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Le lettere dal manicomio del genio Artaud, tra deliri e poesia

Le lettere dal manicomio di un genio del ‘900, Antonin Artaud: tra manie di persecuzione e deliri religiosi non mancano gli squarci lirici

di Camilla Tagliabue

“Scritti di Rodez” raccoglie le lettere dal manicomio di un genio del ‘900, Antonin Artaud (autore, tra gli altri, di due fondamentali manifesti sul “Teatro della crudeltà”). Malato da tempo, quando scrisse queste missive, il maestro subì pesanti sedute di elettroshock. Ma tra manie di persecuzione e deliri religiosi non mancano gli squarci lirici

Nell’aprile del 1943, dopo sei anni di silenzio fra le mura dei manicomi, Antonin Artaud (Marsiglia, 1896 – Ivry-sur-Seine, 1948) ricominciò a scrivere a medici, familiari e amici: fu l’inizio di una lenta ripresa dal suo stato psicotico, una ripresa che sarebbe durata non meno di tre anni, e il cui prezzo sarebbe stato una lunga serie di elettroshock, con gli orribili effetti di spossessamento e di torpore che ne conseguivano, descritti negli Scritti da Rodez.

ARTAUD SCRITTI DI RODEZ

di Camilla Tagliabue

Non sapessimo che l’autore è un genio, derubricheremmo gli Scritti di Rodez a caso clinico: le lettere di uno psicotico – grave – utili a inquadrare scientificamente una patologia psichiatrica, il cui valore poetico e profetico è pressoché nullo.

Si sa però che l’autore è un genioAntonin Artaud (1896-1948) –, quindi è d’obbligo compulsare questi Scritti di Rodez, editi da Adelphi (a cura di Rolando Damiani), alla ricerca di una qualche poesia e profezia. È utile innanzitutto precisare che i materiali, perlopiù epistolari, sono tra gli ultimi del teatrante – attore, regista, drammaturgo, teorico ecc. –: risalgono infatti al periodo del ricovero di Artaud presso l’ospedale psichiatrico di Rodez, dal 1943 al 1946.

Antonin Artaud

Le missive erano dirette, anche se non tutte recapitate, ai medici, alle amiche, agli amici intellettuali (come l’editore Jean Paulhan e gli scrittori André Gide e Arthur Adamov), alla madre (Euphrasie Nalpas, col cui cognome Antonin si firma spesso), ai teatranti (Jean-Louise Barrault, Roger Blin), agli artisti, pure a Pablo Picasso, nel tentativo di coinvolgerlo in un’asta di beneficenza per finanziare il ritorno di Artaud a Parigi (tra gli altri, concessero le loro opere Braque, Chagall e Giacometti).

A Rodez ci era finito, il folle marsigliese ricoverato in un manicomio parigino, grazie all’intercessione di un amico, il poeta Robert Desnos, che lo aveva affidato alle cure avanguardistiche del dottor Gaston Ferdière, seguace dell’arteterapia e pioniere della “terapia per convulsioni elettriche”.

Grazie alle accuratissime note, forse la parte meno ripetitiva e giocoforza più cristallina del libro, si viene a sapere delle numerose e pesanti sedute di elettroshock cui fu sottoposto il paziente, che all’epoca “pesava 55 chili e gli restavano solo otto denti in bocca”. Le diagnosi mediche si soffermavano, poi, sull’ampio spettro di disturbi del ricoverato, a vario titolo inquadrato come nevrastenico, sifilitico, psicotico, tossicomane, bipolare e quant’altro: “Nei primi elettroshock gli abbiamo rotto una vertebra”, annota il guru Ferdière. “Ma è irrilevante”.

Artaud era un uomo malato, e da tempo: dal 1917, scrive, “mi hanno fatto fare centinaia di iniezioni di ectina, di Galyl, di cianuro, di mercurio, di novarsenobenzolo e di quinby… un lungo avvelenamento con l’arsenico e il cianuro di potassio”. A Rodez lamenta di essere sempre affamato e reclama costantemente l’oppio, o la codeina, o la nicotina, o l’eroina, da cui era dipendente da anni, ben prima del famoso viaggio iniziatico in Messico, nel 1936, in cui scoprì i magici poteri del Peyote.

Il pensiero magico è un’altra patologia di cui soffre Antonin, che si sente “perseguitato e affatturato”: ora è vittima di forze ultraterrene, del malocchio, del Male, di Satana e delle “manovre erotiche dei demòni”; ora è bersaglio di un complotto e della “favola poliziesca ebrea”. Il suo feroce antisemitismo fa il paio con il conservatorismo sciocco, quando ad esempio sostiene che gli Inglesi siano peggio dei nazisti: era il 1943.

Il catalogo delle manie di persecuzione è lungo: Artaud dice di essere “misconosciuto e respinto”, “intossicato di sperma ed escrementi che mi vengono dai peccati di voi tutti” e, “come i veri poeti, e più degli altri uomini, orribilmente tormentato dai demòni”. Tutto si sente, insomma, fuorché pazzo, e infatti continua a parlare di sé in terza persona, ripetitivo come tutti gli ossessionati e ostinatamente sessuofobico.

Notevolissimo è anche il suo delirio religioso, grazie al quale si identifica in Gesù Cristo, o in Dio, o in San Patrizio – motivo per cui fu espulso dall’Irlanda nel ’37 e prontamente internato con la camicia di forza a Le Havre: “La mia vita è un esempio vivente dell’esistenza di tutti gli stati soprannaturali di cui la letteratura e i libri discutono senza conoscerli e che gli uomini odiano perché odiano il soprannaturale, il meraviglioso e Dio… La mia famiglia non è della terra ma del cielo”, e via così, ma basta col voyeurismo psichiatrico e veniamo alla poesia e profezia di cui si diceva.

Sorgente: Le lettere dal manicomio del genio Artaud, tra deliri e poesia – Il Libraio

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