Intervista a Elena Grilli

Intervista a Elena Grilli

Grilli_EEECome il mare a occhi chiusi è il titolo del romanzo scritto da Elena Grilli. La frase pare già sibillina e, tenendo conto che trattasi di un giallo, lascia intendere la presenza di abissi che possono in qualche modo inghiottire l’animo umano e, con esso, indicibili segreti.

  • Parlaci della scelta del titolo e del messaggio a dir poco misterioso contenuto in esso.

Il titolo richiama due passaggi del romanzo, in cui semplicemente la protagonista si trova a occhi chiusi davanti all’Adriatico che lambisce la costa anconetana. Come hai intuito tu, la frase era abbastanza strana, astrusa ed eccentrica da ben rappresentare lo spirito del romanzo, ed ecco qua. È stato il primo titolo che ho pensato; in seguito ho cercato anche altro, che potesse rispecchiare il contenuto del libro, ma niente, ormai quel titolo era come un tatuaggio che non si toglie più dalla pelle.

  • La trama è una sorta di intreccio studiato ad arte e nei minimi dettagli. Quali difficoltà hai riscontrato durante questa complessa stesura?

L’intento era quello di sorprendere chi legge con un intreccio complesso, contorto, macchinoso e tuttavia perfettamente logico. Dico la verità, nei meandri della mia trama mi sono io stessa persa e ritrovata decine e decine di volte, con momenti di scoraggiamento in cui sembrava che il puzzle non volesse proprio ricomporsi. Figurati che il colpevole non è quello che avevo pensato all’inizio. Avevo appena finito di scrivere e all’improvviso mi è venuta un’idea: e se il vero colpevole non fosse quello che avevo indicato fino a quel momento? Magari tutti credono che sia così (me compresa) e invece… È  possibile un’altra spiegazione, ancora più pazzesca? Sì, era possibile. È il motivo per cui nessuno secondo me è in grado di intuire l’epilogo… Lo ignoravo perfino io mentre scrivevo!

  • La protagonista porta con sé una buona dose di coraggio nell’affrontare situazioni davvero inquietanti, rischiando talvolta anche la vita. Descrivici, a grandi linee, gli aspetti che caratterizzano questa interessante figura femminile.

Dalia è una giovane donna, ma è tutto tranne che femminile, non nel senso convenzionale del termine. Anzi è molto lontana da uno stereotipo di femminilità. Non è accondiscendente, non si lascia addomesticare. È difficile averci a che fare. È recalcitrante, ostile e ostinata. È la sua disubbidienza che la pone al centro di un vero casino, sfiorando pericoli di cui non è sempre pienamente consapevole, finché non se li trova davanti. Dalia è il risultato di una esigenza che sentivo, di delineare una eroina diversa dalle solite figure femminili, di semplice affiancamento all’eroe maschio. Lei è indipendente, non cerca semplicemente la sua strada, se la costruisce. Sembrerà strano, ma l’ispirazione deriva da certe figure femminili che si possono trovare in alcuni romanzi di Agatha Christie. Con la differenza che queste ultime di solito coronano il loro sogno d’amore, alla fine. Come se la Christie avesse detto alle sue eroine: “Fatti la tua bella avventura se vuoi, ma poi sposati e fai figli”. Io invece dico a Dalia: “Sei una cavalla selvaggia, corri e non ti fermare!”

  • Molti scrittori hanno la vita reale come fonte di ispirazione. Il fatto di essere una psicoterapeuta ti fornisce spunti, osservazioni, elementi da cui trarre idee per le tue storie?

Confesso. Il mio lavoro mi pone sotto gli occhi una infinità di storie, vissuti, personalità diverse. Se una scrittrice è tanto più ricca quanto più ha fatto esperienze, viaggi, esplorazioni che arricchiscono il suo bagaglio, io ho sicuramente questo vantaggio: ho le vite degli altri, i loro tragitti, le loro emozioni. Nessuno dei personaggi del romanzo ricalca integralmente persone che ho conosciuto. Ognuno di loro è il risultato dell’assemblaggio di pezzi presi qua e là. Nel romanzo c’è un killer che soffre di attacchi di panico. Inusuale? Non saprei. Perché mai solo in chi ha la coscienza pulita dovrebbe essere afflitto da un disturbo d’ansia?

  • Quanto pensi possa essere importante, per la buona riuscita di un romanzo, l’attenzione che un autore riserva nei confronti dei suoi personaggi?

L’attenzione da dare ai personaggi è un elemento chiave, credo, della scrittura. Se i personaggi li vedi, te li rappresenti in modo vivido, te li immagini con i loro pensieri tipici e le loro peculiari strategie di sopravvivenza, di fatto poi loro agiscono da soli, quasi al di fuori della tua volontà di autrice. È così, credo, che è venuto fuori un finale diverso da quello pensato inizialmente: uno dei personaggi ha deciso che, facendo come gli era congeniale, doveva essere lui la mente criminale. A quel punto, come autrice ti devi arrendere. È così e basta.

  • In questa capacità di rappresentare visivamente i personaggi e le loro azioni, ti è di aiuto l’altra tua passione, la pittura?

Credo di sì. È la pittura la mia passione primordiale. Scrivere non mi è sempre piaciuto, mentre faccio fatica a pensare a me stessa senza una matita in mano che scarabocchia o un pennello che imbratta tele. Credo che questa abitudine dia una forma precisa al pensiero, che si esercita a rappresentare visivamente le idee, anche le più astratte. Quando creo una storia, è come vedermi davanti un film.

  • Quando hai iniziato a scrivere? E quando hai preso in considerazione la possibilità di far conoscere al pubblico la tua opera? Cosa ti ha spinto?

Come ho già detto, scrivere non è una passione che ho da sempre. Penso alla scuola e ai temi di italiano che per me erano un vero supplizio. Credevo che non fosse per me, finché durante un lungo viaggio in Norvegia in macchina, la noia mi ha portato a guardare fuori dal finestrino e a immaginare quello che è il nucleo della trama di “Come il mare ad occhi chiusi”. Mi sono detta: perché non provo a scrivere questa storia? Insomma, la passione non era tanto per la scrittura in sé, quanto per i misteri, gli enigmi. Quelli sì, che mi sono piaciuti da sempre. È stato dopo, che ho scoperto quanto è bello scrivere, quando non è qualcun altro ad avere il controllo, vincolandomi ad un tema predefinito, ma sono io a tenere le fila della storia. Decidere di pubblicare invece non è stato scontato. Scrivere un giallo era una sfida con me stessa: mi sono chiesta se sarei stata in grado di pensare ad un vero intrigo, e ce l’ho fatta. Poi mi sono detta che la sfida non era veramente vinta, se nessun altro avesse avuto modo di affrontarla. La sfida col lettore è l’unica in grado di dare i brividi lungo la schiena.

  • L’impegno a fianco delle donne vittime di violenza è una parte rilevante del tuo lavoro. Quello della violenza sulle donne è un universo spesso poco conosciuto a causa del velo di omertà che nasconde fra le quattro mura domestiche gli abusi e le sopraffazioni. Sta aumentando la consapevolezza delle donne e la loro volontà di ribellarsi alla violenza maschile?

Se lavori in un centro antiviolenza, a volte finisci per pensare che tutto il mondo è violenza. Ti sembra di essere circondata e senza scampo. Però, ad essere obiettive, la consapevolezza cresce da una generazione all’altra e l’obbedienza silenziosa ad un marito padrone non viene più data per scontata come un tempo. Le donne chiedono sempre di più aiuto per riuscire a sottrarsi alla violenza, emanciparsi, auto-determinarsi, pretendere rispetto. Con questa tua domanda mi fai pensare che forse non è un caso che la mia Dalia sia così, libera e senza regole.

  • Quando Elena non scrive e non dipinge, come occupa il proprio tempo?

Al di fuori della mia professione, della pittura e della scrittura c’è poco altro. C’è la vita familiare, soprattutto. Sono baciata dalla fortuna: ho una bella famiglia, un lavoro appassionante e socialmente impegnato, e poi ci sono i mondi che mi sono creata per distrarmi e rilassarmi. Scrivere gialli ha questa funzione, appunto. Ascoltare quotidianamente storie vere di violenza, di stupri e di umiliazioni, da un lato mi fa sentire che sto facendo qualcosa di importante, ma dall’altro rischierebbe di annientarmi, se non avessi anche uno spazio di disimpegno, di ritiro dai problemi reali. I gialli sono il mio spazio di superficialità, mancanza di serietà, leggerezza. In questo perfetto equilibrio tra l’impegno sociale e la spensieratezza sento di poter essere felice per molti anni ancora. Non ho bisogno di altro.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Dopo l’ebbrezza del primo romanzo, sono alle prese con il secondo. Mi trovo nella fase ideativa e sono già in quell’ingorgo, in quel groviglio di dettagli che non si vogliono incastrare. Sono fiduciosa però, mi districherò come sempre…

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Intervista a Lu Paer

Intervista a Lu Paer

Paer_EEELu Paer è un’autrice dall’animo complesso, in cui le intensità delle emozioni si manifestano con pennellate forti e mai scontate. La sua vita è un intricato mosaico di soluzioni finalizzate alla sopravvivenza quotidiana, in un mondo fatto, il più delle volte, da soprusi e indifferenza. Tutto questo bagaglio emotivo lei lo riversa nei suoi libri.

  • Il protagonista del tuo nuovo romanzo, “Non altro che me stesso”, è un trentacinquenne che si troverà nei panni di spettatore del suicido di una donna molto speciale. Cosa ti ha spinta a scegliere una figura maschile per scrivere la storia?

Viviamo tutti più aspetti e personalità, dentro di noi. Immedesimarmi in un uomo è stato un  modo per sperimentare l’universo maschile  e nel farlo ho provato un grande senso di libertà e curiosità.

  • Sotto quale prospettiva psicologica viene affrontato l’argomento forte, e allo stesso tempo sensibilizzante, della violenza sulle donne?

Cito una frase del mio romanzo ‘ A volte ad essere uccise sono le donne che si ostinano a rimanere, nonostante tutto’. Il tema della violenza sulle donne viene affrontato sotto una prospettiva diversa, che solitamente non viene detta.  Dietro una donna che soffre spesso ci sono figli che subiscono a loro volta, ma  che non possono scegliere. Questo mio pensiero si è rafforzato una sera mentre seguivo una puntata del programma’ Amore criminale’. La donna intervistata aveva subito moltissima violenza dal marito, ciò nonostante rimase incinta e quando nacque la bambina parte della violenza fisica il marito la trasferì sulla piccola, a suon di cinghiate. Tuttavia la donna intervistata partorì successivamente, con il suo aguzzino, altri 3 figli, altre 3 vittime. Si  giustificò dicendo che non riusciva a abbandonarlo perché ‘Gli voleva bene’, uso le sue parole. Lo lasciò anni dopo, perché ne aveva trovato un altro. In tutta questa vicenda io vedo 4 vittime, e sono i bambini! Noi donne possiamo fare di più e di meglio! Anche stando da sole. Non a caso i  protagonisti di questo romanzo sono la consapevolezza e la capacità di scelta, anche se quest’ultima, nel finale, viene estremizzata.

