando oltre il classico romanzo cattolico. Da amante dei libri quale sono, mi sono accorto che l’esperienza di fede dei ragazzi -­ in Italia sono ancora il 75% quelli che passano per il mondo delle parrocchie -­ è completamente trascurata. Quei pochi testi che parlano della dimensione religiosa dei ragazzi, dipingono quelli che sono in parrocchia come – ­mi passi il termine ­- degli “sfigati”. Un esempio, per quanto sia un bellissimo romanzo, è “Emmaus” di Baricco, che dipinge quattro ragazzi uno messo peggio dell’altro.

La realtà non è così. La narrativa deve anche descrivere la realtà, quindi ho provato a rendere ragione di questi giovani che non sono come li si ritrae, anzi, spesso sono invece i più brillanti.

— Nei ragazzi che popolano il suo romanzo ci sono volti e incontri che ha fatto nella sua vita di sacerdote?

Nessun personaggio esiste in quanto tale, ma ogni personaggio è il risultato di un puzzle che ho messo insieme a partire da esperienze che ho rielaborato e ricucito in una sorta di vestito di Arlecchino. Ogni singolo evento, anche quello più strano, ha però una corrispondenza con la realtà.

Ingenui davanti al futuro

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— “Swatch” ai più fa venire in mente il famoso orologio. Ma è pure il titolo di una canzone degli Stadio che lei cita a mo’ di epigrafe del romanzo. Quel che è certo, è che nella sua narrazione è centrale l’idea del tempo. Come vivono il tempo i ragazzi che incontra?

C’è un vivere il tempo cronologico, che i ragazzi vivono con meno problemi di noi adulti, nella gratuità. Vedo dal mio osservatorio dei ragazzi molto impegnati, e anche in cose buone: sport, attività, volontariato…

Ma c’è un secondo livello, quello del rapporto con il tempo della vita e lì mi sembra che nei giovani si colga molta ingenuità. È questo uno dei grandi temi del libro.

— Ingenuità nell’affrontare quel che accade?

Ingenuità rispetto alla prospettiva del futuro. Ci si convince di poter fare qualunque cosa. Mi sembra che nella giovinezza, per le caratteristiche proprie dell’età, non si possa avere piena consapevolezza di quanto sono dense e impegnative le sfide del futuro.

— L’Istituto Toniolo ha da poco pubblicato l’indagine sui giovani e la fede con un titolo emblematico: “Dio a modo mio”. C’è una forte domanda di Dio tra i ragazzi, ma sembra non riescano a trovarvi risposta nelle strade “istituzionali”. Lei che domande coglie nei giovani che incontra, quali sono le urgenze più forti, che sono entrate anche nel libro?

Domande di autenticità, relazione, comunicazione e di alleggerimento delle sofferenze del mondo. La cosa che ha registrato l’Istituto Toniolo è molto vera, il problema è che la Chiesa tende ancora a proporre gli aspetti dogmatici della fede e non quelli che toccano l’umano.

— A volte siamo portati a rispondere all’allontamento dei ragazzi dalla Chiesa cercando di attirarli con linguaggi particolari, proposte originali… Cos’è che permette ai ragazzi di vivere pienamente la comunità cristiana?

La vicinanza umana. L’unica cosa che paga è stare vicino, aiutare a rileggere le esperienze, offrire confronti. Il punto è che ci vuole tanto tempo e non solo noi preti, ma gli adulti in generale, compresi gli educatori meglio intenzionati, hanno poca disponibilità di farlo. È un problema molto serio.

— Al di là dell’ora settimanale del gruppo, trovare tutti i giorni degli spazi di incontro?

Se non tutti i giorni, almeno mantenere l’attenzione sulle cose che contano: un messaggino quando c’è un’interrogazione o un esame, una chiamata quando due morosi si lasciano, l’offrire un confronto quando ci sono temi importanti di attualità, penso agli attentati terroristici. Non conta tanto la quantità di tempo, ma l’esserci nelle vite reali.

— I social media che i ragazzi frequentano tanto possono diventare uno strumento per alimentare le relazioni?

Andrebbero usati come un momento di passaggio tra una relazione che inizia e la possibilità di un incontro faccia a faccia. Sono un luogo bellissimo, che però è invaso da una scarica di aggressività, di violenza verbale e da una marea di stupidaggini…

Nei sentimenti non si nasce imparati

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— “Swatch” è una storia d’amore. C’è una diffusa difficoltà nel vivere le relazioni, e non solo tra gli adolescenti. Qual è la cifra che vuol raccontare attraverso la vicenda di Luca e Allyson?

È vero quel che dice. Nel romanzo io ho scelto di rappresentare un mondo adulto tendenzialmente positivo. So che è una scelta di campo e assolutamente parziale, ma l’ho voluto fare apposta, perché credo che la cosa più importante di cui hanno bisogno i ragazzi, soprattutto nell’esperienza dei sentimenti e della sessualità, sia la possibilità di parlare liberamente, di raccontare anche i propri sbagli, di elaborarli pian piano e anche di imparare. Non si nasce imparati nei sentimenti e tanto meno nella sessualità. Mi sembra che invece in ambito cattolico se di sessualità si riesce a parlare in confessione è già molto… Anziché essere preoccupati subito della questione del peccato o meno, sarebbe più importante che i ragazzi si sentissero liberi di parlare, per aiutarli a crescere anche in questa dimensione. Siamo attenti a formarli con progressione in tutto – penso alla preghiera ­- e sui sentimenti non facciamo nulla?

— “Swatch” è uscito a settembre. Che risposta sta avendo?

Per quanto riguarda i numeri, ho venduto 800 copie cartacee, non ho ancora riscontri sulle vendite attraverso gli store on line e la versione e­book.

— E dal fronte dei lettori?

Tendenzialmente positiva, talvolta entusiasta. Qualcuno mi ha detto che il complimento più grande che poteva farmi è che non sembra scritto da un prete! Invece, un amico sacerdote mi ha rimproverato di aver dipinto i preti in modo troppo positivo, anche se in realtà la figura più importante alla fine sbaglia clamorosamente nei confronti di Allyson.

— Un’autocritica?

Mi sarebbe piaciuto intercettare un mondo estraneo all’ambito religioso, anche col rischio di avere riscontri più severi, ma mi pare che sia avvenuto meno. Questo un po’ mi dispiace.

Barbara Sartori

 

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