Grazia Maria Francese e il valore terapeutico della scrittura

Grazia Maria Francese e il valore terapeutico della scrittura

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di Grazia Maria Francese

Miti, saghe, racconti

Quando un corpo di spedizione alieno atterrò sul nostro pianeta, svariate centinaia di migliaia di anni fa, per effettuare interventi di ingegneria genetica su alcune specie di scimmie, una delle principali modificazioni introdotte fu quella riguardante la conformazione della gola. Benché per sopravvivere bastasse comunicare con una gamma limitata di grugniti o squittii, gli Dei in carne e ossa che crearono l’Homo Sapiens lo resero capace di parlare.

Il linguaggio, inutile lusso dal punto evoluzionistico, per questo strano essere chiamato uomo è una vera necessità. Gli permette di effondere sentimenti, ricordi, aspirazioni, timori: tutte le complessità di una mente dotata di circonvoluzioni infinitamente più contorte rispetto a quella di un australopiteco. Se non potesse in alcun modo esprimere tutto questo, diventerebbe pazzo.

Per un’immensità di tempo gli antenati dell’uomo comunicarono a parole. Raccolti attorno al fuoco acceso in una grotta, si raccontavano la storia degli strani esseri discesi dal cielo su carri fiammeggianti: le loro imprese, le loro guerre, i loro amori e inimicizie. Quella fu l’origine del mito. Si raccontavano le vicende degli Dei che, poco a poco, coinvolgevano anche gli esseri da loro modificati a propria immagine: quella fu l’origine del racconto epico o della saga.

Ci vollero millenni perché le storie, anziché essere tramandate a voce, venissero trascritte. Questo passaggio da tradizione orale a parola scritta, che è proprio il tema del mio libro L’uomo dei corvi, fu una grande acquisizione e nello stesso tempo una perdita. Acquisizione perché lasciava spazio alla creatività dell’individuo, perdita perché lo svincolava dalla fedeltà a un modello portatore di memorie ancestrali della nostra razza. Trascrivere una storia può sembrare un modo di renderla meno soggettiva, perché la fissa in una forma stabile: in realtà però questa forma è filtrata attraverso il punto di vista di un solo individuo, che è necessariamente soggettivo e parziale.

Noi non possiamo più tornare indietro. Esistiamo in un mondo dove la parola scritta predomina, modella la comunicazione verbale, crea mondi. Possiamo solo cercare di accostarci alla scrittura con un senso di grande responsabilità: lasciare che prenda forma non da esigenze di mercato o da ambizioni di successo, ma dalla necessità di comunicare un contenuto. Possiamo solo usare questa fortuna, ammesso che sia una fortuna… se non c’è più nessuno raccolto ad ascoltare attorno al fuoco, che qualcuno (magari fra chissà quanto tempo) ci possa leggere!

Giancarlo Cobino e il valore terapeutico della scrittura

Giancarlo Cobino e il valore terapeutico della scrittura

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di Giancarlo Cobino

Non so perché i ricordi debbano sempre essere così ingombranti. Provo a spostarli ma non sfuggono, non arretrano. Talvolta deviano il corso dell’azione e li scorgo mentre, come un elastico, vanno e vengono. Non sono ricordi piacevoli e ciascuno di loro, ciascuno a modo proprio, scava un piccolo solco, dove lascia cadere dolore e tormento oppure soltanto angoscia. È un pezzo di vita. E non vuole abbandonarmi, non senza lasciare un piccolo graffio. Così lo guardo, quasi incredulo, e provo un certo rispetto. E vergogna insieme. Allungo un dito e ne sfioro i contorni, a tratti precisi a tratti confusi; chiudendo gli occhi, incuriosito eppure assalito dal timore, riesco a percepirne meglio la sostanza. È il dolore che pulsa, sotterraneo; provo a respirare e riempire i polmoni ma l’aria si interrompe a metà, strozzandomi il respiro in gola, che quasi credo di soffocare; tossisco con forza per espellere un corpo impreciso, che non vuole uscire, e intanto piego la schiena poggiando le mani alle gambe, spossato in una respirazione robusta.

Che fatica! Girando la testa lungo la stanza provo un senso di costrizione. Allora incrocio le braccia in una posizione innaturale, stropicciando i fogli, e penso che su questa scrivania c’è la vita e c’è la morte che, combinate insieme, provocano un disgusto che non avevo sperimentato prima. È sciocco, credo; sollevo l’angolo di un foglio bianco, scarabocchiato con segni che non so distinguere e sotto ne vedo un altro e uno ancora e ancora uno. Frenetico ne scorro a decine e sono tutti uguali, come se fossero stati fotocopiati; bagno la punta delle dita e scorro sempre più rapidamente; quando credo di aver finito, toccato il legno freddo della scrivania, ne vedo altri, a terra, impilati con ordine e forse ossessione. Scatto in piedi, angosciato, e corro a scorrerli: scarabocchi ovunque, forme geometriche, facce da pupazzo, giochi e strani percorsi che somigliano a labirinti in cui credo di perdermi, bocche fameliche aperte nell’istante precedente il fiero pasto.

Indurisco i muscoli del collo e di riflesso scatto all’indietro, spaventato da quello che vedo. Riconosco la mia mano in quei disegni e sento la necessità di tracciarne ancora, riempire gli spazi vuoti e lentamente far scomparire quel bianco che mi acceca. Afferro un pennarello rosso e, pigiando fino quasi a spezzarne la punta, abbozzo una linea che finisce in un cerchio; sollevo la punta e, abbassandola con delicatezza, traccio una stanghetta, una curva a uncino. Quasi senza rendermene conto vedo lettere e quindi parole, punteggiatura e pause, frasi e personaggi. È vita. È ricordo. È finalmente pace.

