Mamma, moglie e aspirante scrittrice

Il dono dell’ubiquità: mamma, moglie e aspirante scrittrice

Sabrina Grementieri è una scrittrice molto attiva: presenta spesso i propri libri in pubblico, partecipa alle manifestazioni indette dai colleghi, presenzia alle attività proposte dalle associazioni di cui fa parte e, nel frattempo, scrive racconti e romanzi (con ottimi risultati) senza dimenticarsi mai di avere una famiglia a cui badare. Il tempo per lei pare essersi dilatato, eppure, c’è tanto lavoro e tanti sacrifici dietro quel suo essere “donna”. Se esternamente il suo sorriso non manca mai di stupire, c’è sempre un’ombra nostalgica nei suoi grandi occhi scuri. Un’ombra che racconta come le manchi, in realtà, la sua realtà famigliare. Nonostante il suo successo letterario, Sabrina resta ben ancorata al suolo, non dimenticando mai quelle che sono le sue priorità e i suoi legami affettivi. L’articolo che segue è stato scritto in febbraio, in un momento in cui il suo impegno di madre e moglie è stato condiviso con diversi eventi pubblici.

Sabrina Grementieri ha pubblicato con EEE: Una seconda occasione, Noccioli di ciliegie

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Poco tempo fa qualcuno, dopo aver ascoltato un conciso resoconto di una mia giornata tipo, aveva commentato con un “Sono stressato al solo pensiero.”
Il fatto che l’interlocutore fosse un Lui ha di certo il suo significato ma la verità è che davvero lo stress è la componente principale della vita di una donna adulta con famiglia e lavoro. Magari più di uno. Perché il lavoro che ti mette il pane in tavola non è quello che più ami. Scrivere rende pochissimo a livello monetario. Per fortuna a volte arrivano anche le soddisfazioni, le quali sono tanto grandi e insperate da cancellare tante fatiche e sacrifici.
Quando mi hanno chiesto di scrivere due righe su come una donna possa conciliare tutte queste cose avevo pensato di dare all’articolo un carattere generico e impersonale. Ho cambiato idea alla svelta però, perché non credo esista una risposta che valga per tutte. Le variabili in gioco sono così tante ed eterogenee che oltre a sostenere che è un ruolo molto complesso e spesso ingestibile, più non potevo fare.
Dunque cercherò di parlare di me, di come io vivo e sopravvivo a questa realtà che a volte assume tratti comici, altre più drammatici e altri ancora quasi inverosimili.
Premetto che sono una persona che rende meglio sotto pressione, quando ha molte cose da fare e pochi tempi morti. Non amo lamentarmi e sono consapevole che il detto “Hai voluto la bicicletta, ora pedala!” sia quanto mai veritiero. Nessuno mi ha costretto a sposarmi (e sono tuttora felice di averlo fatto), ad avere figli (che sono infinitamente più impegnativi di quanto immaginassi ma sono un pezzo di cuore) e a tirare fuori dal cassetto il mio sogno di bambina e tuffarmi in un mondo, quello della scrittura, immenso, complesso e difficile.
Ho sempre amato scrivere ma, fino a pochi anni fa, non ho mai avuto alcuna velleità di pubblicazione. Nei momenti più bui penso che avrei dovuto continuare così. Sono certa che il mio carico di stress sarebbe decisamente inferiore.
10492527_10203553398908431_5033706599081243726_nMi sveglierei al mattino, preparerei i bambini per la scuola, pianificherei la giornata (l’aspetto logistico è fondamentale se vuoi incastrare tutto!), andrei al lavoro poi, a seconda del giorno, sport dei bambini, magari parrucchiera, un’ora in palestra, una serata con le amiche e così via.
Invece no. Ti alzi al mattino con il pensiero, e la speranza, di riuscire a scrivere almeno un paio di pagine in giornata. Hai già una mezza idea, c’è un passaggio carino che se non lo fermi subito poi scompare. Ti dici che ce la farai di certo, hai un’oretta libera subito dopo pranzo. Inevitabilmente le cose sono molte più complesse di quanto immagini.
I bambini non si vogliono svegliare, poi si litigano la colazione, poi arriverete tardi a scuola. Un salto dalla pediatra, uno in farmacia, mezzora di coda in posta, una spesa veloce e poi finalmente a casa. Se va bene sono le dieci e mezza. Più spesso le undici. La casa è un disastro ma per fortuna non sono una fanatica dell’ordine. Quindi faccio il minimo indispensabile per un’esistenza civile e mi siedo finalmente al computer.
Non crederete mica che le idee vengano fuori così, a comando? Nei primi minuti cerchi di inspirare ed espirare per isolarti dal mondo e cercare la concentrazione. Mentre lo fai saltelli qua e la nei social network per aggiornarti e curiosare. Ma soprattutto per promuovere le tue opere, se ne hai già di pubblicate. Non lo sapevate? Un autore, sia auto pubblicato che non, è responsabile della propria promozione. Ormai anche le grandi case editrici fanno poco per farti conoscere, a parte alcune eccezioni. E questo è, per quanto mi riguarda, la parte peggiore. Un po’ perché non sono brava a pubblicizzare me stessa. E poi perché ci vuole davvero moltissimo tempo per farlo.
Spesso l’ora di pranzo è passata da un pezzo quando finalmente apri il tuo file di scrittura. E a quel punto l’idea è sfumata, e anche il tempo. Prepari un pranzo veloce per il povero consorte che, per fortuna, non ha grandi esigenze, imbastisci anche la cena e poi arrivano gli imprevisti. Una lettera da tradurre, una chiamata da fare, due montagne di spazzatura differenziata da smaltire e già si fa l’ora di andare a prendere i bambini. Con il loro arrivo la pace è finita, ma il tarlo di non avere combinato niente sta scavando sempre più alacremente. Quando finalmente hai dato loro la merenda, li hai lavati ed evitato guerre puniche, è quasi ora di cena. Aspetti il rientro della tua dolce metà per andare a tua volta al lavoro, e ti riprometti che, al ritorno, quando tutti saranno a letto, finalmente potrai scrivere in pace.
11086567_10203575144448237_1800072323_oIl più delle volte quando rientro, anche se il mio è un lavoro tutt’altro che massacrante, non ho più le forze di scrivere qualcosa con un senso. Finisce così che mi metto a letto a leggere, pregando i miei personaggi di pazientare ancora un po’.
I giorni passano, a volte intervengono imprevisti molto più gravi di quelli sopra descritti e così continuo a rimandare. Quello però che mi distrugge è che il mio umore peggiore in maniera direttamente proporzionale all’aumentare dei giorni in cui non riesco a scrivere.
E allora vorrei che questa passione non fosse diventata un lavoro. Vorrei non avere preso impegni per il futuro, firmato scadenze da rispettare e lettori da non deludere. Vorrei essere una persona più semplice, senza tanti grilli per la testa o necessità fisiche ed emotive da rispettare. Purtroppo certe cose non si scelgono. Io sono una sognatrice, ho bisogno di emozionarmi e di dare un senso al mio passaggio su questa terra. E amo le sfide.
Quindi non importa se anche oggi, che è domenica, sono andata al lavoro e al pomeriggio ho portato i bambini al carnevale perché la loro scuola partecipava con un carro. E al rientro ho fatto una lavatrice, stirato e preparato cena. Ora è tardi, ma sono qui a scrivere. E questa sera credo proprio che continuerò a farlo. Mi tufferò nel mio mondo fantastico e lascerò che le storie, che ho tenuto stretto per tanto tempo nella mia testa, si prendano il loro spazio.
Domani è un altro giorno e non mi è dato sapere cosa mi riserverà. Buonanotte.