  • I protagonisti del tuo libro sono nati solo dalla tua fantasia o rispecchiano aspetti di persone reali?

Direi l’uno e l’altro, sono partita da un personaggio inventato le cui caratteristiche sono emerse  all’interno di situazioni precise, anche reali. Per quanto riguarda l’aspetto emotivo mi identifico moltissimo negli stati d’animo di Carlo, il protagonista.

  • Perché “Non altro che me stesso”? Parlaci del messaggio racchiuso nel titolo. Quante e quali emozioni vengono a galla in questo libro?

Il titolo mi è stato suggerito,  molto opportunamente, dal mio editore. La frase ‘Non altro che me stesso’ è contenuta in alcuni miei versi all’interno del romanzo, ed è la frase perfetta per rappresentare il grande desiderio di libertà ed autenticità del protagonista che per esse è disposto a pagare qualsiasi prezzo.

  • Nel tuo primo lavoro “Cosa stai aspettando!” abbiamo avuto modo di scoprire il tuo impegno personale nei confronti di una campagna animalista molto sentita. Quanto pensi che questo amore per gli animali abbia influito nel tuo approccio alla scrittura?

Totalmente, direi. Sopravvivo al dolore che la sofferenza animale mi provoca anche grazie alla scrittura. I miei romanzi infatti si propongono di  sensibilizzare il lettore su alcuni aspetti che mi stanno molto a cuore. Soprattutto, scrivendo, voglio fare la mia parte in un auspicabile processo di trasformazione delle coscienze, verso il bene.

  • L’amore per gli animali resta una costante anche nel secondo libro. Volendo ben vedere, la violenza, che sia su donne o animali, è il filo conduttore che traspare comunque dai tuoi scritti. Cosa ti rende così sensibile?

Si, è proprio così. L’ attenzione alla  sofferenza degli indifesi, di chi non ha voce, umano o animale che sia, è una caratteristica del mio carattere che mi accompagna da molto tempo. Forse come riflesso a  situazioni vissute. Nel mio secondo romanzo la vittima risulta comunque, e sempre, l’infanzia. La scelta di Carlo, di non diventare padre, è un atto di responsabilità e consapevolezza.

  • Quali sono le difficoltà che hai riscontrato durante la costruzione delle tue trame?

Amo emozionarmi ed emozionare. I miei personaggi vivono spesso situazioni intense, nel bene e nel male; pertanto mi trovo in difficoltà quando devo costruire una trama che possa riferire situazioni di normalità o descrizioni, anche di ambienti, che non evochino stati d’animo particolari.

  • Se dovessi dare tre aggettivi al tuo modo di scrivere, quali sarebbero?

Sintetico, intenso, efficace; almeno nel mio intento.

  • Quando Lu Paer non scrive, come occupa il proprio tempo?

Amo molto leggere e stare a contatto con la natura, la nostra prima madre.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Terminare a breve un thriller contro la caccia, che sto ultimando! E cominciarne subito un altro, il giorno dopo!

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Intervista a Margherita Terrosi

Intervista a Margherita Terrosi

Terrosi_EEEL’anima particolarmente sensibile di Margherita Terrosi si riversa in questo romanzo, ponendo a confronto due realtà, quella femminile e quella maschile, sottolineando sia le diversità che le similitudini di entrambi gli universi. Due mondi che dovrebbero essere destinati ad attrarsi ma che, spesso, invece si allontanano.

  • Frittate e Grattacieli, la curiosità è tanta. Da cosa è scaturita la scelta di un titolo così originale?

Frittate e Grattacieli è un titolo troppo geniale per essere farina del mio sacco! Me lo ha gentilmente “prestato” il Prof. Edoardo Lombardi Vallauri, linguista e professore presso l’Università degli Studi di Roma Tre, nonché autore di una trasmissione andata in onda su Radio 3 qualche anno ed intitolata “Castelli in aria”: Frittate e Grattacieli era appunto il titolo di una delle puntate. In un elegantissimo ed acuto gioco di semplificazioni, il Prof. Vallauri divide l’umanità in due categorie: “I grattacieli sono tutte quelle persone che hanno un obiettivo ben formato da raggiungere e dedicano la loro intera esistenza al conseguimento di esso. Tipici grattacieli sono tutte le grandi personalità: te ne potrei citare a centinaia a partire dai personaggi premi nobel per arrivare agli archistar. E queste persone sono grattacieli altissimi. Poi ci sono anche grattacieli non famosi ma pur sempre alti. Il resto dell’umanità è composto da frittate di varia forma e dimensione. A differenza del grattacielo che si sviluppa lungo una linea verticale che tende all’infinito, la frittata si spalma senza nessuna logica e predeterminazione sul piano orizzontale dell’esistenza”. (tratto dal romanzo).
Durante la sua trasmissione, Vallauri non dà un giudizio né sui grattacieli né sulle frittate; analizza, invece, in modo imparziale i pro e i contro delle due tipologie umane e si pone delle domande che lascia senza risposta, perché, in fondo, non vogliono essere niente altro che spunti di riflessione per l’ascoltatore. E allora, si chiede e ci chiede, è meglio avere accanto una persona determinata, che va dritta allo scopo senza frapporre distrazioni oppure è meglio vivere con una persona che ogni giorno ha voglia di re-inventarsi e di mettersi in discussione imbarcandosi in nuove esperienze? Io, nel romanzo, ho cercato di farmi ulteriori interrogativi e mi sono chiesta: cosa succede in una relazione fra una frittata ed un grattacielo? Quali sono le loro dinamiche di coppia? Ma soprattutto: quella fra una frittata e un grattacielo è una relazione possibile?

  • La comunicazione “epistolare” si è rivelata, per il tuo personaggio, un canale fondamentale di espressione e di sfogo nel tuo libro. Spiegaci il perché di questa scelta.

Vorrei poterti dare una risposta piena di solide motivazioni che giustifichino questa scelta. La realtà, invece, è che la forma epistolare era, per me “principiante”, la forma più semplice; e lo è stata ancora di più scegliendo di scrivere nella modalità ad un’unica voce: pochi dialoghi, un unico personaggio principale. Questa opzione mi ha consentito di concentrarmi sul solo personaggio di Mina e di essere liberamente di parte. È un romanzo volutamente e fortemente sbilanciato. Volevo che i lettori, ma in particolar modo le lettrici, riuscissero ad entrare in simbiosi con la protagonista e a sentire quello che lei sentiva mentre scriveva quelle lettere. E le lettere sono, forse, gli scritti in cui tiriamo fuori la parte più intima e vera di noi stessi.

  • Non è semplice per una donna, mettersi a nudo, con le sue fragilità. La protagonista del tuo libro ci riesce, cercando una sorta di riscatto nei confronti di sé stessa e delle innumerevoli occasioni perdute. Pensi che, forse, se non vi fosse stata una precisa situazione, la consapevolezza non sarebbe venuta a galla?

Domanda complessa che meriterebbe una risposta molto articolata… Non so se una precisa situazione possa essere la molla che fa scattare nella donna la decisione di guardarsi allo specchio e di chiedersi che cosa voglia fare della sua vita: a volte, neppure le violenze domestiche riescono a scardinare quei meccanismi mentali con cui siamo state cresciute ed educate e che ci limitano nel nostro modo di essere e di vivere. La società in cui viviamo è difficilissima per le donne; siamo in fondo, perennemente schiave: schiave dell’estetica, del marito, della famiglia, del lavoro, del sesso. In televisione veniamo catalogate e divise in ruoli schizofrenici che si concretizzano, alla fine, in poche categorie fortemente riduttive e svilenti: la fidanzata perfetta, la mamma perfetta, la figa perfetta/oggetto sessuale. Perché? – mi chiedo. Perché permettiamo agli uomini di farci questo? Perché permettiamo a qualcun altro di inserirci in una categoria? E perché dobbiamo accontentarci di rapporti di coppia che ci limitano e che ci prosciugano quando non ci uccidono? Dopo un matrimonio fallito ed un’infelice convivenza di sette anni, la protagonista decide che è arrivato il momento di guardarsi allo specchio: vorrei che tutte le donne si sentissero libere di guardarsi allo specchio; e vorrei che si sentissero libere di romperlo quello specchio, se l’immagine che vi vedono riflessa non piace. Perché quello specchio non lo hanno attaccato loro al muro: lo ha attaccato qualcun altro.

  • Quanto è stata decisiva la solitudine per la figura femminile presente nel tuo romanzo? Cosa la spinge a non accontentarsi più della sua relazione?

Personalmente, credo che sia solo nel silenzio della solitudine che riusciamo a “sentire” noi stessi. A volte manca il coraggio di ascoltarlo, quel silenzio… Perché è, in fondo, un silenzio molto rumoroso, pieno dei nostri pianti di dolore e dei cocci rotti delle nostre aspettative infrante. Mina è coattamente costretta ad ascoltare la sua solitudine; e l’ascolta tutta, fino in fondo. L’ascolta talmente tanto da rendersi conto di essere molto più in compagnia quando è sola con se stessa che in un rapporto di coppia. E non c’è solitudine più dolorosa di quella che scaturisce nel sentirsi soli in una relazione d’amore.

  • Quali difficoltà hai riscontrato nell’addentrarti nei meandri della descrizione degli stati d’animo dei tuoi personaggi?

Per descrivere certe emozioni devi viverle o averle vissute in prima persona. La difficoltà sta nell’andare a ricercare queste emozioni dentro di noi, perché, a volte, può essere molto doloroso andare ad aprire certi cassetti di ricordi di cui pensavamo di aver buttato via la chiave. E ancora più difficile è cercare di trasferire sulla carta queste emozioni in modo non banale, non scontato; soprattutto in un modo che possa coinvolgere il lettore e renderlo partecipe, meglio se simbiotico, con gli stati d’animo dei personaggi.

  • Quanto è importante, in un romanzo come il tuo, l’aspetto psicologico? In quali degli aspetti salienti potrebbe ritrovarsi il lettore?

In un romanzo come il mio credo che l’aspetto psicologico sia fondamentale: in fondo, è un romanzo in cui gli eventi che si verificano sono pochi. È un romanzo intimo che descrive una catarsi: la protagonista si trova a dover gestire una situazione emotiva per la quale non era preparata. Entrare nella mente di Mina, per capire le sue reazioni e le sue scelte, è stata la mia priorità. Se volevo che il lettore comprendesse Mina, le sue fragilità e le sue mancanze, perché la “perdonasse” per la sua arrendevolezza, dovevo descriverne la psiche.

