Intervista ad Andrea Leonelli

Intervista ad Andrea LeonelliCrepuscoli_di_luce

La nuova silloge di Andrea Leonelli rappresenta quel passaggio fra stati d’animo oscuri e momenti più luminosi che segnano la vita del poeta. Attimi in cui, lasciate le tenebre, vi è un timido, quasi timoroso, affacciarsi alla luce della vita, di un nuovo inizio. Questa concezione diversa del vivere porta a interpretare i segnali quotidiani da punti di vista diversi, forse più consapevoli. Porta ad assaporare l’esistere, facendolo proprio, senza tralasciare alcun aspetto, nemmeno quelli che possono riportare fra le ombre. Tuttavia, la semi oscurità non è più sinonimo di malessere e di anima dolente, semmai diventa l’istante di riposo in cui la mente si rigenera e ritrova le energie per affrontare nuove situazioni e nuove avventure.

  • Spiegaci la motivazione di un titolo come Crepuscoli di luce. Cosa rappresenta?

Perché il crepuscolo è il momento del cambio, è quella zona di indefinito che separa due realtà diverse. Per me è anche sinonimo di mutamento e zona di potenzialità ancora non determinate né realizzate. È un confine senza bordi che separa, o unisce, due mondi diversi, dove si può decidere quale realtà, non ancora concretizzata, rendere vera. È un concetto affine alla meccanica quantistica, ma mi piace molto.

  • Quali sono le zone di ombra nella tua vita e quali quelle di luce?

Nella mia vita le zone d’ombra sono quelle che riguardano le cose che non sono riuscito a realizzare, o che non ho concretizzato al momento. La zona d’ombra più grande è sopraggiunta quando ho avuto l’infarto e lì, per quanto fossi immerso in un biancore abbagliante e totale, mi sono sentito in quella oscura terra di confine fra vita e morte, fra essere e non essere. Dopo quel momento ho visto le zone d’ombra diversamente. Le mie zone di luce sono i sorrisi, l’affetto e la serenità che riesco a scambiare e condividere con chi amo.

  • Il tuo stile di scrittura ha molta più affinità con le ombre. Come riesci a farle diventare luminose?

Probabilmente estremizzandole e rendendole così oscure da risplendere. Oppure rendendole luminose evidenziandole dalla massa in cui sono ed esponendole prendono consistenza e s’illuminano. Le metto in luce ponendole in un contesto diverso, per quanto sempre cupo, e dando loro risalto.

  • Da La selezione colpevole a Crepuscoli di luce cosa è cambiato nel tuo modo di essere poeta?

Ho imparato a essere più preciso, ho affinato lo stile e sono più accurato nel rifinire quello che scrivo. Ho ampliato i concetti guardando anche oltre quello che è esclusivamente il “me stesso” e, soprattutto nelle ultime composizioni ancora inedite, ho girato lo sguardo verso l’esterno e verso la società che ci circonda.

  • Vivi una realtà piuttosto frenetica. Le promozioni degli autori e altre attività collaterali ti portano via molto tempo. Quando riesci a scrivere?

Ultimamente per scrivere ho pochissimo tempo e ringrazio il destino di essere un autore di poesie brevi. Scrivo ogni volta che mi viene l’ispirazione, buttando giù le parole come vengono. E salvo gli scritti su computer o sul cellulare, per poi lavorarci quando il materiale è diventato sufficiente per una silloge. Praticamente faccio la parte più grossa del lavoro quando devo sistemare tutto quello che ho scritto in un unico file completo che, alla fine, diventerà il libro. Quando sono ispirato non mi è difficile scrivere, ma con il poco tempo disponibile, la stesura di un romanzo potrebbe diventare un lavoro di anni… Invece con le poesie e l’ispirazione giusta mi è possibile abbozzarne diverse in un tempo relativamente breve.

  • Come fa un animo sensibile come il tuo ad assorbire un’atmosfera pesante come quella che si vive in un reparto di rianimazione?

Da una parte c’è una sorta di assuefazione, ovvero ci si abitua a certi carichi emotivi, almeno apparentemente. Ma a volte, in situazioni pesanti ci vuole una “valvola di sfogo”. Da un’altra parte c’è quella che io chiamo sublimazione, ovvero il trasformare un carico emotivo in emozione espressa in altra forma. Nelle mie poesie spesso parlo di dolore e di attesa, proprio per sublimare gli stati d’animo che vivo al lavoro. Lo faccio per dirottare il dolore che permea l’aria del posto in cui vivo. Spesso non è solo il dolore fisico, ma il carico di emozioni che premono sulla pelle, come se potessero essere solide e se ne provasse il peso.

  • Quanta empatia provi per le persone di cui ti prendi cura al lavoro?

L’empatia è essenziale nel mio lavoro ma è anche un’arma a doppio taglio: impiegandone poca si può essere ugualmente bravissimi professionisti, anche se, mantenendo un atteggiamento freddo e distaccato, si rischia di non stabilire quel rapporto di fiducia necessario per il processo di cura. Se, per contro, se ne impiega troppa, si rischia di perdere di vista le priorità che sono necessarie per l’andamento corretto della globalità del lavoro, facendosi coinvolgere troppo in un’unica situazione e trascurando altre attività essenziali. Purtroppo il rapporto empatico, che consente di comprendere stati d’animo, che magari non sono chiaramente comunicati (e in rianimazione quello della comunicazione è un problema specifico, in quanto molti malati non hanno voce perché intubati o sedati), implica anche la trasmissione di quei carichi emotivi di cui si parlava nella domanda precedente.

  • Hai mai pensato di diventare un “angelo della morte”?

Non ci ho mai pensato seriamente anche se, spesso, ci si trova di fronte a situazioni in cui il mettercela tutta, fare tutto l’umanamente possibile, rischia di sconfinare nell’accanimento terapeutico. Il limite che contraddistingue queste due situazioni è una sfumatissima lama su cui camminiamo spesso. Anche questo fa parte dei carichi emotivi. Quando, salvare qualcuno può equivalere a condannare lui ad uno stato di vita apparente e i suoi cari a un altrettanto lungo calvario? Quanto a lungo è etico tenere forzatamente in vita qualcuno? Quanto lunga e travagliata deve essere la via crucis affrontata da pazienti e parenti, prima di giungere a una conclusione spesso inevitabile?

Anche semplicemente porsi queste domande, quotidianamente, è un carico emotivo di cui gli operatori sanitari sono costretti a farsi carico.

  • Quando Andrea non scrive come impiega il suo tempo?

Quale tempo? A volte ci sono giorni in cui ho giusto qualche minuto per mangiare e qualche ora per dormire, se non vengo colto dall’insonnia. Comunque, diciamo che i miei impegni si dividono fra il lavoro in ospedale e quello che svolgo per Il Mondo dello Scrittore Network, con le relative pubbliche relazioni. Nel tempo libero mi piace leggere, guardare qualche film (selezionato) e soprattutto alcune serie televisive.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Trovare il tempo per pianificare attività future 😉 Diciamo che, al momento, potrei avere materiale sufficiente per una nuova silloge e sto tentando, a tempo perso, di portare avanti un racconto lungo.

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DIECI DOMANDE AD ANDREA RAVEL

Dieci domande ad Andrea Ravel, a cura di Claudio Arnaudo

Il Longobardo è un libro scritto a 4 mani e si è classificato secondo nel concorso indetto da EEE per i romanzi storici. Questa l’intervista curata da Claudio Arnaudo ai due autori.

Il Longobardo

Siete padre e figlio, e scrivete in coppia, perché avete scelto di utilizzare uno pseudonimo invece dei vostri veri nomi?

Potremmo rispondere che i nostri nomi e cognome sono molto lunghi e occuperebbero una buona parte della copertina del libro. Questo è sicuramente vero, ma il motivo principale che ci ha spinti a scegliere uno pseudonimo è che Andrea Ravel è un elegante nom de plume, facile da ricordare e fa pensare subito a Ravello. Il nostro progetto, infatti, è quello di raccontare una saga familiare in più libri e ci piaceva l’idea che fosse proprio un membro della famiglia a scriverne la storia.

A questo proposito, non è irrealistico pensare ad una famiglia con una storia così lunga e ad una genealogia ininterrotta?

Non è frequente, ma è assolutamente possibile. Pensiamo ai Savoia o ai Capetingi. In Inghilterra molte famiglie nobiliari risalgono all’epoca della conquista normanna. Io stesso ho un amico i cui antenati sono entrati in Italia al seguito di Carlo Magno.

Perché avete scelto di scrivere un romanzo storico? E’ un genere che richiede molto lavoro di documentazione ed è facile commettere errori o anacronismi.

Siamo entrambi appassionati di romanzi storici e d’avventura e volevamo provare a scrivere una delle storie che ci sarebbe piaciuto leggere. Per quanto riguarda gli errori se ne possono commettere scrivendo qualsiasi opera di finzione. Siamo certi di averne commessi anche in “Terra di conquista” (speriamo pochissimi).

Potete fare qualche esempio di errori evitati?

Cominciamo da uno evitato per caso: nella prima stesura del romanzo uno dei personaggi dice che gli piace la minestra di zucca. In una revisione successiva abbiamo eliminato la frase perché non ci piaceva, ma solo successivamente ci siamo ricordati che zucca è originaria dell’America e fino al XVI secolo non era conosciuta in Europa.
In un altro caso, un amico a cui abbiamo fatto leggere la bozza del manoscritto ci fatto notare che l’espressione “a pochi pollici dal mio viso” non era possibile all’epoca perché il pollice è un’unità di misura anglosassone.
Per finire, l’editore ci ha segnalato che non era opportuno scrivere “nello spazio di un’ Ave Maria”, perché la preghiera con il saluto a Maria risalirebbe al XVI secolo. L’abbiamo sostituita con “nello spazio di un Pater.”

Perché avete deciso di pubblicare in formato e-book?

L’e-book non è solo un diverso supporto su cui leggere, ma è anche un modo diverso di approcciare il prodotto libro da parte di tutti: autore, editore, distributore e lettore.
Finora il mondo dell’e-book è stato esplorato solo molto parzialmente e non ne sono state sfruttate tutte le enormi potenzialità, soprattutto in Italia. Tuttavia presenta già oggi alcuni aspetti positivi: garantisce una distribuzione universale e immediata (basta un click), costi di pubblicazione contenuti e, di conseguenza, prezzi più bassi per i lettori. Alcuni editori più coraggiosi e lungimiranti lo hanno capito ed hanno puntato sull’editoria on-line; grazie a loro molti aspiranti scrittori hanno potuto diventare scrittori effettivi senza dover passare attraverso le forche caudine della stampa e della distribuzione fisica, operazioni che gravano sul prezzo di copertina di un libro senza fornire in cambio alcun vantaggio al lettore. Comunque “Terra di conquista” avrà anche il formato cartaceo, per chi proprio non può farne a meno.

