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Andrea Tavernati

libri-da-gustareAndrea Tavernati e Il suo Libro da Gustare

Lo spazio Libri da Gustare vuole stimolare la fantasia dei lettori e non solo quella. Dal momento che il vecchio detto recita che “il cibo nutre lo stomaco e i libri saziano la mente“, abbiamo pensato di stuzzicare i nostri autori proponendo loro di abbinare i titoli delle loro opere a una ricetta, un qualcosa che possa identificare e dare soddisfazione anche al palato.

L’Intima Essenza

Tagliere di formaggi

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Tagliere di formaggi

Abbinate alla lettura dell’Intima Essenza – La Via degli haiku – un tagliere di formaggi. Vi aspettavate un piatto sushi, oggi tanto alla moda? Troppo facile. E poi io apprezzo molte cose della cultura giapponese, ma la cucina… proprio no. E poi i miei haiku hanno a che fare con la tradizione zen, ma anche con la letteratura occidentale. Insomma un bel melting pot. Perché proprio un tagliere di formaggi? Perché è come una silloge di poesie, nella quale ogni singolo testo ha un suo sapore, ma tutti insieme creano un’atmosfera che è unica e inimitabile. Perché, come una silloge di poesie, è un’arte di abbinamenti, basata su consonanze e contrasti, sorprese e piccole rivelazioni. Perché, come l’haiku, ha le sue regole da rispettare e ha a che fare con il tempo, una successione che è un viaggio e una escalation, che si può fare solo in una direzione. Tornare indietro è impossibile. Infine, perché quando hai finito rimane lo stesso senso di vuoto che, stranamente, non è un’assenza, ma una pienezza senza sostanza e senza un centro. Quella cosa tanto simile a un’anima

Ingredienti

Formaggi q.b. uno morbido, due semiduri e due duri

Preparazione

Bisogna partire da un presupposto: ogni prodotto deve essere accompagnato da un altro alimento semplice o lavorato. Frutta, verdura, pane sono le prime cose che vengono in mente.
Ma questo è, fortunatamente, un campo dove si può essere creativi, anche in modo personale, fino ad arrivare all’eccentricità.
Tanto per capirci, tutto quello che nasce accanto ai formaggi, nei campi, nei prati, sugli alberi e sotto terra potrà essere accostato, non solo al naturale, ma anche nelle sue ulteriori lavorazioni.
Indispensabile comporlo con formaggi di varie regioni, in modo da far assaggiare più prodotti diversi tra loro.

  1. Il senso del tagliere (di legno o di ceramica) deve essere a “orologio”, cioè deve partire dai formaggi a pasta molle per continuare con i semistagionati e per finire con quelli a pasta dura stagionati. Per incontrare il gusto di tutti, disponetene almeno 5: uno morbido, due semiduri e due duri. Suggerite il primo da cui partire.
  2. Servite i formaggi a temperatura ambiente, tirateli fuori dal frigo da una a due ore prima di servirli.
  3. Elaborate un piccolo menù con una breve descrizione dei formaggi presenti e il loro miglior abbinamento con miele, confetture o altro (e, se presente, con il vino).
  4. Accompagnate il tagliere con confetture e mieli in piccole ciotole.Il formaggio è un alimento praticamente privo di zuccheri. Gli zuccheri apportati dal miele o dalle marmellate trovano così il loro naturale alimento complementare, creando un equilibrio di gusto. In linea di massima, miele e marmellate si abbinano a formaggi di elevata aromaticità. Il miele di acacia può andar bene anche per formaggi di media aromaticità. Da tener presente che i formaggi freschi, invece, vengono “coperti” dall’aroma del miele.
  5. Ogni formaggio preferisce un tipo di taglio diverso, per conservare il sapore, ma anche la forma e la presenza. Ad esempio: i formaggi tipo Fontina vanno tagliati in pezzi triangolari; il Parmigiano Reggiano si taglia a scaglie; il formaggio di pecora e il formaggio di capra si affettano.
  6. Fornite coltelli diversi: per i formaggi a pasta molle, per i semiduri, per i duri.

Cosa bere con un tagliere così articolato? Ecco uno schemino utile.
Formaggi di bassa intensità aromatica: vini bianchi secchi.
Formaggi di medio bassa a media intensità aromatica: vini rossi d’annata.
Formaggi di media o medio elevata intensità: vini rosso invecchiati.
Formaggi di elevata intensità aromatica: vini liquorosi, passiti

Preparazione tratta da: www.formaggio.it

L’Intima Essenza

Se togli tutto il superfluo, l’inutile e il secondario che occupa la tua vita. Se togli quello che hai, quello che fai e che devi fare, ciò che è legato alle abitudini e alle necessità sociali, ciò che ubbidisce alle leggi, ciò che hai ereditato dai padri, ciò che ti impone il gruppo, ciò in cui hai scelto di credere, ciò che dipende dagli affetti, ciò che ti fa piacere e che hai imparato ad amare o ad odiare, ciò che rifiuti e ciò che accetti. Se togli tutto questo, rimane qualcosa? Questo qualcosa si può esprimere in parole?
L’Intima Essenza è la disciplina e l’esito di questa ricerca. Non è un semplice agglomerato di haiku, ma un percorso conoscitivo attraverso la forma poetica più precisa: recuperare l’essenza della parola attraverso una scelta di asciuttezza e concentrazione. È stata una sfida e una battaglia. Alla fine il libro si è imposto sull’autore. La scoperta dell’intima essenza interiore l’ha sorpreso quanto lo sperimentare quella della parola.