La rivoluzione letteraria dell’e-book

La rivoluzione letteraria dell’e-book: storia del formato digitale

di Marina Atzori

Michael_S._HartIl 4 luglio del 1971 Michael Stern Hart attivista, scrittore e informatico, trascrisse per la prima volta sul suo personal computer la documentazione relativa alla Dichiarazione d’Indipendenza americana, firmata nel 1776. Una delle testimonianze scritte più importanti della Storia poteva finalmente essere presa in visione da tutto il popolo internauta grazie al suo contributo inventivo. Subito dopo la diffusione in rete di questo testo di assoluta rilevanza, Hurt fece nascere il Progetto Gutenberg, un programma ideato per rendere gratuiti e disponibili, in formato elettronico, alcuni scritti Letterari liberi da copyright o esplicitamente riconosciuti idonei per una libera distribuzione nel Web. Fu una vera e propria rivoluzione la sua. Tant’è che gli venne attribuita e riconosciuta a tutti gli effetti la paternità del primo e-book della Storia. Fu così che il concetto di libro elettronico iniziò a farsi strada, sempre più prepotentemente, raccogliendo un numero di consensi tale da convincere lo stesso Hart a perseguire nell’ampliamento dei propri intenti. Lo statunitense decise infatti di sviluppare il suo piano di lavoro innovativo, rendendo fruibili alcune tra le più famigerate Opere Classiche, da Omero a Shakespeare, fino ad arrivare alla Bibbia. Chi voleva dunque, poteva finalmente leggere questa serie di manoscritti anche su un semplice pc. Lo seguì a ruota Joe Jacobson che nel 1996, con l’invenzione della carta elettronica (electronic paper), decretò a pieno titolo il successo dell’idea di “libro digitale”, introducendo la tecnologia e-paper.

In cosa consisteva questa tecnica? Semplicemente nel riflettere la luce ambientale come un foglio di carta, consentendo in un secondo momento, con l’arrivo degli e-reader, una lettura di ottima qualità sui dispositivi elettronici, pari a quella di un normale libro cartaceo o di una rivista. La digitalizzazione dei testi è stata un’autentica scoperta, in poco tempo ha fatto il giro del mondo stabilendo le fondamenta di una vera e propria rivoluzione culturale. Come potrete immaginare, l’arrivo dell’e-book fece discutere e non poco, ma senza andare tanto indietro nel tempo, tornando ai giorni nostri, non è un mistero di quante discussioni e dibattiti siano nati intorno ai libri digitali, discussioni mai giunte alla fine e con qualche “dubbio” che fa ancora storcere il naso.

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I primi e-reader

di Andrea Leonelli

Narrano le fonti presenti sul web che i primi e-reader furono commercializzati nel 1998 e si chiamavano Rocket e SoftBook. Di fatto incontrarono poco successo data la penuria di titoli allora disponibili e i problemi di compatibilità dei testi su questi device, che di portatile avevano ben poco. Il peso degli e-reader infatti si aggirava attorno al chilo. L’anno successivo, il 1999, vide la luce il Franklin eBookMan che ottenne miglior successo anche per le funzioni di PDA che vi furono integrate. Dovremo arrivare però fino al 2004 per veder nascere finalmente un dispositivo degno del nome di e-reader. Infatti, solo con la discesa in campo di nomi del calibro di Sony e Philips, assieme alla E Ink Corporation, ci sarà finalmente lo sviluppo di un device, chiamato Librie, che darà ai lettori un piacere di lettura simile a quello dei testi su carta. Prima infatti i device erano retroilluminati e avevano grossi problemi di leggibilità dati dal riverbero. libroelectronico_EFE--478x270Il punto di svolta nello sviluppo dei reader avviene però nel 2007 quando Amazon lancia sul mercato il Kindle. Dotato di WiFi e collegato con il proprio account personale, permette una facilità d’acquisto e un utilizzo mai visti prima. La lettura digitale conobbe in quell’anno un vero boom anche se la prima diffusione su larga scala fu opera degli store Sony l’anno precedente.

Una curiosità che forse non molti conoscono è che, probabilmente, il primo vero ebook reader nacque in Italia ad opera di due architetti, Franco Crugnola Isabella Rigamonti, di Varese, che presentarono il loro “Incipit” come tesi di Laurea al Politecnico di Milano nel 1993, ben 6 anni prima dei primi device menzionati.

Casi strani

Casi strani: il mistero del manoscritto leonelliano

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Andrea Leonelli è vittima (si fa per dire) di uno di quei casi strani che capitano talvolta nella vita e che non hanno alcuna spiegazione logica.

Partiamo dall’inizio. Andrea lavora in rianimazione e quella che svolge giornalmente è un’occupazione che coinvolge tutta la sua sfera emotiva e le sue energie. A suo tempo, quando gli chiesi di scrivermi un articolo che potesse far capire cosa si prova nell’affrontare tutti i giorni un mestiere simile, lui produsse un pezzo decisamente d’impatto (QUI). Il blog era aperto da poco tempo e, nel giro di pochissimi giorni, il suo articolo divenne virale, al punto che comparve sulle riviste specializzate del settore e colleghi da tutta Italia lo lessero arrivando anche a scrivere un buon numero di commenti.

In sostanza, quell’articolo è stato condiviso più di 5400 volte su Facebook e la pagina, qui sul blog, è stata vista più di 16.000 volte (al momento, mentre scrivo, la cifra è di 16.737). Va bene, e con questo?

