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Tito Cauchi, presidente  del Premio Polverini, recensisce “La selezione colpevole”

Andrea Leonelli, ha esperienza del dolore lavorando in reparto di rianimazione e per avere sperimentato sulla propria pelle l’infarto; è appassionato dila selezione colpevole fantascienza e di tecnologia; con La selezione colpevole è alla sua seconda raccolta. Egli stesso precisa, di avere voluto rinnovare la precedente edizione (2011), chiarendo che “la ricetta è sempre quella: dolore, solitudine, abbandono, oscurità e un pizzico di extra. Contenuti non allegri vero, ma portano qualcosa.” Ed è quello che verificheremo e che scopriremo.

I componimenti hanno varia lunghezza, dall’epigramma al lungo respiro, la versificazione è libera e compatta; l’Io parlante ci indica l’indagine interiore che lo sfibra, facendolo smarrire fino ad annullarsi: le persone e gli oggetti circostanti, si moltiplicano e si nullificano nel contempo. Il Poeta è spettatore e protagonista, che con forza rivendica la sua esistenza: “Acceco i miei occhi/ la mia anima/ affogo il mio spirito/ in se stesso/ bevendomi dal dentro.” (pag. 14).

Si rende conto che la vita è come un palcoscenico nel quale indossiamo “Maschere buone per ogni occasione/ per le false allegrie e le vere tristezze” (pag. 18); preso da vertigine si sente annichilito, o semplicemente ridotto all’essenziale. Sensibile e desideroso di carezze all’anima e alla pelle, rimprovera la falsità che ci circonda, sa che le ferite passano, ma che lasciano ugualmente dei segni nell’anima. Tornano insistenti i ricordi per tessere un vestito nuovo (o altra maschera per vestirlo come manichino); ma non prova ristoro perché i fantasmi continuano a ripresentarsi. Se svaniscono le illusioni, si chiede di cosa si nutrirà; commenta che la vita odierna ci rende labili, combatte contro gli spettri e vive in uno stato nebuloso: “vestito della mia pelle/ mi maschererò da me stesso/ ma solo per voi/ non ho bisogno di me/ sono altrove/ a spellarmi l’anima.” (pag. 23).

Andrea Leonelli invoca una presenza che l’ami, che gli parli; o che entrambi si appartengano nell’etere; ma si vede rifiutato come “un sacchetto di spazzatura”, quel lordume che però è lo specchio dell’altra persona. Rimane l’illusione di confondersi con la bellezza cosmica; trasferisce nella metafora luna il desiderio che l’astro dia luce al disastro che gli sta intorno. “Il vuoto mi riempie./ Il buio m’illumina./ Nella morte mi sento vivo,/ vivo come un morto.” (pag. 59).

Per sua ammissione diventano sue compagne desolazione, amarezza, solitudine, alle quali oppone rancore e risentimento; ma non trova soluzioni a certe rotture. “Dentro me urlo/ silenzi assordanti// Vesto l’espressione di cortesia/ su maschera di pura devastazione.” (pag. 67). Come estremo atto d’amore, l’innamorato è felice purché lo sia l’amata. Dichiara lui stesso “Vivo in contraddizione/ mi piacciono cose opposte/ cerco di bilanciarmi tra gli estremi” (pag. 79).

A grandi linee direi che ne La selezione colpevole abbiamo un solo filo tematico costituito da trefoli, in cui convivono nella prima fase l’Io (la maschera), nella seconda il Tu (l’ossimoro) e nella terza l’autocoscienza (la contraddizione). Il Nostro usa sapientemente un linguaggio variegato, figure retoriche (specialmente la ripetizione); talvolta termini informatici (cursore, loops, links resettare); astrofisica e quantistica (frattale, neutronio, Schrödinger). Il tono va dal riflessivo all’imperioso e, infine, al giudizio; gli accenti procedono in progressione, ora crescenti, ora decrescenti come se stesse parlando direttamente al lettore. Beninteso la poesia è suggestione, evocazione ed anche immedesimazione, perciò non va presa alla lettera.

Tito Cauchi

Andrea Leonelli, con il libro La selezione colpevole, al Premio Nazionale 2014, Poesia Edita Leandro Polverini – Anzio, ha ottenuto l’assegnazione del 1° posto nella sezione poesia concettuale, con la seguente motivazione: “L’Autore interseca piani di esperienza naturalista con le tracce consunte di un passato dove percezione reale e immaginazione si mescolano, avvicendano, confondono in un labirinto di simboli, che visita con coraggio la persistenza dell’io come misura delle cose. Una sintassi paratattica e cumulativa conferisce ai testi una drammaticità performativa che dà rilievo all’aspetto concettuale del verso, a seguire scrupolosamente i guizzi dell’emotività.”

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