Dettagli del libro

  • Formato: Formato ebook
  • Dimensioni file: 196 KB
  • Lunghezza stampa: 189
  • Editore: EEE-book (2 settembre 2013)
  • Venduto da: Amazon – Kobo
  • Lingua: Italiano
  • ISBN: 978-88-6690-144-0
Nov 24, 2016

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Andrea Tavernati e La sua Postazione

Ogni autore possiede una propria postazione in cui le idee prendono forma e le parole scorrono velocemente sul monitor. Per i più conservatori esistono ancora gli scrittoi, carta, penna, talvolta calamaio. Tuttavia, a prescindere dal mezzo con cui si esprimono i pensieri, la magia che scaturisce è quella insita in ogni forma d’arte e noi vogliamo farvi vedere come se la cavano i nostri autori.

La mia prima postazione

 

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La mia prima postazione è, ahimè, questa. Come vedete non è un granché. Nessuna elevata tecnologia, nessun antro delle meraviglie, nessuna lampada da sfregare e nessuna boccia magica da consultare. Soprattutto nessuna musa ispiratrice. Anzi, la situazione che vedete è falsa. In realtà, per poter scattare questa foto ho dovuto aspettare che le persone che occupavano quelle poltroncine davanti a me – dei perfetti sconosciuti – si alzassero.

I treni delle Ferrovie Nord Milano – FNM, per gli amici – che frequento ogni giorno per andare e tornare dal lavoro, rigorosamente riempiti e finanziati da pendolari come me, sono la mia prima e quotidiana postazione di lavoro. Non l’unica, per fortuna, poi c’è un lungo lavoro di riflessione e ripensamento che avviene in postazioni più tranquille ed adeguate al pensiero razionale – e irrazionale -. Ma questa è la postazione delle prime stesure, a mano e mediante penna Bic – lo so, potrei munirmi di un portatile, ma i pensieri sono miei e preferisco che anche la prima scrittura sia la mia, personale e diversa da quella di chiunque altro – e anche delle prime correzioni, come quella che vedete nella foto, anche queste a mano, sul dattiloscritto.

Cap. XIII del romanzo (romanzo?) che sto scrivendo ormai da anni. Per la parola fine (fine?) ci rivediamo tra un altro paio di anni, credo. Così tra scioperi, rigorosamente il venerdì, treni soppressi – ma come si fa a “sopprimere” un treno? – guasti e ritardi di 45 minuti su un percorso di 40 – quindi non è partito? – la scrittura procede sui suoi binari, in questo caso gli stessi delle FNM, letteralmente. È una postazione cui sono particolarmente affezionato, nonostante tutto. Siccome i pendolari che prendono lo stesso treno ogni giorno alla stessa ora e alla stessa stazione sono più o meno sempre gli stessi, che cosa penseranno di questo stakanovista musone che lavora sempre anche in treno, evita accuratamente gli attacca-bottone delle fermate obbligatorie e cambia perfino posto se accanto a lui si siede qualche coppia particolarmente loquace?

Bisogna dire che da quando si è diffusa la moda degli smartphone la gente in treno parla molto meno. Ciascuno immerso nella sua virtualità, dialoga, magari con qualcuno dall’altra parte del mondo, ma molto più silenziosamente di prima.

Grazie Facebook, grazie Whatsapp! Tutti gli scrittori da treno vi sono immensamente grati. Certo, così la gente non legge, almeno nel senso tradizionale del termine, ma tanto già non lo faceva anche prima degli smartphone.

Nov 16, 2016

21 marzo è la giornata dedicata alla Poesia

Caffè poesia

Potevamo forse lasciarci scappare questa occasione? No, che non potevamo, soprattutto per il fatto che si è da poco aperto il quarto Concorso EEE, dedicato proprio alla selezione di nuovi poeti nostrani. Sappiamo bene che ne esistono di veramente validi in giro per il web, li vediamo passare tutti i giorni con i loro post, nei quali alcune composizioni spiccano per la bellezza e l’eleganza dei versi. La nostra rosa di giudici avrà del valido materiale fra cui scegliere i prossimi poeti EEE e siamo contenti che siano proprio loro a selezionare i prossimi compagni di avventure.