Qual è, secondo voi, la giusta proporzione tra storia e finzione in un romanzo?

Non esiste un mix ideale. Chi scrive un romanzo storico non dovrebbe mai dimenticare di essere prima un intrattenitore, e poi uno storico. La cosiddetta “verità storica” deve scaturire dalla trama e dalle azioni dei personaggi. Inoltre la relazione tra storia e finzione dipende dal periodo storico: scrivendo dell’epoca dei Longobardi non esiste una grande quantità di storia documentata e il narratore ha a disposizione uno spazio più ampio per integrare con la sua fantasia o introdurre elementi avventurosi.

In “Terra di conquista” utilizzate la narrazione in prima persona. Non credete che un romanzo ambientato nel Medioevo possa risultare poco credibile se scritto in prima persona?

La vera difficoltà della narrazione in prima persona è che è difficile fornire al lettore informazioni che il protagonista non conosce e questo rende il lavoro dello scrittore più difficile. Ma la trama e la struttura del romanzo non ci lasciavano scelta. Solo Giulio Cesare scriveva di sé in terza persona!

Avete scritto una corposa nota storica. La ritenete indispensabile in un romanzo storico?

Non pensiamo sia obbligatorio, ma secondo noi è una buona pratica. Chi legge ha il diritto di sapere quale sia la storia reale e quale quella inventata, così come deve conoscere quali sono le libertà che l’autore si è preso. Un altro elemento importante è la bibliografia, nella quale il lettore può trovare ulteriori informazioni e approfondimenti.
C’è però un aspetto che vorremmo mettere in risalto: “Terra di conquista” ha richiesto tre anni di lavoro preliminare sulle fonti originali, visite a musei e siti archeologici e la lettura di decine di saggi. Alla fine tutto questo patrimonio di informazioni è stato filtrato dalla narrazione e quasi non si nota leggendo il romanzo. Ed è bene che sia così, perché riteniamo che un narratore scriva per raccontare una storia e non per fare sfoggio di cultura.

Quali scrittori vi hanno ispirato di più?

Oggi il romanzo, soprattutto quello storico e d’avventura, è anglosassone, e i modelli non possono che venire da lì. Tra i contemporanei metteremmo al primo posto Tolkien bravissimo nel creare un universo fantastico perfettamente plausibile. Poi due ladies, Dorothy Dunnet e Hilary Mantel: di loro ci piacerebbe possedere il rigore e la capacità di evocare con assoluta precisione epoche e situazioni. Patrick O’Bryan è un punto di partenza fisso per chi vuole scrivere di una coppia di protagonisti. A John Grisham ci siamo ispirati per lo stile, asciutto e semplice, ma con un vocabolario abbastanza ricco, e per la fluidità nella costruzione dei periodi. Tra i grandi del passato Dumas padre per il mix perfetto tra storia e avventura. Fuori dal mondo anglosassone e sopra a tutti Umberto Eco. Lui è il romanzo!

Quanto è difficile scrivere in due? Vi capita mai di essere in disaccordo o di litigare?

Molto spesso e quasi su ogni cosa, ma se non fosse così scrivere sarebbe veramente noioso!

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Intervista ad Alessandro Cirillo

Intervista ad Alessandro Cirillo

nessuna sceltaNessuna scelta è un romanzo che ha il sapore delle spy story di una volta, in cui la trama definisce i buoni e i cattivi, lasciando l’onere agli eroi di salvare il mondo. Tuttavia, a differenza dei classici a cui siamo abituati, come Ian Fleming o Robert Ludlum, Alessandro Cirillo utilizza il suolo nostrano e protagonisti spiccatamente italiani per dare vita a scenari internazionali, che ben si accordano con la cronaca reale, di tutti i giorni. Dunque, il filone delle Action Stories all’italiana hanno trovato un degno rappresentante del genere.

  • Come nasce la passione per tutto ciò che è militare?

La passione è nata inspiegabilmente già quando frequentavo la scuola materna. Ricordo quando giocavo con le costruzioni insieme agli altri bambini. Mentre tutti realizzavano case, automobili o treni, io facevo pistole e fucili. Nel corso degli anni ho continuato ad interessarmi a questioni militari, ma il punto di svolta l’ho raggiunto quando ho letto il primo libro di Tom Clancy. Da lì ho iniziato a documentarmi più seriamente.

  • I tuoi due protagonisti, già visti in Attacco allo Stivale, sono ispirati da persone reali o sono frutto della tua fantasia?

Con la mia passione sarebbe stata naturale una carriera nelle forze armate. Purtroppo a causa di una lieve scoliosi sono stato riformato alla visita di leva. La delusione è stata forte ma l’interesse per le questioni militari non è mai scomparso. Uno dei miei due personaggi principali rappresenta in un certo senso l’uomo che avrei voluto diventare quando ero ragazzo. L’altro personaggio ha qualche tratto caratteriale del mio più caro amico.

  • L’ambientazione scelta è quella fra Afghanistan e Pakistan, quante ricerche hai dovuto svolgere per poterla rendere così realistica?

Scrivere action thriller non è una cosa facile, tutta la storia deve risultare il più credibile possibile. Prima di iniziare è necessaria una corposa fase preparatoria volta a raccogliere informazioni. La difficoltà raddoppia quando ci sono scene che si svolgono nel passato o in luoghi lontani da dove l’autore vive e in cui non ha mai messo piede. Al giorno d’oggi internet è sicuramente lo strumento essenziale per queste ricerche. Con Nessuna scelta ho provato a cimentarmi in un romanzo nello stile di Tom Clancy. Per farlo mi serviva una potenziale crisi internazionale. Dopo aver studiato diverse zone calde del mondo ho scelto l’Afghanistan e il Pakistan. Quest’ultimo è uno Stato con discrete capacità militari (nel libro ingigantite per scopi narrativi), possesso di armi nucleari e una situazioni politica abbastanza instabile. Le forze armate hanno un’influenza piuttosto forte nel Paese. In Afghanistan l’esercito nazionale è stato addestrato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, tra cui l’Italia. Nonostante i milioni di dollari spesi è ancora piuttosto debole. Molti soldati sono arruolati giusto per avere uno stipendio. Nel romanzo descrivo il modo in cui le truppe si sciolgono come neve al sole durante l’avanzata delle forze pachistane. Ripensando alla disfatta dell’esercito iracheno (addestrato sempre dagli occidentali) contro l’ISIS ho capito di non essere andato lontano da quello che succederebbe nella realtà.

  • Altrettanto realistiche sono le scene d’azione, molto visive. Come studi la descrizione?

Buona parte del merito va alle centinaia di film d’azione visti nel corso della mia vita. Nei miei libri ho però eliminato le esagerazioni hollywoodiane, come Rambo che uccide da solo un battaglione intero. Le mie scene d’azione si avvicinano il più possibile a come  si svolgerebbero nella realtà, che non sempre è fatta di movimenti limpidi e puliti. Per esempio, durante la scena finale di Attacco allo Stivale il protagonista Nicholas Caruso si trova a dover mordere il braccio del suo avversario per evitare di essere strangolato.

  • Molti pensano che l’Italia sia esentata da certe situazioni, ormai tristemente famose, come l’11 settembre. Tuttavia, diversi fatti dimostrano che non è così. Tu cosa ne pensi?

Nessuno può considerarsi al sicuro da attacchi terroristici. I servizi segreti e le forze dell’ordine fanno sicuramente un ottimo lavoro per cercare di prevenire queste situazioni, tuttavia, non possono essere ovunque e in qualsiasi momento. Io credo che il pericolo maggiore sia costituito dai cosiddetti “cani sciolti”, persone spesso non legate a nessun movimento terrorista. Non ci vuole nulla a entrare  con una pistola in un centro commerciale affollato e fare una strage.

  • Anche se i tuoi sono libri autoconclusivi, il filo conduttore dei due romanzi è uno solo. Pensi di proseguire su questo filone e avventurarti, sperimentando, in altri generi o sei affezionato alla spy story d’azione?

Sono troppo affezionato al genere spy story d’azione, per il momento non ho intenzione di abbandonarlo. Nel 2015 uscirà il mio terzo libro che ha come protagonisti ancora una volta Nicholas Caruso e Ruben Monteleone. Per questo romanzo ho lasciato perdere il terrorismo concentrandomi suoi collegamenti tra mafia e politica. Approfitto per ringraziare Giancarlo Ibba per avermi aiutato cesellare il testo e renderlo sicuramente più bello.

  • Gli ultimi fatti di cronaca rendono il tuo lavoro di capotreno un mestiere rischioso, almeno quanto quello dell’agente operativo. Che provvedimenti pensi potrebbero essere presi per prevenire avvenimenti vergognosi, come quelli presenti sui giornali, soprattutto nell’ultimo periodo?

Faccio il capotreno dal 2006 e da allora il fenomeno delle aggressioni al personale ferroviario è aumentato di anno in anno. Nel 2014 ci sono state già più di trecento aggressioni ai danni del personale delle ferrovie. Il mese scorso un capotreno in Sicilia è stato accoltellato a un polmone, un altro si è ritrovato con entrambi i polsi fratturati, mentre una collega è stata buttata giù dal treno (fermo per fortuna). Giusto qualche giorno fa ho dovuto gestire un tipo piuttosto aggressivo che voleva salire senza biglietto. La situazione si sta facendo drammatica. Per risolverla occorrerebbe un potenziamento della polizia ferroviaria e un inasprimento delle pene contro gli aggressori. Nella realtà succede, invece, che i posti di Polizia vengono chiusi, gli agenti ridotti e gli aggressori spesso non fanno neanche un giorno di carcere a causa di simpatici provvedimenti come l’indulto. Per cercare di difendermi da solo, da diversi anni ho scelto di praticare una disciplina di difesa personale di origine israeliana, il Krav maga.

  • Quanti libri riesci a leggere in un anno? E quali sono i tuoi autori/generi preferiti?

Mediamente riesco a leggere tra i quaranta e i cinquanta libri l’anno. Il mio genere preferito è ovviamente la spy story d’azione ma adoro anche il romanzo storico e i libri di storia militare. Tra gli autori che amo leggere, oltre a Tom Clancy, ci sono Patrick Robinson e Andy Mc Nab.

  • Quando Alessandro Cirillo non scrive come impiega il suo tempo?

Scrivere impiega buona parte del mio tempo libero. Oltre ai libri ci sono la cura del mio blog e la collaborazione con una rivista che opera nel settore militare. Fino a qualche tempo fa, oltre al Krav maga, giocavo anche a calcio e andavo a nuotare. Attualmente mi dedico solo alla difesa personale. Saltuariamente mi rilasso con il modellismo militare. Sono inoltre un grande appassionato di serie animate come i Simpson e i Griffin.

  • Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Il mio progetto più immediato è quello di diventare papà, ormai mancano pochi mesi. Voglio anche continuare a scrivere, in lavorazione c’è un quarto libro che trae spunto da una controversa vicenda accaduta negli anni novanta.

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Intervista a Lory Cocconcelli

Intervista a Lory Cocconcelli

Il Continente Nero racchiude in sé le origini dell’umanità e della cultura, nonché le radici dei misteri che hanno costituito la base per il folclore che accomuna molti popoli. In questo saggio, Lory Cocconcelli affronta la magia africana con lo spirito neofita di chi approda in una terra ricca di colori, odori e suoni, e scopre come la tecnologia moderna possa serenamente convivere con rituali antichi come il tempo stesso. Ma non vi è contraddizione, solo la conservazione di superstizioni e pratiche che, a tutt’oggi, fanno parte della cultura quotidiana. L’autrice ha affrontato questo viaggio nella magia non solo da un punto di vista puramente folcloristico, ma anche ricercando, da vera studiosa, tutte quelle nozioni che avrebbero potuto avvalorare alcuni aspetti tipici delle credenze locali. Dunque, Africa è un libro in grado di avvicinare la mentalità europea a quella africana, offrendo punti di vista del tutto inaspettati.

  • Perché hai deciso di scrivere un saggio su questo argomento. Cosa ti ha spinta a farlo?

Ho deciso di scrivere questo saggio per portare alla luce alcuni aspetti poco conosciuti della cultura africana – anche se occorrerebbe parlare di culture dal momento che i popoli neri sono tanti e ognuno vanta le proprie tradizioni -. Aspetti che si possono scoprire soltanto vivendo sul territorio a stretto contatto con i locali e non come semplici turisti.
Noi occidentali vediamo l’Africa attraverso la lente distorta dei media che focalizza immancabilmente l’attenzione su malattie, arretratezza e povertà del continente. Ma c’è di più, molto di più. Mi riferisco a un universo culturale, etnico e religioso che vale la pena conoscere e approfondire perché l’uomo moderno – cioè noi – deve le sue origini proprio a questa area del mondo.
E’ stato durante il mio primo viaggio in Senegal che ho iniziato a raccogliere le testimonianze riportate nel libro, che focalizza sì l’attenzione sull’Africa occidentale, ma che rispecchia per i suoi contenuti quasi tutti i paesi del continente.
Il “la” mi è stato dato da un ragazzo burkinabé, conosciuto al Centro Culturale Francese di Dakar, assunto in seguito come body guard (figura della quale mi avvalgo ogni volta che soggiorno in Africa, quand il le faut…). Ebbene questo ragazzo, di fede animista, con i suoi racconti mirabolanti di streghe e stregoni, mi ha introdotta a poco a poco nel culto cardine, nelle tradizioni e nei costumi del continente nero.

  • In che modo sei venuta a conoscenza degli usi, costumi e tradizioni locali? E quali sono state le ricerche che hai fatto?

Vivo in Africa quattro mesi l’anno, buona parte dei quali trascorsi a contatto con gli africani.
Sono una persona curiosa per natura, mi piace immergermi nel contesto nel quale mi trovo. Credo che lo scambio sia molto importante. E’ grazie al dialogo con le persone che si possono instaurare rapporti, comprendere le diversità e arrivare a formulare considerazioni.
Nell’Africa occidentale ho sempre e soltanto vissuto nei “quartieri neri”, ciò significa niente asfalto, acqua e corrente che vanno e vengono, pasti cucinati da ristoratrici improvvisate e sabbia e galline e capre ovunque (nella parte orientale, in cui sono stata recentemente per evitare il virus ebola, mi sono concessa qualcosa in più).
Con gli africani ho anche lavorato, ho instaurato amicizie che durano a tutt’oggi. Senza quella condivisione, di spazio e di tempo, e senza la fiducia reciproca, non avrei raccolto le testimonianze che sono riportate nel libro perché certe cose, quelle di cui io parlo in alcuni passaggi, i neri non amano divulgarle. Diciamo pure che hanno un atteggiamento di totale chiusura nei confronti di certi argomenti. Per questa ragione, il ragazzo burkinabé che mi ha introdotta nel mondo animista e aiutata a raccogliere testimonianze intervistando per mio conto marabouts e féticheurs, non ha voluto che il suo nome comparisse per esteso nel libro.
Per cultura, noi occidentali abbiamo la tendenza a razionalizzare, a incasellare le cose, i concetti e perfino le ideologie, laiche o religiose che siano. Io per prima, a un certo punto, mentre scrivevo la prima bozza del libro, non essendo un’accademica, ho sentito il bisogno di rapportarmi con le fonti cosiddette scientifiche. Ho trascorso vari mesi nella biblioteca universitaria di Dakar, cercando di dare un nome a ciò che mi veniva raccontato, di trovare riscontri, di comprendere come antropologi ed etnologi giustificassero le pratiche animiste e di come le avessero incasellate e classificate nel corso del tempo. Ne è uscito un quadro interessante che ha messo in risalto una certa dissonanza non soltanto tra il pensiero africano e quello europeo, ma anche tra gli stessi enunciati della scienza.

  • In che modo ti sei posta nei confronti delle tradizioni africane? Con l’occhio disilluso, cinico e disincantato degli occidentali o con un atteggiamento più aperto e più simile a quello naturale e quasi, se possiamo dirlo, più ingenuo delle popolazione con cui sei venuta a contatto?

 Ho cercato di liberarmi dei miei preconcetti – venendo da un’altra cultura era inevitabile che ne avessi -, di aprire la mente e di ascoltare. Penso di esserci riuscita. Quanto al cinismo e al disincanto, non ritengo siano atteggiamenti costruttivi quando ci si rapporta con le tradizioni di un popolo.
Devo dire, però, che certe convinzioni su cui fa perno l’animismo africano restano per me incondivisibili, pur avendone compreso i meccanismi. Comprendere non significa necessariamente aderire quanto piuttosto capire.
Ciò che sostengo con forza, qui e nel libro, è che il patrimonio culturale nero, non deve essere sminuito perché proprio di una parte del globo considerata arretrata. Esso racchiude in sé un universo di proporzioni strabilianti che, condivisibili o meno, sono espressione di tradizioni millenarie.
Dei popoli africani abbiamo una visione stereotipata che li vuole ignoranti, creduloni e arretrati. Se le classi dirigenti dei nostri paesi “evoluti” ci avessero deliberatamente privato dell’istruzione, saremmo certamente ignoranti anche noi, ma ciò non avrebbe influito sulla scelta della nostra appartenenza religiosa.

  • Quanto di quello che ti circondava ha influenzato il tuo modo di vivere e di vedere gli avvenimenti quotidiani?

Dagli africani ho imparato ad affrontare la vita con un pizzico di scioltezza in più, a cogliere il lato migliore delle cose, a vivere il tempo senza rincorrerlo. Il nero è pigro, si muove con i suoi tempi. Accogliente, vitale e ottimista, conserva una sorta di purezza che noi occidentali abbiamo perduto. Non è mai bene generalizzare quando si parla di un popolo – sarebbe come definire gli italiani una manica di mafiosi truffaldini o affermare che tra i neri non ci sono persone dinamiche, false o disoneste – ma qualche tratto comune, dopo vari anni trascorsi in diversi paesi dell’Africa, posso permettermi di delinearlo. Faccio riferimento, ovviamente, all’africano del popolo, non al politico o al businessman (che fanno parte di una categoria a sé).
Quanto all’animismo di cui ho scritto, non credo che abbia influenzato il mio modo di vivere o di vedere gli avvenimenti quotidiani. Non porto un amuleto, e quando sono in Africa e ho un problema di salute non consulto un guaritore ma un medico, non per sfiducia ma perché i nostri farmaci e i nostri metodi diagnostici (quasi sempre) sono più rapidi ed efficaci. Riguardo streghe e féticheurs, il loro operato è testimoniato dalla sentenze delle Corti Penali dei tribunali africani, ma io non sono mai stata interessata a testare di persona i loro cosiddetti poteri. Lascio all’Africa ciò che è dell’Africa. Se il mio compagno dovesse lasciarmi, non ricorrerei di certo a un sortilegio per farlo tornare da me.
Ciò in cui io credo, e in cui ho sempre creduto, non è mutato. Semmai, ora, ha confini più ampi.

  • Come vivi i tuoi periodici addii alle radici occidentali e a quelli delle nuove radici africane?

Un poeta scrisse “partire è un po’ morire”. Metafora un tantino drammatica.
Direi che mi si addice di più “Chi viaggia vive la sua vita due volte”.
Per quanto mi riguarda, parto per l’Africa ogni volta con entusiasmo pensando a ciò che mi attende e rientro felice, con il desiderio di riabbracciare i miei affetti.
In una vita precedente devo essere stata una nomade!
Scherzi a parte, quando lascio l’Italia mi allontano dai miei cari, mi privo delle mie abitudini e delle piccole cose che mi sono famigliari ma è per andare in un luogo che mi piace, che desta in me un vivo interesse, che mi sazia di sole, sorrisi, paesaggi, odori e colori.
Gli addii li vivo molto serenamente.

  • Tu soffri il famoso mal d’Africa divenuto popolare attraverso le pagine di Karen Blixen?

Tra tutti i paesi in cui sono stata, quelli africani sono quelli che mi hanno regalato le emozioni più forti. Forse è per questo che amo tanto l’Africa. Non manco di realismo, però, e non posso non sottolineare che nella sua immensa bellezza sa anche essere molto dura e mostrarsi, talvolta, un concentrato di molti mali (per dirla alla Thomas Sankara).
Ma veniamo a Karen Blixen. L’autrice ambientava il suo libro in un’area ben precisa del continente, l’altipiano del Ngong. Le descrizioni dei paesaggi, peraltro superbe, dei tramonti, degli animali selvaggi non rispecchiano l’Africa intera, come pensa chi non c’è mai stato, ma riguardano quei luoghi in particolare. Luoghi bellissimi, che io ho visitato, ma che non possono far insorgere un generico “mal d’Africa” quanto piuttosto uno specifico “mal di Kenya”. La Blixen, con la sua visione romantica, ammantava la “sua Africa” di pace e purezza; la realtà è un po’ meno dorata.
Gli africani che non arrivano a mangiare due volte al giorno o a pagarsi le cure mediche non soffrono il mal d’Africa. “Male” che insorge nelle persone mediamente agiate, nei turisti o nei viaggiatori che non sono costretti a subire ingiustizie e povertà, e che preferiscono il continente nero ad altri luoghi per una serie di motivi che io comprendo bene e condivido.

  • C’è qualche episodio particolare, fra tutte le esperienze che hai vissuto, che ti ha colpito maggiormente?

