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Breve storia del segnalibro

Breve storia del segnalibro

Un estratto da un libro appena uscito che la racconta: si parla di Perugina, don Abbondio e delle foglie infilate tra le pagine da D’Annunzio

di Redazione Il Post

Breve storia del segnalibro è un libretto scritto da Massimo Gatta, bibliotecario dell’Università degli studi del Molise e studioso di editoria, e appena pubblicato dalla casa editrice Graphe.it. Racconta, in una cinquantina di pagine, le origini medievali del segnalibro e com’è cambiato fino a oggi.

Il testo è accompagnato da una vasta bibliografia e da riproduzioni di quadri cinquecenteschi dove spuntano libri e segnalibri realizzati nel Novecento da aziende come Cinzano, Chianciano, marche di sigarette e case editrici.

È pieno di aneddoti curiosi: l’usanza medievale di disegnare delle manine per tenere il segno, simili ai bookmark degli ebook; l’abitudine del bibliofilo ed erudito Antonio Magliabechi di infilare fette di salame tra le pagine, lasciandole bisunte e dimenticandone qualcuna; la nascita dei post-it, pensati per non sostituire i segnalibri che si perdevano.

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Clive Cussler: l’autore di best seller è morto all’età di 88 anni

Clive Cussler: l’autore di best seller è morto all’età di 88 anni

Il grande autore è morto nella sua casa.

L’autore di best seller e avventuriero Clive Cussler è morto all’età di 88 anni. La notizia è stata data dalla moglie

Clive Cussler ha scritto, in carriera ottantacinque libri e ha venduto circa cento milioni di copie nel mondo. Inoltre, come esploratore, trovò decine di relitti di navi naufragate e affondate. La sua vita, come i suoi libri, hanno affascinato le persone per anni.

L’autore ha condotto decine di spedizioni per trovare relitti storici e tesori perduti nelle profondità oceaniche. Ci ha lasciati lunedì. Si trovava nella sua casa di Scottsdale, Ariz, e aveva 88 anni.

La notizia della sua scomparsa è stata confermata da una portavoce del suo editore, Penguin Random House. Non è stata fornita alcuna causa specifica della morte.

Giungle Maya, regni sottomarini, navi fantasma, forze del male che vogliono distruggere il mondo, belle donne, eroi modellati su sé stesso: le vivide fantasie letterarie del signor Cussler e le sue imprese più grandi della vita turbinarono insieme per quattro decenni, facendo nascere ben 85 libri e localizzando quasi altrettanti relitti.

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10 cose che (forse) non sai su Frankenstein – Focus.it

10 cose che (forse) non sai su Frankenstein

Il primo romanzo di fantascienza fu scritto da una 18enne due secoli fa, dopo aver visitato Napoli e la Germania: il suo famoso mostro è molto diverso da come ce l’ha raccontato il cinema…

di EUGENIO SPAGNUOLO

Il romanzo di una teenager.

Nel 1815, Lord Byron propose una sfida ad alcuni scrittori, ospiti nella sua casa sul Lago di Ginevra: chi sarebbe stato in grado di scrivere la storia di fantasmi più agghiacciante? Mary Shelley, allora 18enne, raccolse la sfida e, nei mesi successivi, scrisse il suo “Frankenstein”, pubblicato poi nel 1818, esattamente due secoli fa. Naturalmente vinse lei.

Incubi prolifici.

L’idea non le venne subito, finché un giorno non fece uno strano sogno: «Ho visto l’orribile fantasma di un uomo disteso, che all’avvio di un potente motore, mostrava segni di vita…

Ciò che mi terrorizza, terrorizzerà gli altri», raccontò in seguito la scrittrice, che negli anni si era trovata più volte al cospetto della morte per una serie di tragedie personali e familiari.

Come si chiama il mostro?

Spesso identifichiamo il protagonista come Frankenstein, ma è un errore: nel romanzo, Victor Frankenstein è lo scienziato. Il mostro rimane senza nome e viene definito di volta in volta “mostro”, “creatura”, “demone” e “it” (esso).

