Crea sito

Il Post

Storie dei detective del Waldorf Astoria

Quelli che a inizio Novecento vigilavano sugli ospiti del prestigioso hotel di New York, sventando truffe e ritrovando costosi oggetti smarriti

Il Waldorf Astoria è uno degli hotel più famosi e antichi di New York e uno di quelli per cui si può davvero usare l’aggettivo leggendario, visto il prestigio e la quantità di storie affascinanti e più o meno veritiere sul suo conto: celebre per le feste sfarzose e gli ospiti importanti – Fidel Castro, Cary Grant, Muhammad Ali, Katharine Hepburn – è il posto dove Frank Sinatra diventò famoso e Louis Armstrong si esibì per l’ultima volta, ha ospitato tutti i presidenti americani, ha una stazione ferrovia sotterranea e segreta, ha inventato piatti poi mangiati in tutto il mondo, come l’insalata Waldorf e i cupcake red-velvet, ed è stato il primo hotel della città con l’elettricità e i bagni privati nelle camere.

Tra questi aneddoti curiosi c’è anche quello, raccontato da Slate, dei detective ingaggiati dall’hotel per far sentire gli ospiti al sicuro, sventare crimini e truffe, e più frequentemente ritrovare oggetti smarriti. I loro atti, più ordinari che eroici, finivano spesso sulle pagine di cronaca del New York Times dell’epoca e venivano via via annotati in un registro, il cosiddetto Black Book. Il registro venne compilato dal 1902 al 1929, anno in cui il Waldorf, cioè la prima versione dell’hotel costruito dall’omonima famiglia, venne chiuso per far spazio all’Empire State Building e ricostruito tra Park Avenue e Lexington con il nuovo nome di Waldorf-Astoria Hotel ma le stesse lussuose caratteristiche. Il libro venne allora portato nella sezione Waldorf della New York Public Library di New York, dov’è tuttora conservato e dove chiunque può sfogliarlo dopo che per anni non era stato accessibile al pubblico per proteggere la privacy dei primi ospiti del Waldorf, spesso personaggi noti e conosciuti.

Nei primi anni del Novecento, quando non esistevano gli aerei e gli spostamenti richiedevano molto più tempo, era abituale per i viaggiatori fermarsi più a lungo negli hotel, che erano abituati ad avere anche ospiti fissi e oltre alle camere gestivano anche ristoranti e molti negozi. Tra i servizi offerti c’era anche un gruppo di detective che sorvegliava costantemente l’hotel e la sua lobby. In realtà si occupavano soprattutto di rimediare alla sbadatezza degli ospiti che dimenticavano o perdevano nella hall e nella sala da pranzo sciarpe, gioielli e borse varie. Considerata la loro ricchezza si trattava spesso di perdite ingenti, che però venivano quasi sempre recuperate. Un articolo del 1912 del New York Times racconta per esempio di quando la moglie di Hiram Johnson, allora candidato alla vice-presidenza degli Stati Uniti con il partito Progressista, perse una spilla di diamanti in ascensore: venne ritrovata e riconsegnata tre ore dopo.

Gli ospiti del Waldorf attiravano costantemente ladri e truffatori, che gravitavano all’ingresso o si intrufolavano nella hall: i detective dovevano riconoscere al volo i recidivi e cacciarli, e prendere nota delle facce nuove, dovessero mai fare qualcosa di sospetto. A volte però le truffe erano molto più puerili, come il caso di un uomo che si era seduto “nella sala rossa”, si legge nel registro, e stava utilizzando la carta da lettera del Waldorf per rispondere agli annunci di lavoro, nella speranza di spacciarsi per un residente dell’hotel e ottenerlo più facilmente grazie al suo rassicurante prestigio. Un detective ovviamente lo scoprì, glielo impedì e lo cacciò. Tra le altre missioni non esattamente valorose registrate nel Black Book ci sono anche cose così: “Trovato un grosso cane al quinto piano”.