Quindi parliamo un po’ dei nostri giudici, dei magnifici cinque che presenziano la giuria, insieme al nostro editore Piera Rossotti. Cinque splendide Penne, ognuna con caratteristiche diverse e particolarità che possono andare a stuzzicare l’anima sotto molti punti di vista. Perché la Poesia non è tutta uguale, il genere in sé racchiude mille sfumature che possono essere interpretare a seconda dello stile, dell’umore e della predisposizione dell’autore. Tuttavia i nostri cinque giudici si differenziano in modo piuttosto riconoscibile. Elisabetta Bagli possiede una mano decisamente femminile e i suoi versi si dipanano di solito con lunghe introspettive, in cui ogni colore viene preso in considerazione. Gastone Cappelloni è un’impressionista e ben si accordano i toni che utilizza per descrivere i propri sentimenti e le sensazioni, lasciando pennellate decise sulla tela poetica. Maurizio Donte ha ben chiaro il ritmo e la sua precisione si concretizza nei versi costruiti ad arte, pur restando saldamente ancorati al senso artistico. Andrea Tavernati preferisce racchiudere negli haiku le proprie espressioni poetiche, pur attenendosi, anche lui come Donte, a delle regole fondamentali che rendono il verso ancora più libero. Infine Andrea Leonelli. La sua prosa graffiante, e talvolta ermetica, lo rende capace di racchiudere in poche parole l’intera tavolozza della sofferenza umana.

Dunque, con cotanta giuria, potevamo forse non ricordarvelo in un giorno come questo?

Mar 21, 2016

Una Regina e i suoi Re

Un altro poeta s’inserisce nella scuderia degli autori EEE, circondando la nostra Regina di nomi eccellenti.

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Maurzio Donte, con il suo Nell’incanto, stabilisce un nuovo filo conduttore con i propri lettori.

Elisabetta Bagli, Andrea Leonelli, Andrea Tavernati, Gastone Cappelloni e Maurizio Donte, formano una squadra poetica che assume già il sapore della leggenda. Elisabetta, con i suoi meravigliosi versi, offre una vita vista al femminile, con i suoi dubbi e le sue incertezze, condite con quella forza che ogni donna è in grado di avere. Andrea Leonelli travolge gli animi con l’energia di cui carica le sue composizioni, trovando, attraverso la sofferenza e lo strazio, la via verso il cuore dei lettori. Andrea Tavernati incanta con i propri Haiku, descrivendo in così pochi termini un universo ricco di emozioni e sentimenti. Gastone lascia senza fiato. La sua prosa, solo all’apparenza semplice, è un puro inno alla vita e a quanto possa far sentire vitale un uomo. Infine Maurizio Donte, un nome che porta l’arte poetica verso quella classicità che così bene padroneggia.

Vi presentiamo la parte iniziale della presentazione di Nazario Pardini al libro Nell’incanto

Bolero

Donte_EEEVaga sulle onde un fremere d’incanto,
mentre trema la luce della Luna
e alzo nel vento a te un notturno canto
che flebile s’inizia sotto il cielo;
con arte io vengo a te, mia sola amata,
tu danzi quasi fossi una sirena
nel mare dell’estate che è passata.
Mi ricordo il motivo della danza
ed il tuo passo al muoversi del suono,
lento Bolero, dentro la risacca,
in languide movenze d’abbandono.

Iniziare da questa citazione testuale significa andare a fondo, da subito, nella epigrammatica vicenda del canto di Maurizio Donte. Un canto dolce, estremamente musicale, nutrito di cospirazioni emotive di grande abbandono erotico-intimistico, dove il verso, con tutta la sua potenza ermeneutica, si fa corpo risolutivo degli abbrivi vitali del Poeta. Sì, c’è l’amore, vissuto con plurima collaborazione panica, con espansioni iperbolico-allusive, e con abbracci semantici di urgente vocazione narratrice, ma un amore plurimo, totale, universale che coinvolge la vita nella sua polisemica significanza: il sogno, la realtà, il tempo, la memoria, la pace, la società e quell’inquietudine che nella poesia si fa flauto sotterraneo ad accompagnare il fluire dello spartito: “Mi ricordo il motivo della danza”, una rievocazione che si traduce in alcova rigenerante, in edenico ritorno, in visione incantatrice trasferita in mondi dal sapore neoplatonico, dove tutto è leggero, inviolabile e sonoro come una musica sublimante. Ed è l’endecasillabo – trattato in tutte le salse, in tutte le sue tonalità, a majore e a minore di sonetti, odi e canzoni – a evidenziare l’esperienza metrica del Nostro; la sua abilità versificatoria, aduso, Egli, al verso nobile del canto: “con arte io vengo a te, mia sola amata,/ tu danzi quasi fossi una sirena/ nel mare dell’estate che è passata”. Un mare d’infinita portata, i cui orizzonti si estendono fino all’inverosimile, fino a traguardi a cui l’uomo non può allungare lo sguardo, data la sua pochezza. E il Poeta è cosciente della futilità del tempo, del gioco delle sue fauci, della sua rapacità e voracità: “E vano è lo sperare che ritorni:/ rapido fugge il tempo tra le dita.”, per questo si affida al memoriale, a quel “passato” che tanto vorrebbe riattivare “in languide movenze d’abbandono”; a un eros che, comunque, non circoscrive il panorama ispirativo del Nostro; dacché la perlustrazione ontologica delle piecès e lo scavo analitico si estendono, a tutto tondo, al bene e al male della vita, col ricorso a uno sguardo impegnato e addolorato su tutto ciò che crea sofferenza; su tutto ciò che si allontana dalla fraternità, e dalla umanità, visto che “Non più vi fosse guerra, ma fraterno/ amore” è l’auspicio più sentito del Poeta

Feb 11, 2016

Campagna sociale: Come puoi abbandonare tanto amore? Parte seconda

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Prosegue la nostra campagna sociale di sensibilizzazione. In questa seconda parte saranno gli scritti di Chiara CurioneAndrea Tavernati, Lu Paer, Roberta Andres, Andrea Ravel e Marina Atzori a dire la loro in merito alla pratica incivile che vede migliaia di creature abbandonate durante questo periodo estivo.