Napoli.

Il libro inizia con la nascita del dottor Frankenstein, il creatore del mostro, a Napoli: un omaggio alla città che la Shelley aveva visitato qualche anno prima, e anche un escamotage per dare al libro un pizzico di realismo. Napoli nell’800 pullulava di inglesi, dopo che l’ammiraglio Nelson aveva contribuito a sconfiggere la Repubblica Napoletana del 1799 e cacciare i francesi dalla città. Il riferimento esotico sarebbe stato ben accolto in patria.

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Usare il titolo di un libro già pubblicato

Usare il titolo di un libro già pubblicato

Ovvero: pubblicare più libri con lo stesso titolo

di per Penna Blu

Qualche anno fa comprai un romanzo dell’orrore di Jeff Long intitolato Discesa all’inferno. Tempo dopo comprai un altro romanzo, di Doris Lessing, intitolato anch’esso Discesa all’inferno. La cosa mi fece sorridere e andai a verificare i titoli originali, un po’ diversi dalla traduzione italiana.

Oggi ho scoperto che in tutto i libri in italiano intitolati Discesa all’inferno sono 6 (5 romanzi e un fumetto):

  1. Discesa all’inferno di Charles Williams, Castelvecchi, 2014 (Descent to Hell, Faber and Faber, 1937)
  2. Discesa all’inferno di Doris Lessing, Fanucci, 2009 (Briefing for a Descent Into Hell, Jonathan Cape Ltd, 1971)
  3. Discesa all’inferno di Jeff Long, Newton & Compton, 2000 (The Descent, Crown Publishers, 1999)
  4. Discesa all’inferno di Alessandro Russi, autopubblicazione, 2012
  5. Discesa all’inferno (The Tube 2) di Scilla Bonfiglioli e Michela Pierpaoli, Delos Digital, 2015
  6. Discesa all’inferno di Garth Ennis e Goran Sudžuka, SaldaPress, 2019 (A Walk Through Hell, Aftershock, 2018)

Anche la prima cantica della Commedia di Dante avrebbe potuto intitolarsi Discesa all’inferno, in fondo, ma il Sommo è stato più sintetico, anche perché poi avrebbe dovuto intitolare “Ascesa in Paradiso” l’ultima cantica e per il Purgatorio chissà.

Titoli uguali: un fenomeno frequente

Perfino Stephen King ha scritto un libro, nel 2013, il cui titolo, Joyland, era stato già usato da Emily Schultz nel 2005. In quel caso la Schultz ha avuto un’impennata nelle vendite di quel suo primo romanzo (e fra gli acquirenti ci fu anche il Re).

Secondo le leggi degli Stati Uniti, i titoli non possono essere protetti da copyright, è quindi probabile che due o più autori usino lo stesso titolo. A quanto pare anche nel Regno Unito è così, perché “un titolo non è abbastanza lungo da costituire un’opera letteraria”.

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fascette

Come sarebbero le fascette dei libri se dicessero la verità

Come sarebbero le fascette dei libri se dicessero la verità

“La nostra imitazione sfigata di quell’altro libro che è andato fortissimo”, “Si abbina bene a ogni tazza”, eccetera

Il Post

Un comune divertimento di chi lavora nel mondo dei libri o ne legge molti è commentare le fascette, cioè le strisce di carta che nelle librerie avvolgono gran parte dei volumi pubblicati più di recente e su cui vengono riportate presunte buone ragioni per cui si dovrebbe acquistare un certo libro.

Alcune dicono quante copie di quel libro sono già state vendute o quante ristampe sono state fatte, altre citano il giudizio di un altro scrittore sul libro o un premio letterario che ha vinto. Come molti altri tipi di pubblicità, spesso esagerano.

