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Il Libraio

Quei lettori che… “guai” a chi semina (dis)ordine nella loro libreria!

Dare un ordine alla propria libreria non è mai un’operazione semplice, ciascuno ha il suo metodo e ciascuno è diverso. E “guai” a chi interviene per spostare i libri…

Dare un ordine alla propria libreria non è mai un’operazione semplice, ciascuno ha il suo metodo e ciascuno è diverso. E “guai” a chi interviene per spostare i libri…

Dare un ordine alla propria libreria non è mai un’operazione semplice, ciascuno ha il suo metodo e ciascuno è diverso, scelto dopo numerosi tentativi ed esperimenti falliti.

Eppure c’è qualcosa che accomuna tutti, o quasi tutti, i lettori e gli amanti dei libri: il fastidio, la viscerale insofferenza nei confronti di chi si permette di mettere (dis)ordine nelle librerie altrui.

È una piccola idiosincrasia che accomuna tantissimi amanti dei libri, da chi li ordina per casa editrice e per collana a chi preferisce dividerli per nazionalità dell’autore, separando la letteratura francese da quella americana e così via; c’è anche chi li dispone per genere e chi, invece, li mette tutti in ordine rigorosamente alfabetico, ma ogni lettore sa che nel riordinare la propria libreria vi è un piacere unico: sapere di essere l’unica persona al mondo capace di ritrovare un libro tra quegli scaffali.

Se qualcuno si permette di ribaltare quest’ordine rischia di incappare in severissime “punizioni”. Una simile azione dovrebbe essere punibile per legge…

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Nov 23, 2017

 

 

Viaggio nella Londra letteraria, sulle orme dei grandi scrittori inglesi

Ecco alcune tappe per un viaggio nella Londra letteraria, nei pub, nei parchi e nelle librerie che hanno ispirato i grandi della letteratura inglese… – Immagini e particolari

Una delle città più frenetiche e culturalmente vivaci d’Europa, Londra offre molte attrattive ai visitatori, anche in relazione al cosiddetto “turismo letterario”: oltre alle splendide librerie e biblioteche della città, di cui vi abbiamo già parlato, offre anche la possibilità di visitare pub, ristoranti e parchi ispirati alla letteratura. 

Traendo spunto dalle proposte di Bustevi segnaliamo alcune tappe consigliate per un itinerario nella Londra letteraria, alla scoperta dei luoghi che hanno ospitato, e talvolta ispirato, i grandi autori della letteratura inglese, da Shakespeare Virginia Woolf, da Oscar Wilde a James Matthew Barrie.

 The George Inn è uno dei pub più antichi di Londra, tanto che perfino Shakespeare ebbe modo di frequentarlo, come anche Charles Dickens, che lo cita in La piccola Dorrit. 

londra letteraria the george inn

– The Sherlock Holmes Museum, al 221B di Baker Street l’abitazione del celebre investigatore creato da Arthur Conan Doyle è diventata un piccolo museo dedicato al celebre personaggio, maestro della deduzione.

londra letteraria Sherlock Holmes Museum

– Il Pub di Sherlock Holmes è un suggestivo ristorante di tradizionale cucina inglese che ospita diversi cimeli ispirati ai gialli dell’infallibile investigatore e un salotto arredato per riprodurre quello descritto nei libri.

the sherlock holmes londra letteraria

– The Globe, lo storico teatro in cui venivano rappresentate le opere di Shakespeare, talvolta alla presenza della stessa regina Elisabetta.

the globe londra letteraria

– Persephone Books è la libreria di un piccolo editore specializzato nella ristampa della fiction meno conosciuta degli anni ’20, soprattutto di autrici donne, tutte stampate con una copertina grigia che rende i suoi libri unici.

londra letteraria persephone books

– La casa della famiglia Darling di Peter Pan si ispirava a quella della famiglia Llewellyn-Davies, che l’autore conosceva; nel libro viene riportato un indirizzo fittizio, ma con tutta probabilità si tratta della casa al numero 31 di Kensington Park Gardens.

londra letteraria kensington gardens bloomsbury

 Libreria è una libreria e allo stesso tempo una sala di lettura, accogliente e originale, ma soprattutto senza wi-fi e senza caffetteria, per evitare ogni distrazione dalla lettura.