  • L’essere frittate o grattacieli sono prerogative tipicamente maschili e femminili? Oppure possono essere intercambiabili?

Se penso ad un grattacielo, penso a Rita Levi Montalcini, ma anche ad Umberto Eco. Sono intercambiabili certo. Eppure il prezzo più alto per diventare un grattacielo lo paga la donna, molto meno l’uomo. Nel suo libro “Elogio dell’imperfezione” la Montalcini racconta molto bene di come ha dovuto rinunciare ad avere un rapporto stabile e, conseguentemente a una famiglia, per proseguire la sua attività di ricerca: era ben consapevole che i due ruoli, quello di ricercatrice e quello di moglie e madre, non potevano coesistere. Fino a che a una donna non sarà concesso di diventare un grattacielo, senza per questo abbandonare il sogno di avere una famiglia o anche solo un compagno, il nostro pianeta sarà prevalentemente costellato di grattacieli di sesso maschile.

  • Sappiamo che hai uno spirito animalista molto ben radicato, da cosa nasce questo tuo impegno?

Gli animali, come i bambini, non hanno in sé, nel loro essere, la dicotomia bene/male: non è nella loro natura recare sofferenza, cosciente e  volontaria, a un altro essere vivente. L’uomo adulto sì. L’uomo adulto ha la capacità, la volontà e il potere di imporre sofferenze ad altri esseri, siano essi suoi simili o no. Gli animali e i bambini sono coloro che meno possono difendersi dagli atti di violenza dell’uomo adulto: saranno sempre vittime e saranno sempre vittime silenziose. Io non voglio che la mia vita si basi e costruisca sulla sofferenza e sul dolore di un altro essere vivente: la scelta di diventare vegetariana, di non indossare capi in pelle o pellicce, è una scelta puramente etica, è una scelta di coscienza.

  • Quando Margherita non scrive, come occupa il proprio tempo?

Se per tempo intendi quello libero, ti dirò che amo praticare sport, leggere, andare al cinema, cucire. E poi mi piace il tempo speso insieme alle mie amiche del cuore, alle quali sono legata dai tempi del liceo.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sognare è libero e gratuito: possiamo farlo in qualunque momento del giorno e in qualunque luogo, e anche  in qualunque modalità. Allora io lascio la mia mente libera di pensare e sognare in grande. La lascio immaginare la pubblicazione di un mio libro che diventerà un best seller e da cui trarranno la trama di un film.
E poi la lascio libera di sognare una storia d’Amore con la maiuscola, in cui da parte di entrambi i partner vi sia complicità, fiducia, sostegno e intesa. Ma questa è Fantascienza. E io non so scrivere di Fantascienza.

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Intervista a Bruno Bruni

Intervista a Bruno Bruni

Bruni_Voce_piano_EEEDivoratore onnivoro di libri, Bruno Bruni si è cimentato in una storia alquanto particolare e, nel suo Voce e pianoforte, ci presenta una trama complessa in cui il passato si mischia inesorabilmente con il presente, portando a galla diversi ricordi e prove di una vita spesa al di fuori degli schemi.

  • Voce e pianoforte. Perché la scelta di questo titolo?

È la storia stessa che me lo ha suggerito. Voce e Pianoforte sono Ettore e Tea, i due innamorati-complici ormai lontani da questo mondo, ma entrambi presenti in un vecchio nastro magnetico che la protagonista Marta scova per caso (Per caso?) in un vecchio scatolone. Puri suoni, una voce, le note scarne di un piano, quasi teneri fantasmi, sono tutto ciò che resta di loro. Abbastanza per raccontare, per suggerire l’essenza di due vite, di un amore sopravvissuto al tempo.

  • Torino, come scenario della tua storia, ti è sembrata una scelta obbligata o è una sorta di omaggio alla tua città? Come hai visto cambiare il mondo e la tua città nel tempo?

Una scelta istintiva. Torino è il mio habitat, lo sfondo della mia vita. Amo la mia città in modo viscerale, non vorrei essere altrove. I cambiamenti negli ultimi anni sono grandi, alcuni positivi, spesso dolorosi, ma è l’inesorabile divenire dell’esistenza. La Vita è mutamento, come dice quel testo antico che mi piace molto: I King – Il Libro dei mutamenti, che apprezzo come fonte di saggezza, non come pratica divinatoria (sono troppo scettico, per oroscopi e predizioni…). Aggiungo però che la città è in fondo anch’essa un personaggio, ma invisibile, che rimane discretamente sullo sfondo. Mi sono accorto, rileggendo il romanzo, che non nomino mai Torino, nemmeno una volta.

  • I protagonisti del tuo libro sono nati solo dalla tua fantasia o rispecchiano aspetti di persone reali?

Sono reali. Nel senso che sono apparsi nella mia mente e nella mia storia con l’evidenza, direi quasi fisica, di persone vere. Io amo camminare senza meta per la città. Mentre lavoravo a Voce e pianoforte, Marta, Alice, Michele, camminavano con me, mi parlavano. Interi dialoghi li ho scritti mentalmente, per strada. Dopo, a casa, li riportavo sul PC. Comunque, molti personaggi sono ispirati, almeno in parte, a persone che ho davvero incontrato. La fantasia dello scrittore ha poi fatto il resto, mescolando, impastando, quasi come fa un cuoco. con i suoi ingredienti. quando inventa un piatto che gli piace.

  • Sei un lettore vorace e onnivoro, ma quali sono le tue letture preferite?

Difficile rispondere. Tutto ciò che ho letto nella mia vita mi è piaciuto e mi ha coinvolto in modi e tempi diversi. Andando a ritroso, le storie di Verne e Salgari da bambino, i romanzi di Urania e i Gialli Mondadori da ragazzo, e poi, via via, Pavese, Tomasi di Lampedusa, Borges, Tolkien, Rex Stout, Ellroy, tantissimi autori in un grande miscuglio quasi inestricabile…

  • Sei arrivato alla scrittura di un libro grazie a qualche autore che ti ha particolarmente colpito? Oppure hai scritto la storia di getto, senza seguire uno stile particolare?

Totalmente di getto, nel giro di poche settimane. Dopo però anni di infiniti tentativi falliti e interrotti a metà. Voce e pianoforte è nata praticamente a tradimento. In realtà avevo in mente di scrivere un Noir all’americana, una vicenda un po’ alla Chandler e mi sono ritrovato con mia grande sorpresa la storia fatta e finita, del tutto diversa da quanto avevo preventivato. Sul momento ci sono rimasto quasi male, offeso con me stesso. Ma è stato un attimo, ho amato da subito questa mia creatura.

  • Hai lavorato in radio, qual è il tuo rapporto con la musica?

Intenso. Sono stato un frequentatore di concerti per anni, insieme a mio fratello che lavorava come organizzatore di eventi musicali. Del resto, uno dei fattori che hanno innescato la scrittura del mio romanzo è stato il riascolto di un gruppo che a suo tempo avevo snobbato: Siouxie and the Banshees. Una band Post Punk che, all’epoca della sua comparsa, mi diceva poco. Allora ero un seguace convinto del cantautorato più impegnato, tipo Amodei, Lolli, Della Mea. Del resto anche mio fratello Francesco era musicista e cantautore ed io stesso, lo confesso, avevo scritto qualche testo di canzone. Uno, anzi, fu musicato e cantato da un nostro amico alla rassegna dei giovani al Club Tenco, passando, credo giustamente con il senno di poi, del tutto inosservato… Inoltre, ero un divoratore compulsivo di Progressive Rock, dai King Crimson ai Genesis. Quindi il Post Punk, con le sue sonorità scarne e cupe, non mi aveva attratto per nulla, all’epoca. Poi, il caso (sempre il caso?) mi ha fatto capitare tra le mani un vecchio disco di Siouxie, esattamente nel momento in cui stavo iniziando a scrivere Voce e Pianoforte. (Il cui primo titolo provvisorio era Notti e nebbie) La voce intensa e imperiosa di Siouxie e la sua faccia troppo truccata mi hanno completamente stregato, all’improvviso. Ho scritto tutto il romanzo sempre con le canzoni dei Banshees in cuffia, come una colonna sonora personale, obbligata.

  • I tempi moderni e le contaminazioni, secondo te, hanno arricchito la musica di nuove sfumature o l’hanno impoverita, esasperandone il lato puramente commerciale?

Non sono un cultore dei “Bei tempi andati”. Come ho detto prima, credo che tutto sia un continuo divenire. Il lato commerciale c’è sempre stato. Ogni epoca ha le forme espressive che nascono dai gusti e dai fattori sociali del momento. Anche Verdi componeva per vendere…

  • Cosa pensi degli eventi improvvisi che cambiano la vita? Il bus urbano 58 ti è stato fatale…

Il caso, esiste! Mio figlio, che sta facendo una tesi sulla Fisica Nucleare, mi ha spiegato che il movimento delle particelle è praticamente legato al caso… Se ho capito bene, le particelle sub-atomiche sono l’essenza invisibile di tutto. Quindi, l’intero Universo è fatto di corpuscoli dal moto casuale e capriccioso, e forse segue delle Non-regole. Però, mi piace pensare che le nostre vite seguano dei percorsi spesso invisibili, come i fiumi Carsici, che sbucano all’aperto dopo lunghi tratti sotterranei. Aggiungo un esempio: avevamo una cagnetta di nome Amèlie che, purtroppo, è morta. Eravamo veramente addolorati, mia moglie Paola ed io, quando ci è capitato di trovare, tramite conoscenti, un nuovo cucciolo che aveva solo tre mesi e già un nome. L’avevano chiamata Thea. È tutta bianca, con due cerchi scuri intorno agli occhi, come fosse bistrata. Come una cantante Dark… Inutile dire che due giorni dopo era in casa nostra. Quanto al bus 58, quello è stato un caso davvero speciale. Un caso fatale, ma nel senso migliore del termine. Un incontro che ha portato l’amore nella mia vita.

  • Quando Bruno non scrive, come occupa il proprio tempo?

Ho moglie, figlio e cagnolina. E non sono ancora in pensione. Quindi, sono molto occupato. Piacevolmente occupato, direi. E comunque, leggo, leggo sempre.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ultimamente ho tentato di scrivere qualche Haiku. Seguo alcune pagine di FB davvero ben fatte. L’Haiku, con le sue 17 sillabe, è una magnifica palestra per imparare a eliminare il superfluo. Cosa che, per chi vuole scrivere, è importante, secondo me. E poi sto preparando un romanzo, naturalmente! Due anni fa ne avevo già scritto un secondo, che era, a un tempo, sequel e prequel (tanto per non parlare inglese) di Voce e Pianoforte. Si intitola “Nel gioco delle Ombre” e riprende il personaggio di Tea ma dal vivo, questa volta. La nuova storia che vorrei fare, per ora senza titolo, continua quella che dovrebbe essere una specie di Saga, con alcuni personaggi di ritorno. La storia di un amore platonico, ma intenso, che si svolge nell’arco di quarant’anni. Una storia dove, appunto, casualità e mistero vanno a braccetto con il quotidiano. Progetto ambizioso, ma sono convinto che non bisogna avere paura delle cose difficili.

