Forma e sostanza di un manoscritto

Come “confezionare” un manoscritto che sia leggibile per un editore.

manoscritto

Lavoro da tempo con gli autori esordienti, e ormai ho imparato a conoscerne pregi e difetti. È vero che ogni esordiente è esordiente a modo suo, però ci sono parecchi errori, anche formali, che sono molto comuni.

Facciamo l’esempio di un romanzo: ciò che più conta è sicuramente la sostanza, l’ambientazione, la costruzione dei personaggi, la logica interna degli eventi raccontati e così via. Poi è importante la capacità di scrittura, il dominio delle sequenze, delle scene, in una parola la capacità di strutturare correttamente la narrazione, un buon incipit (ne parlo nel video di questa settimana). Non ultimo, è fondamentale l’interesse del soggetto trattato (qui entrano in gioco i gusti personali… anche la storia scritta nel modo più perfetto ma che metta in scene le Forze del Bene contro quelle del Male o che mi presenti il Predestinato che salverà il mondo mi farà venire l’orticaria e dovrò abbandonare la lettura per grattarmi furiosamente, non posso farci niente…).

Tributato il dovuto onore alla sostanza, vorrei però dire che anche la forma ha la sua importanza. Che cosa vuol dire “forma”? Prima di tutto, la correttezza linguistica. Sono d’accordo che qualche refuso si possa insinuare in qualunque momento, basta un attimo di distrazione e poi uno scrittore non lo “vede” più, letteralmente, anche rileggendo più volte. Ma qualcuno è proprio convinto che scrivere “un’angelo” o “qualcun’altro” sia giusto, che congiuntivo e condizionale siano intercambiabili, altri confondono “c’entra” e “centra”, scrivono “é” e “perchè” (accento acuto e grave!) e tante altre piacevolezze.

Ricordate inoltre che le virgole non sono parmigiano grattugiato da spolverare sulla pasta, ma che esistono alcune regole d’uso.

I puntini di sospensione sono sempre e soltanto 3, seguiti, ma non preceduti, da uno spazio (e, in ogni caso, fatene un uso MODERATISSIMO).

Le virgolette “caporali” non si fanno <<così>>, ma «così», utilizzando l’inserimento di simboli tenendo schiacciato il tasto ALT e digitando 174 e 175 sul tastierino numerico.

Per questo e altri dubbi, perché non consultare un buon manuale di stile?

Ma – domanderà qualcuno – non ci sono i correttori di bozze, per ovviare a piccoli e grandi errori? Sì, è vero, è il loro mestiere. Però, quando prenderemo in esame il vostro manoscritto, non fate sì che il nostro primo pensiero sia mettere in dubbio che conosciate l’italiano: se volete scrivere, la materia fondamentale da utilizzare è la lingua. Uno scrittore che vuole scrivere e non conosce la lingua è come un musicista che vuole suonare senza conoscere la musica, un muratore che vuole costruire un muro senza saper preparare il cemento, una sarta che pretende di fare un vestito senza saper cucire… Credo di aver reso l’idea.

Ovviamente, un editore si aspetta che gli mandiate un manoscritto decente (se cartaceo, mi raccomando, NUOVO, non “vissuto” e pieno di orecchie, annotazioni, ditate di Nutella), magari rilegato con una di quelle spirali di plastica che vi mettono in cartoleria, e comunque, se accetterà di pubblicare, vorrà poi un file leggibile e modificabile. Io voglio solamente il file, possibilmente .doc oppure .odt, non .pdf. E scritto con un carattere semplice, il mio preferito è Times New Roman. È vero che i file si possono trasformare, riformattare ecc., ma perché volete renderci le cose più difficili? Ebbene, ho appena ricevuto un file tutto in Lucida Handwriting, avete presente?

Non sarebbe neanche male se poteste accompagnare l’invio con una breve sinossi (10-20 righe, non 20 pagine!) e una sintetica presentazione di voi stessi… sembra una banalità, ma sovente mi arrivano delle mail vuote, con un romanzo in allegato. Sì, la sintesi è una dote, ma non esagerate!

Concludendo: avete certo lavorato molto per produrre il vostro manoscritto e desiderate che venga preso in attenta considerazione. È ciò che facciamo abitualmente, ma se inviate in casa editrice un prodotto che porti anche i segni della vostra amorevole cura, credetemi, sapremo apprezzarlo!

Di Piera Rossotti Pogliano

 

LGBT: conoscete questo acronimo?