Chiara Curione: Ho avuto un cane meticcio trovato da cucciolo che è stato un membro della famiglia per quattordici anni.
Nerino era fonte di gioia continua e non saremmo mai andati in vacanza senza di lui. Abbandonare un cane è come lasciare un bambino solo per strada. Quando si decide di prendere un animale in casa bisogna pensare che non è un peluche, ma un essere vivente da amare. Noi umani non siamo capaci di ricambiare l’affetto e la fedeltà che loro ci donano. È un delitto abbandonare i nostri piccoli amici che ci regalano tanta gioia in cambio di un po ‘ di cura e qualche piccola carezza.

Andrea Tavernati e Gordon: Se ci riflettiamo un attimo, il torto maggiore che facciamo abbandonando un animale non è verso l’animale, ma verso noi stessi. GordonL’abbandono fa parte di quella pratica sempre più generalizzata che riduce la nostra quotidianità ad un usa e getta, che Montale, in altri tempi, aveva definito: lo scialo. Scialo di cose, di esperienze, di parole e perfino di affetti e sentimenti subito bruciati e dimenticati per essere soppiantati da nuovi oggetti di interesse che in breve faranno la fine dei precedenti, non solo non lasciandoci nulla, ma portandoci via ogni volta un pezzetto della nostra umanità. Non stabilire gerarchie, non dare realmente importanza a nulla, scrollarsi tutto di dosso con una semplice alzata di spalle tradisce la nostra dilagante paura: paura di accettare le sfide, di credere in qualcosa; in definitiva paura di vivere. Perché vivere da esseri umani vuol dire prima di tutto essere coscienti di ciò che si fa e quindi maturare il senso della propria responsabilità nei confronti dei propri simili e del mondo che ci circonda. Lo sappiamo: vuol dire pensare, soppesare le conseguenze di quello che si decide di fare. Impegnativo, persino faticoso. Ma non è quello che dovrebbe distinguere gli uomini da tutti gli altri esseri viventi? Allora, se si accetta nella propria famiglia un animale senza pensare che quando andremo in vacanza bisognerà prendersi la briga di occuparsi anche di lui, e nel migliore dei modi, saremo capaci di ragionare in un modo diverso quando il “fastidio” ci sarà procurato dai nostri figli, o da un genitore anziano? Si può dubitarne, perché l’uomo cambia il pelo ma non il vizio e, guardandosi allo specchio, un uomo così, magari saprà, razionalmente, di avere dei lontani parenti animali, ma non saprà riconoscere la bestia che intanto è diventato.

Lu Paer: Nulla fa più male del tuo sguardo che non riconosco mentre accompagna il silenzio assordante della tua voce. Più in là, più in là, la palla; oggi ho un caldo opprimente e mi sento addosso una tristezza strana, ma corro come un matto per farti contento. Mi giro e non ci sei più. Ti cerco, ancora. Nulla. Sono come trafitto.
luQuale la strada che mi riporta a te? Inseguo impazzito il tuo odore che si perde in quello denso e spietato dell’asfalto. Tornerai, lo so. Tornerai con la luce, la stessa luce che ha dissolto l’ultima immagine che ho di te.
Ma è di nuovo buio.

Ho raccolto Molly, in Puglia, l’estate scorsa. Correva a tre zampe sull’asfalto rovente. Molly ora è al sicuro presso una famiglia che la ama, ma i suoi fratelli sono ancora là. Con questa esperienza ho toccato con mano le difficoltà enormi che hanno gli eroici volontari del nostro sud, dove il randagismo è una piaga. Chi ha cuore e coraggio al sud ne ha da vendere.

Ciò che la natura aborrisce di più è l’abbandono. Raffaele Morelli (Medico psichiatra)