I detective non avevano solo il compito di garantire la sicurezza degli ospiti ma ne proteggevano anche la morale, allontanando quelli che facevano cose contrarie al buon costume dell’epoca come “portarsi una donna in camera”. Il registro riporta anche il caso di una donna sposata che era arrivata in anticipo in hotel e aveva sorpreso il marito in stanza con il figlio adolescente di un altro ospite. Anche se adesso il loro lavoro è dimenticato, all’epoca i detective del Waldorf erano popolari: uno di loro, Joe Smith, che aveva iniziato lavorando come poliziotto a Londra, divenne una specie di celebrità e nel 1929 uscì un libro con lui protagonista, Crooks of the Waldorf.

Sorgente: Storie dei detective del Waldorf Astoria – Il Post

Giu 22, 2017

Notitiae quae non erant

I romani non sparsero del sale su Cartagine, Archimede non salvò Siracusa con un sistema di specchi, e altre storie del mondo antico che citiamo a sproposito

Anche se a volte non lo sappiamo, diverse espressioni e modi di dire che usiamo oggi sono legate a episodi della storia romana o greca. Ma molti di questi in origine avevano un significato diverso, oppure sono legati a fatti di dubbia storicità: “mettere la mano sul fuoco”, ad esempio, non si riferisce a un episodio in cui qualcuno si dice sicuro di qualcosa. Non possiamo dare per certo nemmeno il famoso “tu quoque” (anzi), mentre siamo piuttosto sicuri del fatto che i romani non abbiano sparso del sale su Cartagine dopo averla distrutta, e che Archimede non salvò Siracusa da un assedio con l’aiuto di alcuni specchi.

Le statue greche e romane non erano bianche
Nonostante ora le vediamo così, in origine erano pitturate con colori anche piuttosto sgargianti: alcuni esemplari, come le sculture di un tempio dell’isola greca di Egina, hanno anche conservato delle tracce di colore ben visibili ai raggi ultravioletti. L’equivoco nasce dal fatto che le statue sono state ritrovate centinaia di anni dopo la loro produzione, quando la pittura era ormai svanita: i lavori degli scultori rinascimentali e neoclassici – non pitturati, così come le statue romane che avevano davanti a loro – hanno contribuito a rafforzare la falsa convinzione che anche gli originali fossero bianchi.

Archimede e gli specchi ustori
Film, aneddoti e storielle sull’antichità hanno raccontato più volte che nel 212 a.C. il matematico Archimede riuscì a difendere la città siciliana di Siracusa bruciando le navi romane con un elaborato sistema di specchi. Da secoli circola grande scetticismo su questa storia, sia perché con le conoscenze e i materiali dell’epoca sarebbe stato molto complicato, sia perché viene riportata solo da fonti tarde. Come avvenuto per altri aneddoti di questo tipo, la storia potrebbe essere nata dall’unione di racconti diversi: da fonti attendibili come gli storici Polibio e Tito Livio sappiamo che Archimede contribuì alla difesa della città costruendo delle macchine da guerra, mentre lo scrittore latino Apuleio nella sua Apologia racconta che Archimede aveva scritto degli specchi ustori «in un libro importante» sullo studio degli specchi (che però non possediamo).

Tu quoque, Brute, fili mi!
Sono le parole che comunemente vengono attribuite a Giulio Cesare mentre veniva ucciso da un gruppo di ribelli – fra cui il nobile romano Bruto – il 15 marzo del 44 a.C.. La frase probabilmente non fu mai pronunciata in questa forma. Il primo a parlare di una cosa simile fu Svetonio, uno storico latino con uno spiccato gusto per gli aneddoti, che scrivendo 150 anni dopo riportò che Cesare disse a Bruto, in greco: «καὶ σύ, τέκνον» (“anche tu, figlio”). Nessun’altra fonte più affidabile o antica di Svetonio ne parla. Inoltre, ci sono diverse cose che non quadrano: il fatto che Cesare avesse parlato in greco, e che avesse chiamato Bruto “figlio” (dato che secondo le fonti aveva un buon rapporto con lui, ma non era suo figlio naturale né lo aveva adottato). È ancora meno probabile che dopo l’omicidio di Cesare Bruto abbia detto “sic semper tyrannis” (“è così che succede sempre, ai tiranni”). E se anche prendessimo per buono tutto quanto, vorrebbe dire che Cesare non ha mai pronunciato le parole tu quoque.

