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Cronaca di un viaggio verso il Premio Polverini

Premio Polverini 2

Giungo sul posto. Di fronte al mare. 20° C ed è il 30 novembre.
Entro e mi guardo intorno. Ancora poche persone in giro, ma tutte particolari. Si vede che sono tutti artisti. Tutti poeti giunti per l’occasione. Li distingui dallo sguardo, dall’atteggiamento. Lo senti dalle loro parole. Ce ne sono alcuni che sembrano persone normali, che incarnano, ognuno a loro modo, quello sdoppiamento dell’anima in cui una parte vive sulla terra e l’altra parla con i sogni.
Mi prendo un caffè. Osservo, ascolto, sento quel che aleggia nell’aria assieme agli aromi del caffè e dell’aria salmastra. Esco di nuovo. È ancora presto. Continuo a osservare.
I poeti li riconosci da come camminano. Muovono i passi in modo diverso, come poggiassero i piedi su due mondi diversi. Fumano alcuni, attraversando, accompagnati dai miraggi e dai sogni, le volute che salgono, per perdersi chissà dove.
Poi, come sempre usa fare, il tempo scorre e giunge l’ora della cerimonia. Alla spicciolata, tutti ci avviamo in fila, come i minuti, come i grani di un rosario, verso la grande sala allestita per le occasioni. Sono fra i primi e posso godermi la vista di una sala ancora vuota. Sedie. File di sedie piene dei fantasmi potenziali dei poeti che le occuperanno di lì a poco, con i loro familiari, amici e altre persone che vivono in zona.
Parlando con alcuni residenti della zona, non poeti, si sente nelle loro parole che lì, ad Anzio, questo premio è molto sentito. Leandro Polverini è stato fra i personaggi fulcro della crescita di tutto il circondario, sia a livello materiale che culturale.
Inizia la cerimonia con i discorsi introduttivi.
Poi si susseguono le chiamate ai premiati e le consegne di riconoscimenti e diplomi. In ordine alfabetico. “Ho tempo”, penso, mentre ascolto i colleghi che esprimono ognuno il loro punto di vista, chi sulla poesia, chi sul proprio libro e cerco un qualcosa di originale da dire. Ho argomenti. Poi mi chiamano e passo a stringere le mani alla giuria. Salgo al leggio e tutto quello che avevo pensato sfuma. Parlo, dunque, di un qualcosa che conosco bene: il valore terapeutico della poesia. Ma l’emozione sta lì, apposta per fregarmi, anche se sono abituato, per motivi diversi, a stare davanti a persone che ascoltano. Riesco sempre a farmi cogliere da questa atmosfera di attesa che, dagli occhi degli altri, ti si punta addosso. Per cui esprimo poche parole, stringendo il discorso al suo nocciolo essenziale: riconoscere gli stati d’animo universali e sentirsi accomunati, meno soli.
Ho deciso che il discorso appena abbozzato lo affronterò per iscritto presto.

Leggo “Foglie nel vento”, traendola dal libro in questione, “La selezione colpevole”.

Foglie nel vento

Nudo, spellato, scorticato
esposto
vivo sui nervi
gli strappi dell’anima
rovesciata dagli eventi
aperta come una tenda
da una folata improvvisa
scucita dall’usura
consunta dal tempo
che ci ha girato sopra.
Nudo mi troverai
come mi cercavi un tempo
chiedendomi sogni di noi
ma la veglia anziché i sogni
ci ha slabbrato come fossimo una ferita
ci ha infettato come peste
ci ha allontanato
come foglie nel vento.

Colpisce, almeno alcuni. Comunica le sensazioni che volevo esprimere e lo sento che è piaciuta. Si percepisce nel battito delle mani, che applaudono sincere. Ripeto, almeno alcune lo erano. Sembra strano, ma in particolari occasioni, si avvertono le sensazioni che ti arrivano da chi hai di fronte con inaspettata chiarezza. Ma il tempo stringe e siamo in tanti. Scendo dalla pedana e, lasciando il leggio, perdo quasi l’equilibrio sullo scalino, stringo ancora le mani alla giuria, raccolgo sorrisi e diplomi e torno a sedere. Ascolto gli altri, i loro discorsi. Applaudo, a volte con più sincerità, a volte solo con cortesia, ai colleghi. Anche loro lo percepiranno come l’ho percepito io? Credo di sì.
Poi si arriva alla fine della cerimonia. Tutti usciamo dalla sala, lasciando in essa un qualcosa di nostro. Piano piano svanirà nel tempo, evaporerà, ma mai del tutto. Ci sarà sempre una parte di ricordo, nostro, legata a quella sala, che ci riporterà lì. Sarà sia ricordo sia seme che nuovamente germoglia. Invisibile ma presente. Un respiro di poesia che nel tempo si fonderà alla materia. E sarà nuova materia per nuova poesia.
I poeti si salutano, si dividono. Riprendono ognuno la propria strada. Passeggiando con i piedi in mondi diversi e ritrovando la strada di casa, sempre uguale e sempre diversa. Come ogni giorno. Come ogni vita che si intreccia in questo flusso. Come ogni sogno che accompagna la notte.

Andrea Leonelli

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2 Comments

  1. marina atzori 17 dicembre 2014 16:07

    Leggo con piacere la seconda parte del viaggio simbolico e non, che ha condotto, Andrea Leonelli e la sua Opera, verso Anzio, salire e scendere quegli scalini perdendo un attimo l’equilibrio. Anche tra queste apparenti semplici parole c’è in qualche modo Poesia, c’è imperfezione, emozione da cogliere. Come fare per non sentirsi l’emotività addosso, appiccicata? Penso sia stato veramente difficile. Tento di carpire, tra queste righe argomentate da lui stesso, leggerezza e semplicità, ma chi lo sa… forse le mani e la voce dell’autore si sono messe a tremare in quel momento, quando sul leggio ha potuto leggere Foglie al vento. E magari la lettura era tesa, proprio in direzione degli ultimi versi, dove il silenzio, quello dei poeti lascia spazio agli applausi. Non sono applausi comuni e interpretabili, sono “battiti” di mani sentiti e coinvolti da quelle righe di “sensi” o sensazioni per semplificare, che già a leggerli su carta muovono l’anima. Sicuramente in quella sala ha lasciato qualcosa di suo… e anche nelle ultime quattro righe di questo semplice “diario di bordo” dove non ha potuto fare a meno di menzionare i sogni e la notte. La poesia lo insegue, per Andrea Leonelli la Poesia è un vero e proprio “modus vivendi”.

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