Quando la scrittura non conosce differenze

lgbt

LGBT è l’acronimo di Lesbian, Gay, Bisexual e Transgender. Questa è la nuova sezione inserita nel nostro catalogo e non tanto per osservare un nuovo punto di vista erotico, quanto per raccontarvi storie che, pur avendo in comune il sentimento, sono vissute con un’ottica differente. E non vi è niente di meglio che poter spaziare nell’animo umano, cogliendo tutte le sfumature possibili.
I due romanzi che presentiamo, pur molto diversi tra loro, sono accomunati dal fatto che sono opera di due autrici donne under 30 e dai protagonisti delle storie, che sono omosessuali. Il melodramma ai tempi dei leggings è una storia tutta siciliana, ambientata nella Sicilia “profonda”, dove le opportunità di lavoro per i giovani sono poche e spesso insoddisfacenti, “magico mondo fatato in cui tutti e tutto possono diventare quello che vogliono non grazie, ma nonostante le proprie caratteristiche e quindi un cane può diventare un attore, un atleta può diventare un invalido al 100%, un analfabeta diventare giornalista, un criminale politico, un’area archeologica area edificabile”.
Cappuccino italiano è invece ambientato tra Londra Trieste, e racconta con leggerezza storie drammatiche, ma al tempo stesso propone molte tematiche attuali e dibattute, come l’uso delle droghe e il problema delle adozioni da parte di genitori “non tradizionali”.A titolo informativo, preciso che non si tratta di opere a sfondo erotico e che non urteranno la sensibilità di nessuno.

Intervista a Sabrina Grementieri

Noccioli di ciliegie di Sabrina GrementieriIntervista a Sabrina Grementieri

  • Sabrina Grementieri ha scritto due romanzi che rientrano nel filone “rosa”, ovvero parlano di amore e sentimenti, senza però tralasciare la passione e la realtà delle persone. In un’epoca in cui tutto diventa materiale o, al contrario, fin troppo fantasioso, che valore dai all’amore?

Buongiorno a tutti. Quale migliore domanda per una romantica come me? Per me non esiste un’esistenza senza amore. Per amore io intendo la passione, l’entusiasmo, il sacrificio, gli attacchi di tachicardia e le farfalle nello stomaco, le lacrime di soddisfazione e orgoglio. Anche ai più cinici io chiedo sempre: siete sicuri di non avere mai provato questo sentimento? Perché l’amore non è solo quello tra due persone adulte. È l’amore per i propri figli, per gli animali, per il proprio lavoro, per una giusta causa. Io non mi alzerei dal letto al mattino se nella mia vita non ci fosse almeno una di queste cose. Ma vogliamo circoscrivere l’amore a quello tra due persone? Io personalmente non potrei davvero vivere senza. E non parlo dell’innamoramento, quello che ti travolge, ti sconvolge, ti ringiovanisce e ti rincretinisce. Parlo di quella difficile sfida di costruire un rapporto forte, complice e arricchente basato sui sentimenti. Fermatemi adesso!

  • Sia in “Una seconda occasione” che in “Noccioli di ciliegie” l’ambientazione si svolge in territorio nazionale, prima nelle verdi campagne toscane e poi sui rilievi dell’Alto Adige, perché questa scelta? E come reputi la decisione di altri autori di porre i propri personaggi in ambientazioni per lo più estere?

L’Italia è un paese paesaggisticamente stupendo. Abbiamo cornici uniche e varie, dai ghiacciai alle dune, dalle città alle isole. Da adolescente, quando ho iniziato a scrivere, anche io ambientavo le mie storie all’estero. Buona parte di quello che leggevo era ambientato oltre frontiera, e sembrava naturale così. Poi ho iniziato a viaggiare, ho visto posti splendidi e mi sono innamorata del mio paese. Sono strana vero? Credo che a noi italiani manchi la cultura di sostenere il nostro paese. Non so quanto arriverò lontano con i miei romanzi, ma è in Italia che voglio ambientare le mie storie. Pensa che la prima cosa che mi dicono dopo averle lette è che sembra di essere proprio in Toscana, o in Alto Adige. Questo per me è un grande successo.

  • I tuoi personaggi sono sempre molto ben tratteggiati e caratterizzati da aspetti che li fanno sembrare molto reali. Trai spunto da persone che conosci o attingi direttamente da te stessa?

Fino ad ora i personaggi sono tutti inventati. Poi è inevitabile metterci qualcosa di me, o di qualcuno che ha incrociato il proprio cammino con il mio. Nel tentativo di renderli più reali possibili devo per forza attingere dalla realtà, ma sono lontana dallo scrivere di persone realmente conosciute.  Mi mette a disagio, ma non è detto che in futuro non possa accadere!

  • Nei tuoi romanzi esiste sempre una componente che riporta a cause fisiche e psichiche, come malattie, incidenti o altro, perché hai ritenuto opportuno porre uno dei protagonisti in una condizione di “quasi” bisogno rispetto all’altro?

In realtà fornisco ai miei protagonisti una buona dose di drammi ciascuno, giusto per non fare differenze! A parte gli scherzi, il cammino di ciascuno di noi è costellato di ostacoli, più o meno gravi, e mi piace descrivere il loro cammino e i loro tentativi/ non tentativi di superarli. Poi vuoi la mia poca esperienza di scrittrice, oppure la mia ostinata positività, la storia finisce sempre con un lieto fine. Ma io sono così nella vita reale: amo le sfide, e mi intestardisco nel ricercare un finale positivo. Non potrei mai scrivere profondi saggi intimistici, conditi di cinismo e fatalità. Non riesco nemmeno a leggerli!