Il sale su Cartagine
Secondo questa voce, i Romani cosparsero di sale il territorio della città africana di Cartagine dopo averla distrutta alla fine della Terza guerra punica, nel 146 a.C., per rendere infertile il terreno. La storia è quasi certamente falsa: non ne parla nessuna fonte antica – e ne abbiamo molte, sulla distruzione di Cartagine – ed è iniziata a circolare solo in età moderna. Nella storiografia romana non esistono altri casi di città rase al suolo e poi cosparse di sale.

La strage di Erode
È un episodio raccontato solamente nel Vangelo di Matteo, e in nessun’altra fonte storica o evangelica. Secondo Matteo poco dopo la nascita di Gesù Cristo l’allora re dei Giudei Erode il Grande ordinò di uccidere tutti i neonati di Betlemme perché aveva sentito che secondo una profezia in quella città era appena nato il nuovo re. Lo scetticismo degli studiosi su questo episodio è legato soprattutto al fatto che non se ne trova traccia in Flavio Giuseppe, uno storico romano di poco posteriore a Gesù Cristo che si occupò estesamente della storia della Giudea. La Chiesa Cattolica dà invece per certo l’episodio e ricorda i bambini morti nella presunta strage il 28 dicembre di ogni anno.

Muzio Scevola
In italiano, l’espressione “mettere la mano sul fuoco” significa essere certi di una cosa: è tratta da un episodio raccontato da Tito Livio, ma che in origine non era legato a quel significato. Il protagonista è Gaio Muzio Cordo, un giovane nobile romano che nel corso dell’assedio di Roma da parte degli Etruschi nel 508 a.C. propose al Senato romano di uccidere il comandante etrusco Porsenna con una missione segreta. L’incarico fu dato allo stesso Muzio, che però per errore uccise uno scriba etrusco. Catturato e portato davanti a Porsenna, Muzio minacciò Porsenna dicendogli che i Romani lo odiavano e che presto sarebbe stato ucciso da uno di loro. A quel punto, sempre secondo Livio, Scevola disse: «questo è il valore che dà al corpo chi aspira a una grande gloria». E si fece bruciare la sua mano destra in un braciere. Porsenna, impressionato dal coraggio e forse convinto che Muzio volesse punirsi, lo lasciò andare. Scevola fu il nome con cui venne chiamato dopo, da scaevus (mancino). L’episodio quindi è più legato all’autoflagellazione e al fanatismo che alla certezza.

continua su: Notitiae quae non erant – Il Post

Giu 19, 2017

La gran storia di come fu pubblicato “I Miserabili”

Victor Hugo era in esilio, l’editore era sconosciuto ma molto ambizioso, ed è uno straordinario caso di marketing e intuizioni imprenditoriali che allora erano impensabili

Probabilmente tutti avrete sentito parlare de I Miserabili di Victor Hugo: considerato un capolavoro della letteratura francese, quando uscì nel 1862 fu un bestseller. Oggi non sono molti quelli che possono dire di averlo letto tutto, e per la maggior parte delle persone è una lettura troppo impegnativa. Ma quasi tutti lo conosciamo per le numerose versioni cinematografiche e televisive, i musical – il più recente è del 2012 – e i fumetti. Pochi probabilmente conoscono però la storia della pubblicazione del romanzo, che fu straordinaria ed è tuttora appassionante, come ha raccontato Nina Martyris sulla rivista letteraria Paris Review, riassumendo un libro interamente dedicato al tema, The Novel of the Century: The Extraordinary Adventure of Les Misérables del professore e traduttore David Bellos.