Fino ad ora ho solo snocciolato dei numeri che possono andare bene per delle statistiche e che, al limite, mettono in risalto il fatto che l’argomento è sentito e che la categoria degli infermieri italiani ha trovato, nelle parole di Andrea, una voce in grado di mettere in risalto le loro emozioni. Ma la singolarità della vicenda non è questa, così come non lo sono i numeri, per quanto significativi, la questione è un’altra. Dopo l’articolo, ad Andrea sono state proposte alcune interviste, fra cui quella rilasciata a Nurse24 (il video è reperibile QUI), nella quale il nostro poeta ha dichiarato (incautamente) di aver scritto un testo in merito alla propria esperienza personale, quando si è trovato dalla parte del paziente, assistito proprio dai suoi colleghi in rianimazione. Ebbene, e qui si riscontra la stranezza del caso, ad Andrea stanno arrivando email in cui gli viene chiesto dove sia possibile comprare il libro e quale sia il titolo…

Caro Andrea, a questo punto (e penso che il tuo editore sarà d’accordo) non hai più scusanti, spicciati a finire il libro (non stai mica scrivendo Guerra e Pace!), così che si possa finalmente rispondere alle richieste!

Aggiornamento

Il libro finalmente è stato pubblicato ed è uscito in versione digitale il 30 novembre 2017 e in versione cartacea il 19 dicembre, con il titolo Domani ci sarà tempo

Il medioevo in Puglia

Il medioevo in Puglia e il fascino di Federico II e suo figlio Manfredi

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castello svevo di Trani

 

di Chiara Curione

È facile immergersi nell’atmosfera del Medioevo in Puglia dove si possono ammirare meravigliose cattedrali romaniche, favolosi castelli, torri di difesa, chiese rurali e santuari. Questa è stata una terra di particolare importanza nel Medioevo come crocevia per l’Oriente, porto d’imbarco di pellegrini e cavalieri verso la Terra Santa.

Qui si sono succeduti numerosi governi: arabi, longobardi, bizantini, normanni, svevi, angioini e aragonesi, lasciando in ogni luogo tracce del loro passaggio. In particolare durante il periodo normanno-svevo le città si sono arricchite da un punto di vista artistico se si pensa alle cattedrali più importanti con sontuose decorazioni, alle ristrutturazioni e ampliamenti  fortilizi già esistenti o alle costruzioni di nuovi castelli. Più di tutti un segno indelebile ha lasciato la dominazione sveva con l’imperatore Federico II e in seguito con il breve regno di suo figlio Manfredi.

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Ritratto di Federico II, dalla seconda pagina di “De arte venandi cum avibus”

In questo periodo la storia si arricchisce di numerosi eventi, le controversie tra papato e impero non bloccano la volontà innovatrice di Federico II con il suo codice di leggi Melfitane (la prima legislazione a impronta costituzionale di uno stato moderno e il più grande monumento legislativo laico del Medioevo) e una concezione diversa dello stato feudale che si era avuta fino a quel tempo. L’imperatore favorisce il commercio e l’agricoltura rendendo prospero il suo amato regno di Sicilia e di Puglia; promuove la cultura, e nella sua corte fiorisce la scuola poetica siciliana, dove nasce la prima lirica in volgare italiano; sostiene lo studio delle scienze e della medicina con la Scuola Medica Salernitana. Tutta la sua vita è una completa opera di rinnovamento, circondato dalla corte effervescente di studiosi, di consiglieri, di cavalieri, di poeti, di dame, di maghi. Memorabili i suoi matrimoni con belle principesse, le sue cacce col falco, e i tornei cavallereschi, la partenza dal porto di Brindisi per la VI Crociata, famosa perché pacifica, condotta con successo e senza spargimento di sangue.

Attraversando la regione pugliese non si può negare che Federico II, ristrutturando ed edificando numerosi castelli, abbia lasciato l’impronta dell’anima. Discendente da una dinastia di Imperatori del Sacro Romano Impero di Germania, figlio di Enrico VI di Svevia e Costanza D’Altavilla, era erede di immensi territori, da sua madre, figlia di re Ruggero D’Altavilla, ereditò il regno di Sicilia e di Puglia che divenne la sua terra prediletta. Abbellì e edificò castelli nei punti strategici del regno, facendo ristrutturare anche le roccaforti che già erano state costruite durante il regno degli Altavilla, oltre alle più belle cattedrali in stile romanico che si trovano nei centri più importanti.

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Castel del Monte

In Puglia è come se l’imperatore vivesse ancora a Castel del Monte, il castello ottagonale con otto torri ottagonali, intento a scrutare i cieli dall’alto di un  panorama unico di una vasta zona della Puglia e della Basilicata. In prossimità delle campagne e dei boschi, vedendo roteare i falchi nell’aria è come se si susseguissero le sue battute di caccia col falco; osservando pascolare gli imponenti cavalli murgesi, discendenti da quelli allevati dall’imperatore, s’immagina che stiano aspettando di essere scelti dai cavalieri del suo esercito per la prossima battaglia.

Raggiungendo uno dei suoi tanti castelli si ha la sensazione che da un momento all’altro giunga l’imperatore con la sua spettacolare corte itinerante: il serraglio degli animali esotici, i saltimbanchi e giocolieri, la temibile guardia del corpo dei saraceni, i notabili di corte, i cavalieri, le donne dell’harem su palanchini trasportati da elefanti. In ogni castello c’è una leggenda legata al suo nome o ai personaggi della sua famiglia. Immergersi in quest’atmosfera è fantastico, un luogo dove l’imperatore ha lasciato tracce di sé rendendosi immortale per aver eletto questa terra a luogo prediletto, paragonandola alla Terra Promessa da Dio al popolo ebraico, quella che produce latte e miele.