Sabrina Grementieri

Essere genitori

Essere genitori: figli, sesso e cattiva educazioneeli2

Elisabetta Bagli è una poetessa molto impegnata nel trasmettere ai propri lettori le sensazioni che derivano dalle ingiustizie umane. Sempre in prima linea per difendere i diritti delle donne, dei bambini e delle persone più deboli, tesse nella propria poetica i drammi quotidiani che spesso sfociano in tragedie. La sua sensibilità, tutta femminile, ne ha fatto il portavoce ideale, la Penna in grado di non far mai dimenticare quello che accade intorno a noi, anche quando i nostri occhi sono troppo stanchi per vedere. Nell’articolo che segue, espone un classico esempio di cattiva educazione, da parte delle istituzioni, nei confronti dei minori in età scolare.

Elisabetta Bagli ha pubblicato con EEE: Voce

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Il non facile compito di Educare

Di Elisabetta Bagli

Le polemiche che si sono innalzate in questi giorni, in Spagna, su un evento increscioso di cui sono stati protagonisti un ex Ministro del Governo catalano, Marina Geli, e il giornalista Eduardo García Serrano mi hanno fatto riflettere (e non poco) sul mondo in cui viviamo.

Marina Geli

Marina Geli

Non voglio assolutamente entrare nel merito politico della questione, che non è di mia competenza, ma sono stata fermata davanti alla Scuola, che frequentano i miei figli, da Intereconomia (testata giornalistica) che mi ha intervistato sull’argomento trattato in un video (per fortuna non più disponibile in rete NdR), proposto dal Ministro, in merito all’educazione sessuale per i minori nelle scuole. Mi è stato chiesto cosa ne pensassi e se ritenessi tale video idoneo per essere mostrato ai ragazzi in età scolare. Nel filmato si vede un ragazzo che fa ogni tipo di esperienza sessuale sia con i suoi coetanei e le sue coetanee sia con uomini più grandi. Alcune immagini istigano addirittura al bondage e al sadomasochismo. La seconda parte del video, invece, è incentrata su una ragazza che, per autodeterminazione, sceglie, “provando” i vari partners attraverso esperienze anche estreme, qual è l’uomo della sua vita. Non sono una bigotta, ma sono una madre di due bimbi di 9 e 12 anni e non credo che questo sia il modo adeguato per affrontare l’argomento “educazione sessuale” nelle scuole e sulle pagine istituzionali di siti governativi. Il video in questione era stato inserito nella pagina Sexo Joven de la Generalitat de Catalunya dall’allora Consigliere della regione Marina Geli, affinché fosse una sorta di manuale per i ragazzi.

Eduardo García Serrano

Eduardo García Serrano

Un giornalista, Eduardo García Serrano, ha denunciato questa pagina ritenendola offensiva e istigatrice per la nostra gioventù, insultando con parole dure il Ministro. Per questa sua rimostranza, lo Stato spagnolo l’ha condannato a dover pagare 22.000 Euro, mentre al Ministro è stato solo fatto ritirare il video dalla pagina.