  • Pur essendo dei romanzi rosa, le tue trame si discostano parecchio dal classico cliché dettato dall’amore zuccheroso, anzi, spesso i tuoi protagonisti, come nella vita reale, non sanno se avranno un lieto fine fino all’ultima riga. Hai mai pensato di lasciarli veramente in sospeso e di non produrre un happy end?

Direi che ti ho già risposto nella domanda precedente. Per ora no, non potrei non finire con l’happy end. Non amo le storie zuccherose, le protagoniste svenevoli e i protagonisti tutto testosterone. E nemmeno le trame troppo scontate. Come hai detto tu, preferisco sembrino più reali possibili. Però anche se li faccio sudare un po’, poi alla fine si tira tutti un bel respiro di sollievo!

  • La moda del momento prevede un rapporto realistico fra i personaggi, ovvero piuttosto carnale, benché i tuoi non siano privi di passione, tutt’altro, non vengono mai descritti in modo troppo “intimo”, la tua scelta è voluta? E pensi che riusciresti mai a scrivere qualcosa di più torbido e travagliato anche da questo punto di vista?

La scelta è decisamente voluta. Non sono un’amante dell’erotico, e anche se lo fossi ora mi sarei già abbondantemente stufata. Sono capricciosa, lo ammetto: le mode mi scatenano uno strano prurito sotto pelle, e ne sto lontana.
Poi, si sa, le scene di sesso sono tra quelle più difficili da descrivere, e sono certamente ancora molto inesperta!
Per concludere, vogliamo lasciare ai nostri pazienti lettori un po’ di spazio per la fantasia? Io la vedo così, e permettimi questo paragone: scrivere di sesso è un po’ come vestirsi. Se vado in giro con addosso solo una foglia di fico, che altro c’è da scoprire?

  • Mentre la cover e il titolo del primo libro erano abbastanza chiari, il secondo, Noccioli di ciliegie, rimane un po’ più enigmatico. Come mai hai scelto questo titolo e che cosa rappresenta per te?

I Noccioli di ciliegie sono per me il simbolo dei gesti di affetto, delle coccole. Come sai, sono quei sacchettini pieni di noccioli che puoi scaldare e mettere nelle parti doloranti del corpo. I miei figli li vogliono d’inverno per andare a dormire, soprattutto quando io sono al lavoro e non posso essere con loro. Li abbracciano come fossero un’ancora, e da lì è venuta l’idea. Il disegno è di un’amica, la brava artista Chiara Di Placido, alla quale ho lasciato libera scelta di interpretare la storia.

  • Vi è un’evidente crescita artistica fra il primo e il secondo libro, non tanto a livello qualitativo, giacché era ottimo fin dall’esordio, quanto da un punto di vista stilistico, poiché nella tua seconda opera hai posto maggiore riflessività e attenzione all’equilibrio della trama. A cosa è dovuto, secondo te, questo cambiamento?

La verità? Alle critiche costruttive! Lo scorso anno ho collaborato con alcuni scrittori nella stesura di racconti e al momento dell’editing, il mio aveva subito una bella batosta! Ma sono una brava ascoltatrice e soprattutto assorbo consigli e idee come una spugna. Se non c’è cattiveria (dalla quale ahimè mi faccio ferire) cerco di mettermi sempre in discussione.

  • Sabrina Grementieri scrittrice, moglie, madre, lavoratrice. Le tue giornate devono essere davvero molto piene. Quando trovi il tempo per scrivere? Quando ti vengono idee per un romanzo, riesci sempre a tenerle a mente o le scrivi da qualche parte per non perderle durante le mille attività quotidiane?

In realtà non prendo quasi mai appunti, e di questo mi rimprovero perché poi dimentico. Magari non il soggetto o il contesto, ma le parole giuste per esprimere un concetto, che di solito ti vengono nei momenti più impossibili. Però faccio spesso foto, perché l’ambientazione è la molla che fa partire la fantasia.

  • Quando Sabrina non scrive, come occupa il suo tempo, sempre che gliene rimanga?

Quando non scrivo faccio quello descritto sopra: mamma, moglie, lavoratrice. Però mi piace uscire con gli amici, e viaggiare, e ti giuro, a volte ci riesco!

  • Avendo pubblicato con un editore nativo digitale, quanto pensi che sia importante l’approccio di un autore con il web e quali vantaggi pensi che la rete possa offrire?

Un autore, purtroppo, deve imparare a sfruttare i vantaggi della rete. Dico purtroppo perché io non sono molto abile con la tecnologia, quindi ci perdo un sacco di tempo per ottenere risultati mediocri. Dalla mia posso dire che ci provo. So che devo promuovermi, farmi sentire, far sapere che ci sono. Voi mi state davvero aiutando, e non potrò mai ringraziarvi a sufficienza.

  • Quali sono i tuoi progetti per il futuro e che cosa puoi anticiparci del tuo prossimo romanzo?