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De arte venandi cum avibus

La sua opera è stata immensa e innovativa in tutto il regno di Sicilia e di Puglia e non può che appassionare chiunque si accinga a conoscerla, suscitando curiosità e interesse in ogni campo, dal punto di vista culturale, artistico, legislativo e scientifico.
E approfondendo la sua conoscenza, attraverso le opere e la storia e i personaggi che hanno fatto parte della sua vita, ci s’imbatte nella sua numerosa famiglia e si riesce persino a dare un volto umano a Federico II, alle sue quattro mogli, ai figli prediletti, tra i quali spicca Manfredi. Su di lui più che su gli altri figli si concentrano le leggende. Lui è il figlio più amato, nato al di fuori del matrimonio dall’unica donna che conquistò il cuore dell’imperatore, Bianca Lancia. Un figlio riconosciuto con il matrimonio in punto di morte di Bianca Lancia.

Come pugliese e come scrittrice anch’io ho subito il fascino di Federico II e di suo figlio Manfredi che gli somigliava, scrivendo di loro attraverso racconti e romanzi. La loro opera è costantemente sotto i nostri occhi e se ci soffermiamo davanti a uno dei tanti castelli svevi, non possiamo evitare di ricordare le leggende a cui sono legati.
Gioia del Colle ad esempio è un paese nel cuore della Murgia, dove c’è uno dei castelli normanno-svevi più belli che Federico ristrutturò al ritorno dalla Crociata. Questo castello, che era la dimora preferita di Bianca Lancia, la donna più amata dall’imperatore, è famoso per la leggenda secondo la quale lei fu accusata di aver tradito Federico con un altro uomo e fu imprigionata per gelosia perché era in attesa di un bambino. Quando Bianca diede alla luce Manfredi, per mostrare la sua fedeltà all’imperatore si tagliò i seni e glieli inviò insieme al neonato su un vassoio d’argento. L’imperatore vide che il bambino aveva il suo stesso neo sulla spalla destra, oltre a somigliargli, e lo riconobbe come suo figlio perdonando e sposando Bianca.

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Il castello di Gioia del Colle, in primo piano la cornice Ovest e la torre De’ Rossi.

Sono tante le dimore leggendarie che ricordano anche di Manfredi, il castello di Trani ad esempio dove lui ruppe il cerimoniale di corte per raggiungere il porto e andare incontro a Elena D’Epiro, la bellissima e giovane promessa sposa che era appena giunta dal mare con il suo seguito. Ancora oggi viene rievocato dalla città questo episodio che suscitò nella folla esplosione di canti e gioia per il tanto amato sovrano.
Manfredi che continuò l’opera innovatrice del padre, ordinò di fondare una città sul mare, Manfredonia la città che porta il suo nome. Manfredi che come suo padre ordina nuove costruzioni per ampliare porti, incentivando il commercio secondo un piano per promuovere lo sviluppo di una terra capace di produrre grandi ricchezze. La figura di questo giovane re appassiona per la sua tenacia e il coraggio: egli decide di continuare l’opera paterna, scontrandosi con il potere del Papa, diventando capo dei Ghibellini in Italia e superando problemi e pericoli insormontabili come gli eroi che non si arrendono mai e che solo la morte può bloccare.

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Bianca Lancia e Federico II, nel Codex Manesse

Tra le tante ricerche storiche per lo studio di questi personaggi, ci sono libri particolari come quelli dei viaggiatori inglesi e tedeschi di fine Ottocento che visitavano la Puglia e ne rimanevano affascinati, descrivendo i luoghi più belli e raccontando le numerose leggende. Tra questi cito per originalità il libro di Janet Ross “la Puglia nell’Ottocento (La terra di Manfredi)”. Un testo antico, ritrovato in biblioteca, un libro raro e prezioso come testimonianza delle impressioni positive e delle emozioni di chi visitò la Puglia fine Ottocento sulle tracce degli svevi. Sono le stesse emozioni di chi vive in questa terra e continua a osservarla con incanto, un luogo dove il sole sempre così luminoso vivacizza quei castelli, quelle chiese e borghi medievali da far sognare di trovarsi a rivivere un’epoca lontana.

La schizofrenia dello scrittore

Autori emergenti: La schizofrenia dello scrittore, come riconoscere i sintomi

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L’ironia permea anche questo breve raccontino di Mario Nejrotti. Più che un racconto una realtà, che fa sorridere, è vero, ma lascia aperte diverse riflessioni. I sintomi dello scriptor informaticus si manifestano a tradimento e colpiscono la maggior parte degli autori. Vediamo come riconoscerli.

