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Torino: Una città nelle canzoni

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Alcune città sono grandi dive, fotografate, adulate, citate fino alla noia. Parigi, Roma, New York. Protagoniste di innumerevoli film, di romanzi, e di canzoni. E appunto di canzoni, volevo parlare, anzi di testi. I parolieri sono spesso abili artigiani capaci di adattare parole e rime alle capricciose esigenze delle note musicali. Creatori di frasi d’effetto, di assonanze magari semplici ma immediatamente evocative all’orecchio di un ascoltatore spesso distratto. Molti testi letti senza ascolto diventano insignificanti se non infantili senza una musica di supporto. A volte, più raramente, i parolieri sono poeti e allora i loro versi vivono di vita propria, belli anche se muti. In alcuni casi, i testi delle canzoni sono vere storie, brevi racconti e cronache di un tempo, di un sentimento. Io sono nato e vivo in un luogo che non è appariscente. Torino non è una star, e fino a pochi anni fa era nota solo per essere sede di una fabbrica di automobili. Poi le cose sono cambiate, negli ultimi tempi sono arrivati i turisti ed una certa notorietà internazionale. Non sono comunque tantissime le canzoni dedicate o ambientate a Torino. Tutte però sono in qualche modo significative e strettamente legate a un ben preciso momento storico nella vita della città. Esistono naturalmente antiche ballate e canzoni in dialetto torinese, canti popolari, canti di osteria, ma in questa sede prendo in esame solo testi in Italiano.

Gipo Farassino
Gipo Farassino

La più antica che mi viene alla mente è “Ciao Torino” autori Lampo e Prato, anno 1949. A dire il vero, è leggermente controverso il fatto che il testo originale sia stato scritto in Italiano. Secondo alcune fonti era in Torinese, secondo altre fu tradotta in dialetto da quel Gipo Farassino di cui ci occuperemo tra poco. Testo estremamente semplice:

“Ciao Torino, io vado via,
vado lontano a lavorare.
Io non so che cosa sia,
sento il cuore tremare.”

Semplice eppure rivelatore: ci fu un tempo, neppure troppo lontano, in cui anche Torino era terra di emigranti, di gente che doveva andarsene per cercare condizioni di vita migliore.
Poi, il boom economico, il miraggio della Grande Fabbrica che offriva a tutti un posto di lavoro. Ecco “La mia città” del 1969 . Parole e musica di Gipo Farassino. Gipo, artista molto amato a livello locale, autore dialettale, attore, uomo politico, scrisse anche canzoni in italiano, raccolte in un album dal titolo “Due soldi di coraggio”. Ne “La mia città” crea un ritratto triste da Neorealismo, la città-fabbrica priva di gioia, dove gli operai in tuta blu sono soldatini in fila, quasi burattini mesti.

fiat
Archivio storico Fiat

“Un mare di fredde ciminiere
un fiume di soldatini blu
un cielo scordato dalle fiabe
un sole che non ti scalda mai.
Questa mia città
ti fa sentir nessuno
ti strozza il canto in gola
ti spinge ad andar via.
Questa mia città
che spegne le risate
che sfugge a tanta gente
resta la mia città.”

Ma il boom è anche espansione urbana, periferie dove i prati con pecore al pascolo lasciano il posto ai palazzoni dell’edilizia speculativa. Ne “L’auto targata Torino” del 1973, musica di Lucio Dalla e parole di Roberto Roversi, un vento contestatario, dal sapore leggermente populista, contrappone una Torino da cartolina alla cruda realtà di quei “Terroni” che erano i predecessori di una lunga serie di persone venuta da “altrove”. Facce diverse in cerca di lavoro, non sempre amate da chi è ormai immemore di un tempo in cui i poveri nel mondo si chiamavano Italiani.

Dalla-Roversi
Dalla-Roversi

“Questo luogo del cielo
è chiamato Torino
lunghi e grandi viali,
splendidi monti di neve
sul cristallo verde del Valentino
illuminate tutte le sponde del Po.

Mattoni su mattoni
sono condannati i terroni
a costruire per gli altri
appartamenti da cinquanta milioni”

Alla fine la Contestazione non genera solo figli innocui. Arrivano gli anni difficili della violenza, dello scontro duro. La città è spesso un campo di battaglia, una terra di nessuno dove anche il modo di vestire, il locale dove andare a bere un caffè, diventano etichetta politica. Il cantautore torinese Enzo Maolucci, nel suo album “ Barbari e Bar” del 1978, con un linguaggio diretto ed efficace, dipinge un’immagine allo stesso tempo realistica e beffarda di una Torino che ha un tantino perso l’aplomb, di una città moderna che non ha la statura della grande metropoli, anche se una élite forse radical-chic vorrebbe fare sfoggio di inutile snobismo. È centrale, in questo testo, la presenza di bar e caffè, luoghi di ritrovo mondano, covi dissidenti, porti per rifugiarsi lontano dalla folla.