Da come lo descrive Martyris, la vicenda sembra a sua volta un romanzo: il contratto «firmato nel 1861 in un’assolata isola dell’Atlantico, legò un genio francese in esilio a una casa editrice belga appena nata». Anche la cifra fu impressionante e senza precedenti: 300.000 franchi, circa 4,4 milioni di euro attuali, per i diritti di copyright di otto anni, cioè un periodo decisamente breve. Scrive Bellos che Hugo è tuttora la persona più pagata per un lavoro letterario: l’equivalente in oro di quella somma pesa 97 chili, ed era abbastanza per costruirci una piccola ferrovia.

Il vero protagonista della storia non è tanto Victor Hugo, che all’epoca era già un affermato poeta e intellettuale francese, ma Albert Lacroix, un ambizioso editore belga di 27 anni, ammiratore di Hugo. Lacroix aveva fatto esperienza lavorando nella tipografia dello zio e poi aveva aperto la sua piccola casa editrice, la Lacroix, Verboeckhoven & Co. Deciso ad assicurarsi un contratto con Hugo, chiese il prestito per l’anticipo alla banca Oppenheim di Bruxelles: e anche questo è un aspetto notevole dato che, scrive Bellos, fu probabilmente «il primo prestito fatto da una banca per finanziare un libro».

Quello di Lacroix non fu un gesto spericolato solo dal punto di vista economico. All’epoca Hugo, che aveva 60 anni, era anche un politico in esilio. Nel 1848 era stato eletto all’Assemblea nazionale con i Conservatori, da cui si era poi distaccato chiedendo il suffragio universale, l’istruzione gratuita per tutti i bambini e la fine della pena di morte. Quando nel 1851 Napoleone III aveva preso il potere instaurando una dittatura, Hugo lo definì un traditore. In breve la sua posizione divenne complicata e finì per scappare, travestito e con una barba finta, prima in Belgio e poi a Saint Peter Port sull’isola di Guernsey, un avamposto britannico davanti a Saint Malo, in Normandia. Qui restò dall’ottobre 1855 al 1870, continuando a pubblicare pamphlet contro Napoleone III. Pubblicare un suo libro era quindi rischioso: il Belgio era al riparo dalla censura di Napoleone III, ma il mercato editoriale rilevante era quello francese, se lì il libro fosse stato sequestrato per le finanze di Lacroix sarebbe stato un disastro.

Nonostante questi ostacoli, Lacroix scrisse direttamente a Hugo saltando l’intermediazione dell’editore e gli propose un incontro. Puntò soprattutto sull’aspetto economico, sapendo che lo scrittore aveva già rifiutato un contratto da un amico editore di 150 mila franchi. Gli offrì qualsiasi somma avesse chiesto, in contanti. Hugo si mostrò interessato. Lacroix salì su una barca, arrivò a Guernsey, trattò con lui per un giorno intero e poi lo convinse a firmare il contratto: era il 4 ottobre del 1861.

Lacroix comprò il libro a scatola chiusa: non ne sapeva niente, né dell’argomento – Hugo lo rassicurò soltanto che non aveva un contenuto politico, ma che era un dramma sociale – né della sua lunghezza. Hugo ci stava lavorando da 17 anni, da quando ne aveva 43. Era scappato dalla Francia lasciandolo indietro: glielo portò, salvandolo dai danni delle proteste del tempo, Juliette Drouet, sua amante per 50 anni. Continuò a scriverlo a Guernsey e lo finì in Belgio, in un hotel da cui poteva osservare il campo della battaglia di Waterloo.