Intervista a Gastone Cappelloni

Intervista a Gastone Cappelloni

Cappelloni_Ottava_nota_EEEChi – o che cosa è – l’Ottava Nota? È la figura femminile, che domina la scena e l’immaginario poetico di tutti i tempi. In questo modo si presenta la nuova silloge di Gastone Cappelloni.

  • Tuttavia, perché proprio la figura femminile?

Perché la figura femminile? In attesa di descrivere la sublimazione della perfezione che è la vita, ecco inconsciamente che lei prepotentemente arriva al cuore non chiedendo nulla, solo il capriccio dell’esistenza, quasi niente, non credi? Donna è vitalità, inconscio, rammarico, storia di cammino vissuto, eternamente come stagioni e orizzonti. In lei rivedo l’innocenza di farfalle senza ali, intenta a guidarci dove le pieghe dei nostri misteri, senza, approderebbero su strade inadatte e visionarie, un faro dalle sfaccettature d’indiscussi colori.

  • L’universo poetico è dedicato a un gruppo piuttosto ristretto di lettori, tendenza che, soprattutto in questi ultimi anni, è confermata dal mancato interesse che si riscontra nelle nuove generazioni. Perché i giovani non riescono ad apprezzare i versi poetici?

I giovani! Eterni incompresi, a loro attribuiamo apatia e insofferenza, distacco e disinteresse, ma siamo sicuri che sia così? Lo siamo stati tutti, ed eravamo ribelli e incoscienti ma disposti ad ascoltare quando qualcuno riusciva a catturare il nostro stato d’animo, a chi riusciva nell’intento di raccontare senza imporre, di stuzzicare la mente senza imposizioni. Vero la poesia è per pochi, ma fino a quando sarà in mano a quel potere logoro e senza stimoli, i giovani saranno sempre tagliati fuori, vogliamo parlare delle scuole? Meglio di no, anche se la poesia stessa è relegata a materia ignota e atavica. Via, un po’ di ammodernamento! Ok, i classici insostituibili, che hanno fatto la storia della poesia, ma continuiamo a fossilizzarci su di loro! Armiamoci di “scope mentali” e ringiovanimento della mente, basta a insegnanti “registratori”, senza trasmettere sensazioni o partecipazione. Quasimodo, Luzi, Merini, Montale, Pasolini, Pavese, Rosari, Saba, Ungaretti, ecc. potrebbe continuare, e invece? Soliti poeti che nemmeno esistono più, quasi, anche sui libri di storia. I giovani avrebbero bisogno di una scuola dinamica, la poesia ne trarrebbe giovamento, scommettiamo?

  • In rete si leggono giornalmente composizioni di ogni tipo, non credi che questo fatto possa diventare controproducente?

Chi sarei io per giudicare quello che gli altri scrivono? Il pensiero corre libero fin dove la penna esprime la propria consapevolezza di vita, ovvio che il lettore si trova a fare i conti con migliaia di composizioni che ogni giorno campeggiano sui nostri blog o social net-work, trovandosi spesso soffocati e sommersi da parole osannanti e celebrative. Ritorna la riflessione che in tanti ci poniamo, nel nostro paese si scrive tantissimo e si legge quasi nulla; vuoi vedere che ci sentiamo tutti dei grandi scrittori e poeti e non ce la sentiamo di leggere gli altri perché scadenti e non bravi come noi? La convinzione, che Gastone Cappelloni o tanti pseudo scrittori, un domani anche non lontano saranno buttati al macero, nasce dalla consapevolezza delle capacità stesse, riduttive, raccontandomi, senza chiedere null’altro. Scriviamo e pubblichiamo troppo? Forse; chissà?

  • Mentre gli scrittori tendono a espandere la propria influenza ovunque, capiti, i poeti presentano una sorta di affezione territoriale. Concordi con quest’affermazione?

“Se nessuno è profeta in patria come si vuol dire”, credo che anche i poeti seguano le rotte non solo della loro terra ma espandendosi per farsi conoscere e apprezzare, personalmente posso confermarlo. Non a caso “Un seme oltre oceano” ha varcato i propri confini terrieri, percorrendo strade non solo in Italia e Spagna, ma soprattutto quell’oceano, Argentina, dove vive lo zio Ubaldo. No, i Poeti sono un popolo di nomadi, in perenne pellegrinaggio verso i santuari della loro esistenza. Potremmo ingabbiare il vento all’interno di una nuvola?

  • Con tutti i riconoscimenti che hai raccolto in questi anni, riesci ancora a emozionarti per un premio?

Se un figlio ti regala soddisfazioni, dopo una vita di gavetta e di sacrifici come potresti non apprezzare amandolo? La vita ci penalizza assai, perché non ricambiarla con moneta scintillante coniata dalle umiliazioni del cuore? Sì, ogni premio è un tassello di positività, un invito a proseguire nel tuo percorso mentale, vivendolo e rivivendolo senza ringraziare alcun aiuto anche e solo morale. Un premio, anche se simbolico può essere una valida risposta per sentirsi partecipe e vita di se stessi.

  • Le poesie pubblicate in e-book rendono, a livello emozionale, di meno rispetto a quelle fruibili in versione cartacea?

Perché dovrebbe? E’ quello che leggi riempiono il cuore o lascia indifferente chiaro, gli stati emozionali rimarranno tali sia leggendo il cartaceo che l’e-book. Non trovo differenza di sorta, se le poesie saranno di spessore e in grado di affascinare il lettore, allora sì che avrai raggiunto la soddisfazione di aver trasmesso un po’ di “loro”, altrimenti, cartaceo o no, le tue creature saranno destinate a una lenta agonia di visibilità.

  • Dopo tutti i libri che hai già pubblicato da cosa trai l’ispirazione?

Quello che ho scritto è racconto che ho vissuto, spaccati di vita, ognuna è una storia condensata di quotidianità, dove nulla è affidato al caso, un resoconto mentale, un diario perpetuo sospeso tra me e il tempo mai marginale, anzi presente e assillante, come se non ho pagato tributo con il destino. Destino non sempre gioioso o soddisfacente. Ho ancora tanto di me da raccontarmi, avendo pubblicato con “Tu ottava nota”, venti volumi, e sì, ho ancora molto nei cassetti della penna, dove ho riposto i miei silenzi, i ricordi ancora da consumare, lentamente e senza fretta aggiunta.

  • Un poeta nasce come tale oppure lo diventa?

Parola grande, quasi dissacratoria Poeta. Che significato può avere? Meglio definirsi menestrelli di strada, più semplice e meno ingombrante da portare addosso, mio Padre non scriveva eppure lo consideravo un Grande poeta. Mia madre la stessa cosa, non scriveva, ma era una Grande. Ecco il passo è breve, impercettibile ma indicativo, è anche grazie a loro che esistono le storie, i racconti quotidiani, che hanno ispirato facendomi da guida con suggerimenti e saggezza che ho immagazzinato per diventare più riflessivo e meno sanguigno. Poesia è racconto e immaginazione, poi la poesia è solo un pizzico di follia descrittiva e fuori, dalle righe di piatta routine. Poeti? Non pervenuti, ma bisognosi di raccontarsi.

  • Quando Gastone non scrive, come occupa il proprio tempo?

Pensionato attivo e senza voglia di fermarmi. Mettendosi ogni giorno alla prova cercando di migliorarsi, anche se quasi mai, essendo critico imponente di me stesso, mi attribuisco voti alti, e così rimango sempre alla “porta”, sapendo di dover migliorare. Vero, pensionato con problemi di cuore, anche se li lascio alle spalle, meglio cadere in combattimento che in un letto d’immobilismo. Scrivo poco da un paio di anni a questa parte, ma la mente è sempre feconda e in movimento, e fa bene, avendo materiale sufficiente per continuare a produrre e a sentirsi vivo e combattivo. Posso solo rammaricarmi di tempo che non è mai sufficiente, e questo è il mio grande rammarico, anche se vivaddio ho Jenny, la mia volpina ha donarmi capacità soprattutto creative e umane, immagazzinandole, a proposito nel libro troverete lirica a lei dedicata.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Poeticamente succosi direi. Voglio assaporare questo “ventesimo” momento, anche se all’orizzonte pregusto gocce di rugiada mai evaporate, perché risveglio di mai perse notti, della mente. Potrei anticipare tanto, ma non sarebbe corretto trascurare questo nuovo figlio, come se lo abbia pregustato.

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Intervista a Luca Ranieri

Intervista a Luca Ranieri

Ranieri_EEEPer quanto possa essere un esordiente, Luca Ranieri possiede uno stile di scrittura inconfondibile, un’impronta elegante e raffinata che rende riconoscibili i suoi scritti. Dietro una porta chiusa è il primo libro che pubblica con EEE, tuttavia, fin dalle prime battute il lettore s’immerge nel racconto costruito con la stessa abilità con cui uno scrittore più navigato potrebbe intessere una trama.

Abbiamo avuto modo di conoscerti attraverso le antologie che abbiamo pubblicato, tuttavia, questo libro si “spinge” un po’ più in là rispetto alle trame a cui siamo abituati, scritte da tuo pugno. Lo definiresti più un giallo, un thriller o un horror?

Credo che “Dietro una porta chiusa” ricada più nel genere thriller, benché non ami molto porre etichette. Mi piace tenere un ritmo veloce e scrivere sul confine che separa il reale dal fantastico per suscitare nel lettore la sospensione dell’incredulità. È il terreno su cui preferisco camminare da lettore: quella zona in cui, pur nella consapevolezza di essere immersi in una storia di pura fantasia, ci voltiamo di scatto all’udire di un rumore improvviso.

Il tuo protagonista è un ragazzino di dodici anni. Nella letteratura vi sono diversi esempi eccellenti in cui sono proprio gli adolescenti quelli che meglio riescono a calcare il ruolo primario. Da Charles Dickens a Stephen King, diversi scrittori hanno prediletto questa soluzione lasciando intendere che solo attraverso occhi più giovani la realtà assume le proprie vere forme. Tu cosa ne pensi?

L’adolescenza è per tutti un difficile periodo di transizione. La realtà costruita dagli adulti è poco comprensibile agli occhi ingenui di un ragazzino, e diventa spaventosa qualora vengano a mancare delle figure di riferimento in cui trovare protezione. Andrea è solo al mondo come soltanto un ragazzo della sua età può sentirsi. Non c’è tempo né spazio per lui, tra gli interessi egoistici della madre e l’ondivaghezza della fede in cui cerca conforto alla fine.

