L’emozione ha un sapore nuovo

L’emozione ha un sapore nuovo

Dopo aver scritto nel marzo 2015 uno degli articoli più letti del blog, L’inferno dentro: la rianimazione, per il quale ha ricevuto diversi commenti di consenso (tra cui anche diverse richieste di informazione sulla data di uscita del libro), Andrea Leonelli è riuscito a giungere alla fine di questa avventura, per lui alquanto significativa e sofferta.

Dall’inferno a volte si può uscire. Non è facile ma è possibile farcela.

di Andrea Leonelli

Devo ammetterlo. Questa volta è stata proprio ansia. E non è solo la trepidazione in attesa della risposta, perché ero già in ansia nel momento in cui ho ricevuto l’ultimo brano da inserire come contributo esterno al mio libro. È un’ansia globale, passata, presente e futura.

Non è il primo libro che presento a un editore, è il quinto. Stavolta però sono fuori dalla mia “comfort zone”. Molto fuori da essa… Infatti non è un’altra silloge poetica ma è un romanzo autobiografico. Un romanzo in cui mi sono messo a nudo (ma nudo nudo) con le mie fragilità, le mie debolezze, i miei errori e le mie contraddizioni.

La mia vita dopo quell’infarto che invece di uccidermi mi ha fatto rinascere. Cambiamenti, decisioni, bivi e strade da scegliere, giuste o sbagliate ma a senso unico. Un po’ come il tempo. Non si torna indietro.

Come dopo aver premuto il tasto “Invio” e si è inviata una email.

E le ansie si succedono ad altre ansie di tipo diverso: da “Riuscirò a finire definitivamente questo libro (ci ho messo anni a scriverlo, ma non per la lunghezza, per la mia difficoltà ad affrontarne i contenuti)?” a “Piacerà all’editore? Lo pubblicherà?” fino a “Piacerà al pubblico?

Ok, so che non si può piacere a tutti, ma spero che il messaggio veicolato da questo libro possa raggiungere le persone. Possa far capire che dall’inferno a volte si può uscire. Non è facile ma è possibile farcela.

Non importa a che punto critico si arrivi ma non ci si può arrendere. Si può lottare e le forme di “combattimento”, di ribellione, possono essere varie e diverse per ognuno di noi. Ognuno di noi “è un numero unico”, ognuno di noi ha la sua ricetta personale, la propria strada per uscire dall’abisso. A volte si può anche decidere di rimanere sul fondo, ma è talmente opprimente che, poi, ci si ritrova morti senza aver realmente vissuto. Si diventa comparse sullo sfondo delle vite di altri. Non voglio affermare che tutti dobbiamo essere dei protagonisti, ma possiamo ritagliarci, con un po’ di improvvisazione a volte, la nostra parte sul grande palcoscenico della vita.

La strada è ancora lunga, spero, e “Domani ci sarà tempo“.

Buon viaggio a tutti.

Andrea

La ricerca della verità

La ricerca della verità

In un mondo in cui imperversano falsi profeti, bufale online e volponi della pseudoscienza, la razionalità è la nostra arma di difesa dalla miriade di informazioni da cui siamo bombardati.

di Silvana Zanon

Sono un medico, è vero. O per lo meno, ne ho la formazione.
Ho il poster di Galileo attaccato in ufficio, mi diverto a svelare i trucchi di maghi che, nelle catene di Whatsapp, dicono di essere in grado di leggere nella mente, e stimo chi, onestamente (e soprattutto in maniera disinteressata), va alla ricerca della verità.

In un interessante convegno a cui ho partecipato lo scorso mese si è parlato di come smascherare le truffe pseudoscientifiche e le ciarlatanerie nel web: in quell’occasione, un relatore ci ha ricordato che noi scienziati dobbiamo essere come San Tommaso nel quadro di Caravaggio, che deve mettere il dito nella piaga del costato di Cristo prima di  credere a ciò che gli viene raccontato. Deve verificare.

Sacrosanto.

In un mondo in cui imperversano falsi profeti, bufale online e volponi della pseudoscienza (rigorosamente a fini di lucro), la razionalità è la nostra arma di difesa dalla miriade di informazioni da cui siamo bombardati.
Ma la domanda è: oltre a tutto ciò che si può vedere e toccare… C’è altro?
Continuo ancora a chiedermi quale sia il confine tra mente e anima.

E soprattutto, se esiste.
Se non siamo semplicemente una combinazione di processi biochimici a livello cerebrale e di neurotrasmettitori, che si traducono in quelle che noi chiamiamo emozioni, sentimenti, pulsioni. O se c’è davvero qualcos’altro. Qualcosa che sopravvivrà alla carne, alle ossa, alla cenere e alla polvere. E al resto del mondo visibile.

Un paio d’anni fa, un’infermiera mi prestò un libro di Padre Gabriele Amorth, il noto esorcista venuto a mancare nel settembre dello scorso anno. Poi ne ho letto un secondo, un terzo e un quarto.

E mi si è aperto un mondo. Lo ammetto, sono rimasta affascinata dai racconti del prete modenese: magia nera, magia bianca. Sensitivi. Maghi in grado di nuocere a distanza alle persone, in genere su commissione. Sette sataniche. Persone che hanno venduto l’anima al demonio in cambio di successo e beni nella vita terrene. Il Nemico che, subdolamente e sotto sintomi fisici o psichici, è in grado di nuocere alle persone. E gli esorcisti che, in virtù del loro investimento, possono liberarli.

Assurdo, mi grida la mente razionale.

Però… c’è un però: quella parte atavica e istintiva di noi che crede alle favole, il bambino di un tempo rimasto avvinghiato al nostro inconscio, quello che restava per ore, con gli occhi sgranati ad ascoltare le fiabe di streghe, principesse e cavalieri oscuri sussurrati da chi ce le leggeva quando ancora non conoscevamo l’alfabeto.

Quel bambino ha preso brandelli di racconti dell’esorcista come se fossero pezzi di Lego, e li ha mescolati con la realtà: col mio amore incondizionato per i gatti, con i ricordi che ho dell’Ecuador, terra delle mie origini. E anche con ciò che non esiste, che è solo frutto della mia mente. È venuto fuori l’abbozzo di una trama. Con quell’immenso dono che è la nostra fantasia, che ci dà la capacità di creare.

Detto ciò, lasciando da parte i giochi del bambino, e rivolgendomi alla mia parte adulta… Credo che sia possibile ciò che ho letto in quelle pagine?

Mah. Non lo so.