La firma del contratto fu un successo per Lacroix, ma anche l’inizio di sei mesi frenetici di lavoro, in cui dovette trattare con tipografi, traduttori, avvocati e gestire i capricci di Hugo, che contestava ogni minima correzione alle bozze e le rispediva indietro con viaggi rischiosi e lunghi – su due barche, tre treni, e un carro a cavallo – che rischiavano di far sforare la data di consegna. Nel frattempo Lacroix mise in piedi una campagna pubblicitaria enorme per l’epoca: Hugo aveva già creato una certa attesa facendo circolare la voce che stava scrivendo un nuovo romanzo – dopo il gran successo di Notre Dame de Paris, del 1831 – e l’editore la portò a livelli mai visti, inviando comunicati stampa con mesi di anticipo e affiggendo sui muri di Parigi illustrazioni dei protagonisti Jean Valjean, Fantine, Cosette, Marius e altri personaggi del libro. Contrariamente all’usanza dell’epoca non vennero distribuite copie in anticipo perché venissero recensite su giornali e riviste: scrive Bellos che probabilmente I Miserabili fu la prima opera letteraria messa sotto embargo.

La mattina del 4 aprile 1862, secondo i tempi stabiliti, uscì Fantine, la prima parte del romanzo, in contemporanea a Parigi, Bruxelles, San Pietroburgo, Lipsia e altre città europee: nessun libro aveva mai avuto un lancio editoriale internazionale di simile portata. Hugo inoltre aveva chiesto la stampa di un’edizione popolare, insieme a quella tradizionale di lusso, cosa resa possibile dai progressi della tipografia dell’epoca e dalla diminuzione del costo della carta. Quel giorno c’erano lunghe code davanti alle librerie e a Parigi la prima edizione di seimila copie andò esaurita. Critici e scrittori non furono molto convinti: Alexandre Dumas disse che leggere I Miserabili era come «farsi strada nelle fogne» – riferendosi a una scena descritta nel libro – mentre Gustave Flaubert in una lettera privata si definì indignato e disse che «era stato scritto per le canaglie cattolico-socialiste e per i parassiti filosofici-evangelici». Il pubblico invece si appassionò enormemente alle vicende e quando il mese successivo uscirono 48mila copie della seconda parte, in molti andarono in libreria con carretti e carriole per accaparrarsene di più. In pochi mesi Lacroix ripagò il debito alla banca e fece la fortuna della casa editrice, che aprì diverse succursali, tra cui una a Parigi.

Lacroix si specializzò in romanzi pubblicati da scrittori francesi in esilio in Belgio, come Louis Blanc, Edgar Quinet, Maurice Joly (se questi nomi vi dicono qualcosa) e Proudhon, mentre nel 1864 pubblicò Émile Zola. Nel 1869 pagò un anticipo di 200 franchi (4 anni di salario di un operaio dell’epoca) a Isidore Ducasse per pubblicare il poema in prosa Les Chants de Maldoror (I canti di Maldoror) sotto lo pseudonimo di Conte di Lautréamont, un testo diventato poi fondamentale per il surrealismo, il dadaismo e il simbolismo. Nello stesso anno però Hugo ruppe il contratto con lui per pubblicare L’uomo che ride. Iniziarono un po’ di grane finanziarie causate da investimenti immobiliari azzardati e dalle guerre franco-prussiane: nel 1867 non riuscì a stampare la guida di Parigi per l’Esposizione universale, mentre nel 1872 chiuse la succursale di Parigi. Lacroix continuò a fare l’editore fino alla morte, nel 1903.

Hugo continuò invece a pubblicare e ad avere successo: uscirono la seconda e terza parte di La leggenda dei secoli, che racconta la storia dell’umanità dalla Genesi all’Ottocento, I lavoratori del mare nel 1866 e L’uomo che ride, appunto, nel 1869. Nel 1870, dopo la caduta di Napoleone III, tornò a Parigi, dove venne accolto come un eroe della Repubblica e un genio della letteratura. Nel 1876 divenne senatore, e morì nel 1885 a 83 anni: venne sepolto al Pantheon di Parigi durante una cerimonia a cui parteciparono tre milioni di persone.

Come per tutte le copie originali di romanzi ottocenteschi, anche quelle rimaste in circolazione de I Miserabili non sono molte: nel 2012 la casa d’aste Christie’s ne ha venduta una, stampata da Lacroix, per 61mila euro.