Marina Atzori: È arrivata l’estate. Il nostro unico pensiero è quello di partire per le ferie e di goderci le vacanze senza gratta capi. briscolaI nostri piccoli e grandi amici a quattro zampe iniziano a diventare un peso, una grana da gestire, richiedono maggior attenzione da parte nostra per via del caldo. Purtroppo l’incubo dell’abbandono è dietro l’angolo. Vorrei fare un appello a tal proposito, che potrà sembrare scontato, ma vi assicuro non lo è mai troppo, se si pensa ai numeri spaventosi degli abbandoni, specialmente in questo periodo. Perché non portarli con noi? Oppure, dove questo non fosse proprio possibile, perché non affidarli ad una struttura adeguata alle loro esigenze, magari per il lasso di tempo in cui saremo assenti? Non bisogna dimenticare che il nostro gatto e il nostro fedele cagnolino si affezionano a noi in maniera incondizionata e nutrono per noi un rispetto del quale dovremmo sempre tenere conto e dal quale dovremmo a volte prendere esempio. La loro compagnia non è da dare per scontata. Infatti Felix o Fido salvano dalla noia le serate tristi e lunghe dell’inverno, colmano il vuoto della solitudine delle persone sole, allietano le nostre passeggiate quotidiane nelle sere d’estate, rendono giocose le giornate dei nostri bambini; insomma la loro presenza mette allegria per tutta la casa! Pensate per un attimo a quando vi segue come un’ombra, mentre bagnate i fiori in giardino, oppure a quando si accuccia vicino al suo padrone, mentre legge il giornale in veranda, o quando vi protegge da uno sconosciuto che vuole entrare in casa vostra. Un animale è un essere vivente utile e da proteggere, esattamente come lui protegge voi, pertanto non merita di essere trascurato, o nella peggiore delle ipotesi abbandonato, non dimenticatelo mai!

Roberta Andres: Cammino in bilico sulla ringhiera del ponte, guardo giù, passano macchine veloci. Non ero abituato a frugare nei rifiuti e bere alle pozzanghere ma: “è un gatto, non vuol bene a nessuno!”. Chissà perché allora all’alba mi mettevo dietro la porta della tua stanza in attesa di salutarti e quando arrivava qualcuno a casa uscivo sul pianerottolo ma poi schizzavo dentro spaventato!
Non ero abituato a questi rumori di automobili, ad aver fame e troppo caldo, nessuno che mi tocca; a vedere gatti schiacciati sull’asfalto, rossi di sangue e senza qualche pezzo. Dove sei? Mi hai lanciato dal finestrino sapendo che atterro, sempre e comunque, sulle quattro zampe e trotterello via; credevo fosse il solito gioco, non che l’automobile fuggisse via veloce. Ti amo dal momento in cui mi avevi comprato ma… come diceva la poesia che tua figlia ripeteva per la scuola quest’inverno?

“…ti si sfaccia la casa/la malattia ti impedisca/i tuoi nati torcano il viso da te!”

Andrea Ravel: Devo confessare che, quando mi è stato chiesto di scrivere qualche riga per spiegare perché non si devono abbandonare gli animali, mi sono trovato in difficoltà.
Arnaudo_13piccolaGli animali non si abbandonano e basta, così come non si abbandonano i figli o i genitori. Quando è stato scelto, è diventato parte della famiglia, dentro di lui c’è un pezzetto della nostra vita e della nostra umanità. Ha condiviso con noi gioie e dolori, ci ha dato conforto nei momenti tristi o disperati.
Quando penso a questi argomenti mi torna sempre in mente uno dei capolavori del neorealismo: “Umberto D” sceneggiato da Zavattini e diretto da De Sica. Se avete in mente di abbandonare il vostro animale andate a rivedervi questo film, vi insegnerà molto di più delle mie poche e inadeguate parole.

Lug 15, 2015

Andrea Tavernati vince il terzo posto al Premio letterario Isabella Morra

Invito premio Isabella Morra 2015

Il Premio letterario Isabella Morra, il mio mal superbo 2015, è alla sua quinta edizione; anche quest’anno ha avuto il privilegio di avere come Presidente Onorario il poeta Guido Oldani, una delle voci più significative della poesia contemporanea.
Hanno partecipato al Premio molti testi, alcuni anche dall’estero, per la giuria la lettura delle poesie è stata intensa e la scelta difficile. In particolare, una sezione del premio è stata dedicata agli adolescenti che hanno composto testi di grande raffinatezza e spessore.

Tra le poesie che hanno partecipato a questa edizione vi sono stati alcuni temi dominanti: il tormento dell’essere donna e poeta, lo scavo interiore, il ricordo del passato, ma anche la riflessione sul presente, spesso inquietante.
La cerimonia di premiazione si terrà il 28 giugno alle ore 11 presso il Teatrino di Corte, Reggia di Monza, Viale Brianza 2, Monza.

Le poesie premiate:

Poesia inedita:

  1. Vicoli di Marina Minet ( pseudonimo di Teresa Anna Biccai)
  2. Le stagioni delle zucche di Valerio Cascini
  3. Dissolvenze di Andrea Tavernati

Poesia inedita – sezione giovani:

  1. Il corvo all’usignolo di Ilaria Soren
  2. Il momento di Sara Bellelli
  3. Signum belli di Eleonora Norcini

Menzione della critica:

  • Anna di tutte le Russie di Piero Marelli

Premio poesia edita:

  • Antonella Antinucci, Burqa di vetro, Edizioni Tracce

Menzioni della giuria:

  • Heram di Francesco di Ruggiero
  • Lager di Filippo Passeo
  • Europa di Livia Rocco
  • Quando di Fabiano Braccini

Con la poesia che segue Andrea Tavernati ha vinto il terzo premio al Concorso internazionale Isabella Morra, indetto dalla Casa della Poesia di Monza.

DISSOLVENZE

Lo scorrere delle polaroid
urta le soglie del ricordo.
L’album di famiglia
inciampa su indizi
di voci sfarinate
farfugli intermittenti.
Siamo poveri stanchi negromanti.
Saremo dissolvenze d’eco
ombre sui muri
come i morti a Nagasaki.