Quanto si assomigliano, nella realtà, Andrea (il tuo protagonista) e Luca?

Credo che la personalità di un autore non possa fare a meno di contaminare in una certa misura i suoi personaggi. Il protagonista di “Dietro una porta chiusa” è un ragazzino spaventato e disorientato. La vita l’ha già colpito duramente all’inizio della storia, e il peggio deve ancora venire. Ma è anche dotato di una grande vitalità che gli infonde il coraggio, di cui ha bisogno, per trovare risposte fondamentali.
Parte della personalità dell’autore è in linea con il personaggio? Può darsi, ma questa non è in fondo la storia di tutti noi? Siamo tutti autori coraggiosi delle nostre vite: le scriviamo pagina dopo pagina tra tante difficoltà fino all’ultimo capitolo che irrimediabilmente pone fine alla storia. Siamo tutti eroi, quindi non esistono eroi, e nei miei racconti infatti non ne troverete. Amo parlare di persone normali che vengono catapultate in situazioni anormali. Così è più divertente, no?

Pubblicare in formato digitale è una scelta controversa per molti autori. Pensi che vi siano più possibilità, per un esordiente, di riuscire ad arrivare sul mercato in questo settore? Oppure la carta stampata possiede ancora quel suo fascino incontrastato?

Tutto il patrimonio culturale umano è in corso di digitalizzazione ormai da molti anni. È solo questione di tempo prima che il supporto fisico si estingua. Basta pensare a Wikipedia, allo streaming in alta definizione di musica e film, all’adozione dei tablet a scuola. Tutto ciò consente di ridurre l’investimento iniziale connesso alla distribuzione e, nella maggioranza dei casi, la pubblicazione dell’ebook è l’unica strada percorribile per un autore sconosciuto.
Ritengo che le case editrici si trovino di fronte a una grande sfida in tal senso: spero che dopo un periodo di transizione, dovuto alla novità, riconoscano le loro responsabilità nei confronti dei lettori e non siano tentate dalla pubblicazione indiscriminata di opere spesso non all’altezza. Gli ebook avranno la stessa dignità dei libri cartacei nell’immaginario collettivo soltanto se noi – autori e case editrici – gliela daremo.

Sei arrivato alla scrittura di un libro grazie a qualche autore che ti ha particolarmente colpito? Oppure hai scritto la storia di getto, senza seguire uno stile particolare?

L’autore che mi ispira maggiormente è Stephen King, ma amo anche H.P. Lovecraft ed Edgar Allan Poe. Leggo comunque anche numerosi altri autori come Peter Straub, Patricia Cornwell, Glenn Cooper, Giorgio Faletti, solo per citarne alcuni.

Ho iniziato a scrivere racconti ai tempi di scuola. All’epoca non esisteva Facebook e i blog erano appannaggio di giornalisti e personaggi pubblici. Le comunità online erano formate da sparuti gruppi che avevano ben pochi mezzi per entrare in contatto.
Gli aspiranti scrittori potevano comunque proporsi gratuitamente e anonimamente su Usenet, la rete dei gruppi di discussione (newsgroup). È proprio qui che ho iniziato a confrontarmi, raccogliendo i primi frutti di una passione che troppo spesso resta sopita, vuoi per pudore, vuoi perché la vita di tutti i giorni ci obbliga a dedicare la quasi totalità del tempo ad attività “più importanti”, quelle con cui, parliamoci chiaro, ci guadagniamo da vivere.
Dopo anni di pausa, ho pensato fosse il momento di rispolverare la vecchia passione, quell’impeto creativo che mi faceva stare tanto bene durante l’adolescenza. Ho scoperto che funziona ancora e negli ultimi tempi mi sono dedicato alla scrittura di romanzi e racconti.

Fatti strani e incomprensibili possono sempre trovare una spiegazione logica? Oppure può esistere un “territorio” in cui è meglio non entrare? E quanto può essere semplicemente imputabile alla suggestione?

La mente umana cerca sempre delle risposte e quando esse sono al di fuori della sua portata, ricorre alla fede e al soprannaturale. Molto spesso il terreno minato è proprio il subconscio, per cui si tende a proiettare le paure e creare mostri o illusioni che consentano alla natura umana di dissociarsi da una realtà troppo ardua da sopportare. È ciò che accade al piccolo Andrea in “Dietro una porta chiusa”, dove lo spettro è proprio la sua guida verso la verità che tanto teme.

Pur avendo girato il mondo, hai ambientato il tuo romanzo a Roma. Il tuo è un omaggio alla Terra natale oppure una scelta obbligata?

Roma è la città in cui ho vissuto più a lungo e di cui conosco meglio la realtà. La mia storia aveva bisogno di un’ambientazione pervasa da degrado e chiusura mentale, e le periferie romane sono il teatro ideale di certe rappresentazioni. Un consiglio che do a tutti gli scrittori esordienti è quello di scrivere di ciò che si conosce.

Cosa si cela dietro alla tua porta chiusa?

Le paure che affliggono la nostra vita quotidiana di esseri umani moderni e civilizzati. Non c’è bisogno di immaginare fantasmi e mostri feroci per suscitare emozioni forti nel lettore, anche se a volte essi sono protagonisti di una simbologia utile a visualizzare le paure e a proiettarle al di fuori, proprio allo scopo di renderle meno difficili da sopportare.
I nostri fantasmi sono il dubbio dell’inadeguatezza, la paura della solitudine, lo spauracchio del tradimento, il senso di perdita imminente che proviamo in certi frangenti. Cosa c’è, infine, di più spaventoso dell’eterna incertezza in cui le nostre esistenze di esseri mortali sono sospese?
I veri mostri sono quelli che abbiamo dentro: non c’è bisogno di crearli, basta evocarli.

Quando Luca non scrive, come occupa il proprio tempo?

Amo ascoltare la musica (rock e jazz) e fare lunghe camminate. La lettura occupa poi un posto molto importante: leggo tutte le sere fino ad addormentarmi. Nessuno può diventare un buon autore se non è prima un grande lettore.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sono impegnato a tempo pieno con un lavoro molto interessante, che mi fa girare il mondo e conoscere tante realtà diverse. Nel tempo libero continuo a lavorare su un paio di romanzi che spero di pubblicare. Non so se la scrittura occuperà mai un posto anche nella mia vita professionale. Di certo resterà sempre una grande passione.

Intervista a Elisabetta Bagli

Intervista a Elisabetta BagliVoce

Voce è la nuova silloge di Elisabetta Bagli, una poetessa che s’impone sul panorama internazionale per la sua grande capacità d’interpretare l’universo femminile, rendendolo attuale, seppure impregnato dell’emotività tipica di un mondo ancora per molti versi tutto da scoprire. Elisabetta porta con sé un bagaglio notevole, compreso fra cariche e onorificenze, nonché riconoscimenti per quanto i suoi versi riescono a trasmettere.

  • Perché il titolo è proprio Voce?

Il titolo di questa silloge è Voce perché è la mia voce interiore che si fa leggere e ascoltare per la prima volta. Questa raccolta è stata il mio debutto letterario nel 2011 e, pertanto, in quel momento mi sembrava opportuno evidenziare la mia voce, che rinchiusa per tanti anni nel mio cuore e nella mia testa, aveva trovato il modo di uscire allo scoperto, rivelandosi senza pudore, ovvero senza quel pudore tipico di chi sa che con la poesia si rimane completamente “nudi”. La prima lirica del libro, infatti, si intitola proprio Voce ed è proprio leggendola che si comprende il significato del titolo dell’intera raccolta. Nel frattempo, però, la mia Voce è maturata e, quando mi si è proposta l’occasione di pubblicarla di nuovo, ma questa volta in altra veste, con una casa editrice, la EEE, abbandonando l’autopubblicazione con la quale era nata, l’ho fatto ben volentieri, decidendo di inserire un’ultima sezione, quella dedicata alle donne, proprio per far gustare al lettore il mio percorso interiore in continua evoluzione.

  • I temi trattati nella tua silloge sono tanti, ma tutti hanno in comune una tipica visione femminile della realtà. Cosa ispira la tua lirica?

La mia fonte di ispirazione è il mio mondo, quello in cui vivo quotidianamente, fatto di piccole e grandi cose. La società, nella quale è necessario combattere per potersi far sentire è anch’essa una fonte inesauribile di ispirazione. Spesso, uso proprio la tastiera o la penna, a seconda se mi trovo a casa o per strada, per modulare la mia voce in ogni luogo, proprio per farla divenire più forte ogni giorno che passa. La paura di essere se stessi c’è sempre, ma ora so che, nonostante le critiche più o meno costruttive che si possano ricevere, l’importante è tirar fuori quello che si ha dentro e farlo arrivare al lettore, farglielo sentire.

  • Le condizioni femminili sono cambiate nel corso dei secoli, tuttavia, alcuni episodi di cronaca confermano che, per certi versi, tanto ancora si deve fare. Quanto senti tua la condizione di donna in questa era moderna?

La sento moltissimo, ma devo dire che la sento più per i miei figli che per me. Ormai io ho raggiunto quel che ho raggiunto, allonatanandomi un bel po’ da quel che prevedevo per me agli inizi e sono molto soddisfatta. I nostri figli hanno da imparare e molto. Instillare in loro la cultura del rispetto verso il genere femminile e verso l’umanità nel senso più ampio, formata da tante persone simili e diverse, è per me il compito più arduo che possa esistere. I genitori devono educare al rispetto dell’altro e per se stessi, sempre! Per me è uno dei più grandi valori da trasmettere. La donna ora sta riscoprendo la sua reale forza e sa che ora ce la può fare a sconfiggere violenze e soprusi, a farsi valere perché non è inferiore a nessuno. Non parlo di maschilismo o di femminismo, parlo di donne che nel corso della storia sono state denigrate e usurpate (non solo dagli uomini) solo ed esclusivamente per il fatto di essere donne. Questo, oggigiorno è inaccettabile. Uomini e donne conoscono il valore della parità dei sessi e sanno che la collaborazione tra di loro porta a grandi risultati in ogni campo. Perché schiacciare il mondo femminile, quando invece, proprio da lì esplode la forza motrice che dà la vita in ogni senso?

  • Cosa pensi che potrebbero fare le donne per migliorare determinate situazioni in cui vengono coinvolte?

Trovare la forza di denunciare, di parlare, di dire quel che accade per trovare una soluzione, non dico la migliore, ma almeno la meno traumatica. È essenziale aiutarsi reciprocamente, sostenendosi con parole e fatti che vanno al di là del mero ausilio, ma che si traducono in vere e proprie cooperazioni capaci di costruire le fondamenta per un futuro diverso. Per questo ben vengano le Associazioni che sorgono all’uopo e ben vengano tutti i mezzi che sono atti alla protezione delle donne in difficoltà.