Tanti, sempre tanti progetti! Non riesco mai a fermarmi. Ho terminato il terzo libro, ambientato in Salento questa volta. È in attesa di spiccare il volo. Voglio partecipare a workshop di scrittura, imparare da chi ne sa più di me di questo meraviglioso mestiere. Voglio continuare a viaggiare, a conoscere, a stupirmi. Ma soprattutto voglio essere presente per i miei due cuccioli d’uomo, sperando di trasmettere loro la voglia di sapere, di scoprire, di assaporare la vita.

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Dal manoscritto al libro

manoscritto L’avventura di un manoscritto: primi passi verso la pubblicazione.

 

Mettere la parola “fine” al fondo di un manoscritto è una grande emozione. Poniamo che si tratti di un romanzo: per settimane, mesi, forse per anni avete convissuto con dei personaggi scaturiti dalla vostra immaginazione, li avete seguiti, spiati, coccolati. Avete guardato se mangiano mentine o preferiscono le gelatine alla frutta e se buttano a terra le carte di caramella. Adesso, devono avventurarsi nel vasto, infido mondo editoriale e voi, trepidi come genitori…

Vabbè, facciamola più corta. Avete scritto e volete pubblicare. Vi siete informati, avete scansato le trappole che i neoautori trovano sul loro cammino, avete selezionato un certo numero di case editrici che potrebbero fare al caso vostro. Supponiamo che tra queste ci sia EEE (succede, a giudicare dalle vagonate di manoscritti che arrivano nelle nostre caselle di posta!).

Ecco, mi è appena arrivato il vostro manoscritto. E adesso, che ne facciamo?

Banale: per prima cosa lo vedo io, apro gli allegati, per verificare che non ci siano problemi, poi salvo tutto in una sottocartella delle “Opere in esame” che porta il vostro nome; preparo anche una scheda cartacea con la vostra mail, titolo e genere dell’opera e vi rispondo, indicandovi anche entro quando, più o meno, potremo leggere il vostro manoscritto. Cerchiamo di rispettare i tempi, anche se non ci riusciamo al 100%. Attualmente, l’attesa è di circa sei mesi.

Un passaggio successivo consiste nel riprendere in mano il vostro file e nel leggerne le prime 10-20 pagine, qualche pagina centrale e la conclusione. Purtroppo, molto spesso questo semplice passaggio porta a rifiutare immediatamente un manoscritto, generalmente a causa di una “cattiva” scrittura. Per farmi capire: provate a prendere foglio e matita e a disegnare un cavallo. Qualcuno di voi saprà rendere il movimento, l’eleganza di questo stupendo animale, altri disegneranno una specie di barilotto con una coda e quattro zampe, o qualcosa di intermedio. Ecco, per la scrittura è lo stesso. Se il vostro scritto è l’equivalente del barilotto con la coda, c’è poco da fare. Se la scrittura è buona o almeno è così così, andiamo a valutare più a fondo.

A questo punto, trasformo grossolanamente il manoscritto in epub (senza indice, capitoli ecc.), tirando moccoli se mi avete mandato un pdf, che è il formato di partenza peggiore. Tra l’altro, noi richiediamo sempre un doc o un odt (Word, Open Office), perché non stampiamo il manoscritto su carta, ma lo leggiamo con un tablet. Mando questo manoscritto ad un collaboratore, che legge e redige una scheda, NON destinata agli occhi dell’autore, ma solo ad uso interno, e anche molto breve, perché la materia prima che più mi fa difetto è il tempo. Se la scheda è negativa, il manoscritto termina lì la sua avventura con EEE, altrimenti finisce di nuovo nel mio tablet e lo rileggo integralmente. Di solito, dopo, ci dormo su almeno una notte e poi decido se mi piace o non mi piace.

Se il manoscritto mi entusiasma, ve lo dico subito, altrimenti suggerisco qualche miglioria, se lo ritengo sanabile. A questo punto l’autore dovrà decidere se ha voglia di riscrivere e correggere, oppure di cercarsi un altro editore. La terza possibilità è che il manoscritto sia piaciuto ai miei collaboratori, ma che non piaccia a me (per tanti motivi, ormai sapete che sono una vecchia signora bisbetica). Qualcuno mi chiede un editing o una scrittura assistita: in questo caso, a volte accetto, ma non di frequente, sempre per quel benedetto fattore tempo e, in ogni caso, soltanto per i manoscritti che ritengo potenzialmente davvero buoni. Ma non siamo a caccia di editing.

E adesso, se il manoscritto non va, riceverete una mail di rifiuto gentile (anche se non manca chi si offende lo stesso), perché sappiamo che scrivere, che lo si sappia fare bene o male, costa comunque fatica, e le persone che scrivono ci piacciono. Qualcuno di voi si risente, magari risponde che “non sappiamo leggere opere di un certo spessore”, magari si cancella dalla newsletter. Ci dispiace, ma pazienza. Altri sono più umili, promettono di ritentare, sovente ringraziano.