Ci vorrebbe il paziente lavoro dello scienziato, gli studi in triplo cieco: prendo tre gruppi di persone con possibili sintomi da possessione. A un gruppo somministro il farmaco che il medico ritiene appropriato, sul secondo gruppo agisco con l’esorcismo, mentre col terzo gruppo non faccio nulla.

E alla fine conto: quanti guariti nel gruppo A? Quanti nel B? Quanti nel C?
Qual è il gruppo in cui i pazienti hanno avuto maggior beneficio?
Poi, con strumenti statistici, valuto se la differenza tra i gruppi può essere dovuta al caso o no. Se l’esorcismo ha avuto efficacia nulla, oppure semplicemente paragonabile all’effetto placebo.

Però devo riconoscere una cosa, anzi due: innanzitutto, Padre Amorth, prima di ricevere una persona e prenderla in carico, la invitava a sottoporsi a visite mediche e psichiatriche. E riteneva che nella maggior parte dei casi, la risposta si trovasse in quell’ambito.

Seconda cosa, e forse ancora più importante: la gratuità dei suoi interventi.
Chi lo aveva intervistato nella sua casa, parlava di una dimora umile e spartana. Dubito che il sacerdote si sia arricchito con un lavoro che, a detta sua, lo teneva occupato per tante, troppe ore al giorno per uno della sua età. La sua fonte di guadagno potevano essere i diritti d’autore sulla vendita dei suoi libri, d’accordo. Ma il suo tenore di vita, stando a quanto ho letto in alcune testimonianze, non lo rifletteva.

E una cosa di cui ho rispetto, personalmente, è l’onestà intellettuale. E la buona fede.
Cosa che il sacerdote modenese aveva.
Poi è vero: “La scienza vede, e quindi crede. La religione crede, e quindi vede”. Ma la fede, in fondo, è proprio questo.

Indovina e il dramma dei cuccioli orfani

Indovina e il dramma dei cuccioli orfani

Il deplorevole periodo dell’abbandono sistematico si avvicina, lasciando per strada diverse vittime inconsapevoli, ree soltanto di aver amato e di essere state fiduciose. Per fortuna, non per tutti la sorte riserva lo stesso trattamento.

di Cinzia Morea

Il dieci gennaio 2004 tre cuccioli appena nati furono avvolti in un sacchetto di plastica e buttati in un cassonetto a Como.

Potevano sparire per sempre in mezzo al resto della spazzatura, e non ci sarebbe stata nessuna storia da raccontare, invece a breve distanza del loro abbandono – dev’essere stata breve per forza perché le temperature erano rigide e i cuccioli, anche stringendosi a sé, non avrebbero potuto resistere a lungo lì dentro – dopo poco, dunque, furono riportati alla luce da un’amica di una delle mie veterinarie di allora.

Dieci giorni più tardi tornavo a casa con uno di questi cuccioli, adagiato dentro una piccola borsa rigida foderata di lana, che per lui aveva le dimensioni di un port enfant. L’autoradio emetteva nell’abitacolo freddo la voce di Baglioni che cantava Tienimi con te. E quel cucciolo non lo abbiamo abbandonato mai più.

È una femmina che finimmo per chiamare Indovina (ma questa è un’altra storia, che dovrà essere raccontata un’altra volta, come diceva uno dei miei scrittori preferiti).

Pesava cento grammi e si poteva tenere sul palmo di una mano.

Dormiva su una boule dell’acqua calda ricoperta di pelo sintetico (quando la vede le fa ancora le feste), che ci svegliavamo a cambiare almeno una volta a notte. La nutrivamo più volte al giorno con latte in polvere disciolto in un minuscolo biberon, e dopo dovevamo stimolarla con una pezzuola umida a livello perineale, per farle emettere feci e urine.

Sono tutte incombenze svolte di solito dalla madre cui ovviammo abbastanza bene.

Altri compiti materni non li svolgemmo con altrettanta efficacia, perché non era possibile o perché li ignoravamo. Il ruolo della madre nei primi mesi di vita è prezioso e insostituibile e i cuccioli non dovrebbero essere staccati da lei prima dei due mesi e mezzo circa.

Indovina, per esempio, non ha il controllo del morso, quando usa i denti non ammonisce. Mai. Buca la pelle.

Non ha la padronanza di sé che ha Sansone, il quale una volta scattò per prendere tra i denti la mano di un bambino di tre anni – lui gli stava tirando i baffi – senza lasciargli il minimo segno (fu una carezza d’avorio).

È troppo possessiva, capace di ringhiare a chiunque manifesti l’intenzione di avvicinarsi, se sta custodendo un oggetto cui lei in quel momento tiene.

Ringhia anche per esprimere piacere e affetto. E soprattutto fa fatica a socializzare con gli altri cani.

Noi le vogliamo molto bene lo stesso, ma a volte mi chiedo che cagnolina eccezionale sarebbe stata se avesse potuto crescere in una normale cucciolata.

E ora cercate di non farvi intenerire da questi sguardi…

Immagini tratte da Pixabay

Le promozioni su Facebook… ma anche no, grazie

Le promozioni su Facebook… ma anche no, grazie

di Giorgio Bianco

“Promuovi il tuo post per raggiungere fino a 8.000 persone al costo di 18 euro!”. Una frase del genere apparve poco più di un anno fa sul mio account di Facebook. Avevo pubblicato da pochi mesi il mio ultimo romanzo “Dammi un motivo” con l’editore EEE.

Ero orgoglioso poiché, sebbene per pochi giorni, il libro scalò le classifiche Amazon fino alla prima posizione.

Per cui non esitai a esibire il risultato su Facebook, ottenendo consensi e sorrisi da decine di amici.

A quel punto il social forum si fece avanti proponendomi l’inserzione a pagamento. Ecco come funziona (o non funziona) il meccanismo. Si pagano 18 euro tramite carta di credito (volendo si può spendere anche di più, ma io scelsi la promozione base) e Facebook inizia a proporre al pubblico il post con il link per l’acquisto del libro. L’autore può selezionare fascia d’età e scolarizzazione dei potenziali acquirenti. Io scelsi 18-65 anni e diploma di scuola superiore.

Ogni volta che l’inserzione raggiunge un certo numero di persone, il credito di 18 euro diminuisce. Fino a zero, quando la promozione termina, dopo due o tre giorni, non ricordo con precisione.