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Ott 24, 2017

Perché il romance è femminista e perché il femminismo ha bisogno del romance

“Il romance è cambiato, più in fretta della mentalità sessista della nostra società, e non sarà facile trovare fra le sue pagine le donzelle in attesa di essere salvate che popolano l’immaginario dei detrattori del rosa…”. Su ilLibraio.it l’approfondimento della scrittrice Roberta Marasco, che smonta gli stereotipi sul genere e racconta la sua evoluzione

Il romance è femminista perché…

-È cambiato tutto

Il romance è cambiato, più in fretta della mentalità sessista della nostra società, e non sarà facile trovare fra le sue pagine le donzelle in attesa di essere salvate che popolano l’immaginario dei detrattori del rosa. Tutto il contrario. Il rosa è un genere che ha saputo reinventarsi con audacia e che non ha avuto paura di sperimentare, pur restando fedele alla regola imprescindibile del lieto fine. “Il rosa è un genere scritto dalle donne, per le donne” sostiene Val Derbyshire in un articolo del Guardian intitolato  Mills & Boon romances are actually feminist texts, academic says. “Perché dovrebbero insultare il loro pubblico? Non ha senso. Queste sono piuttosto, nella maggior parte dei casi, storie di trionfo femminile, con il cupo protagonista maschile costretto a riconoscere il proprio sessismo e a cambiare mentalità.”

“La libertà che hanno le donne nei romanzi d’amore è molto alta” scrivono Marianna Peracchi e Valentina Divitini su Soft Revolution, in Il riscatto del genere: perché amiamo i romanzi rosa, “possono essere agenti segreti, donne in carriera, badass recupero crediti, super scienziate che salvano il mondo. Insomma che ve lo dico a fare: fanno tutto. Cosa che, purtroppo, nella letteratura tradizionale, soprattutto se scritta da autori di sesso maschile, non è una cosa così scontata: spesso la figura femminile è quella della vittima, della figura di contorno, della bella statuina.”

Il romance è cambiato, le protagoniste sono cambiate, sono sempre più spesso donne forti, in posizioni di potere, senza perdere per questo sensualità o femminilità. Sono donne che non accettano di essere trattate come oggetti, che pretendono rispetto, autonomia, indipendenza e il riconoscimento delle loro capacità, senza pregiudizi. Sono donne che non pensano che innamorarsi significhi rinunciare ai propri diritti o alla propria forza, tutto il contrario, solo dopo aver combattuto per affermarla si concedono di innamorarsi.

Se gli uomini leggessero romance, molto probabilmente scoprirebbero che i ruoli sono cambiati, che il loro ruolo all’interno nella coppia è cambiato e che, come scrive l’Independent, il femminismo non uccide affatto il romanticismo, al contrario: “l’uguaglianza di genere porta a relazioni più stabili” e più felici, oltre a togliere dalle spalle di entrambi il fardello di un ruolo maschile dominante, con tutte le conseguenze in termini di violenza e sopraffazione che questo ruolo comporta.

-Rivendica l’affermazione di sé

Per chi volesse addentrarsi nella giungla di titoli del romance e nei loro aspetti femministi, esiste perfino un blog, Romance Novels for Feminists, la cui autrice analizza con intelligenza e puntualità i temi femministi che fanno capolino fra le pagine delle storie d’amore lette.

Fra i diversi temi affrontati, Jackie C. Horne ne evidenzia uno particolarmente interessante, ossia la ricerca spesso difficile di un equilibrio fra il bisogno di prendersi cura degli altri e quello di indipendenza ed emancipazione. A partire dal dibattito riguardante il genere e il caretaking – “Le donne prendono decisioni morali basandosi sulle conseguenze che avranno sugli altri, mentre gli uomini le prendono sulla scorta di principi astratti? E se fosse così, le donne sono per natura più brave a prendersi cura degli altri rispetto agli uomini?” – l’autrice si sofferma sul romanzo Marry Me at Willoughby Close, di Kate Hewitt e giunge alla conclusione che la protagonista del romanzo, respinta dall’uomo di cui è innamorata, non tradisce la propria personalità o i propri principi e dunque, nonostante il suo carattere la porti a trovare la felicità nell’accudimento, sceglie di mettere in primo piano il bisogno di indipendenza e rispetto, smettendo di cercare riconoscimento e accettazione al di fuori di sé.

È un concetto fondamentale, negli equilibri precari e difficili della felicità femminile, capire fino a dove arriva la cura degli altri, almeno per chi la sente una propria responsabilità o per chi è predisposto per carattere a dedicarvisi, e dove inizia il bisogno di indipendenza.  Una componente narrativa fondamentale del romance è la schermaglia iniziale fra i due protagonisti, la tensione che caratterizza la loro relazione. E proprio in questa tensione si nascondono e si dibattono spesso questioni fondamentali come il rispetto di sé, l’accettazione, la sovversione delle regole sociali e dei pregiudizi. La schermaglia non è solo un battibecco più o meno divertente, non è solo un modo per prolungare la storia, ma è un esercizio di conflitto, che insegna alle donne che non c’è nulla di scontato in una relazione e che farsi valere e non rinunciare a se stesse è sempre necessario.