Ripeto, non entro nel merito della condanna o della questione politica. Ma sono una mamma che tiene all’educazione dei suoi figli, come tante mamme in questo mondo e non credo che sia necessario proporre video di questo genere a dei bimbi o a degli adolescenti né nelle scuole né, tanto meno, sui siti istituzionali per impartire l’educazione sessuale ai nostri figli. È vero che la gioventù di oggi è diversa da quella di un tempo. È vero che a 12 anni io ancora giocavo con la Barbie e cercavo di fumare la prima sigaretta, come atto d’insubordinazione (ringrazio il cielo che mi ha stomacato appena messa in bocca, aiutandomi a stroncare il “vizio” sul nascere), mentre mia figlia, a poco meno di 12 anni, già sa molte cose della vita, del suo corpo, di ciò che le gira intorno e ha desideri diversi di quelli che avevo io alla sua età. È vero che i ragazzi di oggi sono più svegli e svelti a fare tutto, ma è anche vero che, pur credendo di avere il mondo in mano e di sapere tutto, pur pensando di essere i migliori e invincibili, non riescono, nel loro intimo, a essere sicuri di se stessi e sono molto più fragili di quel che mostrano. Hanno in mano molta informazione della quale spesso non sanno cosa farsene, come utilizzarla. Hanno voglia di sfidare il mondo, perché si credono invulnerabili, ma non pensano che spesso le prime vittime di questi loro atteggiamenti sono proprio. Gli atti di bullismo che ci sono per ogni dove, quelli di violenza ai propri simili, non solo fisica ma anche verbale, quegli atti di insubordinazione nei quali mancano di rispetto non solo ai genitori ma anche agli insegnanti e a tutto ciò che rappresenta la disciplina, sono ormai all’ordine del giorno.

Noi genitori ci siamo mai chiesti il perché di tutto questo? Mancano le linee guida, quei tre cardini fondamentali che sono stati il sostentamento delle generazioni da sempre: i genitori, la scuola, la società.

I genitori sono troppo occupati a cercare di fare bene i genitori moderni dalla mentalità aperta, dai sorrisi “smart”, senza comprendere che è necessario essere veramente genitori per educare i figli: non si deve essere fratelli, zii o amici, ma genitori!

Mom serie tv

Mom serie tv

Giorni fa mi sono imbattuta in una nuova serie televisiva che fanno vedere qui in Spagna da poco tempo, il titolo è “Mom”. Il limite minimo di età per vederla è di 12 anni! Sono rimasta allibita! Mia figlia e mio figlio avevano iniziato a vedere questa serie nella quale si parla di sesso, anche spinto, di alcool e di famiglie allargatissime. Ci sono delle donne che passano da un uomo a un altro in modo superficiale e che rimangono incinte di sconosciuti come se fosse la cosa più normale di questo mondo! Comprendo l’intento degli sceneggiatori di far ridere su argomenti che sono seri e che, quindi, molto dietro le righe, dovrebbero fare comunque riflettere, ma i bimbi di 12 anni non sono in grado di capirlo e il messaggio che passa è deleterio! Non hanno coscienza critica! Figuriamoci poi se hanno coscienza critica i bimbi di 9 come mio figlio! Ho proibito ai miei figli di vedere questa serie e loro, logicamente, si sono alterati, soprattutto mia figlia Francesca che mi ha detto: “Ma mamma, è proibito ai minori di 12 anni e io ne quasi 12! Dai!”

Chi decide il limite d’età? Che valori si prendono come termini di paragone per decidere questi limiti? Non comprendo… Ma poi penso al fatto che mia figlia tornerà a scuola, che i suoi compagni inizieranno a commentare “Mom” e che lei si sentirà esclusa, si sentirà una “mosca bianca” per non averlo visto, per non avere il cellulare, per non fare o dire o avere altre mille cose che i genitori “amici”, nella loro visione “moderna”, fanno, dicono o danno ai propri figli in un’età non consona. Non sono una mamma speciale, anzi sono normalissima, con i miei pregi e i miei difetti, come tutte le mamme che stanno imparando a crescere i propri figli, ma so che come me la pensano altre milioni di mamme e spesso, per quieto vivere, lasciano correre e lasciano che i figli facciano quel che credono, perché è più facile dire SÌ che dire NO.

Cos’altro manca a questi ragazzi? La scuola, intesa come docenti e non come struttura, perché badate bene che i mezzi e le strutture per fare bene ci sono, ma sono mal utilizzate. Ora, la maggior parte dei docenti sono votati a prendere lo stipendio a fine mese e basta. Sono realmente pochi coloro che si preoccupano di fare gli “educatori” nel vero senso della parola. E la scuola è formazione, è educazione, è trasmissione di messaggi giusti, di valori, al pari della famiglia. Ma oggi, è troppo spesso latitante.

L’ultimo punto cardine che manca ai ragazzi è la società. Nonostante ci siano strutture adeguate per sostenere i giovani, inadeguati sono spesso i modi con le quali vengono usate. Oggi la società è volta a insegnare il modello di vita del “tutto e subito”, perché solo ottenendo tutto e subito si può dire di aver vissuto davvero intensamente. Questo è il messaggio che viene dato ai ragazzi e non c’è nulla di più errato! Il modello del “tutto e subito” al giorno d’oggi viene applicato in ogni campo, anche nell’educazione sessuale proposta nel video, di cui vi ho parlato all’inizio, che prevede due giovani, un uomo e una donna, che per vivere in pieno la loro sessualità devono provare ogni tipo di esperienza, anche la più aberrante. Ma se ai ragazzi non vengono spiegate prima altre cose, quali l’amore, il desiderio, la vita, il piacere di condivisione con l’altro sesso, cosa potranno mai comprendere di quel che viene loro mostrato nel video? Nulla! Possono pensare solo che è quello il modo giusto di amare.

Julián Marías

Julian Marias

Ma bisogna ricordarsi che affinché ci possa essere una buona educazione sessuale ci deve essere un’ottima “educazione sentimentale”, così come ci diceva il filosofo Julián Marías nel suo famoso libro “La educación sentimental”.