Successivamente l’autore riceve le statistiche, cioè i risultati ottenuti. E qui andiamo a ridere. Nel mio caso il post venne visualizzato da circa 8.800 persone. Quindi Facebook mantenne la parola. Di questi 8.800, tuttavia, soltanto una dozzina mise il “mi piace” e appena quattro aprirono il link. Disinteresse generale e fallimento totale. Il regno della superficialità. Più o meno come succede con i video o le immagini dei gattini: la gente sfoglia distrattamente il social, regala qualche “like” e tanti saluti.

Anche se non ho gli strumenti per verificarlo, sono pronto a scommettere che nessuno di quei quattro volonterosi che aprirono il link acquistò il libro. E se pure lo avessero fatto, il risultato sarebbe stato penoso: 4 su 8.800 per un libro che costa meno di 5 euro, ma ci pensate? Oltretutto basta scaricarlo, non c’è nemmeno la fatica di andare in libreria. Eppure, niente.

Che cosa ci insegna questa esperienza? Prima di tutto che 18 euro sono spesi meglio per pizza, birra e panna cotta.

Ma non solo. Il deludente risultato accende anche un faro sulla differenza fra quantità e qualità. Infatti è pur vero che “8.800 persone raggiunte” sono molte. Ma a che cosa serve raggiungerle, se poi non ci degnano neppure di uno sguardo? A nulla, evidentemente.

Facebook usato in modo “generalista”, se mi passate il termine, solleva una gran polverone privo di sostanza. Come le chiacchiere da bar. Tuttavia può rivelarsi molto utile. Come? Seguendo la filosofia promossa dalla EEE edizioni: sostegno reciproco fra autori, nonché promozioni mirate (e gratuite) in ambienti già selezionati. Mi riferisco, per esempio, ai gruppi di appassionati di letteratura. Perché oggi, bisogna ammetterlo, leggere è una attività di nicchia, come il modellismo ferroviario. Se non vai a cercare gli amatori, continuerai a segnare il passo credendo di correre.

Noi non vendiamo contratti di luce e gas o custodie per smartphone. Il nostro prodotto (che orrore chiamarlo così) interessa fasce molto specifiche di popolazione. Bisogna cercarle, anche attraverso Facebook, ma non gettando il seme a piene mani: cerchiamo i gruppi. E non dimentichiamo che recensire colleghi ed esserne recensiti e promossi sulle rispettive bacheche è ancora un metodo produttivo per divulgare le nostre opere.

Chiediamo a chi ha apprezzato il nostro libro di recensirlo su Amazon. Spingiamo il passaparola. Pubblichiamo sulla nostra bacheca le recensioni di opere scritte da altri autori, guardiamo oltre il nostro giardinetto e facciamo fronte comune con chi condivide la nostra grande passione. Uniti siamo più forti. Per cui facciamo circolare la cultura del leggere anche aiutando gli altri. Usciamo da noi stessi e saremo ricambiati con sostegni piccoli ma di qualità.

E soprattutto: non diamo soldi a chi promette grandi numeri: piuttosto mangiamoci una buona pizza!

Sono uno che porta rancore (prima parte)

Breve racconto a puntate scritto da Manuela Leonessa.

Sono uno che porta rancore (prima parte)