Se il manoscritto va bene, invece vi scrivo io, magari due righe secche secche. E, se siete d’accordo, si comincia a lavorare insieme, perché siamo soltanto all’inizio.

by Piera Rossotti

Intervista a Emanuele Gagliardi

Intervista a Emanuele Gagliardi autore de La pavoncellaIntervista a Emanuele Gagliardi autore de La pavoncella

 

Emanuele Gagliardi, vincitore del primo concorso proposto da Edizioni Esordienti Ebook, dedicato alla categoria giallo, thriller e noir, non è nuovo né a tali generi né al ricevere premi e riconoscimenti per le sue opere. La sua mano si è affinata nel tempo, proponendo sempre libri di grande interesse, le cui trame hanno quel particolare gusto vintage che riporta ai tempi passati. Umberto Soccodato, il suo commissario, presente in tutti i libri, non è solo un personaggio, ma un uomo a cui il lettore finisce per affezionarsi.

  • L’affaire Pasolini, l’ENI e la vicenda Mattei sono i perni su cui gira il romanzo La pavoncella. Perché proprio queste vicende ti hanno guidato nella stesura della trama del tuo libro?

            In tutta franchezza, le mie storie originano anzitutto dalla necessità di tornare a “sentire” – uso il verbo nell’accezione propriamente e totalmente sensoriale – un’epoca per me indimenticabile: gli anni Settanta. Perché siano stati tali, è presto detto: ero bambino. Una volta dissi al pediatra che mia figlia voleva a tutti i costi dormire nel lettone in mezzo a mamma e papà. Lui mi rispose: “perché, a lei non piacerebbe?” Con i miei libri ho trovato il modo per crogiolarmi richiamando le sensazioni visive, uditive e olfattive di quegli anni. I fatti di cronaca, gli aspetti sociali e di costume, vengono in un secondo momento e servono a contestualizzare la vicenda. Nel caso de La pavoncella, si aggiunge la volontà di rendere omaggio a Pier Paolo Pasolini che, al di là delle discutibili scelte di vita, è stato un grande intellettuale e un poeta assoluto. La Supplica alla madre è una gemma unica per la onesta disperazione che rivela.

  • Il commissario Soccodato è un personaggio estremamente ben caratterizzato dal punto di vista umano. I suoi rapporti con la moglie e le sue relazioni con sottoposti e superiori, lo rendono più “persona” che personaggio. Quanto hanno influito le tue precedenti esperienze letterarie, dato che questa è la tua quarta pubblicazione, per dare una visione così reale del tuo protagonista?

            Il commissario Soccodato è in buona misura un mio alter ego. Chi mi conosce sa quanto corrispondano alla mia personalità il suo aspetto demodé, l’attaccamento alla quiete domestica, un’emotività che lo rende a volte più poeta che poliziotto, ma pure un sarcasmo spinto fino al dispetto…  È sotto tutti gli aspetti un antieroe,“un popolano del miglior lignaggio”, come lui stesso sottolinea citando Ettore Petrolini. Un romano, come me e come tanti, che per pigrizia e per istinto di conservazione non ha proprio voglia di far l’eroe, pure perché, con tutto il rispetto, sulle lapidi degli eroi le date di nascita e morte sono sempre troppo ravvicinate! Un’incarnazione del motto andreottiano “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”, insomma. 

  • L’ispettore Santucci, per contro, non appare quasi mai nel libro, ma la sua presenza si avverte in modo incisivo, soprattutto come “momento leggero” all’interno di una vicenda piuttosto complessa. Inoltre, ci sono altri personaggi che rendono la storia molto ironica e divertente. Trattandosi di un giallo in piena regola, queste figure sono state volutamente inserite per rendere meno pesante la trama?

            Non posso fare a meno dell’ironia. Non ci riesco nella vita e tanto meno ci riuscirei nella scrittura. E poi sono convinto che uno “stacco” sul sorriso sia utile: per alleggerire la narrazione, certo, ma anche per evitare di “scriversi addosso”, di cadere nella seriosità. Visto che abbiamo parlato di Pasolini, ricordo volentieri una sua frase: “la serietà è la qualità di coloro che non ne hanno altre”. Santucci fa ridere, è vero, ma poi contribuisce in maniera determinante alle soluzioni dei casi perché va fino in fondo, obbedisce agli ordini senza sicumera, con forte volontà. Un antieroe anche lui. Ma spesso c’è più eroismo nella quotidianità che in un atto eclatante.

  • La vicenda investigativa condotta con metodi “classici”, rispetto a quelli che sono gli standard mostrati anche dalle più moderne serie televisive, donano alla trama un sapore vintage. Una scelta così in controtendenza con quanto normalmente viene proposto, non temi possa penalizzare il tuo libro?