-Afferma il diritto di essere felici

Non c’è nulla di più femminista di una storia che insegna alle donne a essere felici, e il romance, soprattutto quello attuale, racconta prima di tutto questo. L’amore non è un mezzo, il protagonista maschile non è più il cavaliere dall’armatura luccicante che risolve la situazione, al contrario. Il suo arrivo di solito serve a complicare le cose, a mettere in crisi gli equilibri esistenti, quel tanto che basta per costringere la donna a mettersi in discussione e risolvere i propri conflitti interiori. L’amore dunque giunge solo dopo un percorso interiore più o meno approfondito sul piano psicologico, che serve alla protagonista per superare un trauma o un fallimento del passato, riscattarsi, accettarsi per quello che è, riscoprirsi diversa e più libera, concedersi di essere felice.

Il desiderio di rassicurazione alla base del romance non si esaurisce nel lieto fine, comincia dalla riconciliazione con se stesse, con i propri desideri, con le proprie aspirazioni. Quelle del rosa sono storie di riscatto e accettazione di sé, sono storie che concedono una seconda possibilità, che insegnano a sognare, a evadere, a confidare in un futuro diverso e migliore.

Per molte lettrici, poi, il rosa è un momento di svago, il tempo che ci si ritaglia per se stesse. Qualcuna lo legge sul cellulare mentre cucina, qualcun’altra in treno, qualcuna sul divano mentre il marito guarda la televisione. Non esiste un solo modo di leggere romance, proprio come non esiste un solo profilo di lettrice, ma per molte il romance è evasione, è una parentesi in una vita fatta di doveri e necessità altrui, una delle poche scuse che ci si concede per non fare nulla e dedicarsi solo a se stesse.

Il romance, insomma, è un’industria al femminile che produce felicità. “Voi autrici di romance rendete le persone felici. Non scusatevi mai per quello che fate” disse Mary Balogh a un convegno dedicato al rosa, come riporta Danielle Summers in un pezzo intitolato, non a caso, Writing romance fiction is a feminist act.

Il femminismo ha bisogno del romance perché…

-Sono i valori delle donne a dirigere la storia

Il rosa per molte donne è stato quello che per altre erano i gruppi di autocoscienza femministi. Per quanto possa sembrare assurdo, in parte è così. Il romance era il posto in cui trovare le tematiche e le problematiche tipicamente femminili che non venivano affrontate in altri romanzi, in cui imparare l’abc sentimentale e sessuale (giusto o sbagliato che fosse quello rappresentato nei romanzi in questione, soprattutto qualche decennio fa, quando i ruoli erano molto più stereotipati) quando nessun altro te lo spiegava. Era il posto in cui affrontare temi scomodi come lo stupro, il rapporto con l’altro sesso, la gestione della propria intimità. Era il posto in cui ritrovare l’universo femminile, con i suoi problemi, i suoi desideri, i suoi valori.

Oggi i romanzi sono cambiati e gli spazi per incontrarsi e confrontarsi anche, ma il romance resta il genere in cui sono i valori della protagonista a portare avanti la storia e a essere ricompensati, alla fine, in cui sono i suoi desideri a guidare la trama, in cui al centro c’è una visione del mondo tutta al femminile. Forse non sono i desideri auspicati dal femminismo, forse non sono i temi che più stanno a cuore al suo dibattito, ma sono (per ora) i desideri di una larga parte della popolazione femminile che in mancanza di alternative si rifugia nel rosa. È il loro modo di sognare e di guardare a ciò che vogliono e potrebbe essere prezioso per un nuovo femminismo che scelga di ripartire dalle donne, dalla loro sfera più intima ed emozionale, non dal confronto pur necessario con l’universo maschile, per provare ad arrivare più lontano e ad accogliere anche le donne che finora si sono sentite troppo tradizionali, troppo deboli, troppo poco battagliere o intellettuali per desiderare o credere di meritarsi l’etichetta di femminista.

Nel rosa trovano spazio tutte le donne, quelle più trasgressive e battagliere, che possono infrangere la legge ed essere ricompensate, o quelle più pacate e tradizionali, in attesa della loro occasione per vivere la vita con intensità e gratificazione.

“La protagonista di molti romance è una donna ‘comune’” sostiene Catherine Asaro in un’intervista a All About Romance. “In gran parte della fiction, le protagoniste femminili scompaiono sullo sfondo, a meno che non abbiano doti reputate ‘importanti’, definizione che fin troppo spesso ignora aspetti della vita che rientrano nella sfera femminile, come l’educazione dei figli, la casa o semplicemente una visione femminile del mondo. Le storie che si concentrano su questi aspetti sono considerate fesserie. Perché fesserie? È una parte fondamentale della vita.”

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Ott 04, 2017

Leggere romanzi può alleviare ansia e stress. Ecco come…

Leggere aiuta a ridurre i livelli di ansia, rende più facile gestirla e tenerla sotto controllo; se ne parla su BustleTracy Shawn, scrittrice e psicologa,  individua questa caratteristica benefica soprattutto nella lettura di romanzi.