Giu 27, 2015

Andrea Tavernati al Festival Internazionale di Poesia Europa in Versi “Ecopoetry: dall’emozione alla ragione”

Europa in versi

Redazione Como

Nelle giornate di Venerdì 8 maggio presso l’Associazione Carducci, sabato 9 maggio a Villa del Grumello e martedì 12 maggio presso il Chiostro di Sant’Abbondio dell’Università degli Studi dell’Insubria, si terrà a Como la quinta edizione del Festival Internazionale di Poesia Europa in Versi dal titolo “Ecopoetry: dall’emozione alla ragione”.

L’evento è organizzato da La Casa della Poesia di Como in collaborazione con l’Associazione Giosuè Carducci e l’Associazione Culturale e Musicale Studentesca Sant’Abbondio.

POETRY SLAM: I PIÙ GRANDI SLAMMER ITALIANI A EUROPA IN VERSI

La nuova edizione di Europa in Versi si aprirà venerdì 8 maggio alle 18.15 presso l’Associazione Carducci di Como con un Poetry Slam organizzato dalla Lega Italiana Poetry Slam: una coinvolgente gara a colpi di versi tra giovani poeti che verranno valutati da una giuria sorteggiata tra il pubblico. Allo slam parteciperanno otto tra i maggiori poeti-slammer italiani: Paolo Agrati, Tiziana Cera Rosco, il duo Eell Shous, Roberta Galbani, Elisa SB Orlando, Alfonso Maria Petrosino, Simone Savogin e Tusco. Special guest sarà Pierluigi Lenzi, vincitore del campionato “Poetry Slam 2014 by LIPS”, mentre i Maestri di Cerimonia saranno Dome Bulfaro e Marco Borroni, che hanno condotto le finali nazionali dell’ultimo Campionato LIPS.

Il format del poetry slam, consolidato dal lontano 1987 e promosso dalla LIPS in tutto il Paese, ha tre ingredienti semplici ed efficaci: tre minuti a poeta (in due manche) per enunciare oralmente un proprio testo senza l’aiuto di basi musicali o vestiti di scena, una giuria popolare formata da cinque giurati scelti a caso tra il pubblico, e un pubblico attivo e protagonista. Lo spirito dell’evento non mira tanto a incoronare un vincitore ma a far trionfare la poesia, una forma d’arte che può dimostrarsi coinvolgente e trascinante.

ECOPOETRY: DALL’EMOZIONE ALLA RAGIONE

Europa in Versi continuerà sabato 9 maggio a partire dalle 14.30 a Villa del Grumello di Como, dove grandi poeti italiani e stranieri leggeranno i propri versi. Nell’anno di Expo il tema del festival non poteva che essere legato a cibo e letteratura: dalle metafore alimentari di Emily Dickinson al poemetto gastronomico- mitologico di Tomaso Kemeny. Tra gli altri temi affrontati, la tutela dei diritti umani, la condanna della guerra, i messaggi di pace, amore e solidarietà e la difesa dell’ambiente.

Alla giornata parteciperanno poeti europei, come il performer inglese Peter Waugh, i turchi Metin Cengiz e Müesser Yeniay, il catalano Manuel Forcano e l’estone Jüri Talvet, ma anche poeti provenienti da ogni parte del mondo, come le giapponesi Mariko Sumikura e Taeko Uemura, gli uruguaiani Julio Pavanetti, Annabel Villar e la libanese Hanane Aad.

A completare il parterre di ospiti saranno Maurizio Cucchi, Giovanni Tesio, Piera Mattei, Erik Lindner, Ottavio Rossani, Guido Oldani, Maria Pia Quintavalla, Donatella Bisutti, Mario Castro Navarrete e Andrea Tavernati.

I reading saranno intervallati da momenti musicali a cura degli allievi del Conservatorio di Como (Miriam Rigamonti al pianoforte, Mariella Rigamonti al violino ed Emanuele Rigamonti al violoncello) e del Liceo musicale Teresa Ciceri di Como, con la partecipazione della soprano giapponese Mika Satake.

continua a leggere su: Como: Festival Internazionale di Poesia Europa in Versi “Ecopoetry: dall’emozione alla ragione” | PORTALE di COMO.

Apr 27, 2015

Haiku: la poesia dell’essere, oltre il mondo fluttuante

loc. giovedì 2 aprile IE

Giovedì 2 aprile, alle ore 21 ad Appiano Gentile, presso l’Associazione Culturale Carlo Linati, Andrea Tavernati illustrerà la sua opera poetica L’intima Essenza. Il percorso ideale partirà dalla definizione di haiku, come genere poetico, passando alle sue incarnazioni in occidente per arrivare all’introduzione vera e propria del suo libro. Dunque non solo una presentazione, ma un’occasione per approfondire l’arte poetica, analizzandola nelle sue varie forme.

Associazione Culturale Carlo Linati, presso Villa Rosnati, via Baradello 4, Appiano Gentile, Como.