di Mario Nejrotti

Dichiaro subito il mio conflitto di interessi: sono uno scrittore emergente (e come non capirlo?!).
Due chiacchiere sulla situazione degli scrittori emergenti che “annaspano” per stare a galla nel Mare della Rete che, dopo il Triangolo delle Bermude e il Mar dei Sargassi, è il più misterioso e tempestoso.
Oggi non basta più scrivere un romanzo e combattere strenuamente per riuscire a farselo pubblicare da un Editore che non ti chieda dei soldi per farlo.
Bisogna “autopromuoverlo”!
E qui si manifesta la malattia professionale più comune tra gli scrittori emergenti dei nostri giorni, soprattutto tra coloro che appartengono al sottogruppo “scriptor informaticus”.
Il suo o i suoi romanzi sono stati pubblicati e galleggiano nelle classifiche dei maggiori store in rete o, per meglio dire, galleggiano in Amazon che è l’unico a dare una certa, se pur sempre piccola, visibilità.
L’emergente è soddisfatto, il suo ego di scrittore, ipertrofico come quello dei suoi colleghi più famosi, se non appagato, almeno non urla la sua disperazione!
Dopo qualche settimana, però, si accorge che il suo romanzo, il parto della sua fantasia, l’oggetto delle sue trepidazioni diurne e notturne, sprofonda nei gorghi delle classifiche e stenta anche lui stesso a rintracciarlo e allora incomincia a manifestarsi la malattia.
I primi sintomi di sdoppiamento della personalità, subdolamente, incominciano a invadergli l’inconscio.
“Il mio romanzo è bello, ma nessuno lo sa! Alla presentazione con annesso piccolo buffet eravamo in quaranta e l’Editore, che l’ha organizzata in quella carina, piccola libreria di provincia era felice, quasi raggiante! Io no, per mille bombarde (nel Mare della Rete, siamo un po’ tutti pirati) devo fare qualcosa, se voglio andare all’arrembaggio del mercato!”
E allora lo “scriptor informaticus” incomincia a parlare con lo “scriptor promuovens” che, maligno, si è manifestato!
E sono chiacchierate notturne davanti allo schermo illuminato del computer e al foglio Word con un titolo in Neretto Maiuscolo:
“INIZIATIVE DI PROMOZIONE”
Il foglio è drammaticamente vuoto!
Scinfo (chiameremo così amichevolmente il primo) è offeso a morte con Spromu (così si fa chiamare nel mondo della promozione il secondo)
“Come ti permetti, schifoso, interessato, di farmi dire che il mio romanzo è bello, è appassionante, che dice finalmente qualcosa ed è scritto in una prosa che cattura? Non lo sai che chi si loda si imbroda? E poi non serve a niente!”
“Questo lo dici tu, piccolo borghese ipocrita! Io scrivo solo quello che pensi e che non hai il coraggio di gridare! Credi che ti chiami Fazio e soprattutto, anche se lo facesse, credi, piccolo ingenuotto che lo farebbe gratis? Lui e tutti quelli che lo precedono, prima che tu arrivi alla trasmissione?”
“Non si è mai visto – continua Scinfo – uno scrittore vero che si autopromuova! È una cosa umiliante, perché io sono uno scrittore vero!”
“Certo, bamboccio, sei vero, sei bravo, sei unico, ma nessuno lo sa e quindi… e quindi non ci sei!”
Urla nella mente Spromu.
“Sono stato segnalato in quel famoso premio ed eravamo più di cento! Che cosa credi!”
“Credi che pensi che sei una cefola? Io non promuovo le cefole! Io sono il tuo <agente>!! Ma… ti ricordi? Prova a guardare in faccia i giudici di quel concorso, ricorda il giorno della premiazione. Due dormivano (o forse erano in coma), Il presidente della giuria non si ricordava neanche il titolo del tuo romanzo e se non glielo ricordava quella carina e giovane al suo fianco… e gli altri guardavano l’ora per vedere quanto mancava al buffet! Svegliati amico: canale chiuso, strada morta! Nel Mare della Rete contano solo i lettori! Se sono tanti, il mare si calma e tu vieni a galla: altrimenti, mio caro, rassegnati, ti resta “il gorgo e il buio” , come diceva quel bravo poeta che nessuno ha mai conosciuto, perché non si è mai promosso!”
“I Grandi non si promuovono, si impongono!”
“Ma sei di coccio! E per giunta sei anche ignorante!”
“Non ti permettere! Io, prima di scrivere, ho letto montagne di libri!”
“Bravo! E infatti scrivi bene e la tua mamma lo sa e ne è orgogliosa! Ma ciò non toglie, caro il mio “protetto”( già “protetto” perché, se non ci fossi io, tu non andresti da nessuna parte) che non ti conosce nessuno e tu non vuoi muovere un dito per farti vedere!”
“Che cosa vuoi dire?”
“Stai attento! Tu dici: i Grandi non si promuovono. Ti faccio un esempio, uno solo, ma molto, molto importante! Gabriele D’Annunzio… ti dice qualche cosa questo nome?!”
“Tu mi insulti!”
“Va bene, scrittorello: lui era un Grande, vedila come vuoi, ma lui era un grande! Credi che sia sempre stato così? No! No! Altri tempi, altri scenari, ma i meccanismi sono sempre uguali. Lui scrive “Primo vere” Bello? Brutto? E chi lo sa. Era tanto giovane. Il padre si commuove e facendo i salti mortali glielo fa pubblicare. Bel calcio in culo! Ben 500 copie e 500 lire! Un grande editore milanese? No! Una piccola tipografia di Chieti. (sembra di stare qui oggi). Niente! Il Vate va in bianco (e per lui qualche anno dopo sarebbe stato un vero smacco, ma allora era giovane e poteva ancora permetterselo!) Seconda edizione, grande miglioramento. Tipografia di Lanciano, altre 500 copie, altre 500 lire di papà. Ma… ma… questa volta… Gabriele non è stupido, anche se non del tutto originale. Che ti fa? Pensa bene di morire eroicamente, cadendo da cavallo… Tutti ne parlano <Povero, povero, poeta giovane e sfortunato!> E voilà ! Il gioco è fatto, il successo arriva e tutti incominciano a parlare di lui! Roma, la capitale, la gloria, il successo! Hai capito, cocciuto idealista e ipocrita!”
“Ma… Ma – tentenna Scinfo – la gente mi giudicherà male, se parlo del mio lavoro e lo lodo!”
“E certo! Tu la televisione non la guardi mai: solo libri! La televisione è per gli ignoranti! Disgustoso snob! Tutti i prodotti in TV sono lodati, promossi, certificati da chi li fa e la gente non pensa neanche per un secondo che non deve provare, perché non c’è un critico internazionale dell’olio di oliva che ne decanta le lodi, mentre l’oliaro se ne sta seduto in un salotto bene a discutere dei massimi sistemi! La gente bada solo se il messaggio è convincente e accattivante. Poi compra e rischia e se non piace, non compra più e addio olio! È il “Mercato” , mammoletta! La gente ti deve conoscere, poi, se sei bravo veramente, starai a galla, altrimenti… <ai posteri l’ardua sentenza>, per dirla con un altro che il Mercato lo tiene ancora adesso. E dopo 140 anni che non c’è più è ancora un Bestseller in Narrativa Storica su Amazon! Guarda se non ci credi!”
Il nostro scrittore emergente ha tutti i sintomi della somatizzazione: suda, ha il batticuore, sente bruciore allo stomaco, vertigine…
Appoggia la fronte madida sulla tastiera e cerca il silenzio: Scinfo e Spromu tacciono, la schizofrenia si placa.
Bisogna accettare la dura realtà: o impari a nuotare in questo nuovo mare o affoghi! La confusione diminuisce.
“Scriptor move te ipsum!” è il nuovo imperativo, l’assoluta necessità per dare un senso al lavoro dello scrittore emergente.
Almeno fino a quando il promuoverti non diverrà un affare per qualcun altro!
Le dita partono da sole e il foglio Word si riempie!