Gli episodi sono vari…
Un soldato dell’esercito che, dopo aver fatto inginocchiare un nero, colpevole di aver tentato una rapina ai danni di un Casinò, gli spara un proiettile in testa, alle cinque del pomeriggio, sul ciglio della strada di fronte al supermercato dal quale sto uscendo.
Un giardiniere (africano) che viene ferito nel corso di una rapina a mano armata nella villa di un facoltoso inglese per il quale lavora, che si rifugia, terrorizzato, nel Resort confinante scavalcando il muro di cinta, dove io ho appena finito di cenare. Il manager della struttura, un italiano, si rivolge a lui urlando: “Stai sanguinando cazzo! Mi sporchi il pavimento della reception, almeno vai sull’erba, stronzo!”
Gatti randagi coccolati da turisti di varie nazionalità, rimpinzati di biscotti sulla spiaggia, mentre bambini malnutriti osservano la scena.
Un bambino che, a distanza di tre anni, viene a stringermi la mano per ringraziarmi di un pallone che gli avevo regalato e di una letterina che gli avevo scritto, e che mi dice di conservarla ancora.
Un féticheur che vuole farmi bere una pozione magica come segno di benvenuto e si incaz.. di brutto quando rifiuto, e il mio body guard che sbianca letteralmente!

  • Come il folklore africano si inserisce nel contesto del terzo millennio?

Le nuove generazioni “urbanizzate” indossano t-shirt di Dolce e Gabbana (un must have), jeans e cappellini da rapper, ma sotto i loro abiti non è difficile veder spuntare un talismano.
L’Africa delle grandi città, ma anche quella degli agglomerati minori in cui i neri vivono a contatto con i bianchi, è un potpourri bizzarro; gli occidentali vogliono trovare tutto ciò che sta a casa loro, comfort, abbigliamento di tendenza, tecnologia, centri commerciali,… ed è fisiologico che i locali assimilino qualcosa di tutto ciò che si vedono passare sotto il naso. Mi è capitato di vedere musulmani in boubou che indossavano scarpe da ginnastica da cestista; Masai, con il loro abito tradizionale e la classica tanica di sangue tra le mani, fotografarsi a vicenda davanti al pupazzo di Babbo Natale; donne anziane a petto nudo (in Africa a una certa età è concesso e nessuno si scandalizza) offrire banane a turiste esterrefatte.
Diversa è invece la situazione nei villaggi remoti, meno (o per niente) contaminati dalla modernità e dal contatto con altre culture.
Il folklore è parte integrante della cultura di un popolo e ritengo che dovrebbe essere preservato. La globalizzazione mica si può divorare anche quello!

  • Quando Lory non scrive come occupa il suo tempo?

Se parliamo del mio tempo libero, quando non scrivo leggo (cosa, dipende dal mio stato d’animo o dall’interesse del momento), faccio attività fisica (se non mi muovo, sono come un leone in gabbia!) e ascolto musica (prevalentemente reggae e R&B). In cucina sono un disastro anche se mangiare mi piace molto… cibo italiano, africano, messicano, thai e indiano, soprattutto. Non sono molto mondana ma qualche seratona, in Italia come in Africa, me la concedo, adoro ballare!

  • Quali sono i tuoi progetti futuri sia in campo letterario che personale?

Per ciò che attiene al campo letterario, sto già lavorando a un secondo libro, sempre sull’Africa. Sono racconti brevi, di sapore naif, simili a quello della “Donna serpente” che apre il saggio. Vicende di stregoneria e storie macabre, sospese tra la leggenda e la realtà.
Per ciò che attiene al campo personale, ho un progetto ambizioso: trovare uno stregone potente che riporti in vita Bob Marley!

Jere jef (grazie)

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Intervista ad Andrea Tavernati

Intervista ad Andrea Tavernati.

l'intima essenzaUna forma d’arte antica, l’Haiku, che racchiude il cuore e l’anima di ogni istante, descrivendolo in poche sillabe. Un genere che potrebbe sembrare adatto ai nostri tempi moderni ma che, al contrario, incarna un invito alla riflessione e a considerare delle tempistiche che si discostano molto dalla frenesia odierna. Andrea Tavernati, autore del libro pluripremiato “L’intima Essenza”, espone in questa intervista i suoi punti di vista, in più parole di quelle che caratterizzano la stringente metrica dei suoi haiku, su argomenti che riguardano non solo la poesia.

  • Coma nasce la tua passione per questo tipo di composizioni?

In realtà molto lentamente. Mi sono imbattuto in questo genere poetico già durante l’adolescenza e mi ha incuriosito per la sua peculiarità. A quell’epoca risalgono i primi esperimenti. Poi mi sono progressivamente ritrovato a comporne in modo via via più sistematico, ma ancora oggi alterno momenti più “ispirati” a lunghi periodi durante i quali non scrivo neanche un haiku, o meglio non sono attraversato dal vento degli haiku, perché sono sempre più convinto che la volontà individuale in questo caso non conti davvero molto.

  • Quanto tempo ti richiede la stesura di uno dei tuoi haiku?

E’ molto variabile. Parto da un’intuizione, un’immagine, una sensazione o una sola parola. L’haiku si condensa intorno a questo nucleo iniziale. Talvolta in modo fulmineo. Altre volte l’idea mi naviga in testa per settimane o mesi senza prendere una direzione precisa; talvolta me ne dimentico e poi riaffiora da sola, senza una ragione precisa. Poi, quando la struttura dell’haiku è abbastanza ben definita, entra in gioco un lavorio più formale per ottenere il suono più adatto, i significati più precisi e l’andamento più consono all’emozione che cerco di esprimere. Ma in genere quest’ultima fase si sviluppa abbastanza rapidamente.

  • Che intervallo di tempo copre l’Intima Essenza, quanti anni di vita ci sono dentro?

Potrei dire tranquillamente che c’è dentro tutta la mia vita, anche perché non è una biografia esteriore, ma interiore. I fatti dell’animo hanno un tempo loro, campiture lente e improvvise accelerazioni che, in superficie, nella vita esteriore, a volte si rifrangono all’improvviso in avvenimenti irrazionali, che, agli occhi altrui, rimangono incomprensibili. Mentre nel sottosuolo dell’interiore vivono una realtà autonoma di cui la manifestazione poetica è una piccola spia, una presa di coscienza che chi scrive attua su se stesso con intento maieutico. Scrivere è, prima di tutto, un modo per interrogarsi e provare a capirsi.

  • Sei appassionato dell’oriente in genere o solo di questo tipo di forma espressiva?

Non sono un esperto di cultura orientale e non sono arrivato all’haiku per questo motivo. Al contrario, approfondendo le ragioni espressive e storiche dell’haiku ho scoperto un universo culturale diverso dal nostro e molto stimolante, che sto ancora imparando a conoscere, confrontandolo con le mie radici europee.

  • Fra le tue altre passioni c’è senz’altro l’arte, cosa ti affascina e ti spinge a cercare di capirla?

Provo da sempre uno straordinario interesse per tutte le forme di comunicazione che non hanno una finalità pratica, ma che si pongono come un tentativo di comprendere ed esprimere l’uomo e il suo rapporto con il mondo. Le arti figurative nel loro insieme e la musica sono esperienze complesse, al pari con le opere letterarie, e nelle loro manifestazioni più alte costituiscono la sintesi di un modo di essere e vivere. Mi interessano i grandi progetti, le visioni e le rivoluzioni che hanno cambiato e cambiano per sempre il modo in cui l’uomo pensa se stesso. Il Rinascimento artistico inventato da un manipolo di geniali artefici a Firenze, l’immenso edificio armonico di Bach, l’instancabile indagine sul percepire/sentire di Monet, la rivoluzione del vedere di Caravaggio, per esempio…

  • Tu che sei un pubblicitario, come vedi la possibilità, per un esordiente, di farsi conoscere a un pubblico abbastanza vasto?

La strada è tutta in salita! L’offerta di autori, anche di qualità, eccede notevolmente la domanda di un pubblico che legge sempre meno e sempre peggio. Quello da affrontare è un lavoro lento e continuo che l’autore non può più pensare di demandare completamente al ruolo dell’editore. Ogni occasione per incrementare la propria awareness, la propria notorietà, come dicono i pubblicitari, deve essere sfruttata. In questo senso il mondo digitale offre una costellazione quasi illimitata di opportunità a costo zero, o bassissimo, che l’autore può affrontare anche autonomamente. Non ci si deve aspettare però risultati fulminei o eclatanti. Anche il digitale è affollatissimo di voci e discernere la qualità vera non è facile. Occorre non perdere la pazienza e insistere essendo ben coscienti che non c’è nulla di scontato né di dovuto.

  • Qual è la tua opinione sul mondo editoriale attuale?

Prima di tutto, riallacciandomi alla domanda precedente, ritengo che il ruolo dell’editore sia ancora fondamentale, in quanto talent scout e promotore della conoscenza di un autore. Se può nascere qualcosa di buono, è dalla collaborazione tra autore ed editore. L’editore deve credere in quello che pubblica e l’autore non deve pretendere che il compito di promuoverlo sia solo affare dell’editore. Personalmente penso anche che l’editore debba svolgere un ruolo fondamentale come selettore all’ingresso: insomma deve poter dire di no su basi puramente qualitative, per quanto soggettive. Di conseguenza non credo nell’editoria a pagamento e nemmeno nel cosiddetto self publishing: una scorciatoia che ignora il vero problema, il quale non è come ritrovarsi tra le mani un prodotto stampato o stampabile on demand, bensì: cosa farne?
Quanto poi all’altra novità dei tempi, penso che la cosiddetta rivoluzione digitale sia inarrestabile, anche nel mondo dell’editoria. Il che non vuol dire che l’ebook sostituirà completamente il libro cartaceo, ma che le due forme convivranno, così come usiamo quotidianamente il computer, il tablet e la buona vecchia penna a sfera. Tuttavia i vantaggi pratici del digitale sono così evidenti che è ora che i legislatori e i grandi player nel mercato dell’editoria cavalchino il nuovo invece di contrastarlo.

  • Hai partecipato a diversi concorsi letterari sempre con ottimi risultati, cosa pensi del mondo dei concorsi e qual è, secondo te, la loro utilità per un poeta?

Per uno scrittore esordiente è un modo come un altro per farsi leggere e per capire se qualcuno nota del buono in quello che scrivi. Come è noto l’Italia è il paese dei concorsi e ce n’è veramente per tutti i gusti (letterari). Quelli davvero prestigiosi sono però pochissimi e in questi il ruolo delle grandi case editrici è importante. Il resto è un universo vario e a tratti pittoresco. Purtroppo i concorsi completamente gratuiti sono sempre meno, ma il contributo richiesto è per lo più minimo. Quanto agli esiti che si ottengono, penso che l’atteggiamento giusto sia quello di rallegrarsi per le vittorie e non farsi troppe domande per le sconfitte: i criteri decisionali delle giurie sono imponderabili ed imperscrutabili, oltre che inevitabilmente soggettivi.
Concludo che non bisogna neanche aspettarsi ricadute significative quando si vince: nessuno mi ha mai contattato per dar seguito al riconoscimento con qualche ulteriore iniziativa, fosse anche scrivere un articolo. Insomma, i concorsi possono far bene al morale e fanno curriculum.
Punto e a capo.