Di Manuela Leonessa

Anni fa ero un venditore di enciclopedie, ma mi hanno licenziato. Dicevano che non lo sapevo fare, che non avevo il piglio del venditore. Dicevano che avevo l’aria di vergognarmi di quello che facevo perché non credevo nella bontà del prodotto.
Era tutto vero.
Affrontavo i clienti col tono di chi chiede scusa per il disturbo, e se acquistavano l’ enciclopedia il mio sollievo era così evidente da farli dubitare di avere acquistato una fregatura. E avevano ragione, per me era una fregatura davvero, ma ai vertici questo contava poco.
Il capo della mia agenzia, il cav. Gerla era il classico uomo grasso, dall’aria porcina, Quando vedeva una bella donna grufolava con gli occhi. Così dicevano, almeno, io non lo so perché belle donne in agenzia non ne ho viste mai. Per il resto era un ottimo uomo d’affari, sazio nell’aspetto e con il borsellino pieno, poco interessato, peraltro, alla qualità delle proprie enciclopedie.
Perché la bontà del prodotto, secondo il cav. Gerla non era un problema del venditore.
L’unico problema del venditore era vendere, non importa cosa, non importa come e non importa a chi. Il mio supervisore è diventato un mito (e un supervisore) dopo aver venduto l’enciclopedia a un non vedente, convincendolo a farlo per ingraziarsi il nipotino. Tutti i nonni del mondo sanno che i nipotini non si conquistano con le enciclopedie ma con le tartarughine e l’ultimo dvd di Peppa Pig. Tutti tranne questo qui. Il mio supervisore non è stato mitico, ha avuto solo culo.
Comunque io non venderei mai un’enciclopedia a un non vedente, neanche se fosse pieno di nipotini. Probabilmente è questo che mi rende un cattivo venditore, convinto che esserlo ottimo sia moralmente insano.
Ho lavorato nell’agenzia di Gerla per sei mesi. Ho sofferto ogni singolo giorno di quell’esperienza, e per un sacco di buoni motivi, se vendevo mi sentivo in colpa e se non vendevo era un guaio perché lo stipendio a fine mese era calcolato in provvigioni. Insomma non se ne veniva fuori. La mia angoscia era palpabile, il mio biasimo nei confronti dei colleghi, pure.
Non è bello sentirsi disapprovati, me ne rendo conto, e se nel giro di poco tempo mi hanno isolato, oggi posso comprenderlo. All’epoca, però, per me erano tutti dei nemici, degli esseri privi di scrupoli, impegnati in un lavoro che aborrivo. Cosa più inspiegabile, li ritenevo responsabili del fatto che quel lavoro dovessi farlo pure io. Complici, gaudenti e sfrontati mi irridevano considerandomi un essere incapace, perciò inferiore.
Probabilmente la mia percezione della realtà era un po’ alterata dal senso di angoscia in cui versavo, ma si sa, quando uno è sott’acqua senza bombola, non contempla il fondale, affoga. E io stavo affogando nei miei rancori ingiustificati e nel mio personale incubo di fine mese.
Con questi presupposti, il fattaccio diventava inevitabile.
Una mattina sono arrivato in sede con la mia solita aria sconfitta, i colleghi stavano definendo il programma della giornata, loro erano pieni di appuntamenti. Eccitati e gasati, gonfi come palloncini all’elio, si agitavano per la sala comune, con i loro maglioncini colorati e le agendine cariche di appuntamenti in mano, ridendo e dandosi grosse paccate sulle spalle.
Non c’entravo nulla con loro. Mogio mogio mi sono avviato alla mia postazione, sembravo l’uomo più infelice della terra e a qualcuno la cosa non è andata giù.
Improvvisamente mi si è parato di fronte un collega. Alberto qualcosa. Il suo nome era in cima alla lista dei venditori del mese. Quella lista che Gerla aveva appeso in bacheca, e che aggiornava ogni trenta giorni per segnalare i collaboratori più produttivi. Una di quelle strategie all’incentivazione degne di un corso per corrispondenza. Non so, a me non è mai sembrata un granché come strategia, eppure i miei colleghi sostavano ogni mese davanti a quella lista, la scorrevano con gli occhi e con devozione, dandole il potere di determinare il loro stato d’animo in una scala cromatica che andava dal grigio smorto al rosso più radioso.
Dunque il collega mi si è parato davanti, mi ha guardato con disprezzo e mi ha assalito con un «Ma lo vedi che faccia che hai? Ma che credi, di essere l’unico a doverti alzare al mattino per venire a lavorare? Sei deprimente!»
Per un attimo non ho capito. Cosa voleva da me, gli avevo mai fatto qualcosa?
Si è intromesso un altro collega. Sandro. Il suo nome era in cima il mese precedente.
«Ma lascialo perdere. Non vedi che non sa neanche in che giorno siamo?»
A quel punto mi sono reso conto che erano tutti intorno a noi. Tutti avevano lasciato quello che stavano facendo, abbandonato la propria preziosa agendina sulla scrivania per venire ad assistere alla scena. Tutti mi guardavano e ridevano.
Ho dato una spallata a Sandro, o forse era Alberto, e sono andato a sedermi alla mia postazione. Avrei voluto dire qualcosa ma non mi è venuto in mente niente. Ho sperato che la mia faccia fosse terribile, ho sperato che mostrasse tutta la mia rabbia, ho sperato che sembrasse l’espressione di un uomo forte, di uno che avesse molte cose da dire ma che tace come a un essere superiore conviene. Ho sperato ma non mi sono illuso. E avevo tanta voglia di scappare.
Piano piano se ne sono andati tutti. Tutti avevano un appuntamento, almeno uno, nella giornata. Perciò mi sono ritrovato solo in ufficio con il mio inutile elenco di clienti da contattare telefonicamente. La sala rimbombava tanto era vuota e io odiavo telefonare.
Mi spaventava l’interlocutore dall’altro capo del filo. Non sapevo chi fosse e lo immaginavo sempre maldisposto. Le risposte sgarbate erano una conferma delle mie aspettative, ma questa consapevolezza non mi proteggeva. Lo sgarbo mi annientava, e comporre il numero successivo risultava sempre più difficile. Il telefono era mio nemico, e faceva paura.
Insomma, non c’era niente in quel posto che mi trattenesse, e allora che ci facevo ancora lì?
Ci facevo che non avevo un altro lavoro.
Poi l’ho trovato. Un lavoro vero, con lo stipendio a fine mese.
Sono più o meno tre anni che faccio il cassiere in un supermercato, un lavoro che mi ricorda la catena di montaggio e che mi espone alla maleducazione della gente. Sono sempre di più le persone maleducate, ma non perché sia aumentata la maleducazione nel mondo, a questo proposito ho una mia teoria, ve la espongo.
L’aumento dei maleducati alle casse è causato dall’invenzione di quelle automatiche. Quelle casse dove vai e fai il cassiere con la tua merce, come quando da bambino giocavi a vendere.
Ma queste casse danneggiano noi del settore per tutta una serie di motivi. Il primo, il più ovvio, è che tolgono posti di lavoro, il secondo è che aumentano il numero dei maleducati alle casse tradizionali. Infatti, sempre secondo la mia teoria, le persone maleducate non si servono delle casse automatiche perché vogliono un cassiere da maltrattare. Ai loro occhi il cassiere, esposto ed inerme, è come un bersaglio su cui sfogare le proprie frustrazioni, più efficace di un ansiolitico, più attraente del tre per due. Da ciò consegue la frantumazione del flusso dei clienti in due ordini contrapposti, quello dei gentili, quasi tutti alle casse senza cassiere, e quello degli altri.
Ma, e arriviamo al punto, questi dettagli mi riguardano poco, perché il mio dramma e la mia tensione, risalgono a tre anni fa.
Dal giorno dello scontro con i colleghi di agenzia io grido vendetta. Da tre anni penso a quell’episodio con rabbia e con vergogna. È come un prodotto a lunga conservazione, non sbiadisce mai.
Da tre anni auguro ad Alberto e Sandro i mali più turpi che la mia mente offesa riesca ad immaginare. E ieri, finalmente, mi si è offerta un’opportunità, perché ieri Alberto, o era Sandro? è venuto a fare la spesa da noi. Non è venuto a pagare alla mia cassa, è andato a una automatica, così ora dovrò rivedere la mia teoria, ma è stata un’emozione così grande che non m’importa.
Non mi ha visto, a me invece lui è apparso come un sogno. Ero dietro al mio registratore di cassa e non mi potevo spostare, peccato perché in quel momento mi sono sentito come il Corvo tornato dall’aldilà per vendicarsi. Non ero invulnerabile come lui ma non importava, non avevo neppure una pistola, però avevo un registratore di cassa in mano e nessuna paura di usarlo.
La collega della cassa davanti a me si è voltata per chiedermi della moneta e ha notato il luccichio dei miei denti. Mi ha chiesto se andasse tutto bene.
È una donnona di cinquant’anni dall’aria materna e dal cuore buono. Si chiama Anna ma noi la chiamiamo Manna perché tale è per tutto il supermercato. Andiamo da lei quando abbiamo bisogno di un consiglio, di un incoraggiamento o di semplice consolazione. Lei ha una parola buona per tutti, e non l’ho mai sentita chiedere nulla per sé.
Le ho fatto segno che le avrei spiegato poi, durante la pausa caffè, nel mentre meditavo la mia vendetta e questo bastava a rendere la mia giornata più tollerabile, illuminata dalla presenza di una gratificante creatività, ma quando ho raccontato a Manna cosa mi avessero fatto Alberto e Sandro e che cosa meditavo da quando avevo visto uno dei due, lei mi ha guardato con la pena negli occhi.
«Ma, tesoro, è successo tre anni fa…»
Lo so anch’io, e infatti da tre anni sto male di brutto.
Il giorno dopo il nemico è tornato alla cassa automatica. Ho allungato il collo per curiosare nel suo carrello e ho visto una pagnotta nel cellophan. Imbecille, non lo sa che la panetteria di fronte vende pane molto più buono del nostro? Poi ho notato un pacco di merendine al cioccolato, Razza di microcefalo dai gusti regrediti di un bambino. L’ipotesi che le merendine fossero dei figli era da escludere categoricamente, anche perché lui non può avere figli, Chi mai lo sposerebbe a quello là?
Poi c’era dell’insalata e un pacco di carote. Ma allora è davvero cretino, non lo sa che al mercato la verdura costa meno ed è più fresca? Infine due cartoni di latte biologico. È stato difficile non scoppiare a ridere, lo scimunito crede ancora nel biologico!
È arrivata una delle clienti più simpatiche del supermercato, una delle poche gentili che continuano a venire alla mia cassa. Mi ha sorriso allegra «Buongiorno Renato. Come va oggi?»
«Bene signora»
Mi sono dimenticato di chiederle E lei? e ci è rimasta male. Ma non posso farci niente, la rabbia mi divora, invadendo tutto il mio spazio mentale, sono in stand by bloccato sull’opzione vendetta e da lì non riesco a muovermi. Tutto ciò che mi procurava gioia o che comunque rendeva gradevole la mia giornata è stato spazzato via dal bisogno di fare del male ad Alberto, o è Sandro? Li ammazzo entrambi e la chiudiamo lì.
Ho l’impressione che se gli avessi spaccato la faccia allora, oggi non starei così, ma i miei conti sono rimasti in sospeso e quello dei torti subiti, scopro ora, è uno di quei crediti che non cade in prescrizione.
Di quell’episodio ho un ricordo fresco come latte appena munto. La cosa che mi fa più male è che Alberto/Sandro lo ha dimenticato subito. Se la cosa avesse avuto per lui una qualche importanza, se fosse tornato dai suoi giri seccato, infastidito dall’episodio, se qualcosa nel suo atteggiamento, insomma, avesse suggerito che mi collocava in una posizione dignitosa nella scala evolutiva allora, forse, avrei potuto perdonare. Ma no, per lui non ero niente, ancor meno di nessuno. Allegro, e fiducioso si è recato ai suoi appuntamenti, senza neppure relegarmi da qualche parte, tanto mi aveva già dimenticato, mentre io umiliato e sofferente speravo che non riuscisse a vendere neppure un volume. Invece ha pure venduto. E anche oggi lui spinge il suo carrello ignaro e beato. Provo una rabbia dolorosa, neanche il fatto di essere il principe dei cretini lo rende un po’ infelice. La sua ignoranza abissale è asintomatica, il fatto che non lo faccia soffrire, fa soffrire me.
Manna mi osserva, nota il mio livore e se ne preoccupa, fa cambio con una collega per avere la pausa caffè insieme a me e a quel punto mi affronta.
«Renato…» mi dice, e il suo sguardo è nuovamente un poema alla pietà. E ha ragione, la vita va avanti, e si volta pagina. Dovrebbe essere così ma non ci riesco.
Qualcuno ha detto che il disprezzo è la forma più sottile di vendetta1, e io lo disprezzo costui, eccome. Ma lui nemmeno se ne accorge! E allora devo trovare qualcos’altro, qualcosa che lo faccia soffrire tanto. Ne ho bisogno per guardare avanti.
«Ma qui quello che soffre sei solo tu.» mi fa notare Manna.
Secoli di letteratura sulla vendetta ci hanno fatto credere quanto sia dolce il suo sapore. E quanto sia giusta e necessaria. Dalla biblica citazione “occhio per occhio” in poi, abbiamo imparato ad assimilare la vendetta alla giustizia. È lo stesso senso di giustizia che reclama il pareggiamento di conti, non sono contemplate altre opzioni. Ma è la prima volta che mi propongono questa riflessione, Il bisogno di vendetta fa soffrire solo me.
Mi impedisce di sotterrare l’ascia di guerra e calpestare il suolo che la nasconde. E farlo fiorire di nuovo.
Così vivo male, secondo Manna non vivo proprio. Da quando il decerebrato è ricomparso nella mia vita non faccio che pensare a lui, come a un fidanzato all’incontrario. Quando ami daresti la vita per la felicità altrui. Io mi approprierei volentieri della sua per riprendermi la mia.
Sono uno che porta rancore e non è bello. Ma non ne posso fare a meno. Solo ora mi rendo conto che non è bello soprattutto per me. C’è qualcosa che posso fare per far cessare questa rabbia tossica? Esiste davvero una soluzione diversa dalla vendetta per dimenticare?