FINO ALL’ULTIMA BUGIA” un romanzo d’esordio, ma già della migliore atmosfera giallo poliziesca. Una Torino corrotta e violenta: droga, servizi segreti, il potere assoluto di un capo misterioso, una storia d’amore disperata in fuga dal passato, che riaffiora anche dalle macerie della tragica guerra in Jugoslavia. Azione, passioni, colpi di scena, fino all’ultima pagina! In promozione tutto il mese di gennaio su Amazon a 1,99 € (su Kobo.it allo stesso prezzo).

IL PIEDE SOPRA IL CUORE” un romanzo storico-fantastico, la risposta italiana al filone fantasy. La storia di Santino, un bambino solo e tradito, sullo sfondo della seconda guerra mondiale, nel 1943 in Sicilia. Un mistero terribile che offusca persino la memoria. La mafia, gli americani, i fascisti in un turbinio di passioni. Il misterioso Tonio vorrà davvero salvare Santino o nasconde anche lui un terribile segreto? Su Amazon e Kobo a 4,99 €

Mantenere i buoni propositi

Mantenere i buoni propositi: ci vogliono tenacia e organizzazione. E a volte non bastano.

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di Daniela Vasarri

Una ricerca americana ha scoperto che non riusciamo a tener fede ai buoni propositi che vengono fatti immancabilmente ogni capodanno perché sono “a lunga scadenza”. Quindi, per ottenere un risultato tangibile nei nostri progetti, è consigliabile procedere per gradi.
Ad esempio, se sognano di diventare il prossimo best seller (confessiamo che per un esordiente rappresenta la conquista più vicina al paradiso), è necessario partire da un’attenta valutazione delle nostre capacità, prima di tutto.

1) Affidarsi quindi a giudizi tecnici e, si presume, esperti, sarebbe un’ottima scelta iniziale per capire se abbiamo oppure no la stoffa per proporci come autori.
2) È necessario anche valutare i mezzi di cui disponiamo perché le strade per misurarci sono molte:
– il self publishing.
– l’iscrizione a concorsi (non dimentichiamo che i più sono a pagamento).
– l’invio alle case editrici (il che comporta copie, costi di spedizione, oltre un editing – consigliato – che ci permetta di presentarci decentemente).
– l’individuazione di location o librerie che siano disposte a ospitarci se già abbiamo pubblicato.
3) Capire quanto tempo possiamo dedicare alla nostra programmazione e soprattutto alla nostra attesa. Infatti spesso, se prolungata, è quella che ci porta a desistere.

L’elenco dei buoni propositi è insomma lunghissimo, ma bisogna assolutamente capire prima di tutto cosa desideriamo fare da grandi, non dimenticando che solo a piccoli passi e con metodica consapevolezza ci si affaccia nel mercato editoriale.
Se disperderemo le nostre energie in mille tentativi, ci troveremo a fine anno quasi allo stesso punto di partenza di quello appena iniziato. Non è facile, lo so, perché la nostra mente tende a immaginare già tutto realizzato ma, nel caso specifico del mondo editoriale, vi sono degli step necessari da compiere prima di poter essere considerati degli scrittori.
Per la dose di fortuna, beh, lì è consentito sognarla senza limitazioni.

Jack Reacher visto da Giancarlo Ibba

Jack Reacher visto da Giancarlo Ibba:  Un duro d’altri tempi, un moderno John Wayne

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Ho incontrato per la prima volta il personaggio Jack Reacher in un “diner” della cittadina di Margrave. Il romanzo era “Zona pericolosa”, l’autore Lee Child. Fin dalle battute iniziali gli occhi, ormai esperti nell’individuare uno scrittore in linea con i miei gusti narrativi, mi si sono incollati alla pagina. Lee Child, un britannico che ambienta le sue storie negli USA, è dotato di un talento raro: quello di dipingere, con poche frasi, una manciata di righe e qualche linea di dialogo, un protagonista carismatico e l’ambientazione in cui si muove la trama. È un talento che io apprezzo e che, talvolta, cerco di sviluppare nelle mie storie.

locandina reacherMa torniamo a Reacher. Jack Reacher è un omaccione alto, biondo, grosso come un gorilla ma agile come un gatto (nessuna somiglianza con la versione cinematografica interpretata da Tom Cruise, insomma). Deve avere un aspetto formidabile, con la grinta del duro, perché chi lo incrocia per strada di solito cambia marciapiede. Per la stessa ragione, probabilmente, conquista e/o ammalia buona parte delle donne che incontra nel suo vagabondare per gli States. Non ho usato il termine “vagabondare” a caso. Reacher infatti è un ex soldato, per la precisione faceva parte della polizia militare (da qui l’abilità investigativa e nel combattimento corpo a corpo che il nostro sfoggia in ogni romanzo della saga lui dedicata), che si è congedato dall’esercito e ha deciso di vagare di luogo in luogo portandosi dietro soltanto i vestiti che aveva addosso, uno spazzolino pieghevole e qualche spicciolo. Non gli piace lavorare. Per mantenersi utilizza i risparmi accumulati durante la carriera militare. Per fortuna non ha grandi necessità. Dorme pochissimo, mangia quello che c’è e, per tenere sù il morale, beve moltissimo caffè. Viaggia a piedi o con i mezzi pubblici. Non usa carte di credito e paga in contanti per non lasciare tracce elettroniche. Non possiede il cellulare. Mastica poco di internet, ma riesce a risolvere ogni situazione grazie alla faccia tosta, il cervello fino e i muscoli ipertrofici. Di solito pernotta in una stanza di motel, nella cella di qualche prigione o nella casa della “sedotta e abbandonata” di turno.