  • Tu vivi a Madrid, quanto influisce su di te il tuo essere straniera in terra straniera?

Un bel po’, in quanto mi sento più libera di esprimermi. Sembra un controsenso, lo so, esprimersi in un’altra lingua potrebbe “incatenare” le emozioni e i pensieri. Ma in Spagna c’è un modo di vivere che è completamente diverso dal nostro; nonostante ci siano moltissimi punti in comune con il Bel Paese, qui hanno un concetto di vita molto più libero, molto più tranquillo, meno formale. E anche se la vita scorre, scorre al ritmo dei madrileni che sono molto più calmi e si prendono le loro giuste pause dal lavoro, dal dovere. Non che non sentano la responsabilità di fare e di vivere, ma la sentono in un modo completamente diverso dal nostro. Per tale motivo, ho imparato a rallentare un po’ di più il ritmo e a godermi meglio quel che mi ruota intorno, famiglia e amici in primo luogo!

  • I tuoi interessi sono molteplici e non si fermano solo alla parola scritta, se non fossi una poetessa, cosa ti sarebbe piaciuto fare in campo artistico, o al di fuori di esso?

Bella domanda. Sono laureata in Economia e Commercio che poco ha che vedere con le materie umanistiche. Ho lavorato come commercialista nello studio di famiglia finché mi sono sposata nel 2002 e sono venuta a vivere qui a Madrid. Da quel momento in poi ho sentito la necessità di cambiare “chip”. La poesia e la scrittura in genere sono state passioni tardive e consapevoli e credo che avevo bisogno di essere un po’ più grande per sentirmi sicura della mia voce e tirarla fuori. Ma il primo amore non si scorda mai. Avrei voluto fare il liceo linguistico ed essere impiegata in qualche aerolinea per poter viaggiare. Sì, avrei voluto viaggiare, esplorare il mondo intero e non mi sarei stancata mai! Lo so ora come allora! Ma ho comunque avuto la fortuna di poterlo fare sia fisicamente, prendendo un aero, un treno o l’auto, sia in un modo più economico, ma molto soddisfacente, prendendo una penna in mano e scrivendo i miei viaggi, costituiti da panorami interiori e non. Ragazzi, scrivendo viaggio come una pazza, fuori e dentro di me! Sono tutto e tutti e nessuno, sono me stessa e mille e più persone anche quando scrivo poesie! Ecco cosa avrei fatto al di fuori del campo artistico, viaggiare! In campo artistico proprio non so… dipingo pure male! Anche se ho un discreto successo e chissà che un giorno non mi metta a fare un’opera d’arte che rimanga nella memoria… almeno la mia!

  • Tra le altre cose sei anche una cuoca provetta e le tue pietanze sono famose fra tutti coloro che ti conoscono, qual è il tuo piatto preferito?

Il mio piatto preferito è senza ombra di dubbio la parmigiana di melanzane. Poi la pasta alla norma, sempre con le melanzane. Mi piacciono molto le mozzarelle di bufala e il dolce per il quale farei delle vere e proprie pazzie è il cannolo siciliano! Amo il salato, l’amaro e il piccante e poco i dolci, ma per il cannolo farei davvero cose dell’altro mondo! È più forte di me, ne potrei mangiare un bel vassoio da due chili in meno di dieci minuti! Diciamo che i miei gusti culinari sono molto rivolti verso il Sud Italia! Per quanto riguarda la Spagna, invece, devo dire che adoro il modo di cucinare il pesce e i “mariscos” che ho iniziato ad apprezzare da che vivo qui, ma non parlatemi di dolci spagnoli vi prego! L’influenza araba si sente molto e sono… come dire… molto dolci!

  • Un libro è come una ricetta, le giuste dosi compongono un piatto perfetto, la mancanza di equilibrio fra i sapori portano a un qualcosa di poco commestibile, come vedi questo accostamento?

Lo vedo un accostamento fantastico, è calzante al massimo. Senza equilibrio nei sapori non si raggiunge la perfezione e il piatto non avrà successo. La stessa sorte tocca al libro. Se non si riesce a mantenersi equilibrati nelle varie parti, ma si dà maggiore importanza o all’una o all’altra parte, non si riuscirà neanche a terminarne la stesura, figuriamoci la lettura! La materia, sia essa narrativa o poesia, deve essere esposta in modo originale e unico per poter interessare il lettore.    

  • Quando Elisabetta non scrive, come occupa il proprio tempo?

Lo occupo lavorando, visto che da poco sono diventata Segretaria del Comites degli italiani a Madrid nella rete consolare italiana e traducendo poesie e articoli, non solo per diporto. Ma soprattutto, occupo il mio tempo per stare insieme alla mia famiglia. Ho due bimbi piccoli e un marito ai quali, mai e poi mai farei mancare la mia presenza e il mio supporto. Sono la mia vita, la mia vita vera!

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

È uscito da poco il mio quarto libro, il primo in spagnolo “Voz” (versione castigliana di Voce) con la casa editrice Ediciones Vitruvio e del quale faremo una prima presentazione a gennaio e poi… ho un progetto un po’ particolare che mi vedrà protagonista insieme a una poetessa del passato. Ma ne parleremo in un’altra occasione. Intanto prosegue sempre la promozione di Voce pubblicato dalla casa editrice Edizioni Esordienti E-book e poi ho anche altri progetti a breve e lunga scadenza che conoscerete a tempo opportuno.
Grazie di cuore per questa splendida opportunità che mi avete offerto per trascorrere un po’ di tempo insieme e potermi far conoscere, aprendo le porte della mia anima.

Intervista a Lorena Marcelli

Intervista a Lorena Marcelli

Marcelli_EEELa collina dei girasoli richiama i romanzi classici, in cui sono le storie di famiglia ad essere protagoniste, trame in cui l’essenza dei personaggi scorre insieme all’epoca stessa in cui vivono. Ambra ci porta all’interno delle mura in cui lei e le sue tre sorelle passano dall’età adolescenziale a quella adulta, raccontando le vicende che hanno segnato le loro vite.

  • Come nella migliore tradizione letteraria hai affrontato questa storia partendo da un precedente illustre: Piccole donne di Louisa May Alcott. Cosa ti ha affascinato di questo libro e cosa hai riportato nel tuo romanzo?

Ho letto “Piccole donne” quando, forse, avevo dodici anni e la figura di Jo March ha influenzato per sempre la mia vita di donna. Le mie sorelle sono quattro, come le sorelle March, ma è solo un caso, in realtà. Inizialmente le mie protagoniste erano cinque, ma poi, durante la stesura, ho eliminato la figura meno “forte” e con meno esperienze da raccontare. Nel mio romanzo ho cercato di riportare le dinamiche che si sviluppano all’interno di una famiglia di donne e le  diversità caratteriali delle stesse che, spesso, provocano liti e incomprensioni, a volte insanabili.

  • Il tuo è un romanzo caratterizzato soprattutto dalle figure femminili: Ambra, Perla, Giada, Topazio, la mamma e la zia. Questi personaggi hanno un riscontro anche nella realtà, oppure sono puramente frutto della tua immaginazione?

Le donne che hanno ispirato i miei personaggi esistono, anche se non appartengono alla stessa famiglia. La figura di Elia Diamante,per esempio,  a me molto cara, è stata  ispirata dalla zia di una mia carissima amica, donna buona e accogliente, a casa della quale ho passato moltissime estati della mia infanzia, e che oggi non è più fra noi.  Per le quattro sorelle mi sono ispirata al rapporto con le mie sorelle, raccontando, di tanto in tanto, episodi avvenuti quando eravamo più giovani.

  • Il tuo romanzo si svolge in terra d’Abruzzo, quali sono gli aspetti più caratteristici dell’ambientazione che hai scelto?

Io sono nata e vivo in Abruzzo e non andrei mai via dalla mia terra, perché è magica e accogliente. Non cito mai il paese dove si svolge la storia, ma chi lo ha letto,  ed è del luogo, ha riconosciuto i paesaggi inconfondibili del mio paese natio: Notaresco, in provincia di Teramo. La collina dei girasoli esiste davvero e lì c’è il rudere della casa abitava mia  madre, da piccola. L’Abruzzo è una terra ancora “selvaggia e incontaminata” e non tutti conoscono la bellezza dei suoi paesaggi. Abbiamo il mare davanti a noi e i monti alle spalle; siamo ricchi di boschi, laghi e antichi borghi medievali e spesso ci dimentichiamo di quanto siamo fortunati a vivere in questa meravigliosa terra, che ci permette ancora di crescere i nostri figli in mezzo alla natura. Ho cercato di raccontare la bellezza  del Gran Sasso e la rudezza degli abruzzesi , che, però, nascondono un cuore grande. Spero di esserci riuscita.

  • Nella società moderna le famiglie allargate non sono così scontate, come giudichi questo nuovo modo di allevare i figli? Viene loro a mancare qualcosa?

I figli hanno bisogno d’amore, sempre e comunque e le famiglie allargate, spesso, riescono a colmare i vuoti lasciati da genitori incapaci di amare. Ambra e le sue sorelle sono fortunate perché, nella casa dei nonni e della zia trovano l’amore che la madre non è in grado di dare loro. La mancanza dell’affetto materno, o la debolezza dell’amore paterno saranno sempre presenti nella vita di un figlio, così come lo sono  nella vita di Ambra e delle sue sorelle, ma l’amore “surrogato” di altre persone, siano esse zie o nonni, o addirittura nuovi compagni dei rispettivi genitori,  può fungere da ancora di salvezza e, a volte, lo è davvero.

  • Nel panorama letterario hai affrontato diversi generi, ce n’è uno che preferisci come autrice?

Diciamo che  amo scrivere, soprattutto, thriller storici, specie quando riesco a prendere spunto da personaggi realmente esistiti. Mi piace tutto quello che precede la stesura di un romanzo di questo genere: la ricerca storica, lo studio, la lettura di saggi tematici e, spesso, la traduzione di testi antichi.

  • E come lettrice?

Ho iniziato a leggere da ragazzina e , a sedici anni avevo già letto tutti i classici inglesi, francesi, russi e italiani. Ho diversi interessi e leggo quasi tutti i generi, ma prediligo i romanzi di narrativa, soprattutto se ambientati in Italia, i thriller storici e i libri di storia, in primis quella irlandese. 

  • La tua è una lunga esperienza nel settore letterario, come giudichi questi ultimi anni in cui tutti hanno la possibilità di pubblicare qualsiasi cosa?