Chiunque volesse intervenire sarà il benvenuto! Naturalmente l’ingresso è libero.

Mar 30, 2015

L’Associazione Artistico Culturale HELIANTO presenta Andrea Tavernati

Helianto

Sabato, 17 gennaio, presenterò il mio libro a Rovello Porro (Como) e sarò felice di incontrare chi ci vorrà essere.

L’ASSOCIAZIONE ARTISTICO CULTURALE HELIANTO
col Patrocinio del Comune di Rovello Porro

PRESENTA IL LIBRO DI POESIA

l'intima essenza

L’INTIMA ESSENZA – la via degli haiku
con l’autore Andrea Tavernati

Sala Conferenze Centro Civico,   Piazza Porro 2 – Rovello Porro (Como)
Sabato 17 gennaio 2015, ore 18.30

SEGUIRA’ RINFRESCO

Il nome Helianto è nato quasi per caso, mutuando, con una leggera variazione, il titolo di un libro di Stefano Benni. Helianto è il girasole, il colore, la passione, la quantità infinita di petali, la molteplicità di interessi che desidera sviluppare non dimenticando però la tradizione, la storia, ma con uno sguardo giovane, attento alla scena contemporanea. L’Associazione nasce da un’ idea di Gianluigi Alberio, pittore e appassionato d’arte che ha voluto riunire intorno a sé persone desiderose di diffondere la cultura in tutte le sue forme. Prende così forma Helianto, una quindicina circa di teste con tante idee. Era il 3 novembre 2004 quando è stato firmato l’atto costitutivo e si sono decisi gli scopi dell’Associazione artistico-culturale – diffondere la cultura in tutte le sue forme, proporsi come luogo di incontro e di aggregazione, favorire l’incontro tra le arti attraverso iniziative volte al dialogo e al confronto costruttivo e, infine, promuovere la conoscenza delle risorse artistico-culturali presenti, in particolare, nella zona al limitare tra le province di Como e Varese. Da allora Helianto ha moltiplicato i suoi soci riuscendo, con successo, a dare corpo a moltissime iniziative. l’Associazione ha saputo farsi conoscere e in breve tempo è diventata un interlocutore riconosciuto a Rovello Porro e nei comuni limitrofi. La sua forza risiede nel non fossilizzarsi in un solo ambito, ma nell’essere aperta, senza pregiudizi, a tutte le possibili proposte, tenendo ben presente un unico, imprescindibile vincolo: la qualità. Helianto ha così proposto concerti jazz, letture di poesie e lezioni di letteratura, laboratori teatrali e mostre di scultura e pittura. Ora punta a coinvolgere quanta più gente possibile: braccia e teste sono le benvenute. Se vuoi saperne di più sulle nostre iniziative, hai proposte o vuoi raggiungerci, contattaci all’indirizzo mail [email protected]

Link all’acquisto: Amazon Kobo

Gen 15, 2015

Il senso dell’Haiku tra Oriente e Occidente

di Andrea Tavernati

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L’haiku è una brevissima composizione poetica nata in Giappone nel XVII secolo e tradizionalmente resa nella cultura occidentale, che l’ha scoperta nel XIX secolo, in una sequenza di soli tre versi di 5, 7 e 5 sillabe, senza esigenza di rima. Nella sua versione più classica l’haiku deve contenere un riferimento stagionale, parlare della natura ed escludere l’io del poeta.

Una struttura, quindi, che costringe l’autore ad una estrema concentrazione. Ma sarebbe un errore considerarlo solo come un gioco di abilità cui l’aspirante haijin (scrittore di haiku) si sottopone volontariamente. L’immagine, a cui si può avvicinare il lavoro compositivo, è quella caratteristica dell’ultima scultura michelangiolesca, nella quale il soggetto rappresentato viene estratto da una materia riottosa e ancora magmatica, mai completamente dominata. I colpi di scalpello, che definiscono la figura, equivalgono allo sforzo di recuperare, nell’haiku, la parola unica, perfetta, che in brevissimo parlare si stacchi dal diluvio del ciarlare quotidiano e, legandosi a pochi altri elementi altrettanto indispensabili, colga l’essenza delle cose. Si crea così una tensione fra la parola, con il suo impegno a circoscrivere un concetto, e il limbo indifferenziato di una “langue” – la materia prima – originaria, in cui tutto è ancora nella dimensione del potenziale. L’opera dell’autore si concentra nella necessità di recuperare il proprio dire ad una autenticità che l’uso e l’abuso della lingua ha soffocato con milioni di manipolazioni, travisamenti ed incastri sintattici, morfologici, semantici, disperdendone infine il nocciolo interiore ed emotivo.

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In questa prospettiva il dialogo fra l’io scrivente e il suo oggetto di riflessione rimane al centro dell’atto poetico. Interpretare la realtà attraverso le parole vuol dire ingaggiare una “collutazione” rituale con i segni per renderli davvero “parlanti”. L’obiettivo che si profila è una oggettività del rappresentato tuttavia illusoria, perché ancora confinata nella sua dipendenza dall’io. E’ un approccio tradizionalmente occidentale che risale fino alla caratteristica dicotomia platonica fra idea, perfetta e intangibile, e le sue incarnazioni nel quotidiano, pallide ombre di una realtà superiore.