L’ansia (in certe misure) è una reazione naturale allo stress che può avere anche effetti positivi: aiuta a mantenere la concentrazione sul compito da svolgere e ci rende particolarmente vigili ma, allo stesso tempo, quando è eccessiva, diventa un problema da non sottovalutare. La buona notizia è che, a volte, può bastare un romanzo a tenere la situazione sotto controllo…

1. Abbassa il battito cardiaco e rilassa il corpo

L’ansia è psicologica ma i suoi effetti colpiscono anche il corpo, causando l’accelerazione del battito cardiaco, che la lettura aiutaad abbassare, così come aiuta a rilassare i muscoli.

2. Aiuta ad allontanarsi dalla realtà

Fuggire dai proprio problemi è impossibile, ma dalla realtà, ogni tanto, ci si può allontanare: i libri sono un porto sicuro in cui ogni lettore può rifugiarsi e trovare conforto, dimenticando per qualche ora i propri problemi.

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3. Dà una nuova prospettiva ai problemi

Leggere delle difficoltà e dei problemi altrui aiuta a mettere i nostri in prospettiva, così che non sembrino insormontabili: i romanzi danno la possibilità di immedesimarsi e mettersi nei panni degli altri, aiutando il lettore a relativizzare le proprie difficoltà.

4. Riduce i livelli di stress e la tensione

La lettura è uno dei modi più semplici ed efficaci per rilassarsi e proprio per questo è un ottimo metodo per combattere lo stress, che è all’origine dell’ansia. In questo modo un buon libro può essere, in certe situazioni, la soluzione che permette di prevenire, anziché curare, il problema…

Sorgente: Leggere romanzi può alleviare ansia e stress. Ecco come… – Il Libraio

Lug 28, 2017

Le lettere dal manicomio del genio Artaud, tra deliri e poesia

Le lettere dal manicomio di un genio del ‘900, Antonin Artaud: tra manie di persecuzione e deliri religiosi non mancano gli squarci lirici

di Camilla Tagliabue

“Scritti di Rodez” raccoglie le lettere dal manicomio di un genio del ‘900, Antonin Artaud (autore, tra gli altri, di due fondamentali manifesti sul “Teatro della crudeltà”). Malato da tempo, quando scrisse queste missive, il maestro subì pesanti sedute di elettroshock. Ma tra manie di persecuzione e deliri religiosi non mancano gli squarci lirici

Nell’aprile del 1943, dopo sei anni di silenzio fra le mura dei manicomi, Antonin Artaud (Marsiglia, 1896 – Ivry-sur-Seine, 1948) ricominciò a scrivere a medici, familiari e amici: fu l’inizio di una lenta ripresa dal suo stato psicotico, una ripresa che sarebbe durata non meno di tre anni, e il cui prezzo sarebbe stato una lunga serie di elettroshock, con gli orribili effetti di spossessamento e di torpore che ne conseguivano, descritti negli Scritti da Rodez.

ARTAUD SCRITTI DI RODEZ

di Camilla Tagliabue

Non sapessimo che l’autore è un genio, derubricheremmo gli Scritti di Rodez a caso clinico: le lettere di uno psicotico – grave – utili a inquadrare scientificamente una patologia psichiatrica, il cui valore poetico e profetico è pressoché nullo.

Si sa però che l’autore è un genioAntonin Artaud (1896-1948) –, quindi è d’obbligo compulsare questi Scritti di Rodez, editi da Adelphi (a cura di Rolando Damiani), alla ricerca di una qualche poesia e profezia. È utile innanzitutto precisare che i materiali, perlopiù epistolari, sono tra gli ultimi del teatrante – attore, regista, drammaturgo, teorico ecc. –: risalgono infatti al periodo del ricovero di Artaud presso l’ospedale psichiatrico di Rodez, dal 1943 al 1946.

Antonin Artaud

Le missive erano dirette, anche se non tutte recapitate, ai medici, alle amiche, agli amici intellettuali (come l’editore Jean Paulhan e gli scrittori André Gide e Arthur Adamov), alla madre (Euphrasie Nalpas, col cui cognome Antonin si firma spesso), ai teatranti (Jean-Louise Barrault, Roger Blin), agli artisti, pure a Pablo Picasso, nel tentativo di coinvolgerlo in un’asta di beneficenza per finanziare il ritorno di Artaud a Parigi (tra gli altri, concessero le loro opere Braque, Chagall e Giacometti).

A Rodez ci era finito, il folle marsigliese ricoverato in un manicomio parigino, grazie all’intercessione di un amico, il poeta Robert Desnos, che lo aveva affidato alle cure avanguardistiche del dottor Gaston Ferdière, seguace dell’arteterapia e pioniere della “terapia per convulsioni elettriche”.