            Direi che, al contrario, in questa scelta stia il punto di forza, l’originalità dei miei romanzi. Lavoro in Rai da quindici anni e so per esperienza quanto la gente che vede CSI, NCIS o Criminal Minds abbia anche voglia di “classico”. Vanno a ruba gli home video che ripropongono su supporti attuali i telefilm con il Commissario Maigret, il Tenente Sheridan, Colombo, Nero Wolfe, Starsky e Hutch… o i grandi sceneggiati degli anni ‘70, tipo Il segno del comando, Ho incontrato un’ombra, Qui squadra mobile, Ultimo aereo per Venezia, solo per citarne alcuni.

  • Roma, metà anni ’70: perfetta cornice per la storia descritta. Se dovessi ambientare la vicenda ai giorni nostri, quali pensi che dovrebbero essere le variabili necessarie?

            Le indagini dovrebbero essere condotte con maggiore ausilio della tecnologia e della scienza forense. Il ritmo delle indagini dovrebbe essere più serrato, conforme ai tempi di una società che “non dorme mai” a causa (dico di proposito “a causa” e non “grazie a”) dell’informazione permanente garantita dai new media che annullano ogni limite spazio-temporale. Anche i personaggi dovrebbero essere differenti: più dinamici anche loro, più social, e magari con situazioni familiari problematiche o alternative… Basta così! Se dovessi essere costretto a sovvertire tanto la mia natura preferirei smettere di scrivere.

  • Quanto lavoro di ricerca hai svolto per scrivere una vicenda così intricata e così precisamente inserita nel contesto dell’epoca?

            Molto lavoro. Lavoro estremamente piacevole, però. Ogni volta che scrivo un libro frequento biblioteche ed emeroteche e mi documento su tutto: cronaca, politica, società, musica, televisione, cinema, cultura, sport, pubblicità…  per completare i ricordi personali e ricostruire il più fedelmente possibile l’atmosfera di un’epoca. È il “vizio” del rigore storico che ho appreso studiando all’università con il professor Renzo De Felice.

  • Per descrivere i vari personaggi del libro hai preso spunto da persone realmente esistite?

            Dalla realtà mutuo soprattutto le fisionomie. Le vicende umane, invece, o sono di totale invenzione o sono il risultato di una miscela di spunti presi qua e là e assemblati ex novo.

  • Il protagonista fuma la pipa, atto simbolico che, solitamente, aiuta nella concentrazione e nel trovare una propria visione della realtà. Questo particolare nasce da una propria esperienza personale, oppure diviene parte di quel classico bagaglio che richiama personaggi letterari già conosciuti?

            Sono stato fumatore di pipa fino a pochi anni fa. La pipa aiuta la concentrazione, è vero, e fa molto personaggio ma… la salute è più importante. Meglio che a fumare continui solo Soccodato. Il riferimento Maigret è dichiarato.

  • La parte di storia relativa alla pavoncella, descritta nel libro come espediente per tranquillizzare una bambina spaventata dall’allarme antiaereo, per quanto funzionale alla trama, rappresenta una scelta davvero particolare, dal momento che è diventata il titolo del libro. Vuoi raccontarci il motivo di tale scelta?

            Da un po’ di tempo mi sono appassionato all’esperimento di crowdsourcing – giornalismo partecipato basato sulla presenza di “informatori” sparsi sul territorio – lanciato sul web dal giornalista Mario Tedeschini Lalli che si è messo sulle tracce delle sirene di allarme antiaereo installate ai tempi della II Guerra mondiale. Solo a Roma, alzando lo sguardo ai tetti, sono state censite una trentina di sirene. Io stesso mi sono arrampicato su alcune terrazze condominiali per osservare da vicino e fotografare queste testimoni del passato. Di alcune ricordo il suono, non di allarme per mia fortuna, perché fino a tutto il 1975 venivano azionate ancora per segnalare il mezzogiorno. La storia della bambina è inventata, ma serve ad introdurre il richiamo alla pavoncella, comune uccelletto spesso erroneamente confuso con la femmina del pavone di cui non ha le caratteristiche di bellezza, a cui il commissario Soccodato associa una delle protagoniste del romanzo, altezzosa fino alla stizza ma offuscata e frustrata dalla ingombrante avvenenza della sorellastra non amata.

  • Che cosa ti ha spinto a pubblicare con un editore nativo digitale e, dopo “La pavoncella”, pensi di scrivere un altro libro giallo o spaziare in altri generi?

            Ho partecipato con il mio romanzo inedito al concorso indetto da Edizioni Esordienti Ebook e dopo pochissime settimane ho vinto il primo premio. Un riscontro immediato, inatteso, senz’altro gradito. Circa le caratteristiche “digitali” dell’Editore in questione, sarei ottuso se mi lasciassi condizionare. Prediligo il libro cartaceo, indubbiamente, ma la realtà è cambiata e in alcuni casi non è possibile ignorare il mutamento. Il gusto di scrivere è legato al piacere di raccontare qualcosa. Il libro, la scrittura tout court, è un medium “freddo”, volendo usare la dicotomia antifrastica coniata da Marshall McLuhan, perché implica un alto grado di partecipazione e di completamento da parte del pubblico. Io racconto storie vintage che, per quanto so, trasmettono e riaccendono emozioni in coloro che le leggono e se ne sentono coinvolti. Il supporto tramite cui avviene questa osmosi emozionale è solo strumentale, poco importante.