Ma l’educazione sentimentale, a cui ogni società dovrebbe far riferimento, è ormai uno strumento educativo e formativo troppo obsoleto e lento per l’uomo di oggi. Si dovrebbe dedicare molto tempo a educare l’essere umano e l’uomo ormai non ha più tempo neanche per se stesso. Credo che si sia persa la bussola e che ciò che “normale non è” sia diventato la “normalità”, degradando il modello educativo personale e sociale, facendolo arrivare a uno tra i livelli più bassi della storia. Cosa fare, quindi?

Rimboccarsi le maniche. Ognuno di noi, nel suo piccolo, deve cercare di fermarsi e prendersi il tempo giusto per educare ed educarsi. Le esperienze vanno vissute e ogni persona è libera di scegliersi quelle che vuole provare e il modo in cui lo vuole fare, ma tutto deve avvenire a tempo debito, con coscienza e consapevolezza, cosa che i giovani di oggi credono di possedere e, purtroppo, non hanno.

È compito nostro, genitori, educatori e società, prendere in mano la situazione e cercare di capovolgerla perché non dobbiamo dimenticarci che l’oceano è formato da tante gocce e ogni piccola goccia può aiutare a ingrandire il mare.

La lettura, la corsa, la musica

La lettura, la corsa, la musica

Pino Benincasa è nato a Catanzaro nel 1972 e dal 1998 lavora e vive con la propria famiglia a Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano.
Appassionato lettore di storia e letteratura da qualche tempo è passato dall’altro lato della pagina, cominciando a scriverci sopra. Nonostante abbia iniziato di recente alcuni suoi racconti sono risultati finalisti in concorsi letterari e pubblicati in altrettante antologie, uno di questi è apparso sul sito web dedicato alla narrativa per smartphone storiebrevi.it.

Pino Benincasa ha pubblicato con EEEXII – Il segno dei giusti

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di Pino Benincasa

Cercherò di sforzarmi poiché scrivere di me mi riesce sempre un po’ complicato.
La scrittura, che continuo a considerare un bellissimo passatempo, ha una progenitrice ancora molto attiva e per nulla intenzionata a farsi da parte; mi riferisco ovviamente alla lettura, la quale continua a rosicchiare la sua parte nelle mie sempre più ridotte ore di sonno. In questo senso sono praticamente onnivoro: dai grandi classici agli esordienti, dalle biografie ai best-seller, dai quotidiani ai fumetti. Alcuni di questi ultimi, penso per esempio alla scuola argentina, li considero veri e propri capolavori artistici.
Immagine1Poi, come qualcuno aveva notato già un paio di millenni fa, una mente sana ha bisogno di un corpo sano. Ecco allora la mia altra irrinunciabile passione: la corsa. Anche questa, come la scrittura, la pratico da qualche anno (ora che ci penso le due cose sono nate praticamente insieme, strana combinazione), lasso di tempo sufficiente per essere risucchiato nel tunnel del podismo più integralista, fatto di cronometraggi, distanze, dilemmi irrisolvibili sulle scarpe, appoggio del piede e distanza della falcata. In questo periodo sto dando il massimo per riuscire a terminare la mia prima maratona, il 12 aprile a Milano, traguardo che anelo come tappa fondamentale della mia vita, non solo sportiva.
Nelle ore della corsa posso anche ascoltare musica, altra nobilissima arte, senza la quale sarebbe inimmaginabile l’incedere nel mondo. Mi piacciono (quasi) tutti i cantautori italiani, ma ascolto anche altri idoli della mia generazione: David Bowie, U2, Depeche Mode. 24685Poi devo ammettere una particolare predilezione per Caparezza; considero il rapper pugliese una delle penne più graffianti del nostro tempo, alcuni suoi testi offrono uno spaccato implacabile sulle storture della nostra società, costringono alla riflessione, importunano come un gessetto sfregato sulla lavagna. Insomma per certi versi una sorta di Jean-Paul Sartre alle cime di rapa.
In ossequio al principio evangelico, consapevole cioè di tenerli sempre al primo posto, lascio per ultimi i miei tre gioielli: Anna, Greta e Noemi. Non sono propriamente un hobby eppure la stragrande maggioranza del mio tempo libero lo dedico con immensa gioia alle mie tre bimbe.

L’inferno dentro: la rianimazione

Che cosa vuol dire lavorare come infermiere in rianimazione.

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Andrea Leonelli propone poesie dal sapore non proprio classico né, tanto meno, usuale. I suoi versi risuonano di una pena che parte dal profondo dell’anima, per riversarsi sulla carta con lo stesso impatto che potrebbe provocare un martello pneumatico. E una ragione esiste, una motivazione che spiega il perché di tanto coinvolgimento emotivo.

Andrea Leonelli ha pubblicato con EEE La selezione colpevole, Consumando i giorni con sguardi diversi, Crepuscoli di luce