Grazie alle accuratissime note, forse la parte meno ripetitiva e giocoforza più cristallina del libro, si viene a sapere delle numerose e pesanti sedute di elettroshock cui fu sottoposto il paziente, che all’epoca “pesava 55 chili e gli restavano solo otto denti in bocca”. Le diagnosi mediche si soffermavano, poi, sull’ampio spettro di disturbi del ricoverato, a vario titolo inquadrato come nevrastenico, sifilitico, psicotico, tossicomane, bipolare e quant’altro: “Nei primi elettroshock gli abbiamo rotto una vertebra”, annota il guru Ferdière. “Ma è irrilevante”.

Artaud era un uomo malato, e da tempo: dal 1917, scrive, “mi hanno fatto fare centinaia di iniezioni di ectina, di Galyl, di cianuro, di mercurio, di novarsenobenzolo e di quinby… un lungo avvelenamento con l’arsenico e il cianuro di potassio”. A Rodez lamenta di essere sempre affamato e reclama costantemente l’oppio, o la codeina, o la nicotina, o l’eroina, da cui era dipendente da anni, ben prima del famoso viaggio iniziatico in Messico, nel 1936, in cui scoprì i magici poteri del Peyote.

Il pensiero magico è un’altra patologia di cui soffre Antonin, che si sente “perseguitato e affatturato”: ora è vittima di forze ultraterrene, del malocchio, del Male, di Satana e delle “manovre erotiche dei demòni”; ora è bersaglio di un complotto e della “favola poliziesca ebrea”. Il suo feroce antisemitismo fa il paio con il conservatorismo sciocco, quando ad esempio sostiene che gli Inglesi siano peggio dei nazisti: era il 1943.

Il catalogo delle manie di persecuzione è lungo: Artaud dice di essere “misconosciuto e respinto”, “intossicato di sperma ed escrementi che mi vengono dai peccati di voi tutti” e, “come i veri poeti, e più degli altri uomini, orribilmente tormentato dai demòni”. Tutto si sente, insomma, fuorché pazzo, e infatti continua a parlare di sé in terza persona, ripetitivo come tutti gli ossessionati e ostinatamente sessuofobico.

Notevolissimo è anche il suo delirio religioso, grazie al quale si identifica in Gesù Cristo, o in Dio, o in San Patrizio – motivo per cui fu espulso dall’Irlanda nel ’37 e prontamente internato con la camicia di forza a Le Havre: “La mia vita è un esempio vivente dell’esistenza di tutti gli stati soprannaturali di cui la letteratura e i libri discutono senza conoscerli e che gli uomini odiano perché odiano il soprannaturale, il meraviglioso e Dio… La mia famiglia non è della terra ma del cielo”, e via così, ma basta col voyeurismo psichiatrico e veniamo alla poesia e profezia di cui si diceva.

Sorgente: Le lettere dal manicomio del genio Artaud, tra deliri e poesia – Il Libraio

Giu 09, 2017

Da Sandokan al Corsaro Nero: la vita e i libri di Emilio Salgari

Emilio Salgari, scrittore con una vita drammatica, ha pubblicato famosi libri di avventura per ragazzi, come “Le tigri di Mompracem” e “Il Corsaro nero”.

di Matilde Quarti

A volte la vita di uno scrittore è in completa antitesi con la sua opera, perché l’immaginazione può essere un motore creativo potente come l’esperienza. È il caso di Emilio Salgari, inventore di personaggi come Sandokan, Tremal-Naik, il Corsaro Nero, o la piratessa Jolanda che, a differenza dei suoi eroi, vive le giornate cupe e ripetitive di chi non riesce a sbarcare il lunario e in nessun modo ottiene i successi tanto rincorsi.

La storia di Emilio Salgari, nato nell’agosto del 1862 a Verona e morto il 25 aprile 1911 a Torino, è drammatica, segnata da lutti e da povertà, a cui lo scrittore fa fronte rifugiandosi in un mondo parallelo, fatto di esotismi e avventure all’ultimo respiro. La sua produzione è immensa (scriverà infatti circa ottanta romanzi e oltre cento racconti),  sicuramente per necessità economiche, ma anche perché solo con la fantasia Salgari poteva sfuggire alla sua grigia quotidianità.

Il romanzo Il Corsaro Nero

Emilio Salgari, uno scrittore con l’animo di un capitano

Di statura bassa e tarchiata, con dei grandi baffoni che gli solcano il viso, Salgari non ha mai avuto il phisique du role dell’impavido avventuriero e lo scarto tra i centimetri di tacco camuffati nelle suole delle scarpe e la sua altezza è la triste metafora dello scarto tra la statura dei suoi sogni e la realtà. Il giovane Emilio Salgari aveva infatti un solo desiderio: intraprendere la carriera di capitano, con marinai da dirigere e una nave a cui far solcare le acque in cerca di avventure.