L’originaria matrice orientale, che attinge pienamente alla sensibilità zen, così radicalmente connaturata all’anima giapponese, prende le mosse, invece, dall’esercizio di una disciplina comune declinata in numerose manifestazioni, attraverso le quali pervenire all’oggettività mediante il superamento dell’io, la sua estraniazione dal processo poetico, sicché, a compimento di tale percorso ideale, parola e cosa coincidono.

Questo il senso della brevitas esasperata dell’haiku, arte di levare non per giungere all’espressione brillante, al motto fulmineo o all’immagine sorprendente, ma all’essenza dell’attimo, che è già cosa diversa dalla ricerca dell’essenzialità, la quale presuppone un attore umano e quindi l’inganno dell’io che tutto relativizza e rende opinabile.

Questo il senso dello sforzo di eliminare dall’haiku la voce stessa dell’haijin e questo è il senso della sua ambizione alla pura descrittività. Come già notava Roland Barthes nell’Impero dei Segni, il valore connotativo della parola, così invasivo nella mentalità occidentale, con il suo inveterato corteo di metafore, analogie, allegorie, riferimenti culturali e letterari, viene qui negato alla radice stessa del componimento, che si propone come un atto spontaneo e quasi istintivo, identità di una percezione. Un istante colto al volo, come una fotografia scattata per sbaglio, o senza inquadrare volontariamente nel mirino un dato soggetto. E più l’atto poetico è istintivo, più è autentico.

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Da questi presupposti deriva la sconcertante semplicità di tanti haiku, che per un lettore occidentale può sconfinare nella banalità. Questione di gap culturale? Senz’altro, ma non nel senso che ci sfuggono le stratificazioni semantiche delle parole di una lingua così lontana da noi; quello che ci disorienta è una letteratura che non si propone entro il paradigma della letterarietà, ma che si definisce come “una via”, una delle tante, parallela alla cerimonia del tè, alla calligrafia, alla pittura, al teatro giapponese e alla spada del samurai, manifestazioni che sono prima di tutto riconoscimento di altrettante modalità per attingere a valori superiori, condensati in uno stile di vita.

Nel Libro dei Cinque Anelli Miyamoto Musashi, uno dei maggiori samurai storici, vissuto a cavallo tra XVI e XVII secolo, impiega i primi quattro capitoli per descrivere la propria arte della spada, le virtù necessarie al perfetto guerriero e al comandante militare, le tendenze delle altre scuole. Poi, nel quinto ed ultimo libro, brevissimo, parla del vuoto. Il vuoto è la mente, se la mente non è essa stessa il vuoto, non può accogliere l’essenza dell’essere. S’intenda bene: non le sue rappresentazioni o descrizioni, non il racconto dell’essere, ma l’essere in se stesso: ciò che nel momento in cui è, è. Quando ciò avviene non esiste più alcuna separazione tra il pensiero dell’azione e l’azione, tra la volontà di compiere un gesto (colpire in un certo modo con la spada) e il gesto stesso, tra la rappresentazione e il reale: l’essere fluisce naturalmente nel tempo e quindi si trasforma in divenire, in moto inafferrabile e in eterno presente.

Così la via dell’haiku aspira ad annullare la separazione tra significante e significato: l’espressione perfetta si raggiunge se tra parola e cosa c’è completa identità, se l’una e l’altra non si possono più distinguere. Ma la parola è per definizione segno, scrittura o suono che sia, e quindi un ente che nasce come rappresentazione di “qualcosa che sta dietro”, a cui è irriducibile (“Questa non è una pipa” è il titolo di un famoso quadro di Magritte che rappresenta, appunto, una pipa) e il ricongiungimento con l’essere può avvenire solo attraversando il silenzio. Il silenzio è per l’haiku come il vuoto nella mente del samurai. Dietro ogni haiku si spalanca un baratro senza fondo. Se l’haijin non ci cade non potrà mai essere illuminato e cogliere dal silenzio la scintilla di un verbo rinnovato.

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Si crea quindi un altro paradosso: la parola nasce per dire, ma solo dal silenzio può trarre la propria autenticità. Esattamente come la vita perde di significato senza la morte, che ne è la negazione: tensione fra opposti che si risolve in dialettica (come lo Yin e lo Yang sono complementari e in continua relazione dinamica; l’uno non potrebbe esistere senza l’altro).

Così dietro un misero 5-7-5 c’è ben altro che la fulminea percezione di un attimo fuggente. E’ in gioco addirittura una possibilità di captare l’essenza dell’universo.

Ciò che rimane indubbio, al di là delle diverse tradizioni e culture, è la straordinaria vitalità del genere, che nella sua storia plurisecolare non ha solo incarnato una delle manifestazioni più autentiche dello spirito giapponese, ma, riscoperto in occidente, è diventato veicolo di concezioni poetiche diverse, dando comunque vita ad esiti molto alti. Segno che lo strumento si presta ad una flessibilità espressiva incredibile a dispetto del suo minimalismo e dello scorrere del tempo.

Gen 03, 2015
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