  • Cosa fa Andrea Tavernati quando non scrive?

Sarebbe più giusto chiedere quando riesco a trovare il tempo anche di scrivere! Come hai detto, di mestiere faccio il creativo pubblicitario e quindi passo buona parte della mia settimana sul posto di lavoro. Essendo copywriter per fortuna il mio lavoro ha sempre a che fare con la scrittura e la comunicazione: un ottimo esercizio quotidiano. Poi ho una famiglia, collaboro con la Casa della Poesia di Como e con altre due associazioni culturali locali. Infine, leggo. Occupazione non secondaria per chi ama scrivere.

  • Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Il cantiere è sempre aperto: attualmente ho nel cassetto una raccolta di racconti inediti, che mi sono convinto, dopo lunghi ripensamenti, essere pronta per una eventuale pubblicazione. Poi sto mettendo a punto una raccolta di poesie più “classiche”, che mi pare a buon punto e nel 2015 vorrei continuare il progetto di un romanzo mainstream di ampio respiro rimasto a livello di abbozzo negli anni ’90 e che ho ripreso in mano solo l’anno scorso.

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Intervista a Franco Pulcini

Intervista a Franco Pulcini

il maltempo dell'amoreLa trama di “Il maltempo dell’amore” catapulta immediatamente il lettore all’interno della storia, catturandone l’attenzione al punto da costringerlo a proseguire fino alla fine. Lo stile fluido, scanzonato, semplicemente ricercato, crea la giusta atmosfera per porre dei personaggi su una barca e trascinarli per mare, in mezzo alle più disparate avventure e disastri. Fra un cambio di rotta e un approdo, la storia s’intreccia e s’infittisce portando i protagonisti a vivere una spy story indimenticabile, in cui la drammaticità è spesso stemperata dall’ironia e dalle caricature con cui Franco Pulcini dipinge determinati ruoli per gli avversari.

  • Come nasce l’idea di utilizzare il mondo marittimo per ambientare una storia?

La scrittura non è nuova alle storie di mare. Si sa che i comportamenti di marinai e capitani sono spesso sbrigativi, per non dire brutali. Per mare non c’è tempo per i complimenti, come in un salotto. Il mare è solitudine, sopravvivenza. Di qui l’idea di una resa dei conti fra due amanti in via di separazione, entrambi con un brutto carattere. Sono due che si amano e si detestano. Li ho imbarcati, e poi loro – tu sei una brava scrittrice, e lo sai meglio di me – han fatto tutto da soli…

  • Tenendo conto del linguaggio tecnico e ricercato, quanto Franco Pulcini è in realtà un amante del mare e della vela?

Sono velista e amante del mare, anche perché un po’ misantropo. Ho un amico editore che mi ha spiegato che i lettori hanno piacere di imparare cose leggendo una storia. Così, mentre i miei due innamorati-nemici si strapazzano, i lettori fanno anche un piccolo corso teorico di vela e navigazione, senza il pericolo di bagnarsi o di essere insultati dagli istruttori di Caprera o della Lega navale.

  • I tuoi personaggi si trovano sempre sopra le righe, non fanno mai quello che il lettore si aspetta e non si possono considerare come delle “normali” figure letterarie. Chi e che cosa ha ispirato questa scelta?

Beh, non mi piacciono le persone troppo normali… Loro sono due pazzi scriteriati in preda a una pericolosa esaltazione narcisistica. Però, proprio perché personaggi ‘estremi’, posti in una situazione ‘estrema’, se non letterari, divengono quanto meno cinematografici. So che un mondo di ricchi capricciosi, messi a confronto tra loro, può anche non piacere, ma per chi scrive cercare di rendere interessanti personaggi detestabili di primo acchito è una sfida che ti aguzza l’ingegno.

  • In uno dei commenti che ti sono stati rivolti vieni paragonato a Moravia o a Kundera, ti ritrovi con questi accostamenti o ti senti più affine a qualche altro scrittore?

Mi vergogno un po’ a dirlo, ma, sebbene abbia letto molto Kundera, non ho mai letto Moravia. Io non sono un grande lettore, e francamente non saprei dire a chi assomiglio. A me piacerebbe scrivere con la profondità di Jonathan Franzen. Una mezza pagina di Alice Munro mi fa venire voglia di lasciar perdere la scrittura. Ho adorato scrittori tosti e ossessivi come Elfriede Jelinek e Thomas Bernhard. Fra gli autori di EEE, ammiro molto Paolo Ferruccio Cuniberti. Ma non credo di assomigliare a nessuno dei citati. Mi scappa sempre qualche sarcasmo di troppo. Non prendo la vita abbastanza sul serio.

  • La passione veleggia per tutta la storia, portando venti di burrasca in ogni incontro/scontro fra René ed Ede. Una tematica romantica che ben si adatterebbe anche a una scrittura femminile. Come affronta il “rosa” uno scrittore di sesso maschile?

Gli uomini, sui sentimenti, sono spesso debolucci. Vanno appena un po’ meglio con le passioni. Ma anche qui, quelle secchione delle donne li sbaragliano. La mia storia d’amore è al limite con l’attrazione fatale. Il suo nucleo si fonda però su di un archetipo diverso: l’uomo arcaico che infuria per la difesa della donna, indipendentemente dal fatto che l’ami o la detesti. Inoltre la vuole strappare al rivale. Roba da uomini. Che però può piacere anche a donne stufe del rosa sospiroso e avide di mitologia.

  • Quale dei personaggi del tuo libro si avvicina di più allo scrittore? Ovvero, quale dei personaggi da te descritti, raccoglie in sé parte del tuo carattere e del tuo modo di vedere la vita?

Evidentemente il protagonista, in forma di proiezione di desideri. E non alludo al fatto che mi piacerebbe essere quel che non sono (giovane, bello, milionario, impavido velista), ma perché la finzione narrativa è l’unico luogo in cui puoi uccidere. Da bambino ho sognato molto spesso di uccidere per autodifesa. Poi ho smesso, ma qualcosa deve essere rimasto. Il versante saggio della mia natura è però incarnato dalla nonna di Ede, alla quale vanno anche le simpatie di diversi lettori, oltre che la mia.

  • Sappiamo che sei un grande appassionato di musica. E la musica, in quanto ritmica, fa parte di ogni cosa della vita, a partire dal battito del cuore per finire al nostro muoversi negli spazi. Quanto conta il giusto “ritmo” nella stesura della trama di un romanzo?

I suoni delle parole sono parte integrante del loro vero significato. La lunghezza dei periodi deve avere varietà. La ricchezza del linguaggio è simile a quella dei suoni e dei suoi impasti. La punteggiatura segue i respiri della lettura e gli ingombri nella mente. Gli spazi della narrativa devono essere precisi. Scrivere un periodo è come ammobiliare una stanza di frasi. Ci dobbiamo sempre dare una forma, magari per trasgredirla. Anche la prosa ha una sua metrica, come la poesia. Chiunque desideri scrivere bene usa metri e versi nascosti. Spesso irregolari, ma attentamente costruiti e ben rifiniti. La scrittura è poliritmica, perché con una mano battono il tempo i significati e con l’altra lo batte il suono delle parole.

  • Quali sono state le difficoltà che hai potuto riscontrare nello scrivere il tuo libro? E quali sono state le tue impressioni in merito all’odierno mondo editoriale?

Non credo di avere avuto difficoltà nello scrivere il mio libro, a parte il fatto che in origine aveva una continuazione diversa ed era molto più breve. Quando l’ho riscritto, ho tagliato alcune parti e una coda di una cinquantina di pagine, che avrei anche potuto lasciare con qualche aggiustatura. È curioso che alcuni lettori si chiedano cosa hanno fatto dopo i protagonisti: io lo so. Uno mi ha anche chiesto di leggere la continuazione tagliata, ma io non gliel’ho data perché non è del tutto coerente con la storia come è ora.

Penso che l’editoria attuale debba puntare sui long-seller, perché un e-book può restare in catalogo per anni finché qualcuno si accorga che è bello, se lo è… Spero che venga presto il momento in cui ci siano in giro meno instant-books, cartacei effimeri di televisivi, politici, giornalisti, persone famose, e più e-books molto meditati e ben rifiniti di aspiranti scrittori che se la giocano tra loro a chi è più bravo sulla distanza. Un collega che presentò un mio saggio esordì al Salone del libro di Torino del ’93 dicendo: “io non ce l’ho con i politici perché sono intriganti, bugiardi e disonesti, o perché mandano in rovina il paese, che tanto ci andrebbe comunque, MA PERCHE’ SCRIVONO LIBRI!!!!”

  • Quando Franco Pulcini non scrive, come occupa il proprio tempo?

Mi guadagno da vivere, tanto come insegnante al Conservatorio, quanto come esperto di storia della musica e drammaturgia alla Scala. Poi faccio il musicologo e vengo chiamato per scritti e conferenze su quegli autori di cui sono esperto, come Janacek e Sostakovic. Vado al mare e in montagna con mia moglie. Mi dedico alla casa. Viaggio poco. Potrei anche evitare di scrivere romanzi, ma per ora non mi riesce ancora.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Se alludi ai progetti letterari, è appena uscito per EEE il mio primo romanzo “Lei è una grande”, rimasto per anni inedito, con la storia di un diciassettenne degli anni sessanta che viene cazziato dalla madre perché a lui piacciono, come dice il titolo, le donne grandi d’età. Non è un noir-rosa-giallo come “Il maltempo dell’amore”, ma un romanzo normale (si fa per dire…). Ne sto scrivendo un terzo, ma sono solo a metà: questo è un ‘giallo con indagine’ di ambientazione musicale: diciamo che è un viaggio nell’inferno del teatro lirico dietro il sipario. Il mio mondo, ancor più della vela.

 

Intervista a Massimo Licari

Intervista a Massimo Licari

quando gli dei tornerannoPartendo dalle teorie di Sitchin, Massimo Licari ricostruisce un passato che si affaccia su un presente in cui nulla pare cambiato. In cui la storia, con il suo ciclico ripetersi, riflette le miserie e le follie di un’umanità restia a trarre un insegnamento dai propri errori. Potere, corruzione e fanatismo sono ancora alla base di una possibile distruzione del genere umano e, forse, questa volta non vi sarà l’amorevole mano di un Dio a salvarci.

  • Da dove hai preso spunto per una trama così particolare?