Lo scoprirete nella prossima puntata

1 Baltasar Graciàn (gesuita, scrittore e filosofo spagnolo. 1601-1658)

I blog dei nostri autori

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I blog dei nostri autori

Gli autori non sono solo scrittori dediti al genere che presentano al pubblico. Per prima cosa sono persone, ognuna con i propri hobby, le proprie idee, le passioni. Dunque, non è affatto strano pensare che possano avere dei blog personali nei quali raccontano sì la propria bibliografia, cercando di offrire una vetrina variegata al lettore in merito alle proprie produzioni, ma sovente espongono anche altro. Andateli a scoprire e, ricordate, a ogni blogger fa piacere avere un riscontro di quanto scrive, fosse anche un commento stringato.

ATZORI MARINA

BAGLI ELISABETTA

BARALDI DAVIDE

BUCCELLATO SALVATORE

CAPPELLONI GASTONE

CELOTTO LAURA

CIRILLO ALESSANDRO

CURIONE CHIARA

DEL GAUDIO LIDIA

FERRETTI LUISA

GAGLIARDI EMANUELE

GRILLI ELENA

IBBA GIANCARLO

LEONELLI ANDREA

MARCELLI LORENA

MEREU FRANCESCA

MOSCARDO ELENA

NEJROTTI MARIO MICHELE

NIZZOLA BRUNA

PANOVA MAINO IRMA

PARIGINI NICOLETTA

RAVEL ANDREA

RUSSO NUNZIO

SPOCCI ALESSANDRO

TERROSI MARGHERITA

VASARRI DANIELA

VIGILANTE GIANNI

Chi è stressato alzi la mano

Chi è stressato alzi la mano

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Chi non vuole più esserlo alzi anche l’altra

di Manuela Leonessa

Lo stress rischia di compromettere la tua vita?