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Possiamo dire che lavoriamo in trincea e che seriamente ci sporchiamo le mani (in senso figurato, poiché in sostanza viviamo con indosso i guanti). A volte si fa fatica a respirare, vuoi per uno stato emotivo, vuoi per le mascherine che ci proteggono da germi particolarmente aggressivi. Sì, perché il nostro stare in trincea ci espone a proiettili microscopici ma, a volte, ugualmente letali quanto quelli di piombo. Spesso ci troviamo ricoperti di strati d’indumenti protettivi e sudiamo anche i liquidi che non abbiamo. Vuol dire mettere le mani addosso alla gente, andare a toccarla “dentro” e, badate bene, non sto parlando di anima o di parti intime. Vuol dire avere in mano la possibilità di ridare il respiro a chi abbiamo davanti, steso e inerme. Vuol dire tornare a casa così stanchi da non riuscire a prendere sonno. E vi assicuro che, spesso, è davvero faticoso sia a livello fisico che mentale, oltre che emotivo. Facendo i turni, i ritmi circadiani perdono il loro flusso naturale. Mangi a orari inconsueti e in modo irregolare, a volte facendo colazione la sera e cenando quando per tutti gli altri è mattina. Dormi in orari non fisiologici andando a riposare, o almeno provandoci, quando la maggior parte delle persone, che hai intorno, si è appena svegliata.IMG-20150208-WA0000
Al lavoro, invece, bisogna avere i sensi in allerta per cogliere i primi segni di un cambiamento nei parametri di un paziente, capire perché e cosa sta accadendo in modo da poter intervenire tempestivamente. Bisogna fare questo prima che una variazione fisiologica non controllata porti a conseguenze che hanno rimedi più difficili da mettere in pratica o che, addirittura, non hanno alcun possibile rimedio.
Vuol dire poter fare, a volte, la differenza. Vuol dire poter vedere persone che sono appese alla vita, per un filo sottile, riuscire a sopravvivere.
Ma per alcuni pazienti che ce la fanno, quante volte paghiamo il prezzo dell’impotenza? Quante volte possiamo soltanto assistere a una vita che si spegne? O alle morti improvvise e fulminee, nonostante tu ci abbia messo professionalità, capacità, conoscenze, lavoro di squadra, sangue freddo e tanta anima?
Tante. Troppe volte, forse. Quante ripetute scene di dolore, protratto e colmo di lacrime, viviamo.
Quanti parenti da sostenere e guidare, quanti ne abbiamo “preparati”, per quanto sia possibile, alla dipartita annunciata e imminente di un marito, un fratello, a volte di un figlio. Quanti dolori abbiamo vissuto doppiamente: noi in prima persona e poi, di riflesso, supportando un congiunto in lacrime.
Vuol dire far finta di essere forte per sostenere il collega, che si commuove, o dover indossare la maschera del cinico per non farsi scalfire troppo a fondo da queste pene quotidiane.
Siamo tutti umani e certe tragedie, personali e sociali, un “buco” da qualche parte te lo lasciano.
Il nostro non sarà riconosciuto come un lavoro usurante ma, vi assicuro, lo è.
Ognuno di noi ha quello che io chiamo un “sacco dei dolori”, che ogni volta si riempie un po’. Quando è pieno, diventa pesante e allora sfoghi questo peso con qualcuno che hai vicino, per condividere un po’ il gravare del tuo “sacco” e, se a volte sei tu che ti scarichi, in altre occasioni è il tuo collega che ha bisogno di una mano per portare il suo fardello. IMG-20120913-WA0003Con i colleghi, con le persone con cui vivi, fianco a fianco tutti i giorni, tutte queste situazioni portano a far sì che si sviluppi un rapporto speciale. Sai che se hai bisogno ci sono. E se tu sei impegnato su un malato molto critico e non puoi allontanarti dal paziente più di due passi, loro si prenderanno cura dei malati a cui non puoi provvedere, senza che tu debba chiederlo. Siamo una squadra, a volte una squadra speciale. Sai che non ti lasceranno solo e, in un lavoro come il nostro, sapere di poter contare sugli altri diventa questione di vita o di morte.
Il nostro è un lavoro che ti logora piano, lentamente e in modo subdolo. Ti consuma. Arriva a scavare nel profondo e gli unici che possono realmente comprendere i tuoi stati d’animo sono i colleghi. Chi nella vita personale ha vicino persone che, anche se non appartenenti alla nostra stessa professione, riescono ad ascoltare e a essere di supporto, può dirsi fortunato.
Fare questo lavoro, inoltre, vuol dire ritardare ai pranzi e alle cene, anche nelle festività. O festeggiare a date variabili. Quelli di noi che fanno i turni non conoscono le ferie o i canonici periodi di pausa dati dal calendario. Si lavora a Natale, a Pasqua e a Capodanno. I nostri famigliari festeggiano spesso senza di noi. Magari arriviamo a casa giusto in tempo per il dolce o partiamo per il lavoro subito dopo aver mandato giù in fretta un piatto di pasta. E se questo capita a riguardo della famiglia, il resto della nostra vita sociale ne risente ancora di più. Viviamo, infatti, una socialità rarefatta e spesso gli amici si organizzano a prescindere dai nostri turni. Gradualmente ci allontaniamo da loro e loro da noi. Inevitabilmente, anche se con le dovute eccezioni
Lavorare in rianimazione è un bellissimo inferno per quello che ti può dare e per quello che ti resta dentro. Per quello che trovi e per quello che lasci.
Lavorare in rianimazione può cambiarti la vita. In molti modi diversi.

Andrea Leonelli

Alessandro Cirillo: non solo uno scrittore

Alessandro Cirillo: non solo uno scrittore, ma anche un Capotreno.

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In questo spazio, tutto dedicato agli autori, vogliamo farvi conoscere alcuni degli scrittori che hanno pubblicato con EEE. Le loro principali attività influiscono sugli scritti, creando quell’impronta che diventa caratterizzante per ognuno di loro. Alessandro Cirillo non è solo uno scrittore di talento, ma è anche un Capotreno che viaggia attraverso la Penisola, trovando il tempo per costruire le sue trame e per trarre dalla realtà degli spunti decisamente interessanti.

Alessandro Cirillo ha pubblicato con EEE Attacco allo Stivale, Nessuna scelta e Trame oscure.