            Circa un mese dopo La pavoncella è uscito Scommessa assassina (Giovane Holden Edizioni), un altro giallo-vintage. Siamo nel luglio 1966, mentre si giocano i Mondiali di calcio in Inghilterra. Il commissario Soccodato è in vacanza in Romagna, a Bellaria, con la moglie; un conoscente che alloggia nel loro stesso albergo lancia un’assurda scommessa, un anziano professore muore in circostanze oscure. In cantiere ho poi altri due thriller con il commissario Soccodato, ma ho anche nel cassetto una storia diversa: per l’ambientazione, che è vintage solo nella prima parte della vicenda, e per il genere che è la fantascienza.

  • Quando Emanuele Gagliardi non scrive, come occupa il proprio tempo?

            Prima che scrittore sono padre, marito e figlio. Quando non scrivo, ma allo stesso modo mentre scrivo, cerco di compiere al meglio queste tre funzioni perché colloco la famiglia al primo posto nella mia personale assiologia. Poi, al di là del tempo riservato al lavoro, mi piace dedicarmi alla passione che mi accompagna sin dagli anni dell’infanzia: la fotografia. Rigorosamente con apparecchi a pellicola, tutti modelli degli anni Sessanta e Settanta. Prediligo le stampe in bianco/nero e, per il colore, le diapositive.

  • Hai qualche consiglio da dare agli autori alle prime armi, soprattutto a quelli che si vorrebbero cimentare nel genere giallo/spy story?

            Anzitutto leggere i maestri del genere. Per quanto mi riguarda, Simenon, Scerbanenco, Fleming… Quindi definire e mettere a fuoco una propria nota caratteristica che ricorra in tutti i romanzi, magari raffinandola di volta in volta. Tener presente che il thriller, il noir sono più che altro un’atmosfera che deve coinvolgere il lettore non solo come co-investigatore, ma come co-protagonista. Evitare sconfinamenti nel sovrannaturale o nel fantascientifico, o comunque collocarli in posizione accessoria rispetto alla vicenda principale che deve viaggiare sui binari della concretezza.

            Infine, l’ingrediente fondamentale: tanta umiltà.

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Essere editore oggi.

promozioni EEEEssere editore, oggi. E “fare squadra”. Perfino “fare cultura”

In occasione del recente Salone del Libro di Torino ho incontrato Ciccio Rigoli che, oltre a essere un giovane in gamba e di belle speranze, è anche la mia “interfaccia umana” con la piattaforma Stealth attraverso la quale distribuisco. Tra le altre cose, abbiamo parlato del self-publishing. Ciccio asserisce che è un mezzo per far emergere davvero le opere valide, gli scrittori che hanno qualcosa da dire: se non vali, se non piaci, il popolo della rete ti compra un e-book e poi tanti saluti. Se piaci, ti legge, ti retwitta, parla di te e ti promuove. E raggiungi un pubblico vastissimo.

Il ragionamento non fa una grinza. In ogni modo, supponendo che gli autori sappiano e abbiano voglia di fare accanita autopromozione, il self è una grande opportunità. In secondo luogo, c’è un aspetto molto interessante, ed è la possibilità di interazione e interscambio tra autori e lettori che, senza il web, non sarebbe possibile oltre un certo livello, e questo è democraticamente accessibile a chiunque sappia usare la rete, almeno un po’. A un numero sempre crescente di persone, insomma.

Allora, c’è ancora spazio per un piccolo editore?

Secondo me sì, almeno per un editore che voglia rispettare il lettore selezionando quello che pubblica, che percorra la via del digitale e che si dedichi soprattutto agli esordienti.

Dire “esordiente” è usare un termine soggetto a molteplici interpretazioni; volendo semplificare, tuttavia, andrei oltre il significato di “scrittore che pubblica la sua prima opera” per definirlo, invece, “scrittore non ancora famoso”.  Puoi aver pubblicato dieci libri ed essere ancora un esordiente, ma la chiave sta in quel “non ancora”: non perché sarai sicuramente famoso, ma perché un editore serio pensa che tu meriti di esserlo. Forse non venderai mai migliaia di copie, ma lo meriteresti. Piccola consolazione? Forse. Ma se sei bravo, il grande pubblico potrebbe accorgersi di te e, quando qualcuno che di libri ne capisce un po’ ti dice che sai scrivere, questo è un grande incoraggiamento a proseguire. Puoi sognare… e non è poco.

Molti scrittori “non ancora famosi” all’inizio hanno bisogno di qualche dritta, anche di qualche bella ripassata alla loro bozza (lontani i tempi in cui a scuola si imparava il corretto uso dell’apostrofo…). Altri, hanno bisogno di qualcuno che gli dica di dare qualche sforbiciata al testo che hanno scritto (dolorosa, ma necessaria). Altri – ed esistono! – partono già da livelli molto alti. In genere, sono prima di tutto degli avidi lettori che hanno “rubato il mestiere” ad altri scrittori, però poi iniziano a scrivere trovando la loro voce originale, non imitando pedissequamente.