Se la meditazione trascendentale non fa per te, se la New Age da sempre ti lascia un po’ perplesso, se l’omeopatia ti convince, ma fino ad un certo punto, ci sono due cose che puoi ancora fare: tenerti lo stress o leggere questo articolo.

Ho un paziente, nome fittizio Marcello, che ritiene di essere l’uomo più stressato del mondo.
Che sia vero o no per lui è importante che io gli creda, perché se anche il primato non fosse reale, la sua sofferenza lo è.
Al nostro primo incontro l’ansia lo divora, per contrastarla ingurgiterebbe qualunque cosa, caramelle, sigarette, unghie, ma davanti a me non osa, se ne sta perciò in mezzo alla stanza con la bocca aperta in attesa di qualcosa. Non è un bello spettacolo, davvero, ma io sono una professionista perciò lo accolgo con un sorriso, e come se fosse il principe azzurro lo invito calorosamente a sedersi di fronte a me.

Chiedo ― Quand’è che si sente più stressato?

Sempre.― mi risponde, duro,  come se fosse colpa mia.

Con i “sempre” e con i “mai” si lavora male, non si sa bene da che parte afferrarli, perciò alla ricerca di una qualsiasi maniglia obbietto ― “Sempre”, è un sacco di volte. Me ne racconti una.

Marcello boccheggia, sembra un branzino alla ricerca d’ossigeno  ― Al lavoro.

Con un sorriso lo incoraggio a raccontare, ma è evidente che non ne ha nessuna voglia. Si agita sulla sedia, vorrebbe essere da un’altra parte. Si porta le mani alla testa lentamente senza impazienza e senza emozione.  Mi confida ― A volte ho paura di impazzire. Dottoressa, è possibile che io stia diventando pazzo?

La sensazione di diventare pazzo è quasi normale nelle persone molto stressate.― lo rassicuro ― È solo una sensazione, mi creda. Ma mi parli del suo lavoro, cosa fa?

Marcello è un contabile, lavora con i numeri tutto il giorno e lo sa fare bene. Lo chiudessero in uno stanzino a fare il proprio lavoro, sarebbe l’uomo più sereno del mondo, ma ci sono i colleghi e, soprattutto, c’è il capo.

È davvero così terribile?

Mi guarda disperato. Questo capo è la somma di tutti i suoi mali. Se non esistesse, la vita di Marcello sarebbe diversa ― Buon per lei che esiste, sennò non sarei qua.― conclude con un sorriso sgonfio. Cerca di essere  spiritoso ma è troppo depresso per riuscirci veramente. Io sorrido lo stesso per fargli capire che mi sono accorta della battuta, dopodiché insisto ― Mi racconti un episodio.

È un uomo crudele, riesce a farmi sentire sempre una nullità.

― Quand’è che l’ha fatta sentire una nullità?

― Sempre, non mi faccia ripetere.

― Anche oggi?

― E certo!

― Mi racconti cosa è successo oggi.

Cosa vuole che le dica, è un uomo crudele, non mi faccia ripetere. Scenate con lui ce n’è tutti i giorni a non finire. Per la miseria, sono diciotto anni che mi rende la vita impossibile, che brontola criticando tutto quello che faccio. Come se non fossi più capace di fare il mio lavoro.

― E lei ci crede?

― Cosa?

― Che non è più capace di fare il suo lavoro.

― E per forza che ci credo. ― si interrompe, deglutisce. ―A furia di sentirmelo dire.― mormora, infine, con il groppo in gola.

Gli lascio il tempo di riprendersi, tacciamo entrambi per qualche minuto. Poi mi ripeto un’altra volta ―Mi racconti cosa è successo oggi.

C’è questo maledetto progetto sulla tutela della maternità, io devo rendicontare le spese, non sto a fargliela troppo lunga, si tratta di un finanziamento. Legge 53. É una settimana che imposto un foglio di Excel che tenga conto di tutte le voci. Ho chiesto più volte al mio capo se andava bene e lui si è degnato di venire a vedere solo oggi, dopo una  settimana che ci lavoro sopra.

― E come è andata?

― Come vuole che sia andata? Ha detto che faceva schifo, che non serviva a niente, che avevo speso una settimana a fare un lavoro inutile, e che se fosse dipeso da lui, questo mese, non mi avrebbe pagato lo stipendio.

E lei come si è sentito?

Mi ha guardato come se fossi un ebete. Succede spesso che un cliente mi guardi come se fossi un ebete, dovrei esserci abituata,  invece continua a farmi un certo effetto. Il brutto del nostro lavoro sta proprio qui, dobbiamo fare domande apparentemente idiote, tanto scontata sembra la risposta.

Come mi sarei dovuto sentire secondo lei. Un fallito, no?

Il fatto è che la risposta scontata non è.

Perché un fallito? Ha sbagliato solo l’impostazione di un foglio Excel.  Ammesso che l’abbia sbagliata davvero, quanti anni sono che fa questo lavoro?

― Diciotto, non mi faccia ripetere.

È uno precisino, Marcello, ricorda tutto e me lo sottolinea ogni volta. Non deve essere male come contabile.

E in diciotto anni, quante volte ha fatto male il suo lavoro? Quante volte bene?

Mi guarda come un assetato di fronte a una granita, ha capito dove voglio arrivare.
Sovente tendiamo a guardare gli eventi tutti bianchi o tutti neri, buoni o cattivi. Facciamo valutazioni estreme, ci possiamo sentire perfetti o completamente imperfetti. Siamo nella logica del “o, o”.
O farò tutto in maniera precisa e meticolosa o sarà tempo sprecato.

Vi faccio un altro esempio per chiarire il concetto, e stavolta mi rivolgo alle signore perennemente a dieta.

Ho mangiato troppo a colazione. Tanto vale che mi abbuffi anche a pranzo.

Penso di avere chiarito il concetto.
Ma per tornare a Marcello, sottolineare quanto sia sbagliato confondere la parte con il tutto, non è sufficiente.

Mi ha fatto sentire un cretino, un deficiente. ― mi dice in tono disperato ―Non mi sono mai sentito così umiliato. Non oso tornare in ufficio, domani.

Percepisce l’evento come qualcosa d’intollerabile, per lui è praticamente una catastrofe. Gli chiedo se ha figli.

Una figlia― mi risponde torvo ―di quattordici anni.

Si confida con suo padre? Le racconta i suoi dispiaceri, le sue paure?

― Abbastanza.

― Come si chiama sua figlia?

―Denise.

Gli sorrido. È un bel nome.

Denise fa qualche sport?

―Gioca a pallacanestro.