Caspita, che bella introduzione!
Potresti fare una recensione al mio libro, che ne pensi?
Dai, faccio il serio.
L’idea di “Quando gli dei torneranno” è partita da uno spunto che mi ha dato un caro amico. Mi stava raccontando di un gruppo di persone che ha deciso di vivere al di fuori della nostra società. Queste persone hanno creato una sorta di comune all’interno della quale sono liberi di professare la loro fede cercando nel contempo di vivere in armonia con la natura. C’è un tempio e, come tutte le forme di religiosità poco conosciute, si racconta che i propri membri pratichino alcuni riti misteriosi. Inizialmente, infatti, il titolo del libro al quale avevo pensato era “La congregazione”.
Poi, quando l’ho fatto leggere al gruppo di Lettura Incrociata (servizio preziosissimo, di grande aiuto per me. Grazie ragazzi!) mi hanno fatto notare che nel libro il termine “la congregazione” non era mai stato usato. A quel punto è cominciata la parte più difficile: trovare il titolo del libro.

  • I personaggi sono lontani dai classici stereotipi dell’eroe, perché questa scelta di stile?

Perché gli eroi mi annoiano.
Io credo che sia più facile immedesimarsi nella persona comune piuttosto che nel personaggio che, senza paura, è capace di affrontare e sbaragliare i “nemici”. La domanda che spesso mi sono fatto è: ma cosa farei io se mi trovassi in quella situazione?
Certo, l’eroe ci esalta, ci emoziona, ma trovo che sia molto lontano dal nostro modo di affrontare le situazioni. Quindi, com’era successo per “Paralleli”, il mio primo libro, ho disegnato un protagonista decisamente “normale”.

  • Quanto studio o ricerca hai dovuto svolgere per documentarti?

Grandi ricerche e notti intere senza riuscire a chiudere occhio.
Forte, vero?
Non è vero…
Ho letto diversi libri di Sitchin e per tanti anni sono stato uno studioso dei testi biblici. Diciamo che ho attinto molto dal bagaglio che mi porto dietro. Poi, ovviamente, ho fatto anche delle ricerche puntuali su alcuni aspetti specifici. Quando nel libro ho affrontato il racconto del diluvio universale, ho cercato di renderlo verosimile, facendo delle ricerche sui luoghi e sulle loro caratteristiche.
Ma sono stato anche aiutato.
Pensavo che la fascia di asteroidi che c’è tra Marte e Giove fosse un luogo difficilissimo da attraversare per il rischio di colpirne qualcuno. E così l’avevo descritto. Ma poi qualcuno (grazie Gianluca Santeramo) mi ha fatto notare che nella realtà si potrebbe attraversare la fascia senza incontrarne nemmeno uno!
Così mi sono documentato e ho dovuto riscrivere quel capitolo.

  • Quale delle tre teorie “creazionistiche” (biblica, evoluzionistica, genetica) pensi sia quella che più si avvicina al tuo modo di vedere sia l’oggi che il domani?

Nessuna delle tre. O forse tutte e tre.
Insomma, è un discorso molto, forse troppo, profondo per essere affrontato così. Se un giorno scriverò la mia autobiografia…
Scherzi a parte, la mia visione della vita si avvicina molto (anche se non è molto aderente) alla filosofia buddista. Amo definirmi un “libero pensatore”, perché sono un sincretista convinto.

  • Le teorie di Sitchin sono rivoluzionarie e sono abbracciate da molti perché spiegano quesiti a cui altre teorie lasciano delle lacune. Quanto di questa filosofia di Sitchin si avvicina al tuo modo di pensare? Quanto il tuo modo di intendere la vita traspare dal tuo scritto?

In realtà sono affascinato come molti da ciò che ha raccontato Sitchin, ma non posso dire di essere un convinto sostenitore delle sue teorie. Onestamente non posso dire che la sua filosofia influisca in modo significativo sul mio modo di pensare. Riguardo alla seconda domanda, nei miei scritti c’è sempre un “pezzo” di me. A volte ci sono io, a volte c’è qualcuno che mi somiglia parecchio, e altre volte c’è qualcuno che vorrei essere o che sono stato.

  • Chi è il reale antagonista del tuo protagonista? Lo stesso essere umano con i suoi limiti e le sue incertezze? O piuttosto la natura o qualche altra entità (dio, alieno, altro)?

Ah, c’è un antagonista?
Ehm… ho una domanda di riserva?
Va bene, rispondo.
Apparentemente gli antagonisti sono i membri della setta “I servi di Cristo”, o meglio, i cosiddetti “capi” della setta. Quando però il protagonista riesce a parlare con il fondatore della setta che gli spiega il perché del suo folle progetto, cominciano a venire i dubbi. Certo, il suo è un folle progetto, ma ha un senso logico e preciso. E allora ci si rende conto che il vero nemico dell’umanità, e quindi, in ultima analisi, del protagonista, è l’umanità stessa, con il suo insensato modo di vivere.

  • Quando gli dei torneranno cosa accadrà realmente?

Beh, bisogna aspettare che scriva il seguito del libro…
Ok, ok. Rispondo.
Secondo me se gli Anunnaki tornassero davvero, sarebbe un bel problema. Sitchin dice che siamo stati creati per essere usati come uomini di fatica. Di base, quindi, per loro siamo dei veri e propri schiavi. Ci potrebbero considerare loro pari?

Non credo. Abbiamo fatto fatica a considerare nostri pari altri esseri umani, la cui unica differenza era il colore della pelle. In questo caso noi siamo davvero una razza diversa, anche se abbiamo in noi una parte del loro patrimonio genetico.
Ma gli dei torneranno?

  • È cambiato qualcosa nel tuo modo di scrivere, a tuo parere, rispetto al tuo primo libro “Paralleli”?

Sono probabilmente più naturale, meno teso. Mi diverto di più. È stato divertente scrivere “Paralleli”. Ma con questo secondo libro mi sono divertito molto di più.
Qualcuno mi ha detto che si percepisce una maggiore sicurezza nel mio modo di scrivere.
Grazie Sauro Nieddu.
Ma sono consapevole di dover fare ancora molta strada. Entrare nel mondo degli scrittori mi ha portato a leggere molto di più, soprattutto a leggere esordienti come me, cosa che capitava molto di rado.
Quando leggi un autore famoso, un nome a caso: Stephen King, il maestro, dentro di te dici: caspita, come scrive bene. Ma lui è Stephen King e io sono Massimo Licari. Quando invece leggi un esordiente come te e ti rendi conto di come scrive bene, beh, la cosa cambia. Io sono Massimo Licari, ossia un perfetto sconosciuto esordiente, e lui è Mario Rossi, un altro perfetto sconosciuto esordiente. Ma come scrive bene!
Così mi sono reso conto di aver fatto il primo gradino di una scala enorme.
Bravo! Hai fatto il primo gradino! Ma quanta strada devi fare ancora?
Spero che il mio modo di scrivere cambi ancora e poi ancora.

  • Quando Massimo Licari non scrive, come occupa il proprio tempo?

Purtroppo una gran parte del tempo è occupata dal mio lavoro. Anche se devo ammettere che il mio lavoro mi piace molto (dovrei dire che mi diverte, ma ho già detto che mi diverto a scrivere. Poi sembra che passo il mio tempo da un divertimento all’altro…).
Il lavoro occupa una gran parte del mio tempo e non sono ancora riuscito a trovare la formula per allungare le giornate a cinquanta ore.
Poi c’è la mia numerosa famiglia, la mia compagna, il bimbo che da meno di un anno monopolizza il nostro tempo e le nostre attenzioni, e per loro c’è una parte cospicua del tempo che rimane, e che non è mai abbastanza.
Rimane la notte. Quando Noah, l’ultimo arrivato ma il più esigente e rumoroso bambino che ho la fortuna di avere, comincerà a dormire tutta la notte, probabilmente tornerò a scrivere regolarmente.

  • Quali sono i progetti futuri?

Prima di tutto sopravvivere.
Un bimbo o ti ringiovanisce o ti ammazza. Sto facendo di tutto per far pendere la bilancia sulla prima opzione. Non è facile e non è detto che ci riesca. Ammesso che sia ancora tra voi a lungo, mi piacerebbe scrivere la continuazione de “Quando gli dei torneranno”.
L’ho immaginata come trilogia. Ma il numero due e il numero tre della serie sono ancora tra le sinapsi. Mi sono anche avventurato nel genere noir, e spero di riuscire a completare quello che ho iniziato. Intanto, riuscire a rispondere a questa intervista è stato un buon successo.
Si comincia dalle piccole cose, no?

Intervista a Enea De Alberti

Intervista a Enea De Alberti

Enea De AlbertiRitorno a El Alamein non si può definire semplicemente un romanzo storico o di guerra. Ricco di colpi di scena e caratterizzato da una trama complessa, il libro fluttua attraverso i decenni portando il lettore a rivivere epoche passate ma mai dimenticate. Tuttavia, per quanto le ricostruzioni storico/ambientali siano ben curate e descritte in modo vivido, è il mistero alla base della storia che avvince e porta verso l’epilogo finale. Enea De Alberti miscela il sovrannaturale con la realtà quotidiana, dosando entrambi i fattori in modo che nulla di quanto descritto possa risultare scontato.

Tenendo conto di quanto l’intreccio propone, in che modo definiresti il tuo libro?

In che modo definirei il mio libro? Una carrellata di personaggi, situazioni e ambientazioni che mi sono divertito a scrivere. Se qualcuno si divertisse nella lettura ne sarei felice.

Il personaggio di Franz è molto particolare e, per quanto protagonista, vive una sorta di “sdoppiamento” a causa di Mario, come è nata l’idea?

Considero il doppione Franz/Mario, così come Ritorno a El Alamein, un artificio tecnico che mi ha permesso di raccontare un sacco di situazioni legandole tra di loro con un filo logico (logico?)

Dovendo scegliere, da un punto di vista puramente affettivo, in quanto autore, chi preferiresti fra Franz e Mario?

Scelgo Mario perché la sua storia ricalca parzialmente la storia militare di mio padre, aviere durante la seconda guerra mondiale. Ovviamente mio padre è tornato e io, nato nel 1951, ne sono la prova vivente

I tuoi personaggi sono fatti di “carne e di sangue”, questa raffigurazione è dovuta dal fatto che ti sei ispirato a persone reali, oppure sono esclusivo frutto di una fantasia alquanto vivace?

Assolutamente ispirato a persone e situazioni reali tramandate da tanti racconti che adesso vedo in bianco-nero. la mia patologica fantasia ha colorato la tela

Le figure femminili non son mai totalmente né vittime né carnefici, ma donne (come nel caso di Pinuccia) che lottano per sopravvivere agli eventi. In che modo vedi il ruolo della donna nella società e come pensi che sia cambiato nel corso degli anni?

Alla domanda sulla donna e sul suo ruolo rispondo solo in presenza del mio avvocato

Amore e vendetta, violenza e perdono si alternano nel corso della trama, creando situazioni estremamente reali e non soggette a quelle tipiche rarefazioni che spesso si leggono in taluni contesti. Questo equilibrio narrativo nasce dal carattere dell’autore o da una particolare esigenza data dalla trama?