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Per lavorare a contatto con le persone bisogna essere dotati di una grande pazienza. Non fa eccezione l’attività che svolgo per guadagnarmi da vivere, ovvero il capotreno. Fino a una ventina di anni fa era una figura rispettata più o meno da tutti, ma con il passare del tempo ha assunto sempre di più il ruolo di bersaglio con cui prendersela in caso di disservizi. Questo è uno dei segni di una società che cambia, purtroppo spesso in peggio. Come ricorda un annuncio diffuso sui treni regionali, il capotreno è un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni. Come gli altri miei colleghi, ho fatto un giuramento davanti a un altro pubblico ufficiale posando una mano sulla Costituzione.
Di cosa si occupa un capotreno?
L’attività che viene percepita dai viaggiatori è quella del controllo dei titoli di viaggio. Infatti, la maggior parte delle persone si riferisce a noi con l’appellativo di controllore o, peggio ancora, bigliettai. In un’occasione, un giapponese chiese a un mio collega “tu billietti plego?” A chi può interessare, io e molti altri capitreno (questo è il plurale corretto) non amiamo questi titoli, anche se ormai sono radicati nel linguaggio comune. Chiamateci con il nome giusto e ne saremo ben felici.controllore1
Biglietti a parte, possiamo dire che il capotreno è l’autorità massima a bordo di un treno, come del resto suggerisce il nome. È il punto di riferimento per tutto quello che succede a bordo, anche quando si presentano dei disservizi o situazioni d’emergenza, come ad esempio il malore di un viaggiatore. In caso di malfunzionamenti degli impianti, come ad esempio la climatizzazione o le porte di salita, è in grado di operare piccoli interventi di manutenzione. Mi immagino già la faccia diffidente di qualcuno che ha viaggiato su una carrozza con la temperatura a quaranta gradi in estate. Per piccoli interventi intendevo operazioni che, in base alla gravità del guasto, a volte possono funzionare mentre altre no.
Oltre a queste attività, il capotreno deve conoscere alla perfezione una serie molto corposa di regolamenti per la circolazione ferroviaria, da mettere in atto in caso di degrado. Il corso per ottenere la qualifica dura circa tre mesi e ogni anno ci sono almeno cinque giornate dedicate all’aggiornamento professionale. I regolamenti sono sempre in continua evoluzione.
Negli ultimi anni si è purtroppo registrato un incremento delle aggressioni a danno del personale di accompagnamento ai treni. Questo è dovuto in buona parte al fatto che gli autori di questi atti non sempre ricevono punizioni adeguate. In alcune regioni, come Toscana e Piemonte, siamo arrivati alla media di quasi un ferroviere aggredito ogni settimana. La scintilla nasce spesso dopo la richiesta di esibire il biglietto ma, a volte, basta anche solo chiedere di togliere i piedi dal sedile o di spegnere una sigaretta. Il fenomeno può interessare un singolo individuo o addirittura gruppi, addirittura di ragazzini minorenni. Le cosiddette baby gang stanno prendendo piede da anni anche in Italia.20100820_capotreno
Lo stress interessa più o meno tutti i lavori, alcuni più degli altri. Per il mestiere del capotreno è una problematica da non sottovalutare. Già il continuo contatto con le persone alimenta una buona dose di stress. A questo si aggiungono il gestire situazioni di anormalità, come ritardi o malfunzionamenti alle vetture. Chi viaggia spesso in treno sa che il servizio non è sempre impeccabile. Oltre a tutto questo, ci sono orari di lavoro che possono arrivare alle dieci ore giornaliere, impegni anche durante domeniche e festività (i treni non riposano mai), pasti consumati alla svelta in orari irregolari, riposi fuori residenza (chiamati in gergo dormite fuori casa) che allontanano dalla famiglia anche per più di 24 ore. C’è chi ritiene il lavoro del capotreno una passeggiata, ma io sfido chiunque a provarlo anche solo per un mese.
Lavorare a contatto con le persone non è solo fonte di stress ma anche un’occasione per vivere una moltitudine di esperienze, a volte, anche divertenti. Ogni capotreno potrebbe scrivere un libro raccontando tutte le situazioni che ha vissuto.
Un aneddoto, che racconto spesso, è successo alcuni anni fa con una ragazza, credo appena ventenne. Durante una fermata, questa ragazza si avvicina a una porta chiusa per salire. Ci sono due pulsanti: uno rosso e uno verde. Accanto ai pulsanti c’è un adesivo con il disegno di un dito su un disco verde. La scritta sull’adesivo è inequivocabile: “per aprire premere il pulsante.” Io mi trovo proprio dietro la ragazza. La vedo esitare per un istante, forse per leggere la scritta. Dopo un’attenta riflessione preme il disco verde disegnato sull’adesivo. Ovviamente non succede nulla. Riprova ancora una volta a schiacciare l’adesivo ma la porta non si apre. Una risatina mi compare sotto i baffi ma non intervengo, sono troppo curioso di vedere come va a finire. Cercando di seguire una logica, hai premuto due volte un adesivo senza successo e ci sono due pulsanti sotto il tuo naso. Vorrai provare uno dei due, anche quello rosso se vuoi? Niente da fare. Con caparbietà schiaccia ancora una volta l’adesivo. E no, adesso è troppo! Cercando di non scoppiare a ridere mi avvicino a lei e premo il pulsante corretto. La porta si apre come per magia. La ragazza mi guarda come se fossi appena sbarcato da Marte e mi ringrazia.capotreno
Un’altra storia da raccontare è invece un po’ più piccante ma è successa almeno una volta alla maggior parte dei miei colleghi. Una bella ragazza sudamericana vestita con una minigonna e canottiera attillata è seduta in una zona della carrozza dove non si trova nessun altro. Le chiedo il biglietto ma, dopo aver tergiversato un po’ dicendo che l’ha perso, ammette di non averlo. Di soldi non ne ha quindi le chiedo un documento per procedere con un verbale. Lei me lo consegna senza fare storie e io inizio a compilare. Non mi accorgo subito che la minigonna è iniziata ad alzarsi sempre di più fino a rivelare che la ragazza ha troppo caldo per indossare le mutandine. Anche se ho capito l’antifona le faccio notare la cosa. Lei risponde che va bene così. Ha iniziato un abbordaggio spudorato ma il verbale l’ho fatto lo stesso. Sono un professionista, oltre che sposato (tra l’altro mia moglie non ha apprezzato molto la storia). Quando ho consegnato il verbale da firmare alla ragazza, ha rinfoderato l’artiglieria pesante con una punta di delusione.
Potrei raccontarne molti altri di aneddoti ma poi dovrei scrivere davvero un libro. A proposito di scrittura, il mio lavoro spesso è fonte di ispirazione. Nel primo libro, Attacco allo Stivale, molti dei luoghi in cui si svolgono le vicende li ho visitati per servizio. Uno degli attentati descritti avviene proprio alla stazione di Milano Centrale. Nel mio prossimo libro Trame oscure, uno dei protagonisti è un capotreno (tra l’altro ispirato a un collega in carne ed ossa).
Concludo augurandomi di essere riuscito a darvi una panoramica sul mio lavoro utilizzando questo breve spazio. Se doveste trovarvi in una situazione di disagio, come un forte ritardo, mi raccomando di non prendervela con il capotreno. Capisco che quando uno è nervoso si deve sfogare, ma ricordate che lui o lei non ne può nulla. È una persona proprio come voi che, se presa con educazione, cercherà di aiutarvi come meglio potrà.
Alessandro Cirillo