―Gioco di squadra, bene. Allora, Marcello, immagini che una sera  sua figlia torni dall’allenamento disperata. Lei che fa?

― Le chiedo cosa è successo.

Non conoscendo Denise chiedo a Marcello di suggerirmi una situazione che potrebbe gettare la figlia in una situazione di vergogna intollerabile. Lui ci pensa un po’ poi sogghignando mi propone questo:

Durante un’azione a canestro, per lo sforzo le è scappata una scoreggia che tutti hanno sentito.

Devo complimentarmi con lui, sarebbe una situazione insostenibile anche per me.

Benissimo. Denise è stravolta dalla vergogna. Le confessa che non ha più il coraggio di tornare in allenamento. Vuole abbandonare la squadra. Lei cosa le risponde?

Ci pensa un po’, corruga la fronte. È totalmente immerso nella simulazione ― Le dico di non farla tanto tragica, che è una cosa che può succedere a tutti, anzi che magari è già successa qualche volta  e nessuno ci ha fatto troppo caso.

― Esatto.

― Ma la mia situazione è diversa ― protesta ― qui è il mio capo a considerarmi un fallito.

― E chi glielo dice?

― Me lo ha detto lui.

―Le ha proprio detto: Marcello, lei è un fallito?

―No, ma…

― Il suo capo tratta così solo lei?

―Il mio capo è uno stronzo, mi scusi. Tratta male tutti.

―E siete tutti dei falliti?

― No, no, anzi.

―Direi che non lo è neppure lei e il suo capo lo sa benissimo. Vediamo la situazione per quella che è, spiacevole, imbarazzante, se vuole. Un “capo stronzo”, mi scusi lei adesso, è una faccenda sgradevole, ma le catastrofi sono un’altra cosa. Una catastrofe non la sostiene nessuno, una faccenda sgradevole, lo ammetta, è in grado di sostenerla pure lei.

Lo stress è il risultato di una relazione tra l’individuo e l’ambiente. La persona stressata sente questa relazione come affaticante o esorbitante rispetto alle proprie risorse e dunque come una possibile fonte di pericolo per il proprio benessere.

Perché Marcello era stressato? Perché era convinto di essere davvero un fallito e perché riteneva insopportabile l’opinione negativa che il capo aveva di lui. L’ansia di Marcello si è ridimensionata quando ha accettato l’idea che fallire un compito non è il fallimento dell’intera persona, e quando si è convinto che un capo per quanto miserabile sia, non è un fenomeno intollerabile ma solo sgradevole.
E quando ci sentiamo costipati, come wurstel in una busta, per via dei figli pubescenti, del collega incompetente o dell’ennesimo corteggiatore irriducibile che possiamo fare?
Possiamo pensare, e imparare a modificare i  pensieri, le emozioni, le azioni, e le nostre reazioni abituali.
Se la montagna non va da Maometto, sarà Maometto ad andare dalla montagna.
Vi spiego cosa c’entra Maometto con tutto questo.

Prendiamo il figlio pubescente. Da quando ha iniziato a crescergli la barba è diventato ingestibile, saccente, aggressivo  insolente e la vostra vita, di conseguenza, è diventata un inferno.
Non riconoscete più in lui il marmocchietto di pochi anni prima che vi faceva pensare a un miracolo qualunque cosa facesse.

Non è giusto.― vi dite, e in alcuni momenti lo vorreste sopprimere, ma non lo fate perché poi vi dispiacerebbe, e lo sapete.

Non potete neanche sperare che gli passi presto, perché, ed è un fatto, l’adolescenza si sa quando inizia, ma non si sa bene quando finisca, Intuite, infine, che la situazione potrà solo peggiorare. Se non potete cambiare vostro figlio, allora, non vi resta che cambiare voi stessi, o per meglio dire, i vostri pensieri.

Questo figlio è un vero disastro, prima o poi mi farà impazzire.

Non è vero, è solo un normalissimo adolescente, al massimo vi farà arrabbiare.

È sempre così sgradevole, è diventato davvero insopportabile.

In realtà, a volte, continua a essere affettuoso e a cercarvi come un tempo, ma fate fatica a ricordarlo.

È vero, qualche volta è ancora gentile, ma conta di più la sua maleducazione.

E chi l’ha detto?

Si comporta così perché mi odia. Che cosa gli ho fatto?

Sbagliato, si comporta così perché è un adolescente.
L’interpretazione del proverbio è molto personale? Vero, ma funziona abbastanza.

E funziona solo in un senso, perché è vero che Maometto può andare alla montagna se la montagna non va da Maometto, ma se Maometto non andrà alla montagna, temo che alla montagna non importerà niente.

 

Un ragazzo da settemila copie

Un ragazzo da settemila copie

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Alessandro Cirillo, giovane autore emergente lanciato da EEE, alla scrittura ha ormai preso gusto e le settemila copie vendute ne sono una chiara testimonianza.

Dopo Attacco allo Stivale, thriller d’azione pubblicato nel gennaio 2013, ha pubblicato Nessuna scelta nell’aprile 2014, poi Trame oscure nel febbraio 2015 (secondo classificato nella sezione ebook al Premio Letterario e Giornalistico “Piersanti Mattarella” 2015) e, nel dicembre dello stesso anno, è uscito Angelus di sangue, scritto a quattro mani con un altro autore emergente EEE, Giancarlo Ibba.

Ora, dopo aver venduto oltre settemila copie dei suoi romanzi, a maggio del 2016 Alessandro ha pubblicato Schiavi della vendetta che, siamo certi, diventerà un bestseller come i precedenti.

Perché ve lo stiamo dicendo? Perché Alessandro è uno di voi, un autore che ha iniziato come tanti altri, mettendo in gioco la propria passione e i propri sogni. Nella vita lavora presso le Ferrovie dello Stato, un lavoro logorante che spesso lo porta a contatto con la parte più oscura del genere umano, ma anche con “vecchiette” deliziose che lo prendono per mano e lo conducono lontano da una discussione accesa. Alessandro però non scrive di vecchietti o di passeggeri che vogliono aver ragione anche quando non hanno il biglietto o quando si comportano in modo fastidioso, arrecando disturbo agli altri; lui racconta le gesta avventurose di soldati, agenti segreti, complottisti e attentatori. Non solo, scrive, attraverso il suo blog, anche articoli che parlano delle nostre Forze Armate, approfondimenti che trasmettono ai lettori la sua passione per un Paese che ha un passato glorioso e che, ancora adesso, lascia nel DNA di molti quel fiero orgoglio di poter appartenere a un’utopia.