Per prendere in giro le fascette (e tutta l’editoria) domenica l’editore di Sur Marco Cassini ha proposto su Twitter un gioco con l’hashtag #FascettaOnesta: provare a scriverne una che dica qualcosa di vero su tanti libri non così speciali che vengono pubblicati e «rivelare i segreti del mondo editoriale».

 

 

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“Soffoca la concorrenza”: gli editori Usa contro la posizione dominante di Amazon

“Soffoca la concorrenza”: gli editori Usa contro la posizione dominante di Amazon

di Redazione Il Libraio

Mentre il Congresso Usa è pronto ad avviare una campagna antitrust nei confronti dei giganti di internet, prende posizione l’Association of American Publishers. Nel frattempo Amazon è sotto accusa anche perché in vendita si trovano anche libri contraffatti… – I particolari

Monitorare più da vicino, e più attentamente, la posizione dominante assunta dalle piattaforme online, che ormai pervadono ogni aspetto e ogni ambito dell’economia (e il riferimento è in particolare a Google, Facebook e, in particolare, Amazon).

LA CAMPAGNA ANTITRUST DEL CONGRESSO USA

Proprio mentre il Congresso Usa è pronto ad avviare una campagna antitrust nei confronti dei giganti di internet (con tanto di audizioni, documenti alla mano), prende posizione anche l’Associazione degli editori americani (AAP). Per Maria A. Pallante, presidente e Ceo di The Association of American Publishers, “sfortunatamente, il mercato delle idee rischia danni gravi, se non irreparabili“. La causa? “Il predominio senza precedenti di un numero molto limitato di piattaforme tecnologiche”.

AMAZON “SOFFOCA LA CONCORRENZA”

L’Associazione si rivolge così alla Federal Trade Commission (qui il documento integrale, ndr), invitandola a intervenire, in quanto tali piattaforme “soffocano la concorrenza”. Come si legge nel documento di 12 pagine inviato dall’Association of American Publishers, “nessun editore può evitare di distribuire attraverso Amazon. Che, a sua volta, detta i termini economici”. Così, “ogni anno gli editori pagano sempre di più per i servizi di Amazon”.

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Era una cortigiana poverissima, ma morì ricca e col titolo di contessa: ecco la storia di Valtesse De La Bigne

Era una cortigiana poverissima, ma morì ricca e col titolo di contessa: ecco la storia di Valtesse De La Bigne

Alla fine dell’Ottocento guadagnarsi da vivere prostituendosi era, purtroppo, una pratica ancora ampiamente diffusa un po’ in tutta Europa.
Molte donne, introdotte nei bordelli in giovanissima età, se non addirittura nate in uno di essi, vedevano questa prospettiva come naturale e inevitabile, ma alcune di esse la sfruttarono per elevarsi in qualche modo dalla condizione di prostitute a quella di cortigiane e in alcuni casi riuscendo a ottenere una posizione di potere, proprio come accadde alla contessa Valtesse de La Bigne.

Valtesse de La Bigne nacque a Parigi nel luglio 1848 col nome di Émilie-Louise Delabigne…

Émilie-Louise venne al mondo in una famiglia proveniente dalla Normandia in cui il padre era un uomo alcolizzato e violento e la madre si era data alla prostituzione dopo un iniziale periodo come lavandaia. Iniziò a lavorare all’età di dieci anni e a tredici fu vittima di violenza sessuale: poco dopo iniziava la sua vita di lorette, ossia quella di prostituta clandestina.

A questa attività, però, Émilie-Louise affiancava quella di commessa e fu prestando servizio in un negozio di lingerie elegante che entrò in contatto col mondo degli alti ufficiali militari e a sognare un futuro migliore per se stessa.

 

Ancora giovanissima, s’innamorò di uno dei gentiluomini che frequentavano il negozio, Richard Fossey, dal quale ebbe due figlie ma che l’abbandonò due anni dopo senza aver contratto matrimonio. Da qual momento Émilie-Louise decise che non si sarebbe mai sposata, assunse lo pseudonimo di Valtesse (per la somiglianza con Votre Altesse) e decise che avrebbe risollevato le sue sorti senza affidarsi all’istituzione del matrimonio.