Le radici nel folclore

Folclore, identità, memoria.

cuniberti sanremo writers

Le tradizioni popolari appartengono al bagaglio culturale che ognuno di noi porta appresso nella vita. Radici che influenzano il nostro modo di essere e di concepire l’esistenza. Paolo Ferruccio Cuniberti, autore di diversi libri editi con EEE (Body and soul, Indagine su Anna e Un’altra estate), studia da tempo le culture popolari, soprattutto in ambito piemontese, e questo suo interesse antropologico si è tradotto proprio nei suoi romanzi. All’autore abbiamo chiesto in che modo si sono evoluti gli usi e i costumi dal recente passato a oggi.

Paolo Ferruccio Cuniberti ha pubblicato con EEE: Body and Soul, Indagine su Anna, Un’altra estate

Folclore, identità, memoria

di Paolo Ferruccio Cuniberti 

L’etnologo Franco Castelli di Alessandria un giorno mi ha scritto che della cultura popolare “noi oggi riusciamo a individuare solo i frammenti, come relitti di un grande naufragio”. Perché di questo si tratta, quando osserviamo le sopravvivenze di un mondo arcaico che si è da tempo estinto, e ciò è avvenuto nel giro di pochi decenni. Il “grande naufragio” altro non è che la fine della civiltà contadina avvenuta a partire dal dopoguerra, con l’industrializzazione dell’Italia e l’inurbamento di ingenti masse di contadini in fuga da una miseria atavica; miseria che non era rappresentata solo dalla fame, ma anche da una esigenza più diffusa, “psicologica” di nuovo benessere. Quei lavoratori, con le loro famiglie, che costituivano la metà della popolazione attiva fino agli anni 50 e che oggi è stimata appena intorno al 4-5 per cento. Per la mia storia familiare e personale, per le mie radici tra Langhe e Roero in Piemonte, ho avuto la fortuna di conoscere gli ultimi palpiti di quel mondo che è definitivamente collassato negli anni 60-70. 10974264_645406882231278_9114958146421260781_oForse per questa ragione ho sempre sentito sulla pelle la curiosità, se non l’obbligo, di saperne di più e di fare in modo anch’io che la memoria di tutta quella storia non andasse perduta. Ci sono stati altri che ne hanno fatto letteratura: da Pavese (La luna e i falò, Paesi tuoi), a Fenoglio (La malora, I racconti) e fino a un intellettuale come Nuto Revelli che, girando tutta la provincia di Cuneo con il magnetofono negli anni 70, ha dato la parola a quello che ha chiamato Il mondo dei vinti. E tanti altri – impossibile nominarli tutti – hanno fatto studi e ricerche salvando musiche, canti, balli, leggende, fiabe, dall’oblio di usanze e storie che avevano perso la loro necessità sociale. Qualcosa ho prodotto anch’io, raccogliendo le mie ricerche nel libro Orsi, spose e carnevali e poi lavorando anche nei romanzi sul tema della memoria: chi siamo e da dove arriviamo. Da un anno, con altri autori delle Langhe stiamo girando per il Piemonte con il Langhe di carta tour per parlare di questi temi. Ciò che resta, sono appunto quei frammenti che dicevo all’inizio: abbiamo raccolto le tessere di un grande puzzle. Ma qua e là, più o meno miracolosamente, c’è qualcosa che è sopravvissuto e quando capita di incontrarlo è sorprendente. 10959789_645407322231234_7975137409162581771_nCosì succede di incontrare uomini mascherati da orsi a carnevale in Valle di Susa che rimandano addirittura, forse, ad antichi rituali pagani e che hanno corrispettivi perfino tra certe popolazioni siberiane; oppure che per assistere ad alcune feste con la partecipazione corale di una comunità e ricche di colore come la Baìo di Sampeyre, occorra attendere la loro cadenza quinquennale; e che per vivere certi momenti più celati al grande pubblico, ci si debba inerpicare per disagevoli strade alpine d’inverno, fino a incontrare maschere demoniache che vi fanno mille dispetti. Alcuni di questi esempi non hanno mai cessato di esistere (sono i “relitti del naufragio”), altri invece sono tornati prepotentemente alla ribalta per iniziativa di intellettuali locali o di associazioni culturali, in un intento di riappropriazione e riaffermazione della propria identità. Ed è quest’ultimo un tema spinoso, di questi tempi, spesso sbandierato a sproposito. Identità non significa chiusura sociale, ma solo consapevolezza di chi siamo, contro l’omologazione culturale già denunciata tanti anni fa da Pasolini (e da Flaiano: “Fra 30 anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione”). 1622515_645407092231257_333186323824426787_oSolo su queste basi, al di fuori di improbabili e infondati rigurgiti “celtici”, “padani” o “romani” si può, come ho scritto nella Prefazione al mio libro citato: “osservare la realtà con lucidità, senza filtri e senza pregiudizi, […] un impegno intellettuale stimolante che va colto senza timore o impossibili nostalgie, ma senza dimenticare.”