Partendo da queste considerazioni, è nato il progetto di Edizioni Esordienti E-book: tre parole che racchiudono un programma:

Edizioni: una casa editrice con dei lettori esperti che seleziona davvero gli autori e che ha rispetto per i lettori; non pubblichiamo ciarpame, lo leggiamo prima noi e poi decliniamo l’offerta;

Esordienti: abbiamo già detto a chi ci vogliamo rivolgere. Aggiungerei che gli “autori non ancora famosi” dovrebbero anche essere umili e avere voglia di crescere (tenendo presente che il successo commerciale non appartiene ai più!);

E-book: per sfruttare al meglio tutte le opportunità che offre il web e, al contempo, superare la logica della distribuzione del cartaceo, eccessivamente costosa, anche perché la maggior parte dei titoli di autori non conosciuti andrà in perdita e, per giunta, in libreria un libro diventa rapidamente obsoleto, al massimo regge per un mese, mentre l’e-book è decisamente più longevo, non si esaurisce mai ed è possibile aggiornarlo (magari correggendo qualche refuso sfuggito ai più rapaci correttori di bozze). Nel giro di qualche ora o al massimo di qualche giorno, gli e-book di EEE sono disponibili ovunque, il mercato è globale. Ed è uno strumento destinato a diffondersi sempre più. (Poi, se volete i libri di carta per le presentazioni, per la libreria di casa o per regalarlo alle zie a Natale, EEE li sa fare molto bene, anche in piccole quantità).

E perché “fare squadra”? Per tante ragioni. In primo luogo, perché è bene che un autore non si senta isolato, ma possa condividere con altri le sue esperienze e discutere. Poi perché deve partecipare e mettersi in gioco, ma è più facile farlo se non si è soli. È passato il tempo in cui l’autore affidava il suo libro all’editore e toccava a quest’ultimo cercare di venderlo: occorrono delle sinergie. Uniti e collaborativi, attraverso i social media si raggiungono più persone, un bacino di potenziali lettori moltiplicato per il numero degli autori coinvolti o quasi. Basta, però, con gli autori che parlano sempre e soltanto di se stessi e delle loro sublimi opere (sui social media c’è soprattutto questo!), è il momento di portare le proprie idee, di ascoltare quelle degli altri, in un interscambio fecondo e intelligente. Perché una casa editrice, che è fatta anche dai suoi autori, oltre che dalla redazione, deve fare cultura (non mi vergogno di pensarlo e di dirlo!).

Questa è la sfida di EEE. Anche il senso del blog che si affianca al nostro sito è soprattutto questo: incontro e interscambio. Grazie agli esordienti che l’hanno capito e che stanno percorrendo con noi questo cammino (difficile e faticoso, ma stimolante). Benvenuti a quelli che vorranno unirsi in questa avventura.

B come blog.

Un blog tutto nostro.

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“Prima novitàun Blog tutto nostro, nuovo, con tante idee e possibilità per autori e lettori di interagire facilmente, per informarsi, ma anche per proporre, discutere. C’è anche un concorso per racconti a tema: “Amore e Morte”. Grande tema letterario, di tutti i tempi. Ma, soprattutto, ci teniamo a dialogare con voi, a metterci in gioco (quello che i “grandi” editori non hanno più voglia di fare!).”

Queste sono le parole di Piera Rossotti, la quale, nella sua newsletter apre ufficialmente le porte al Blog.

Perché un blog?

Esiste già un sito ufficiale nel quale è possibile visionare tutti i titoli presenti nel catalogo EEE (circa 200… e non sono pochi), in cui sono comunque presentate le ultime novità ed è possibile acquistare direttamente i libri, quindi perché aprire un altro spazio nel web?
Perché un blog è più diretto e permette un’interazione con gli utenti che un sito tradizionale non può fare. Quindi un blog, abbinato alla pagina ufficiale EEE, è già una vera innovazione, un modo per dire: “Noi ci siamo. Siamo qui a vostra disposizione!”. In questo spazio raccoglieremo le novità, le curiosità e gli eventuali pensieri del nostro editore, gli stessi che vi arriveranno attraverso le newsletter. Vi faremo conoscere e daremo largo spazio ai nostri autori presentandoli al meglio. Preparatevi, vi faremo lavorare e lavoreremo affinché ognuno di voi possa avere il giusto riconoscimento e perché le opere presentate da questa piccola, ma grande, Casa Editrice, possano avere il giusto risalto.
Noi sappiamo bene che i libri presenti nel catalogo sono tutti qualitativamente validi, noi sappiamo che vengono scelti seriamente e non tutto ciò che viene sottoposto all’Editore trova la via della pubblicazione, dunque è con grande orgoglio che prepareremo le vetrine ai nostri autori, sottolineando, in questo modo, le loro capacità.
Buon lavoro a tutti!