E nel tempo, questa sua passione si è trasformata aiutandolo ad affinare lo stile, a rendere ancora più realistici e umani i suoi personaggi, a raccontare storie così attuali da ritrovarle scritte nei giornali, come fatti di cronaca vera, nell’arco di pochi mesi. Alessandro è un autore dei nostri tempi, calato in un quotidiano modo di vivere che appartiene a chiunque di noi: un padre di famiglia e un marito premuroso.

Eppure, nonostante questo suo apparente stato di “normalità”, possiede un talento indubbio che lo porta a resistere perennemente nelle classifiche di Amazon e non solo entro i primi 100 di una determinata categoria, anche nella classifica Top 100 dei bestseller assoluti.

E, con cotanto risultato, possiamo forse non essere orgogliosi di lui?

Paolo Fiorino e la sua esperienza con EEE

Paolo Fiorino è uno scrittore dalle grandi doti naturali e il suo romanzo storico, Eroi nel nulla ne è la riprova. Tuttavia, non fatevi fuorviare, al di sotto dell’immagine seria e competente si nasconde un animo gioioso che non vede l’ora di esprimere anche la sua parte più ironica e goliardica. #EEE #autoriEEE

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Paolo Fiorino e la sua esperienza con EEE

di Paolo Fiorino

Era una notte buia e tempestosa…

Questo, oltre che l’incipit preferito da Snoopy per i suoi racconti, potrebbe essere anche l’inizio di un immaginario romanzo sull’avventura dello scrittore che tenta di attraversare il mare burrascoso della pubblicazione.

L’unico modo di attraversare questo mare, seguendo la rotta sicura che permette di lasciarsi alle spalle le sirene tentatrici degli editori a pagamento, che lo attirano  solo per approfittare dei suoi sogni, gli scogli dei rifiuti che rischiano squarciare la fragile chiglia della sua voglia di scrivere, e i mostri marini dell’indifferenza che rischiano di stritolarlo e sommergerlo, è avere una buona nave, robusta e con un grande equipaggio. Ma una buona nave e un buon equipaggio non bastano, sono nulla senza una guida esperta.

E qui sta la forza della nostra nave: Capitan Piera al comando, l’editora che sa come far mantenere la rotta, Il primo ufficiale Irma, la guida che ha sempre una buona parola per tutti ma che non lesina ceffoni quando servono, l’ufficiale di macchina Andrea, animo poetico  sempre pronto a oliare i meccanismi del gruppo e poi Marina e tutti gli altri componenti dell’equipaggio che cercano sempre di tirare fuori il meglio da un pugno eterogeneo di marinai che, quando ci si mettono d’impegno, remando tutti nella stessa direzione, hanno la forza di spingere la nave fuori dalla burrasca.

Alla fine, per chi sceglie di farne parte, la nave EEE è come una casa, una famiglia di cui essere fieri e orgogliosi. Su questa nave, come in tutte le famiglie, ci si aiuta quando ce n’è bisogno e si impara. È un lavoro faticoso e continuo, per il quale servono anche i no, non quelli gratuiti e distruttivi ma quelli motivati e seguiti dai consigli.

Di notti buie e tempestose l’autore medio vi posso assicurare che ne vive parecchie, ma in questo mare un approdo sicuro esiste e io l’ho trovato al porto della EEE.

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Danae Lorne e la sua esperienza

Danae Lorne è un’autrice schiva eppure appassionata. E lo è a tal punto che i suoi libri sono carichi di quella sensualità che solo una persona dotata di grande sensibilità potrebbe scrivere e riuscire a trasmettere. Per quanto la s’incontri di rado in rete, la sua presenza aleggia in modo costante in ogni nostra iniziativa e il suo appoggio non manca mai. #EEE #autoriEEE

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Danae Lorne e la sua esperienza con EEE

di Danae Lorne

Una famosa frase di Fernando Pessoa recita così: La letteratura, come ogni altra forma d’arte, è la dimostrazione che la vita non basta.

Per me è sempre stato così.

Da bambina ricordo che a occhi chiusi sognavo spesso altri mondi, altri scenari, altri amici, altre emozioni. Era entusiasmante, confortante. Ero altrove, riuscivo ad essere dove volevo. Una propensione naturale che negli anni si è dimostrato il mio più grande punto di forza e nello stesso tempo, forse, la mia più grande debolezza.

Si perché quando ho cominciato a scrivere sul serio, l’ho fatto per “scappare” da una situazione scomoda.

A volte scappare è l’unico rimedio che ti resta. E allora esternare il mio mondo interiore attraverso la scrittura all’inizio è stato necessario, quasi terapeutico perché  quello che è venuto fuori alla fine mi ha fatto bene, è stato come rifugiarmi in un luogo che non ha nome ma che sa tutto di me, e se ne sa prendere cura.

Questo è ancora il motivo principale che mi spinge a scrivere, anche se non smetterò mai di ringraziare Piera Rossotti, la mia “editora”, che per prima mi ha regalato la gioia e l’immensa soddisfazione di poter condividere tutto questo con i miei lettori.

Il mio primo contatto con la sua casa editrice è avvenuto attraverso un importante ed utilissimo sito (www.danaelibri.it) gestito da lei e dai suoi collaboratori. Ne Il Rifugio degli esordienti avevo trovato dritte importanti per presentare il mio romanzo alle varie case editrici, nel modo più appropriato.

Ricordo ancora l’emozione che provai quando, qualche tempo dopo, nella cassetta della posta, trovai due buste formato A4 contenenti le proposte di due case editrici. Ero felice, li lessi con attenzione e li misi da parte, in attesa di qualcosa… di altro. Quando mi arrivò la mail di Piera e la sua di proposta editoriale la accettai senza riserve. Il suo motto “Sono un editore scopritore di talenti e non un detentore di diritti” sbandierato nella home del vecchio sito della casa editrice (www.edizioniesordienti.com) mi  inorgogliva non poco e in seguito ho avuto modo di constatare che non si trattava solo di uno slogan pubblicitario. Con loro ho pubblicato la mia prima trilogia ed ho avuto la grandissima soddisfazione di ritrovare i miei romanzi in tutte le più importanti piattaforme della rete. La mia casa editrice è cresciuta moltissimo in questi ultimi tre anni, ed ogni loro passo è sempre stato contraddistinto dalla serietà e dalla passione.

Sono orgogliosa di fare parte di questa grande famiglia che spero di conoscere di persona al più presto.