Non sono assolutamente contraria al self publishing e credo che l’aspirazione di pubblicare il proprio lavoro sia legittima , ma credo anche che uno scrittore serio dovrebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere se quello che ha scritto è veramente degno di essere letto. I lettori dovrebbero essere rispettati e onorati con prodotti di qualità e non con storie senza una struttura tecnica o piene di errori grammaticali. Io ho scelto di percorrere una strada  in salita e molto lunga, ma non me ne sono mai pentita. Ho scelto di pubblicare pochi scritti e impiegando molto tempo per arrivare a farlo, ma,almeno, ho la consapevolezza di aver dato  ai miei lettori qualcosa di “buono”da leggere.

  • Si dice che gli italiani non leggono, ma è vero? Oppure è più vero che leggono ma comprano poco?

Gli italiani, almeno quelli che conosco io, leggono molto e comprano poco. Nella città in cui vivo la biblioteca comunale è subissata da richieste di romanzi pubblicati da poco ed è sempre piena di utenti.  Purtroppo il costo del cartaceo non permette a tutti di riempire le librerie come vorrebbero e non tutti sono propensi a leggere ebook. In realtà non lo ero nemmeno io, fino a un paio di anni fa, poi ho scoperto l’emozione che si prova avendo sempre a portata di mano centinaia di titoli, e , da allora, prediligo questo tipo di lettura. 

  • Quando Lorena  non scrive, come occupa il proprio tempo?

Lavoro in un  Ente pubblico fino alle quattordici, poi  passo gran parte del mio tempo leggendo, studiando, presentando in giro i  miei romanzi e parlando con i lettori, anche attraverso i social.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

In questi giorni sto finendo di tradurre gli atti originali del processo contro la prima strega d’Irlanda, Alice Kyteler, della quale ho già parlato nel mio primo thriller storico. È una storia avvincente e molto interessante e vorrei dedicarmi alla stesura di un romanzo storico sulla sua figura e sulla storia del suo processo.

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Intervista a Giorgio Bianco

Intervista a Giorgio Bianco

Copertina_EEEIn Dammi un motivo Giorgio Bianco condisce un romanzo con diversi ingredienti che non possono lasciare indifferenti. Le emozioni sono forti, incisive, segnano il lettore a ogni pagina trascinandolo in quello che sembra apparentemente un giallo ma che si rivela essere una storia in cui la fantasia cede il passo alla realtà

  • Non sei un autore dalle mezze misure, dunque di che colori definiresti il tuo libro?

I colori del tramonto, senza dubbio. Adoro l’azzurro mentre si spegne nell’arancione,  li amo entrambi quando precipitano nel nero.  Mi perdo nelle luci dei lampioni tremanti di freddo, nelle sagome umane che si affrettano verso casa. Chiudo gli occhi e ascolto le prime gocce di pioggia sbattute dal vento.
Ma, per rispondere in modo più esteso alla domanda, ho sempre avuto grosse difficoltà con le categorie: giallo, noir, rosa… Quanti colori per dire nulla! Io credo che un romanzo racconti una fetta di vita, e la vita non ha (non dovrebbe avere) un colore solo.
I miei romanzi partono sempre da un elemento molto forte, ciò che può farli sembrare dei gialli. Ma la morte, l’emergenza o un momento cruciale nella vita dei protagonisti, sono in realtà dei semplici strumenti: mi permettono di accelerare sui loro sentimenti. Perché quando le persone vivono una crisi grave, il  loro carattere dirompe con tutti i pregi e tutti i difetti. Lo provai in prima persona, quando morì mio padre ancora giovane. In quell’occasione, persone che credevo stupende diedero il peggio. Altre, che erano sempre rimaste nell’ombra, seppero regalarmi una via d’uscita mentre credevo d’impazzire.
Ecco dunque che l’emergenza, nei miei romanzi, non costruisce tanto un giallo, quanto una storia. Io parlo di persone che amano, odiano, sperano, si azzuffano, si accarezzano. Mai per caso, mai per noia: credo nella forza dell’intensità.

  • Nel tuo romanzo sono le figure femminili, Céline e Giulia, a condurre i giochi, perché non hai scelto dei protagonisti maschili?

Perché sono innamorato dell’universo femminile. Non solo: tale universo, almeno in parte, è il mio. Mi travolge, mi completa, mi riempie di vita e di mistero. Grazie alla componente femminile presente nella mia anima, posso ascoltare il suono di una sensibilità che diversamente mi sarebbe negata. Ed è proprio quella musica a muovere i sentimenti e le azioni delle due protagoniste.
L’affermazione “in ogni uomo c’è una donna”, può trovare in me una piena dimostrazione di fondatezza. La cartomante, quella vera, che ha ispirato la protagonista del mio romanzo, non ha dubbi: nella mia carta astrale c’è una dirompente quota femminile. E se sull’oroscopo posso avere dubbi, sui caratteri delle persone scritti negli astri ho avuto tante dimostrazioni di verità. Sono un uomo fortunato: amo le donne tanto da esserlo un po’ anch’io… Ed è una sensazione stupenda.

  • La trama presenta diversi momenti in cui entrano in gioco le differenze sociali e generazionali, come vedi questi due universi al giorno d’oggi? Secondo te ci sono punti di contatto?

Il tema della mescolanza sociale, con i dubbi sulla possibilità che si realizzi, mi accompagnano da quasi tutta la vita. Sono nato e cresciuto in una famiglia operaia, di periferia. Ero sensibile alle materie letterarie, quindi gli insegnanti della scuola media mi consigliarono il liceo classico. Con enormi sforzi, i miei genitori mi ci mandarono. Ricordo ancora i primi giorni, con i compagni di classe che avevano vocabolari di greco e latino vecchi e consunti, tramandati da generazioni. I miei invece erano nuovi. In quegli anni non ho vissuto un vero e proprio scontro sociale, ma qualcosa di più subdolo: l’impressione di essere accolto in un ambiente che in realtà è estremamente chiuso, salottiero, autoreferenziale. E’ l’area radicale, anche un po’ provinciale, di certi ambienti culturali italiani. O almeno torinesi.
Ma non tutto fu negativo, anzi. Alla fine del mio percorso, mi accorsi di essere diventato robustamente “trasversale”, cioè in grado di cogliere con serenità di giudizio gli aspetti positivi e negativi di ogni strato sociale. Nella mia vita di periferia ho visto catene roteare minacciose all’indirizzo di professori di scuola. Successivamente ho scritto personalmente articoli di cronaca nera dove i nomi di ex compagni di scuola media erano quelli di vittime della droga. Ma ho anche partecipato a incontri con personaggi di spicco della cultura italiana. Fra la barriera sud di Torino e il centro città, è come se avessi visto tutto il mondo. Ne sono uscito più forte, disincantato, abituato a combattere e a farcela da solo. E, soprattutto, mi sono guadagnato la stima e l’amicizia di alcune (poche) persone che vengono da ogni strato sociale.
Quindi i punti di contatto sono possibili e talora fruttuosi. Basta ricordare tre cose. La prima: farcela è una battaglia. La seconda, più importante: mai scimmiottare, mai fingere di essere qualcosa o qualcun altro. Chi non parte da sé stesso, precipita e si perde nella convenzione, in un tremendo e definitivo malessere interiore. La terza: mai chiedere. Stima sociale e autostima si fondano sull’autonomia.

  • Perché hai scelto per Giulia l’attività di cartomante? Sei superstizioso?

Sì, no, non so. Va bene come risposta?… Scherzi a parte, non avevo mai creduto negli oroscopi. Poi ho conosciuto una cartomante, la donna che ha ispirato “Dammi un motivo”. Una persona affascinante e problematica che mi ha spiegato in cosa consista la cartomanzia. Ebbene, le carte rappresentano una sorta di psicoterapia del popolo: servono a far sì che le persone si sfoghino, che abbiano qualcuno di cui fidarsi. Le cartomanti, quelle oneste, non illudono nessuno di poter curare anima e corpo. Ascoltano. E, attraverso la lettura delle carte, regalano calore umano, ciò che oggi manca sempre di più.
Tutto qui? No. Sarebbe troppo semplice. Su alcuni temi, in effetti, le cartomanti predicono il futuro. I classici amore, lavoro ed esami scolastici, per esempio. La salute? Sì, ma con prudenza: la cartomante onesta non si sostituirà mai a un medico. A un malato che è già in cura offre previsioni che lo confortino senza illuderlo e, soprattutto, i consulti sulla salute sono sempre gratuiti. Almeno quelli della mia amica. Ma allora, le previsioni sono attendibili o no? Non lo so, ma posso dire che la mia Giulia ha previsto, anche con una certa precisione, quando “Dammi un motivo” sarebbe stato pubblicato. Vi sembra poco?

  • Questa non è la tua prima pubblicazione e, come abbiamo già avuto modo di leggere in un tuo articolo (QUI), per te non esistono grosse differenze fra cartaceo e digitale. Come vedi il panorama editoriale attuale?

Con una certa frustrazione. Mi pare che ci troviamo in un momento difficile per l’editoria narrativa. Infatti da un lato abbiamo una produzione enorme, debordante. Dall’altro una qualità raramente buona, più spesso mediocre, talora scadente. Io lavoro in un giornale, dove i romanzi arrivano “con preghiera di recensione”. E’ imbarazzante valutare la diffusa mancanza di conoscenza della lingua italiana, della grammatica, delle concordanze, delle virgole, degli accenti. Ed è ancor più imbarazzante la povertà di idee, la stucchevole prudenza con la quale si vomitano interi capitoli di luoghi comuni, nella speranza di ossequiare il Dio Mercato e diventare finalmente ricchi o spezzare lo squallore di una vita attraverso facili successi.
Entrare in una libreria, o scorrere le vetrine dei negozi online, è ubriacante. Decine, centinaia di titoli e autori spesso sconosciuti. Come uscirne? Io faccio acquisti per istinto, talora prendendomi una fregatura, talora con buona soddisfazione. Acquisto anche qualche titolo consigliato da amici. Un fatto tuttavia è certo: dal sacrosanto diritto alla pubblicazione e all’auto-pubblicazione nascono mostri che hanno il torto di inquinare un mondo già molto fragile. Infatti tutti sappiamo che in Italia si legge poco. Una tendenza per la quale è fin troppo facile colpevolizzare la pigrizia mentale del pubblico. Esiste, lo so. Ma esiste anche un’offerta enorme e spesso scadente.
Non basta. A fare del male ci sono anche i libri scritti da “grandi nomi” costruiti a viva forza: non romanzi, ma operazioni di mercato. Un grande editore sceglie un nome e gli costruisce addosso un libro. Normalmente è una storia tecnicamente ben realizzata, in grado di colpire il grande pubblico grazie a banalità confezionate con i fiocchi e le frange. Poi il libro viene distribuito in modo massiccio, mentre gli altri scrittori si crogiolano nella frustrazione.
Io penso che la buona letteratura non sia più un fenomeno di massa, almeno non Italia. Ormai è come essere appassionati di filatelia e di numismatica, attività di nicchia. Ma alle nicchie bisogna parlare, provando con pazienza a costruire una piccola e sana rete di estimatori. E da lì provare a risalire la china. Chi ci crede, io per esempio, è chiamato a lavorare in modo umile e costante. La notte finirà.