Il periodo scolastico all’Istituto Nautico si conclude però disastrosamente, e Salgari non farà che un unico viaggio in mare: lungo la costa adriatica, dal Veneto alla Puglia. Eppure, ironia della sorte, l’acqua ha sempre segnato i suoi spostamenti: Salgari, per motivi lavorativi, si trasferisce a Genova e dunque sulle rive del Po, a Torino, dove si ferma e mette su famiglia con l’attrice Ida Peruzzi.

Da Sandokan al Corsaro Nero: immaginare esotismi

Quando arriva a Torino, Salgari è già celebre: Le tigri di Mompracem (pubblicato a puntate sulla “Nuova Arena” di Verona tra la fine del 1883 e l’inizio del 1884 con titolo La tigre della Malesia), La favorita del Mahdi, pubblicato nello stesso periodo, e Il Corsaro Nero, del 1898, sono già entrati nell’immaginazione di legioni di ragazzini. Pur ambientando le sue opere nella giungla indiana, nei deserti africani, o nei mari delle Antille, Salgari non ha mai viaggiato fuori dall’Italia e scrive le sue storie documentandosi su atlanti e libri cercati in biblioteca, con ricerche approfondite e certosine. La sua immaginazione è onnicomprensiva e Salgari, di animo romantico e melodrammatico, dà ai figli i nomi esotici dei suoi personaggi: Fatima, Romero, Omar e Nadir.

Le tigri di Mompracem, dello scrittore Salgari

Uno scrittore moderno

L’enorme successo (Salgari viene persino nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona dalla Regina Margherita), non viene però accompagnato da stabilità economica. Salgari non sa amministrare i guadagni che gli derivano dalla pubblicazione dei suoi libri, e questi stessi guadagni sono in ogni caso molto scarsi. Neppure nell’ambiente intellettuale Salgari è ben visto, nonostante pubblichi con le maggiori case editrici del periodo, persino con la milanese Treves. I suoi romanzi infatti sono melodrammatici, stracarichi di dialoghi e di avvenimenti: sceneggiati televisivi ante litteram, un intrattenimento troppo moderno, forse, per essere capito. Anche il contenuto di molte sue opere è ostico: sono libri per ragazzi, certo, ma all’epoca di successi come I ragazzi della via Pal, gli squartamenti e le atroci morti cui vanno incontro i suoi personaggi non sono ben visti dagli educatori.

Non stupisce che nonostante ciò i romanzi di Salgari siano comunque passati di mano in mano tra gli studenti. L’immaginazione di Salgari è sfrenata e le storie che inventa sono un coacervo di avventura e passione. Si va dalle atmosfere storiche di Cartagine in fiamme, del 1906, a quelle fantascientifiche delle Meraviglie del duemila, del 1907 (senza dimenticare il romanzo realistico La bohème italiana, appena stato ripubblicato da Elliot). Solo la saga dei pirati della Malesia consta di undici volumi: le avventure di Sandokan, del fedele Yanez e della bella Marianna sono avvincenti e incredibili agli occhi di un piccolo lettore italiano di inizio Novecento. Salgari descrive vividamente luoghi lussureggianti che pure non ha mai visto, racconta i profumi e i colori della giungla, il ponte ruvido delle navi che si scagliano l’una contro l’altra in battaglia. Gli stessi vezzi di forma, così evidenti al pubblico contemporaneo, non erano un ostacolo per dei lettori abituati a tutt’altro linguaggio.

Cartagine in fiamme, di Salgari

Il suicidio: la morte di un eroe romantico

La realtà dei fatti è però diversa da quella fantastica dei romanzi: la figlia di Salgari, Fatima, si ammala di tisi, e la moglie, Ida, viene internata in manicomio. Il colpo, sia emotivamente sia economicamente, è insostenibile per Salgari, che a pochi giorni dal ricovero della moglie si toglie la vita. La morte di Emilio Salgari riassume tutto il dolore e tutta la passione che lo scrittore deve aver provato nei suoi lunghi anni torinesi. Prima di uccidersi, Salgari scrive alcune lettere: solo tre sono arrivate a noi, ma alcuni biografi sostengono siano state di più. Nella lettera indirizzata agli editori, Salgari chiede loro con rabbia di pagare almeno i suoi funerali, visto che si sono arricchiti a scapito della sua famiglia.

Il suicidio di Salgari è un suicidio pensato in anticipo, le lettere di addio sono state persino scritte tre giorni prima della morte: difficile immaginare l’angoscia di un uomo che per così tanto tempo si prepara a morire. Salgari si toglie la vita in modo atroce e romanzesco, come un personaggio dei suoi romanzi: fa harakiri nel bosco di Val San Martino, appena sopra Torino, squarciandosi addome e gola con un rasoio. Anche la sua morte, tuttavia, passa in sordina; Torino è in festa per il cinquantenario dell’Unità d’Italia.