Attorno al 1855 fu amante del compositore Jacques Offenbach, che non solo la fece partecipare ad alcune delle operette teatrali che mise in scena a Parigi, ma la introdusse a una cerchia di intellettuali dell’epoca che permisero a Louise Valtesse di conoscere personaggi come Zola, Maupassant, Manet e Flaubert, solo per citare i più noti; pensate che il suo letto (foto) fu quello che ispirò quelli descritti da Zola nel suo romanzo Nanà.

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Lo Strega è tornato un premio letterario, ma tranquilli vince sempre Mondadori

Lo Strega è tornato un premio letterario, ma tranquilli vince sempre Mondadori

La dozzina semifinalista del premio letterario più importante d’Italia, la prima composta secondo le nuove regole, è sorprendente sotto molti punti di vista, ma rischia di essere ancora più scontato del solito

Nessuno, o quasi, dei nomi fa parte dei soliti potentati; molti libri sono di case editrici indipendenti; un libro è addirittura una raccolta di racconti; per la prima volta, o quasi, c’è una parità assoluta tra uomini e donne; e ancora, da ultimo, la quasi totalità delle autrici e degli autori proposti sono sconosciuti al grande pubblico. Insomma, quando giovedì 19 aprile sono stati comunicati i 12 semifinalisti della edizione 2018 del Premio Strega, in molti tra i commentatori devono essersi strofinati gli occhi, come davanti a un miraggio, a un sogno diventato realtà del tutto inaspettatamente.

Il tavolo che ha imbandito il Comitato direttivo del Premio, forte delle nuove regole che hanno accentrato il potere su di loro togliendone, e tanto, agli Amici della Domenica e di conseguenza anche alle potenzialità strategica delle case editrici, è un tavolo che in pochi si sarebbero aspettati, talmente noioso e privo di potenziali ganci polemici che non sono pochi quelli che lo preferivano prima, quando ci si poteva scannare sulle polemiche e si potevano lasciare da parte i libri.

Ora invece no. Perché i 12 sono stati scelti e ora per poter far finta di saperne qualcosa toccherebbe leggerli. O forse no, perché l’operazione di rinnovo del premio resta in realtà un’operazione soltanto di facciata, che, togliendo potere ai medi editori ne ha ridistribuito un pochino, almeno in apparenza, alle piccole, riveste di nuovo il premio più importante d’Italia di una patina culturale, ma contemporaneamente lo rende ancora più scontato del solito.

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Le parole inventate, bizzarre e assurde, del latino moderno del Vaticano

Le parole inventate, bizzarre e assurde, del latino moderno del Vaticano

Cambiare lingua o adeguarla ai tempi che cambiano? Per la Chiesa cattolica non c’è dubbio: la seconda. E allora fior di studiosi e specialisti si cimentano nell’invenzione in latino di parole moderne, con risultati stranissimi

“Apericena” non c’è ancora, ma ci arriveranno presto. Basta dare loro un po’ di tempo (tanto non hanno fretta: contano sull’eternità) e i lessicografi del Vaticano traducono o inventano in latino tutte le nuove parole in circolazione, per aggiornare la lingua – e, di conseguenza, la portata della religione cristiana – ai concetti della modernità.

Non è un lavoro facile ma è grazie a loro che la “colf” diventa ministra domestica, il “flirt” un amor levis e il “gol” una retis violatio. Si tratta di scegliere una parola, individuare il principale concetto sottostante e poi tentare una ridefinizione in latino, giusto per rendere l’idea. Parole nuove per concetti stranieri, più o meno come faceva Cicerone, che adorava creare e ricreare e odiava riprendere parole straniere, magari con una tinta di latino. Per cui “overdose” (che l’italiano ha ripreso paro paro dall’inglese) il latino la trasforma in immodica medicamenti stupefactivi iniectio.