Cosa vuol dire PNL?

PNL: tra psicologia e cultura

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Con PNL si identifica lo studio dell’esperienza soggettiva applicato all’analisi, l’apprendimento e all’acquisizione volontaria di determinati modelli comportamentali. Affrontiamo questo argomento in quanto Marina Atzori (autrice del libro Il mare non serve, ho scelto una margherita, pubblicato con EEE), nella sua recente intervista cita questo metodo psicologico alternativo come facente parte dei suoi interessi. Tuttavia, in che modo PNL e cultura possono essere associati?
Il metodo, con cui il sistema PNL influisce sui soggetti, stabilisce la relazione che questi hanno con il mondo esterno, cercando di risolvere le problematiche che insorgono da una cattiva interazione con gli altri. Un autore, nel nostro caso specifico, vede il mondo attraverso le proprie esperienze e la propria cultura, sia essa distorta da un’educazione anomala oppure da una reale coscienza dell’ambiente che lo circonda. Abbiamo chiesto a Marina Atzori di chiarire meglio i concetti proposti con PNL.

Marina Atzori ha pubblicato con EEE: Il mare non serve

PNL: tra psicologia e cultura

di Marina Atzori

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Richard Bandler

La programmazione neuro linguistica (PNL) è una disciplina che studia gli aspetti linguistici e analogici della comunicazione interpersonale. Si tratta di uno studio approfondito della conoscenza della mente umana. Richard Bandler è il co-creatore di questa rivoluzione della psicologia, insieme a uno dei terapeuti più originali ed efficaci degli ultimi anni: lo statunitense Jhon Grinder. È estremamente complicato riassumere in poche righe un argomento così vasto e complesso. Proverò a scrivere ciò che più mi ha colpito nell’addentrarmi in questa materia, senza annoiarvi e senza essere troppo teorica.

Cosa vuol dire PNL?

Programmazione: è il nostro modo di comportarci che è stato appreso nel tempo. L’apprendimento è in continua evoluzione e aggiornamento, a seconda delle nostre esperienze di vita relazionali.

Neuro: il Programma ha correlazioni con il sistema neurologico.

Linguistica: esprimiamo il Programma attraverso il linguaggio verbale e non verbale attingendo a diversi aspetti previsti dallo studio della Psicologia.

Il potere dell’inconscio quindi ruota al centro di un programma specifico, che permette di lavorare su noi stessi e sugli altri per arrivare a vivere meglio.
La PNL è una sorta di tecnologia applicata alla mente umana che, se usata correttamente da professionisti titolati, può costituire un metodo infallibile al fine di rapportarsi con gli altri, lavorando in profondità per superare le difficoltà di comunicazione. Alcuni studiosi l’hanno etichettata come un insieme di pratiche progettate per produrre cambiamenti negli altri. Invece, è a tutti gli effetti lo studio dell’esperienza soggettiva. Cosa significa? Significa che ognuno di noi ha maturato, nel proprio percorso di vita, un bagaglio personale a seconda di una serie di fattori ambientali, familiari e culturali. Da qui formiamo il nostro carattere, il nostro atteggiamento nell’ambito sociale e il nostro linguaggio: lavoro, famiglia, interessi creano il nostro modo di rapportarsi nelle relazioni interpersonali. Certamente ognuno di noi maturerà esperienze differenti, positive e negative, che a loro volta porteranno sconfitte o successi.

programmazioneneurolinguistica
La PNL studia le opportunità di stabilire l’equilibrio nel rapporto con gli altri e con se stessi attraverso un efficace metodo comunicativo. Il fine ultimo è quello di migliorarsi e realizzare i nostri intenti. Insomma, volendo andare fino in fondo, applicando questa disciplina si possono ottenere risultati inaspettati, lavorando sia sui nostri punti forti che sui nostri punti deboli. Ovviamente quest’operazione può essere usata allo stesso modo con l’interlocutore, utilizzando il linguaggio in modo funzionale, stabilendo il cosiddetto rapport: l’arte di allinearsi e creare affinità. Lo scopo è quindi la cooperazione finalizzata all’armonia, all’accordo. Questo è solo uno degli aspetti utili che ci consente di raggiungere gli obiettivi e i risultati che ci siamo prefissati in una determinata situazione. Esistono altri diversi aspetti della PNL che ci permettono di entrare in sintonia con chi ci troviamo di fronte: il linguaggio non verbale, le opinioni, i principi.
Ho provato a riassumere con questo brevissimo articolo ciò di cui mi interesso, senza scendere in aspetti troppo tecnici e particolarmente difficili. Spero di aver dato, con alcuni piccoli riferimenti, un’infarinatura di ciò che rappresenta questo particolare ramo della psicologia, associata in parte alla “tecnologia della comunicazione”.

(Le immagini presenti in questo articolo sono tratte dal web)