Sorgente: Da Sandokan al Corsaro Nero: la vita e i libri di Emilio Salgari – Il Libraio

Mag 02, 2017

Le librerie indipendenti sono le piccole La La Land di noi lettori?

Su ilLibraio.it la riflessione di Roberta Marasco, che collega la “resistenza” delle librerie indipendenti al fascino di un film come “La La Land”

di Roberta Marasco

Che cosa ci fanno il Nokia 3310 e il vinile nell’epoca del digitale e dei social, degli smartphone e di Spotify? Nell’epoca dell’intangibile, del reversibile, dell’accessibile, dove nello spazio di pochi clic si correggono i refusi di un ebook già in vendita, si comprano mobili fatti su misura in Thailandia per il nostro soggiorno e si mostrano i primi passi del pargolo in diretta ai nonni orgogliosi e lontani. Eppure la nostalgia fa capolino dietro ogni angolo, sempre più presente e impossibile da ignorare, perfino nel mondo delle possibilità nascoste dietro uno schermo, della sperimentazione, della personalizzazione.

Un mondo fatto su misura per tutti, che ci accompagna, ci assiste e al tempo stesso ci definisce nelle nostre scelte, ogni volta che compriamo un libro online e ci viene gentilmente indicato ciò che ci potrebbe e dovrebbe piacere subito dopo. Un mondo in cui il messaggio perde a poco a poco di senso a vantaggio della sua eco, in cui il significato lo scrivono i commenti, i giudizi, i like e gli hater, mentre le parole originarie si perdono in un caos di rimandi sempre più imprecisi.

Forse c’era da aspettarsi che uscissimo un po’ scossi dalla frammentazione e dall’ironia post moderna e che avessimo bisogno di riprendere contatto con le ultime certezze rimaste. Un po’ come fanno i bambini, quando scoprono che Babbo Natale non esiste e sentono improvvisamente il bisogno di circondarsi di peluche e tornare a leggere i Barbapapà. Non credo che nessuno rimpiangesse l’odore del vinile tanto quanto si rimpiange un po’ ovunque il riscoperto odore della carta, ma è comunque di conforto tornare al tangibile, o a una batteria inestinguibile come quella del Nokia d’altri tempi.

Non è un caso forse, che La La Land, il film che ha messo sotto i riflettori il rapporto fra passato e presente, sia stato vittima, per un curioso e beffardo gioco del destino, dell’errore più clamoroso della storia degli Oscar. State ancora qui a dare premi e a contare statuette, sembra aver voluto dire quel tweet di troppo all’origine della distrazione e dello scambio di buste? Il presente è inaffidabile, inafferrabile, imprevedibile, distratto, è terra di errori un tempo inammissibili, che si dimenticano in un battito di ciglia. E con loro anche il passato, quel passato che cerchiamo di stringere in un pugno ma senza aver il coraggio di aprire le dita e controllare quanto è rimasto sul palmo.

Sorgente: Le librerie indipendenti sono le piccole La La Land di noi lettori? – Il Libraio

Mar 29, 2017

Soldi, non parole. Milano investe 22,3 milioni nel rilancio delle biblioteche comunali e nell’assunzione di nuovi bibliotecari. Non solo: previste aperture serali, crescita dei prestiti di testi digitali e ebook in regalo sui mezzi pubblici (in collaborazione con le case editrici) – Il progetto

Milano si conferma “capitale” dell’editoria, e continua a investire nella promozione della lettura: il Comune del capoluogo lombardo lancia un progetto – presentato dal sindaco Giuseppe Sala, da Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura, e da Stefano Parise, direttore dell’Area Biblioteche – di potenziamento del servizio bibliotecario della città, con un investimento di ben 22,3 milioni. Soldi, non parole, come ha sottolineato lo stesso Sala.

L’intenzione è quella di potenziare il servizio offerto dalle 26 biblioteche cittadine, le 24 rionali, la Sormani e il Bibliobus (di cui vi abbiamo già parlato, ndr).

La proposta prevede orari di apertura più ampi, mirati alle fasce orarie in cui l’affluenza è più alta e il prolungamento dell’apertura serale, in alcuni casi fino alle 23; si organizzano inoltre corsi di alfabetizzazione informatica e viene rinnovata la Gaming Zone, un’esperimento cominciato l’anno scorso che fornisce spazi dedicati ai videogiochi in diverse sedi.