Reacher è un personaggio d’azione classico eppure originale, un eroe/antieroe in grado di trovarsi sempre nel posto sbagliato al momento giusto (altrimenti non ci sarebbe nessun romanzo, naturalmente), con uno spiccato senso della giustizia e la capacità di uscire fuori dai casini più intricati con scioltezza quasi imbarazzante. Al suo confronto, gli altri personaggi (che facciano parte di CIA, FBI, NSA, DEA, FDA, etc… o siano semplici vicesceriffi di contea) paiono sempre restare un passo indietro rispetto al procedere dell’intreccio. Reacher sa sempre cosa dire, quando dirlo e come dirlo. La cosa migliore, però, è che capisce anche quando è il caso di tenere la bocca chiusa. Accade di rado, tuttavia. Perché al nostro eroe piacciono le frasi a effetto e le spiritosaggini argute.

Mi rendo conto che questo articolo sta prendendo una piega curiosa, dello stile a “ruota libera”, quindi sarà meglio riprendere la strada vecchia. Dunque. Dicevo?

Lee Child, Bouchercon 2010 di Mark Coggins

Lee Child, Bouchercon 2010 di Mark Coggins

Lee Child scrive bene. Reacher è un bel personaggio. Le storie in cui si trova coinvolto riescono a creare quella magia per cui un lettore, come il sottoscritto, stropicciandosi gli occhi, si dice: “Ancora un’altra pagina, poi chiudo il libro e vado a dormire.” Detto questo, ammetto di preferire le avventure in cui Reacher racconta in prima persona gli eventi, rispetto a quelli in cui il punto di vista è una più distaccata terza persona (“Zona pericolosa” – che ha vinto numerosi premi come miglior romanzo d’esordio – e “I dodici segni” sono i miei preferiti, infatti rientrano nella prima categoria). Perché? Forse perché la personalità e la lucidità di Reacher, nel descrivere i fatti, sono così peculiari da rendere ogni dettaglio più incisivo, ogni riflessione più coinvolgente, ogni strategia elaborata per incastrare i cattivi più chiara, ogni avversità più coinvolgente. Non crediate, però, che i romanzi in terza persona siano meno appassionanti. Tutt’altro. È solo questione di gusti. Come è ovvio, poi, l’uso della terza persona permette all’autore di variare il punto di vista e dare alla storia una struttura meno centrata sul protagonista. Ciò non toglie che, anche in questi capitoli della saga (vedi “Via di Fuga”), tutto quanto ruoti intorno alla figura imponente e ingombrante, in tutti i sensi, del quasi infallibile Jack Reacher.

Che altro dire? Se vi piace il genere action-thriller e volete conoscere il personaggio di Jack Reacher, creato dalla bella penna di Lee Child, sapete dove trovarlo: in libreria o negli store digitali. Non è indispensabile leggere i romanzi in ordine di pubblicazione, ma sarebbe meglio farlo per cogliere l’evoluzione del protagonista. Tuttavia, non aspettatevi grandi cambiamenti, Reacher è come una montagna di granito, ci vuole ben altro che una dozzina di rischiose avventure piene di misteriosi delitti, intrighi di potere, attacchi terroristici, complotti governativi, memorabili scazzottate e sanguinose sparatorie per scalfirlo.
E a me piace così. Un duro d’altri tempi, grosso e sveglio. Una specie di moderno John Wayne.

Perché scrivere

Scrivere è vivere, per chi ha la sfortuna ed il massimo privilegio di volerlo fare

di Bruno Bruni

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Secondo il “Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2014” presentato all’Aie in occasione della Buchmesse di Francoforte, nel 2013 in Italia sono stati pubblicati 30.382 ebook che hanno inciso il 3% del mercato editoriale, con una disponibilità di ebook in commercio che ha superato i 100mila titoli (100.524 per la precisione).

Non sono un fanatico delle statistiche, ma questi dati mi hanno colpito. Escludendo manuali e testi scolastici, rimangono comunque sul mercato diverse migliaia di romanzi. Non entro nel merito di quanti facciano parte del self-publishing, fenomeno in crescita negli ultimi anni. Sono comunque tanti, tantissimi se consideriamo che in Italia si legge poco. Ancora il rapporto sullo stato dell’editoria 2014 di AIE ha rivelato che il bacino dei lettori nel 2013 si è ristretto del 6,1% (leggono almeno un libro in un anno solo 43 italiani su 100) Allora, in questo oceano di titoli, quante sono le possibilità di essere conosciuto per un autore esordiente? Meglio, un autore che potremmo definire Indie, con un termine rubato alla musica, può sperare di emergere, in qualche modo?