Sorgente: La gran storia di come fu pubblicato “I Miserabili” – Il Post

Mag 08, 2017

Arrivano novità sugli sconti dei libri?

Una proposta di legge vuole ridurre dal 15 al 5 per cento lo sconto massimo sul prezzo di copertina: editori e librai sono favorevoli, ammesso che serva

Molti editori – praticamente tutti: naturalmente i piccoli, ma anche i medi e i grandi, con l’eccezione del Gruppo GeMs e una posizione più articolata di Mondadori – sono favorevoli a una revisione della legge Levi sul prezzo dei libri, approvata dal Parlamento nel 2011, che fissava al 15 per cento lo sconto massimo sul prezzo di copertina. La nuova proposta di legge – la prima firmataria è Sandra Zampa del PD – si intitola “Disposizioni per la promozione della lettura, il sostegno delle librerie di qualità, dei traduttori nonché delle piccole e medie imprese editoriali” e fissa lo sconto massimo al 5 per cento, come avviene in Francia, Olanda, Spagna, Svizzera, mentre in Germania gli sconti sono vietati e nel Regno Unito il prezzo è libero.

La misura si applicherebbe – ovviamente, visto che l’obiettivo implicito è colpire Amazon – anche alle «vendite per corrispondenza e su piattaforma digitale via internet, con una possibilità massima del 10 per cento di sconto in occasione di fiere ed iniziative di settore espressamente indicate e del 20 per cento in caso di vendita a biblioteche, pubbliche e private». È una misura protezionistica, concepita per difendere le piccole librerie e i piccoli editori da chi può offrire prezzi più bassi grazie a volumi maggiori di vendita. I critici – al momento pochi – sostengono che questa difesa verrebbe pagata dai lettori. Il fatto che a sei anni dall’approvazione della legge Levi lo schieramento dei favorevoli si sia allargato anche a Giunti, Feltrinelli e in parte anche Mondadori, cioè editori che controllano grandi catene, dimostra che tutti gli editori e i librai, anche quelli di catena, sentono il bisogno di essere difesi dallo Stato dalla crescita della vendita online. Gli sconti di Amazon – che al suo arrivo in Italia vendeva anche al 40 per cento di sconto – costringono in pratica le grandi catene di librerie a vendere al 15 per cento in meno rispetto al prezzo di copertina. Se si scendesse per legge al 5, per farla breve, recupererebbero il 10 per cento di margine.

I tempi per approvare la legge in Parlamento sono stretti, quindi gli editori spingono per un decreto del governo o per inserire il provvedimento nella prossima legge di stabilità. A questo scopo nei prossimi giorni le parti coinvolte – editori, librai e associazioni di categoria – dovrebbero mandare al ministro della Cultura, Dario Franceschini, una lettera esprimendo una posizione unitaria. È il passaggio più difficile, perché se contro Amazon sono tutti d’accordo – perfino Ricardo Levi, il promotore della legge in vigore, era presente all’incontro sul tema al Bookpride di Milano – e tutti in astratto sono favorevoli a sostenere librerie e piccoli editori, poi nel concreto le posizioni si differenziano.

continua su: Arrivano novità sugli sconti dei libri? – Il Post

Apr 21, 2017
  • Disclaimer

    Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Il materiale pubblicato è copyright delle case editrici, degli autori e delle agenzie che ne detengono i diritti. Pertanto la loro pubblicazione totale o parziale non intende violare alcun copyright e non avviene a scopo di lucro.

  • Privacy e Cookie policy

    Privacy Policy
  • Informazioni

    Edizioni Esordienti E-book di Piera Rossotti
    Strada Vivero, 15
    10024 Moncalieri - Torino

    [email protected]
    P.E.C. [email protected]

    011-6472110 - ore ufficio

    Partita IVA 10585010019
    Cod. Fisc. RSSPRI51R68L445X
    REA TO-1145737