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Scritto nelle ossa di Simon Beckett

Gli scrittori leggono? Decisamente dovrebbero. Giancarlo Ibba ci racconta le sue impressioni in merito al libro Scritto nelle ossa di Simon Beckett

di Giancarlo Ibba

Il romanzo di Simon Beckett, “Scritto nelle ossa” (2009), è la seconda storia della saga del dottor David Hunter (personaggio che ha esordito, brillantemente, nel libro “La chimica della morte”, del 2007), antropologo forense inglese, alle prese con complicati casi di omicidio.

Se vi piacciono le storie d’investigazione corredate da parecchi dettagli tecnici e ambientazioni particolareggiate, Simon Beckett è lo scrittore che fa per voi. Pur trattando argomenti simili e avendo due protagonisti di diverso genere sessuale, ma con uguale mestiere, ritengo la prosa di Beckett migliore di quella di Kathy Reichs. Quest’ultima mi piace molto per come struttura la trama, ma ha uno stile più asciutto e basilare, mentre Beckett è un romanziere maggiormente dotato dal punto di vista letterario.

Un po’ di trama

Un cadavere incenerito, del quale restano però misteriosamente intatti una mano e i piedi. Questo l’enigma che si trova davanti il dottor David Hunter quando raggiunge un cottage isolato su una sperduta isola delle Ebridi Esterne. Sembra un caso da manuale dell’inspiegabile fenomeno di autocombustione spontanea, ma Hunter è deciso a non cedere alle tentazioni del paranormale. La sua caparbia volontà di non chiudere il caso scatena una spirale di delitti che sconvolge la vita sonnolenta della comunità di pescatori, mentre una tempesta di violenza inaudita la isola dal resto del mondo per una lunga, fatidica settimana. Con l’aiuto di un ispettore in pensione e di un sergente di polizia alcolizzato, David Hunter dovrà portare alla luce gli oscuri segreti dei personaggi più in vista dell’isola, mettendo insieme le tessere insanguinate di un puzzle intricato e perverso, nel quale nessuno è quello che sembra. Un agghiacciante intreccio di ricatti a sfondo sessuale, efferate vendette e scienza forense. (Tratto da Amazon)

Torniamo a noi

In questo romanzo, ambientato appunto su una piccola isola delle Ebridi esterne (Scozia), spazzata dalle tempeste del mare del Nord, l’autore ha modo di sfoggiare il suo talento narrativo, costruendo una vicenda torbida, piena di svolte e azione. L’isolamento, il clima e la claustrofobia dei luoghi, contribuiscono a creare, in modo significativo, l’atmosfera cupa di questo giallo.

Anzi, direi che è la cosa che mi è piaciuta di più. Stimolando la mia curiosità e costringendomi quasi a documentarmi su queste località poco conosciute, seppur affascinanti dal punto di vista antropologico e naturalistico. Interessante, in modo particolare, la tragica vicenda dell’isola abbandonata di Saint Kilda (in realtà trattasi di un minuscolo arcipelago), alla quale l’autore si è ispirato abbondantemente per costruire la suggestiva location fittizia di questo romanzo, l’isola di Runa, disseminata di antiche vestigia, dolmen e tumuli.

Qualche immagine tratta dal web

Ma la storia non ha nulla di mistico, tutt’altro, mantenendosi invece cruda e realistica fino alla fine. In questo scenario, oltre al dottor Hunter (uomo tormentato e dal tragico passato, come vuole la tradizione di questo genere letterario), si muovono numerosi personaggi, tutti ben caratterizzati e dalle motivazioni credibili. È stato divertente leggere questo libro cercando di associare i vari personaggi alle facce di attori anglosassoni famosi. In particolare, io mi sono immaginato l’ex ispettore in pensione Brody con le fattezze di uno Sean Connery alla fine degli anni ’80. Detto ciò, si tratta di un buon giallo, ricco di colpi di scena, sequenze macabre e senza momenti calanti. Uno di quelli che si fa fatica a mettere giù la sera, anche se si è molto stanchi. Lo consiglio.

 

 

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