Al fine di potenziare il servizio, Milano sta assumendo nuovo personale e ha in programma l’apertura di una nuova Biblioteca a Giambellino, oltre alla sostituzione della sede di Calvairate e diversi altri interventi su tutto il territorio cittadino; la somma di più di 22 milioni di euro investiti nel progetto è anche il risultato dei dati di funzionamento del sistema bibliotecario nello scorso anno: oltre un milione di libri prestati con 86.329 iscritti e all’incirca 28.000 libri fruiti sulla piattaforma per i libri elettronici, che permette di scaricare circa 7.250 titoli in formato digitale per 14 giorni, servizio che lo scorso anno è stato utilizzato da 3.500 persone.

Sorgente: Milano investe nella lettura 22,3 milioni di euro, assume bibliotecari e regala ebook sui mezzi pubblici – Il Libraio

Mar 15, 2017

Finire su Il Librario offre una certa soddisfazione!

L’autore Franco Pulcini, che per lungo tempo ha fatto parte della scuderia EEE, non ha dimenticato le proprie origini e lo ha sottolineato in questo articolo apparso sul sito Il Librario.

La musica classica nei libri: tanti consigli di lettura – Il Libraio

Franco Pulcini, scrittore, professore e critico musicale, consiglia su ilLibraio.it una serie di romanzi in cui c’è spazio per la musica classica

di Franco Pulcini

La musica classica è da sempre cara alla letteratura. Molti dei più grandi scrittori d’ogni tempo ne hanno scritto nei loro libri: da Thomas Mann a D’Annunzio, passando per Lev Tolstoj, Milan Kundera e Julian Barnes. Su IlLibraio.it i consigli di lettura del musicologo Franco Pulcini, in libreria con il romanzo “Delitto alla Scala”

Chi ama trovare la musica e i musicisti nella letteratura ha solo l’imbarazzo della scelta. Il capolavoro in questo senso è il Doktor Faustus di Thomas Mann, sul problema della spinosa musica contemporanea, un autore che ha sempre inserito l’arte dei suoni nei suoi romanzi e racconti. Prima di lui, già D’Annunzio si era dedicato alla musicografia letteraria: nel Trionfo della morte un intero capitolo è dedicato all’evocativa descrizione del Tristano e Isotta di Wagner. Anche Proust era musico-dipendente, e il suo rapporto con la musica, come per Mann, è argomento di dotti saggi. La sua prosa sublime riusciva a rendere ispirata anche qualsiasi lagna da salotto. Ma questi grandissimi non sono certo stati i primi. E senza iniziare dal mito di Orfeo, basta ricordare il romanzo breve di Lev Tolstoj La sonata a Kreutzer, sul potere sensuale della musica, che spinge i deboli sensi della donna all’adulterio. No comment. A proposito di russi, di recente ho letto Il rumore del tempo di Julian Barnes, sulla vita di Dmitrij Šostakovič. Vi azzarda la difficile convivenza della verità storica con la creatività letteraria. Non è niente male, anche se una volta le chiamavano “vite romanzate” e ci dicevano di tenercene alla larga. Infatti Milan Kundera, il cui padre era un musicologo moravo collaboratore di Janáček, quando ha trattato del grande musicista ceco lo ha fatto in forma saggistica (I testamenti traditi) e come scrittore si è tenuto in genere lontano dalla musica.

A me piacciono i racconti di fantasia con protagonista la scatenata follia dei musicisti: ricordo l’oltraggioso e strepitoso romanzo Insaziabilità del polacco Stanislaw Witkiewicz sulla decomposizione dei valori, con musiche e musicisti altrettanto debosciati. Ho letto volentieri Il caso Bellwether di Benjamin Wood, un romanzo recentissimo; non importa che fosse incentrato su un musicista minore come Mattheson, tanto la musica viene solo descritta, non ascoltata. Una musicista invece molto concreta è l’arpista Noga ne La comparsa di Abraham Yehoshua, che torna ed essere una persona vera quanto riprende il suo posto in orchestra e torna a vivere nella musica.

Uno dei miei scrittori preferiti – Thomas Bernhard, altro appassionato di musica – ha pubblicato un libro su tre pianisti che s’incontrano a Salisburgo: Il soccombente. Il risentimento e l’odio tra interpreti trova comunque il suo culmine ne La pianista di Elfriede Jelinek, da cui il bellissimo film con Isabelle Huppert. La serie dei pianisti letterari è lunga, ma voglio ricordare La leggenda del pianista sull’oceano di Alessandro Baricco, uno scrittore che quando parla di musica, lo fa sempre con arguta cognizione di causa. Se poi parliamo del mondo dell’opera, è come entrare nei grandi archetipi narrativi.Io stesso mi sono dilettato con un romanzo, Lei è una grande, che è una parafrasi paradossale del Cavaliere della rosa di Strauss, opera che “l’eroe” va a vedere all’Opera di Vienna al centro della vicenda.

Sorgente: La musica classica nei libri: tanti consigli di lettura – Il Libraio

Ott 11, 2016
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