Non mi piacciono i racconti dove il protagonista ha i super poteri o quasi e vince sempre. Preferisco personaggi reali, anche se spesso perdono

Avendo già avuto modo di leggere altre tue composizioni, ciò che spicca nella scrittura è una forma stilistica alquanto lineare e “materiale”, priva di fronzoli e abbellimenti che potrebbero rendere taluni passaggi meno crudi. Quanto della tua esperienza come medico influisce nel tuo modo di scrivere?

Tra le tante caratteristiche che può avere un racconto prediligo la trama fluida e ricca di sostanza. Non sono capace di restare su un capitolo intero per descrivere un personaggio o una situazione. L’uso smodato delle descrizioni, degli aggettivi e delle similitudini va benissimo per prendere nove nel compito in classe ma, a mio avviso, non per inchiodare il lettore al kobo. E a tale proposito – da medico – presumo che tanti, se non tutti i personaggi dell’antologia “Amore e morte”, sono schiattati a causa del diabete provocato loro dai quintali di melassa che tracimava dalle dolci ed eterne descrizioni di tristi amori.

Anche se tutto pare risolversi nella vita di Franz, egli è comunque spinto a tornare a El Alamein, dove tutto ha avuto una fine e un inizio, come a voler chiudere un ciclo. Dal tuo punto di vista, quanto è “predestinato” nella nostra vita e quanto possiamo essere realmente artefici di ciò decidiamo e scegliamo?

Non esiste la predestinazione, esiste la genetica ma è un terreno minato perché potrebbe giustificare personalità altamente negative

Quando Enea De Alberti non scrive, come occupa il proprio tempo?

Quando Enea De Alberti non scrive che fa? … lavora, pensa, suona, sogna, ama, vorrebbe amare di più, vergognosamente a volte (ma solo un po’) odia, studia, legge, si incazza, perdona, fa cacchiate, se ne pente, le ripropone, se ne ripente, decide che va bene lo stesso, subisce le prepotenze degli altri, a sua volta  propone le sue, guarda lo schermo del computer e non sa più che scrivere… insomma vive!

Quali sono i progetti futuri?

Ho due brevetti depositati, più centinaia di altre idee con le quali contagio chi mi sta attorno. La maggior parte della gente evita di seguirmi, qualche disperato collabora per realizzare qualche idea meno strampalata delle altre… non prendo psicofarmaci!

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Intervista a Irma Panova Maino

Intervista a Irma Panova Maino

la resa degli innocentiIl libro scritto da Irma Panova Maino affronta temi attuali e scottanti, offrendo al lettore una visione alternativa per quel che riguarda il risolvere determinati avvenimenti. Tuttavia, tutta la produzione letteraria dell’autrice ha un’impronta ben precisa, ovvero quella sfumatura sovrannaturale che sfiora il mondo del fantastico pur rimanendo ancorata al reale.

In La resa degli innocenti viene descritto un mondo molto realistico, duro e a tinte decisamente noir. A cosa è dovuta questa svolta rispetto alla precedente produzione Urban Fantasy?

Il genere noir, in realtà, non si discosta troppo dalla categoria Urban Fantasy. Difficilmente s’incontrano vampiri e mostri vari alla luce del sole (a meno che non debbano luccicare), dunque, di solito, in entrambi i casi le atmosfere sono piuttosto fosche e offrono quell’ambiguità necessaria per la creazione di trame cupe, in cui ciò che si cela nell’ombra dovrebbe suscitare paura. La resa degli innocenti è un libro che trae spunto da fatti quotidiani, da avvenimenti reali e il quotidiano spesso diventata ben più terribile di qualsiasi intreccio fantasioso che un autore possa elaborare nella propria mente.

Nella tua biografia dici di voler sostenere la crociata pro mostri, denunciando la crudezza del mondo reale rispetto a quella del fantastico. Trovi che ci sia bisogno di più concretezza e consapevolezza in questo periodo difficile?

Come dicevo prima, la realtà è decisamente più crudele e meno pietosa del mondo fantastico. Persino il più sanguinario dei mostri può suscitare la giusta pena, un pedofilo no. Mai. Al mondo d’oggi molte barriere morali sono venute meno, molti tabù sono stati sradicati al punto da far diventare “normale” ciò che non lo è. La violenza ci circonda, ne assorbiamo gli effluivi malefici in ogni momento, sia attraverso i media che nel corso delle interazioni con gli altri. Ci dimentichiamo che la violenza verbale non è affatto dissimile da quella fisica e gli effetti prodotti, purtroppo, sono alquanto simili. Quindi, più che concretezza punterei sulla consapevolezza, quanto meno la capacità di comprendere che le nostre azioni si riflettono sempre sugli altri. Dunque, se manca la tolleranza e la pacatezza, nessun dialogo può essere affrontato serenamente e le conseguenze possono diventare irreversibili.

Il personaggio di Barbara/Rian descrive una donna “normale” a cui gli eventi non hanno lasciato più nessuna ancora per legarla alla vita comune e socialmente accettata di tutti i giorni. Quando non si ha più nulla da perdere, pensi che ci si possa davvero trasformare fino a diventare un essere in preda a degli istinti primordiali?

Sì, ne sono convinta. Esiste sempre una soglia oltre la quale l’essere umano perde la propria umanità. Questo limite è diverso per ognuno di noi, ma reale e concreto. Nessuno può sopportare all’infinito. Inoltre, in un periodo come questo, in cui viene a mancare la certezza della pena, le persone tendono a delimitare i propri confini in modo ancora più drastico. Se questo fatto sottolinea lo stato d’insicurezza in cui viviamo, pone anche l’accento sulle problematiche sociali che portano a reazioni impensabili.

Quanto dell’autrice risiede in Rian? E quali altre parti di te hai utilizzato per gli altri personaggi? Sono comunque “tuoi” o hai preso ispirazione da altri per costruirli?

Rian riflette molto del mio carattere, del mio modo di pensare e di agire. Forse, fra tutti i personaggi che ho descritto fino ad ora, lei è quella che mi assomiglia di più. Persino nella fase depressiva. Qualcuno ha scritto: “la depressione non è altro che rabbia inespressa”. Per mia esperienza personale trovo che sia decisamente vero. Il non poter esprimere, anche con i dovuti modi, ciò che agita il nostro animo, porta a quella compressione che, prima o poi, è destinata comunque a esplodere. In quanto agli altri miei personaggi, in ognuno di loro c’è quasi sempre qualcosa di me, a parte qualche rara eccezione.

Metti molta cura nella descrizione dei dettagli delle scene. Cosa ti aiuta a farlo così bene?

Osservo spesso il mondo che mi circonda, con questo non penso di essere un profondo conoscitore dell’animo umano ma l’età, e l’esperienza, mi hanno spesso condotto per vie impervie, portandomi ad affrontare diverse branche dell’umanità stessa. Credo che la sensibilità, che consente di cogliere le varie sfumature, sia uno strumento utile in mano a qualcuno che voglia scrivere. Non voglio prendermi il merito per un qualcosa che la natura ha così generosamente deciso di darmi, tuttavia, cerco di usare questo “dono” al meglio che posso.

Quando scrivi, lo fai di getto o preferisci rivedere di volta in volta ogni singolo capitolo? Quanto lavoro ti richiede ogni libro?

Di solito scrivo di getto le trame, la prima stesura scaturisce in breve tempo. I problemi nascono con le riletture successive. Molte scene d’azione vanno lette e rilette diverse volte, soprattutto per cercare di dare un senso all’azione stessa. I personaggi, nel muoversi in modo convulso, devono sempre trovare una giusta collocazione e i giusti tempi per dare il ritmo. Inoltre, non ci devono essere incongruenze e stonature “tecniche”. Nella realtà, molto di quello che vediamo passare sugli schermi, non è così facilmente realizzabile e certe situazioni non si risolvono così semplicemente come vogliono farci credere. Quindi, per me un libro non è finito fino a quando la trama non sia più che coerente e gli errori corretti.

Dopo aver già pubblicato 4 romanzi, cosa ha significato per te arrivare alla selezione nel concorso EEE, con il tuo inedito, visto soprattutto il genere diverso di libro?

Una profonda emozione. Mentre scorreva il video, in cui l’Editore Piera Rossotti nominava i vincitori e i segnalati, aspettavo con trepidazione, come se fossi al mio primo libro e non mi vergogno di dire che ho esultato come una liceale quando ho sentito fare il mio nome. La resa degli innocenti è un progetto in cui ho creduto fin dall’inizio e comprendere che è stato apprezzato mi ha reso decisamente felice.

Questa storia è anche un percorso interiore nell’abbrutimento di una persona reale. In questo senso, pensi che muoversi nello spazio possa aiutare a immergersi all’interno della propria persona? C’è un collegamento?

Penso che a volte il muoversi porti a credere, in modo del tutto illusorio, che si possa scappare dai problemi. Tuttavia la fuga non è mai una soluzione. Al contrario, muoversi fisicamente spesso porta a delle riflessioni che, stando seduti a casa, non si avrebbe il coraggio di poter affrontare. Il famoso stato di depressione porta alla chiusura, anche interiore della persona, quindi, quando questa è costretta a uscire dal proprio guscio, il processo rigenerativo trova nuovi spunti verso la guarigione. È evidente che tale guarigione, a volte, non percorre le vie più consone e quelle che la logica potrebbe volere.

Quando Irma Panova Maino non scrive, come occupa il proprio tempo?

Continuando a scrivere. Curare il network de Il Mondo dello Scrittore è un impegno che giornalmente mi porta immancabilmente verso lo scrivere. Inoltre, anche curare il blog EEE incrementa l’esercizio, facendo diventare la scrittura una parte quotidiana del mio vivere. Tutto sommato, in questo momento della mia esistenza non cambierei assolutamente nulla. Non c’è niente di più soddisfacente che fare giornalmente qualcosa che si ama. A parte la passione letteraria, esistono poi gli aspetti più realistici del convivere con una figlia adolescente (che adoro e che è spesso fonte d’ispirazione), di un cane innamorato di una gatta e di una gatta che è diventata ormai il tiranno di casa.

Quali sono i progetti futuri?

A parte sopravvivere a BOOKCITY MILANO? Scherzi a parte, molti dei miei impegni hanno già occupato il mio calendario fino alla fine del prossimo anno. Nel frattempo, mi sto dedicando anche ai nuovi libri che mi piacerebbe poter pubblicare con il mio Editore e, per finire (ma non so se mi avanzerà del tempo), dedicarmi a dei nuovi progetti per la promozione degli autori esordienti ed emergenti.