Ma non è l’unica stranezza. Una parola semplice come “treno” diventa hamaxostichus, il “tè” è theāna pótio, il “caffè” cafaeum o potio cafaearia, “elettricità” diventa electrica vis, mentre il “pomodoro”, sconosciuto agli antichi, si trasforma (chissà perché) in lycopersicum. Non finisce qui: il latino moderno traduce “raccordo anulare” con orbitalis via viarum coniunctrix, il “panettone” in una impressionante Mediolanensis placenta, (il pandoro è solo panis aureus) la minigonna in una simpatica tunicula minima, il nylon è materia plastica nailonensis.

Certe cose di attualità, poi, dette in latino hanno tutta un’altra espressività. Il “neofascismo”, tanto evocato (anche troppo) nei mesi della passata campagna elettorale, per il Vaticano è renovātus fascalium motus. Appunto, motus, cioè movimento, o rivolta, rinnovati. Suona più inquietante, eh? Mentre la “’ndrangheta” è Bruttianorum praedōnum grex, cioè un gregge di predoni, pecoroni, pecoracce. Il latino, anche quando è moderno, è sempre preciso.

(Per scoprire altre parole, qui c’è tutto)

Sorgente: Le parole inventate, bizzarre e assurde, del latino moderno del Vaticano – Linkiesta.it

Da Shakespeare a Emily Dickinson: le parole preferite dai grandi della poesia

Da Shakespeare a Emily Dickinson: le parole preferite dai grandi della poesia

Qualche tempo fa lo statistico Ben Blatt aveva inventato un algoritmo in grado di individuare le parole preferite dai romanzieri. Un software su cui basta caricare i testi di un autore, per individuare le sue parole più utilizzate e amate. Seguendo questo esempio, il sito MyPoeticSide ha deciso di compiere la stessa operazione con i grandi della poesia.

I redattori del sito hanno analizzato il loro intero database—contenente più di 35000 poesie—e sono riusciti a individuare le parole preferite di alcuni dei poeti più importanti della storia. Da Emily Dickinson fino a William Shakespeare. Una raccolta utilissima, per analizzare in modo diverso i lavori di questi straordinari artisti. Vediamone alcuni.

Robert Frost

Buona parte della poesia di Robert Frost è incentrata sulla trasmissione della realtà rurale. Con un linguaggio colloquiale e diretto. Non sorprende, quindi, che alcune delle sue parole più utilizzate siano “albero“, “fiori“, “vento“, “uccelli” e “legno“.

Le sue poesie, inoltre, hanno spesso un tono malinconico. Il passato e i ricordi di un tempo che ormai se n’è andato sono al centro della poetica di questo autore. Nelle sue opere c’è anche un utilizzo massiccio di termini come “indietro”, e “passato“.

 

Emily Dickinson

Emily Dickinson. Via.

Visto che buona parte della produzione di Emily Dickinson è incentrata sul rapporto conflittuale fra l’uomo, la sua spiritualità e l’ineluttabilità della vita, non sorprende che tre delle parole che più utilizza siano “Dio” e “paradiso” e “morte“.

Anche la Dickinson, però, fa largo uso di termini che richiamano la Natura. Spesso per evocare stati emotivi tramite il paragone con agenti atmosferici o ambientali. Quindi nella sua poesia troviamo largo uso delle parole “cielo“, “estate“, “sole“. La parola preferita in assoluto dalla poetessa, però, è “piccolo”.

 

William Shakespeare

La passione e i sentimenti sono certamente dei temi fondamentali per i sonetti di Shakespeare—come lo sono d’altra parte per i suoi scritti teatrali. E questa tendenza si nota ovviamente anche dalle parole che sceglieva per comporre i suoi lavori. Un largo uso dei termini “bacio“, “bellezza“, “desiderio“, “lussuria“. Anche “fiore“, in questo contesto, è una parola con connotazioni amorose: è infatti il paragone preferito dallo scrittore inglese per riferirsi alla bellezza di una donna.

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