  • Esiste un genere letterario che proprio non potresti affrontare come scrittore (perché non ti piace, perché non sapresti cosa scriverne o altro)?

Non mi piacciono i romanzi storici, poiché non riesco a farmi coinvolgere dalla trama. Sono prevenuto, lo ammetto. Non mi piacciono nemmeno i romanzi di spionaggio e i processuali, generi che preferisco al cinema.
Invece mi piace la fantascienza, ma non potrei mai scriverne. E’ un genere che prevede la capacità di costruire sistemi logici e convincenti, dote che mi manca senz’altro. Credo che la fantascienza sia di gran lunga il genere che espone maggiormente al ridicolo lo scrittore sprovveduto. Ma quando mi trovo di fronte a grandi autori, come Azimov, sono immensamente ammirato.

  • Esiste un autore che ha particolarmente colpito la tua immaginazione?

Céline, senza dubbio. Non a caso è il nome di una protagonista del mio romanzo. Céline per me è un eroe letterario, sociale, un eroe per la vita. “Viaggio al termine della notte” è il romanzo più autentico, spietato e coraggioso che io abbia mai letto. Contiene rabbia e disperazione, ironia e dolore. Ma soprattutto non cede mai alla odiosa tentazione di dividere l’umanità in due: buoni e cattivi. Céline è armato innanzi tutto di spirito critico, valuta ogni caso come gli si presenta, non s’innamora e non odia. E Céline, per fortuna, sbaglia. Che meraviglia, qualcuno che cade in errore, quando scrive e quando vive al di fuori dei suoi libri. Cercate una fotografia di Céline e osservate il dolore, ma anche l’orgoglio, il coraggio di cercare la verità. Io mi sento assediato da gente che ha sempre ragione, che vive il confronto con gli altri come un’occasione di prevaricazione e vittoria, gente che pone domande come se fossero insulti, e finalmente non ascolta le risposte. Ma perché? Perché si comportano così? Dovrebbero leggere Céline.

  • Si dice che gli italiani non leggono, ma è vero? Oppure è più vero che leggono ma comprano poco?

Sì, in parte ne ho parlato sopra. Leggono poco, è vero. Come dicevo un po’ li capisco, a causa dell’indigestione di titoli e della scarsa qualità.
Molti però sostengono che in Italia si legga poco per colpa della politica, dei governi che rendono stupidi i giovani. Argomenti che mi convincono poco o nulla. Ognuno di noi è libero, non possiamo sempre sperare di avere il governo giusto per schiodarci e leggere un libro. Certo, il contesto generale è importante. Ma non assolve gli indifferenti. Mi piace raccontare un episodio. Un paio di estati fa mi trovavo in montagna e volevo affittare una mountain bike. Per farlo bisognava consegnare un documento d’identità e il ragazzo che lo fotocopiò lesse “professione giornalista”. Iniziò a farmi domande e scoprì che scrivo romanzi. Mi disse: “Io non avevo mai letto un libro, se non quelli di scuola. Ma poi sono andato in biblioteca a fare una consegna e mi hanno consigliato un giallo. Accidenti, mi è piaciuto! Ti fa volare! Ma allora è bello leggere libri!”. Ecco. Forse quel giorno avvenne un miracolo. Noi che scriviamo dobbiamo, insieme ai nostri editori, offrire il nostro piccolo contributo per creare altri miracoli. Lamentarsi perché il mondo va male, mi pare una sciocchezza: cerchiamo invece di farlo andar bene!

  • Quando Giorgio  non scrive, come occupa il proprio tempo?

Lavoro per un sacco di ore al giorno, ma riesco a ritagliarmi degli spazi. La lettura e la musica sono per me essenziali. Ascolto soprattutto rock duro e decadente new wave, sono sempre agli estremi. Scrivo i miei romanzi con le cuffie nelle orecchie.
Adoro incontrare qualche amico e bere una birra insieme: non mi piacciono le “grandi serate”, ma le piccole occasioni per confrontarsi.
Mi piace molto percorrere chilometri a piedi in giro per Torino, la mia città. A volte vado a Milano per fare la stessa cosa. Sono un camminatore urbano. I musei mi annoiano, preferisco osservare i flussi dell’umanità.
Sono anche un grande appassionato di montagna e di sci. E mi piace correre nei parchi.
Con il mare ho un rapporto strano. Lo preferisco d’inverno perché detesto il caldo. Ma d’estate ci trascorro qualche settimana e finisco ogni volta per innamorarmene.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Escludo d’imparare a vivere in modo serio la mia età, ho 51 anni e giuro di averci capito nulla.
Sto scrivendo un altro romanzo: racconta di un giornalista che perde il lavoro e si rifugia nella corsa. Inutile dire che nella storia ci sono ampi riferimenti alla mia vita personale: faccio il giornalista da tanti anni, mi è sempre piaciuto ma sono stanco. La mia vera dimensione è rappresentata dai libri, quindi il vero progetto è riuscire a dedicarmi esclusivamente a quelli. Ma è un po’ come il desiderio del bambino che vuol fare l’astronauta. Insomma, si vedrà. Siamo qui per combattere, no?

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Intervista a Roberta Andres

Intervista a Roberta Andres.

Andres_EEELe foto di Tiffany è un libro in cui l’eros aleggia in ogni pagina. Tuttavia le sue componenti non sono basate esclusivamente su un rapporto di copia, ma comprendono diverse altre sfumature ben più vivaci dal neutrale “grigio”. Ma la nostra attenzione è stata catturata da un fiore, un semplice elemento che, messo nel posto giusto, è riuscito a far decollare la nostra fantasia.

  • Fra tutti i fiori che potevi scegliere, perché proprio un iris?

E’ un fiore che mi piace in maniera particolare, ma a parte questo volevo un fiore di forma allungata, che potesse finire nascosto nelle pieghe del corpo di Tiffany.

  • In questi ultimi anni il genere erotico ha decisamente preso piede in testa alle classifiche di vendita. Secondo il tuo punto di vista, dal momento che è il pubblico femminile ad essere il principale acquirente, questo fenomeno nasce da una sorta di frustrazione o liberazione?

Liberazione, senz’altro! La possibilità di scrivere, leggere, rivendicare una propria dimensione e dei propri sogni erotico-sentimentali al femminile.

  • Nel tuo romanzo il profumo dell’eros aleggia su molte pagine senza mai diventare eccessivo. Quanto pensi sia sottile la linea di demarcazione fra l’erotismo “soft” da quello “spinto”?

Credo che la linea di demarcazione sia molto sottile, così tanto che me ne sono tenuta volutamente lontana, limitandomi nelle descrizioni e nella frequenza di scene erotiche; sinceramente ho preferito fare così piuttosto che rischiare di essere eccessiva, cosa che avrebbe stonato moltissimo con la tonalità generale della narrazione e con il tipo di personaggio che volevo fosse Tiffany.

  • Dopo tanti racconti, quali difficoltà hai riscontrato nello scrivere un romanzo?

Come ho già detto in altre interviste, una delle mie caratteristiche quando scrivo è la sinteticità, anche quando non è voluta. Ammetto di aver sudato freddo all’idea di strutturare un romanzo; la maggior parte del lavoro di ampliamento della struttura, non solo in termini di lunghezza ma anche di complessità e descrizioni dei personaggi, l’ho fatto in un secondo momento, nella fase di revisione. Credo però che fosse una fase normale dell’evoluzione dal racconto al romanzo: già nella stesura del secondo, a cui sto lavorando da giugno, vedo che la narrazione fluisce naturalmente più ampia e circostanziata.

  • Sappiamo che il tuo “alter ego” si chiama Franca De Angelis, l’angelo custode che alla fine ti ha convinto a realizzare i sogni. Quali argomenti ha usato per farti compiere finalmente il primo passo?

Un giorno al telefono, mentre io continuavo a dubitare di poter scrivere, mi ha detto a bruciapelo: “Scrittrice lo sei già, ma una scrittrice pigra!” Devo dire che la cosa mi ha colpito nel vivo, sia per l’accusa di pigrizia sia per la persona da cui proveniva! Io e Franca siamo amiche da quando avevamo sei anni e ci trovammo in prima elementare ad essere le uniche due bambine a saper già leggere e scrivere. Fummo messe sedute vicine in fondo all’aula, con la facoltà di chiacchierare (purchè a bassa voce) mentre la maestra si occupava degli altri bambini. E’ iniziata così: dopo 44 anni siamo ancora molto legate e la scrittura è una delle tante cose che abbiamo in comune.

  • Quanto conta la psicologia in fase creativa? Ovvero, nel corso della tua esperienza come insegnante, quali sono state le difficoltà che hai riscontrato più frequentemente con i tuoi allievi?

Le stesse difficoltà che ho incontrato anch’io e che ancora ogni tanto incontro: autorizzarsi a scrivere (o, in generale, ad essere creativi), prendersi il tempo e riconoscersi le capacità e il diritto di affermare se stessi attraverso qualche canale preferenziale (come la scrittura), trovare insomma “la propria voce” o, se vogliamo parafrasare la Woolf, “la stanza tutta per sé!”

  • Il tuo contatto giornaliero con il pubblico ti aiuta nel prendere spunto per creare nuovi personaggi?

Certamente! A volte si incontrano persone che sembrano personaggi o si vivono situazioni buffe o inaspettate al punto che la più fervida fantasia non avrebbe potuto crearle dal nulla. E’ vero che la vita ha molta più fantasia di noi!

  • Cosa ne pensi del panorama culturale italiano?

Mi sembra un periodo di grande fermento, con mille esperienze e mille stimoli che a star dietro a tutto è impossibile: anche perché per molte cose non vale la pena! Ma sicuramente selezionando si trovano spunti interessanti di riflessione artistica.

  • Quando Roberta non scrive, come occupa il proprio tempo?

Sto molto con i miei figli, il più possibile, visto che stanno crescendo e tra un po’ avranno altro da fare! Cucino, leggo, chiacchiero a telefono con le mie amiche d’infanzia.

  • Quali sono i progetti per il futuro?

Dal punto di vista narrativo, finire “Floralapazza”, il mio secondo romanzo, e cercare di farlo circolare il più possibile tra i lettori: amo moltissimo questo progetto, mi prende molto e credo molto nell’idea narrativa che sta alla base del testo, quindi cercherò di fare del mio meglio perché “veda la luce”. Per quanto riguarda invece la mia vita privata, vorrei fare un viaggio con un paio di amiche con cui quest’anno ho condiviso un compleanno “tondo”.

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