Il pensiero è vagamente disperante. Al meglio, il nostro scrittore Indie può aspirare ad un pubblico di nicchia. No, no, non sto facendo il disfattista a tutti i costi. Il punto che mi interessa è un altro. Escludendo i megalomani e gli illusi, che saranno comunque convinti di essere geni incompresi, la grande maggioranza di autori è composta da persone intelligenti e ragionevoli, consapevoli che da queste parti diventare scrittori noti è molto difficile, quasi come vincere un terno al Lotto. È un’attività faticosa mentalmente ma anche fisicamente e dagli esiti per nulla scontati. Allora, perché scrivere? Anzi, visto che nel mucchio c’è anche il sottoscritto, perché scriviamo?

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Sergio Endrigo

Tenterò di rispondere a titolo personale, sperando di interpretare, in qualche modo, un pensiero condiviso almeno in parte dalla categoria dei raccontatori di storie. Voglio aiutarmi citando frammenti di testi che per me sono stati in qualche modo illuminanti, magari non subito, letti e archiviati sul momento in quel grande deposito che è in fondo alla nostra mente e poi riemersi, in tempi diversi, ma improvvisamente chiari come risposta a vecchie domande. Inizio con una vecchia canzone di Sergio Endrigo. Cantautore oggi un poco dimenticato, autore di testi in apparenza semplici, quasi scarni ma essenziali e profondi.

“C’è gente che ha avuto mille cose
Tutto il bene, tutto il male del mondo
Io ho avuto solo te
E non ti perderò, non ti lascerò
Per cercare nuove avventure”

Endrigo parla dell’unico amore, quello capace di riempire anche la vita più povera e solitaria. Può essere amore per una persona, nel caso di questa canzone, ma in fondo anche per una religione, per una ideologia, perché no, per un animale domestico, comunque amore che dà, che trascende il quotidiano. E chi scrive ama. Ama la storia, i personaggi. Si cala in un altro mondo e dimentica, per un momento, l’attimo presente. A me succede esattamente così e credo di non essere l’unico a provare una sensazione simile. Certo, si può scrivere per puro mestiere, per denaro… e allora non sarà la stessa cosa. Forse noi autori Indie non siamo avvezzi alla scrittura professionale, forse Stephen King scrive pensando agli incassi. Ma io non penso sia così neppure per lui.

Sarò un romantico, ma sono convinto che scrivere sia quasi sempre un atto d’amore. E forse anche qualcosa di più complesso, secondo Borges. Scrittore che mi colpì molto fin dalla prima lettura, così cerebrale e logico, ma anche appassionato e mistico. Borges in “Altre Inquisizioni“, in uno dei suoi tipici salti mortali fatti di parole, cita Shelley il quale:

“Venti anni prima aveva opinato che tutti i poemi del passato, del presente e dell’avvenire, sono episodi o frammenti d’un solo poema infinito, composto da tutti i poeti del mondo.”

Jorges Luis Borges nel 1951, foto di Grete Stern

Jorges Luis Borges nel 1951, foto di Grete Stern

L’idea del libro Universale è assai intrigante, almeno per me. Un pensiero quasi vertiginoso. Anche il più dimenticato degli autori (anche io allora…) non avrà scritto invano se la sua fatica andrà a confluire nell’oceano di tutti i libri e sarà compagno e fratello di quanti scrissero e scriveranno da sempre, per sempre. Difficile trovare una motivazione più potente, direi. Difficile, ma non impossibile. Ancora Borges, sempre in “Altre Inquisizioni” scrive una frase che mi parve da subito memorabile:

“La musica, gli stati di felicità, la mitologia, i volti scolpiti dal tempo, certi crepuscoli e certi luoghi, vogliono dirci qualcosa, o qualcosa dissero che non avremmo dovuto perdere, o stanno per dire qualcosa; quest’imminenza di una rivelazione, che non si produce, è, forse, il fatto estetico”

Questo è davvero il motivo decisivo, per me. Scrivere inseguendo l’attimo della rivelazione. Una chimera, chi lo nega. Un sogno, una illusione, ma che meravigliosa illusione, che scopo sublime è questo. Non vale forse la pena di impegnarvi tempo, ed energie, finché avremo fiato?

Qui mi fermo. Per quanto mi riguarda ho detto tutto quello che potevo. Concludo con un Haiku del poeta Italiano Mario Chini:

“In tre versetti
tutto un poema, e, forse,
tutta una vita”

Che in fondo riassume, con la meravigliosa essenzialità dell’Haiku, tutto quanto ho faticosamente tentato di spiegare. Scrivere è vivere, per chi ha la sfortuna ed il massimo privilegio di volerlo fare.

 

Un gradito ritorno

Un gradito ritorno: il blog di Alessandro Cirillo.

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Alessandro mancava dalla rete da diverso tempo, gli impegni lo hanno portato verso altre destinazioni e, purtroppo, il suo blog ha subito una battuta d’arresto. Tuttavia, i folletti notturni sono riusciti a convincerlo a riprendere in mano questo spazio, dedicato a tutto quanto ruota intorno alla tematica militare, al suo lavoro e ai suoi interessi personali. Ne abbiamo sentito la mancanza perché anche se gli articoli erano destinati a lettori specializzati, in realtà i testi erano scritti in modo tale da permettere a chiunque di poter apprezzare la conoscenza che Alessandro offre in diversi campi, non proprio comuni.

Quindi, una volta che Alessandro si è finalmente deciso, e la piccola Sofia ha deciso di lasciare un po’ di spazio al suo papà, abbiamo pensato di creare per lui una veste tutta nuova e lucidata a dovere, così è nato il nuovo blog di Alessandro Cirillo Scrittore.

Visitandolo, potrete trovare notizie e informazioni in merito ai suoi articoli pubblicati su Combat Arms, al modellisimo e a tutto quello che, in un modo o nell’altro, ha attirato la sua attenzione.

Quindi, bentornato Alessandro!

Adesso non ti resta altro da fare che continuare a deliziarci con le tue news e i tuoi approfondimenti, che tanto ci erano mancati.