Enzo Maolucci
Enzo Maolucci

“Il Gran Bar è fatto apposta
per fascisti stravaganti.
In cremeria adesso ci trovi
i comunisti più osservanti.
La Gran Madre è una gran piazza,
il Po è li’ vicino per chi si ammazza.

Si ammazzano a Torino, sai,
Torino che non è Nuova York
Si ammazzano a Torino, sai,
Torino di Barbari e Bar.
Dal Bar Elena esco in via Po,
vado col pensiero…
Pugni in tasca, sbornia triste, palle in giostra,
muri sporchi di ideali messi in mostra.

Adoro andarmene in vetrina,
specchiarmi cinico e beffardo,
finché un’edicola sirena
seduce il mio sprezzante sguardo.
Il compromesso storico, l’Amerika col Kappa,
convergenze parallele, la crisi del romanzo e poi…”

Ma non tutti vanno al Bar Elena. Nella banlieue, qui come a Londra, ragazzi Punk strillano arrabbiati il loro “No future”. Loro sono “Rough” band street punk molto locale e molto, molto alternativa e nel 1982 interpretano, con grinta giustamente ( Punkescamente ) sgangherata “Torino è la mia città”

“Crescer nella noia
senza sapere cosa fare
Crescer nella noia
senza un futuro in cui sperare
In un città dove non succede mai niente
Torino è la mia città.”

La rabbia stanca. Ancora di più la rabbia senza soluzione, la violenza fine a se stessa. Finiscono gli anni della P38, torna la voglia di normalità. Il Privato non è più Politico. Siamo alla fine del secolo e del millennio.

Subsonica
Subsonica

Anno 1999, un’altra Band torinese, molto nota e, questa, molto amata, Subsonica, canta una città che riesce ancora a ispirare l’amore ne “Il cielo su Torino”.

“Per il tuo amore
che è in tutto ciò che gira intorno
acquista un senso questa città
e il suo movimento
fatto di vite vissute piano sullo sfondo
Un altro giorno un’altra ora
ed un momento
dentro l’aria sporca
il tuo sorriso controvento
il cielo su Torino
sembra muoversi al tuo fianco”

La città è un organismo vivente e, come tutto ciò che vive, è in continuo divenire. Gli esami non finiscono mai, come diceva Eduardo. Si allontana lo scontro armato, eppure altri scontri, forse più subdoli, incombono. Torino diventa città multi etnica, dove ci si diverte, finalmente, ma dove le fabbriche chiudono, dove si spaccia e si consuma droga e non tutti i nuovi arrivati sono buoni cittadini. “Tanco del Murazzo” di Vinicio Capossela, sempre sul finire del secolo, anno 1996, descrive un Noir deve ci si fa, e ci si pesta, con Slang duro e impietoso. E i Murazzi, lungo il fiume cosparsi di bar e locali per i giovani abitanti della notte, diventano terra di nessuno, frontiera pericolosa.

“Il fiume è giallo,
lento fango d’Orinoco
scorre tra i fuochi,
gli spacci, i mangiafuoco
scende il murazzo,
c’è una macchina bruciata
kebab arrosto
e folla a grappoli in parata
le ragazze aspettano
di uscire fuori per ballare
e intanto provano le scarpe nuove
e ridono da sole
dentro casa, lei lo guarda
e resta lì senza parlare
fuori tutto accade anche senza di noi

Vinicio Capossela
Vinicio Capossela

Nel grotto spingono
e si bercian Patuan
l’anfe che sale,
caldo a fiotti, nervi tesi
Envisia serve al banco
acqua minerale
ondeggiano sulle ginocchia
tutti uguale
guarda lo specchio
e vede in fondo
che per occhi adesso
ci ha due buchi neri
e nel riflesso dell’abisso
vede il pozzo che era un tempo anima sua”

Ma voglio chiudere con una nota più tenera.
“Torino sulla luna” è una canzone scritta da Giuseppe Peveri, in arte Dente, con Fabio Barovero, per la colonna sonora del film “La luna su Torino” di Davide Ferrario, pellicola del 2014. Con voce poetica, l’autore coglie con un guizzo vincente quella che è forse l’anima più vera di Torino:

Giuseppe Peveri
Giuseppe Peveri

“Linea d’orizzonte, vertici
i punti piani e gli spazi
paralleli, pendii
abitudini inutili
pressioni, altitudini
inizia la fine
tutte le cose si incontrano qui”

In questa città di geometrie e di grandi chiaroscuri, dove molte cose iniziarono in sordina, nel bene e nel male, per poi diffondersi e allargarsi lontano, in questa città dove si cerca di non esagerare mai, andando spesso all’avanguardia quasi controvoglia, dove genti tanto diverse, da apparire a prima vista incompatibili, riescono a convivere nonostante tutto, in questa città, che a volte non pare Italiana, è bello camminare, guardando, ascoltando e pensando che davvero tutte le cose s’incontrano qui.

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