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Intervista a Nino Raffa

Intervista a Nino Raffa

l'amore allo specchioL’amore allo specchio, di Nino Raffa, non si può considerare semplicemente un giallo, anche se ne ha alcune caratteristiche. L’ingrediente principale non è tanto il mistero in sé quanto la ricerca che conduce ad esso. Tipico della migliore tradizione narrativa, l’elemento della “ricerca” esprime tutti gli ingredienti del classicismo epico, in questo caso letto in chiave moderna. Tuttavia, proprio per quella voluta eleganza stilistica, il romanzo ben si accosta anche alla narrativa d’autore, caratteristica dei più grandi scrittori siciliani.

Partendo dal fattore basilare, cosa spinge un autore a utilizzare l’elemento “ricerca” per distinguere il proprio testo?

Intanto la ringrazio per l’accostamento ai grandi scrittori siciliani. Lei ricorderà una famosa foto di Sciascia, Bufalino e Consolo che ridono insieme di gusto, seduti in un giardino: credo che tutti e tre, nel giardino del paradiso, avranno accolto il suo generoso giudizio con la stessa ilarità!

Riguardo alla domanda, Borges riconduceva tutte le nostre narrazioni a quattro esempi fondamentali: le storie di Troia, di Ulisse, di Giasone e di Cristo; ovvero l’assedio, il ritorno, la ricerca e il sacrificio. Nonostante gli sforzi d’inventare qualcosa di diverso, le trame possibili sembrano ristrette a questa lista striminzita. Quanto agli esiti della ricerca, lo stesso Borges nota che gli antichi potevano conquistare il Graal o il Vello d’Oro, mentre noi moderni siamo condannati all’insuccesso. Achab e Josef K. sono ontologicamente destinati alla distruzione e al fallimento: un destino diverso li renderebbe falsi ai nostri occhi disillusi e smaliziati.

L’Amore allo specchio rientra in questa regola. In più ho tentato una storia in cui, l’ordinaria sconfitta pretesa dai nostri tempi, covasse in sé il seme ribelle di un riscatto. Ho immaginato un normale progetto umano – disegnato d’ingenuità, miopie ed errori – che oltre, e contro, le intenzioni dei suoi stessi artefici contenesse una vittoria più importante.csgp_10_Sciascia_Consolo_Bufalino.jpg.

I protagonisti del suo romanzo sono alcuni abitanti di una casa di riposo per anziani, ci può spiegare il perché di questa scelta?

Ho scelto ambientazione e tipi in qualche modo familiari. Gli anziani hanno avuto un ruolo importante nella mia vita e la narrazione è scaturita da certe figure che porto dentro. In particolare un bisnonno burlone e scioperato ha ispirato l’idea di fondo del romanzo.

Personaggi non propriamente giovani apportano dei valori aggiunti in quella che è la propria caratterizzazione, come saggezza ed esperienza. Questa scelta può controbilanciare le ovvie limitazioni fisiche dovute all’età?

In generale, non sono sicuro che la vecchiaia garantisca saggezza o esperienza. Mi sembra piuttosto un affinamento – nei casi migliori – o un’esasperazione – nella norma – di certe proprietà personali, magari risalenti all’infanzia. Chi è stato stupido da giovane proseguirà volentieri sulla stessa linea fino a cento anni e oltre.

Sul piano personale invece sono stato fortunato con i miei vecchi. Devo loro un certo distacco dalle contingenze, insieme all’inclinazione a guardare sotto la superficie delle cose. Nel romanzo amplifico e deformo questi caratteri nella figura di Pirri, ex professore di filosofia ultranovantenne, che quasi immobile nella sua cameretta costituisce il principale motore dell’azione. Dubito comunque che l’eventuale affinamento di certe qualità mentali dovuto agli anni, possa compensare il declino fisico. Siamo fatti troppo di carne per assistere impassibili alla nostra distruzione materiale: saggezza ed esperienza possono darci solo limitata consolazione.

I personaggi di Pirri e Miriam sono certamente centrali per la narrazione, ci può dire come sono nati?

Pirri e Bonanno si rifanno ai miei nonni: uno prudente e riservato, l’altro straordinario trascinatore, animato da un entusiasmo talvolta incauto. Ma più in profondità Nino Pirri è una versione invecchiata e incattivita del suo autore. Scrivere di lui è servito a conoscermi, e un po’ a guardarmi dalle possibili derive di me stesso. Nella battuta finale del romanzo approfitto del comune nome di battesimo per giocarci su.

La piccola Miriam è la persona ideale per una miracolosa guarigione. In più con le sue domande semplici e spietate sui miracoli, incarna una certa purezza di mente e di cuore originaria; ovvero la possibilità, che si perde crescendo, di guardare ai fatti senza pregiudizi di educazione, di parte, d’ideologia o di religione.

Il mio personaggio preferito – quello in cui più ho versato il mio carattere, insieme ai dubbi e alle speranze – rimane comunque Caruso, il becchino. Figura peraltro direttamente ispirata a una persona esistente.

Nel suo romanzo ritroviamo molti aspetti “quotidiani”, come il bisogno della gente di credere in un qualcosa che vada al di là del puro esistenzialismo. Tuttavia, un aspetto di questa necessità diventa controverso quando si affronta un tema come i miracoli, da un lato esiste la fede e dall’altra la brama di trarne profitto, cosa l’ha spinta a voler ritrarre questo scorcio sociale del nostro paese?

Forse più che in altri tempi recenti la cronaca di questi giorni registra il lacrimare o il sanguinare d’immagini sacre, e non serve neppure entrare nel merito della loro autenticità. Quando le illusioni di ricchezza, bellezza, gioventù e salute, insite nel materialismo e propagandate dalla pubblicità, vengono smascherate, diventa naturale cercare rifugio in qualcosa di più profondo. La fede sul versante religioso, come alcune filosofie su quello laico, rientrano tra gli strumenti cui ci rivolgiamo per ridurre la frattura tra noi stessi e il mondo che sentiamo ingiusto e minaccioso. Ma anche qui scontiamo l’essere spiriti incarnati: abbiamo bisogno di segni visibili. Il miracolo, vero o presunto, s’inserisce in questa condizione sofferente di ricerca ma anche di smarrimento. Normale, almeno secondo il corso di questo mondo, che le forze opposte del denaro e del potere s’insinuino nella nostra fragilità per i loro scopi abietti. Ancora più normale che ciò avvenga in questi momenti di crisi collettiva.

Da un suo punto di vista personale, quanto peso può assumere un “miracolo” nella solidità della fede di una persona?

Ho sempre creduto alla possibilità del miracolo, sembrandomi perfettamente ragionevole l’intervento soprannaturale di Dio nel mondo, per il nostro bene e come segno del suo amore. Da giovane però, forse confuso da certi eccessi di credulità, pensavo che aggiungesse poco o nulla alla fede. Il miracolo in termini razionali o scientifici non prova nulla: è sempre possibile ridurre anche i casi oggi più inspiegabili alle ordinarie conoscenze umane del futuro.

Adesso sono più prudente, riconoscendo l’effetto positivo di un segno straordinario nello scuotere la nostra fede, spesso asfissiata dalla sua immersione nell’ordinario. Rimane l’assenza di prova. I teologi individuano una specie di circolarità: i miracoli confermano la fede, ma per riconoscerli serve una predisposizione personale, che magari non è ancora fede affermata ma è già uno stato positivo di accoglienza verso l’amore di Dio. La fede è quindi sia condizione che effetto del miracolo. Ma credo ci sia un altro aspetto importante: di solito ci concentriamo su certi effetti materiali, come una guarigione fisica, dimenticando che il primo scopo del miracolo è la nostra salvezza spirituale. Se pensiamo ai miracoli per eccellenza – quelli di Gesù – notiamo che sono associati alla conversione, ovvero a un radicale cambiamento della persona che lo riceve e di coloro che ne sono testimoni. In certi passi del romanzo, e in particolare nell’ultimo dialogo tra Bonanno e Caruso ho cercato, con tutti i miei limiti letterari e soprattutto di fede, di richiamare – direi meglio, d’indagare, prima di tutto per me stesso – questa valenza del miracolo, meno eclatante ma più fondamentale.

Il vero valore di una reliquia risiede nella sua autenticità, oppure nel suo essere simbolica, anche se, magari, non vera? E può diventare comprovante di un determinato avvenimento storico, a prescindere dal fattore religioso?

Innanzi a una reliquia cristiana confidiamo in qualche modo nel potere di Cristo o nell’intercessione della Madonna o di un Santo, ma l’oggetto, a prescindere dalla sua autenticità, non ha valore in sé. Penso che l’efficacia della reliquia stia nella preghiera sincera e profonda che accompagna il culto. Si torna alla circolarità tra miracolo e fede. Nel libro è la preghiera disperata di Rosetta, rafforzata dalla fiducia nel presunto capello della Madonna, a realizzare la possibilità del miracolo.

Le reliquie hanno pure un valore di testimonianza storica indipendente dalle loro implicazioni mistiche. Sullo stesso piano esistono anche oggetti di culto laico, come il cervello sotto spirito di uno scienziato, la chitarra di un cantante o le carte di uno scrittore. Naturalmente a questo livello parliamo di cose che interrogano la memoria e non più la coscienza.

Come ha sviluppato il lavoro di ricerca storica che fa da corollario al romanzo, in particolare per la lettera della Madonna?

La documentazione è stata facile da reperire in biblioteca; compreso il famoso Viaggio degli ambasciatori di Messina mandati alla Gran Madre di Dio in Gerusalemme congetturato e contemplato da mente devota… eccetera, eccetera… che nel romanzo definisco con sincera ingratitudine polpettone. Su qualche testo latino, grammatica e vocabolario alla mano, sono ricorso con alterne fortune alle sbiadite reminescenze dei già distratti studi liceali. A parte questi affanni, ripercorrere le vicende della Sacra Lettera lungo la storia è stato altrettanto divertente che inventargli attorno un racconto.

Quando Nino Raffa non scrive, come occupa il proprio tempo?

Nino Raffa, come il suo bisnonno Peppino Papa arruolato nel romanzo, sarebbe commerciante. E come lui non prende troppo sul serio il suo lavoro. Quando non scrive e traffica gli piace dilettarsi d’architettura. Lo vedo come un uomo di tante curiosità e nessun mestiere.

Quali sono i progetti futuri?

Sto riordinando, non senza fantasia, certi diari giovanili, in una specie di autobiografia non autorizzata. Lavoro pure da qualche anno con intermittenza a una faticosa riscrittura della Genesi, assumendo come punto di vista privilegiato i rapporti tra donna e uomo.

Mi preme in chiusura ringraziarla per aver potuto discutere insieme di vecchiaia, teologia e libri polverosi. Nonostante mi sia guardato dal nominare San Paolo, la doppia predestinazione e Sant’Agostino – ulteriori argomenti di grande richiamo – sospetto che la nostra conversazione non sia stata ideale per spingere il romanzo. Mi chiedo con preoccupazione cosa ne penserà il mio editore. Ma come mentiamo sempre, non si scrive per vendere… ma per se stessi!

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