Gli e-book si toccano

Gli e-book si toccano e non solo, Giorgio Bianco, autore del libro Dammi un motivo, ha scritto l’articolo che segue proponendo un nuovo punto di vista e un diverso approccio al formato digitale. Noi lo ringraziamo per le emozioni che ci regala e per la capacità che ha avuto di esprimere un’opinione controcorrente, riuscendo a dare una dimensione più concreta agli e-book.

Giorgio Bianco ha pubblicato con EEE Dammi un motivo

Gli e-book si toccano

Giorgio Bianco

Giorgio Bianco

di Giorgio Bianco

Gli e-book si toccano. Si prendono in mano, si sfogliano, sono profumati, emozionano. E, soprattutto, volano.
Non ci credevo. Perché ho sempre visto i libri come oggetti sacri, legati alla tradizione della carta che cambia colore con il tempo, alle rilegature, ai tonfi dei dizionari di greco e latino sui banchi di scuola. Libri. Bisognosi di protezione, come nel romanzo di Ray Bradbury, dove qualcuno lotta per salvarli dalle fiamme.
Ma le tecnologie mi hanno sempre affascinato. Per questo, qualche anno fa, ho scelto un Kindle come regalo di compleanno. Facendone indigestione all’inizio, per poi dimenticarlo in un cassetto, fino al recente nuovo approccio: più equilibrato e godibile, quotidiano.
Copertina_EEEIl mio quarto romanzo, appena pubblicato da EEE, è un e-book dal titolo “Dammi un motivo”. Mi ha permesso di misurare la temperatura dei miei lettori più affezionati, ovviamente partendo da amici e parenti, conoscenti. Ho ricevuto molti messaggi, attraverso telefono e social forum: “Comprato”, “Scaricato!”, “Lo leggerò nel fine settimana!”. Ma anche: “Complimenti, ma aspetto la carta!”, “Voglio poterlo tenere in mano e sfogliarlo”.
La carta arriverà, per soddisfare questi amici. Che non sono necessariamente i più anziani: gli irriducibili del libro tradizionale e gli entusiasti del digitale si dividono in modo trasversale. Almeno secondo la mia esperienza. Infatti conosco trentenni che rifiutano la tecnologia e cinquantenni che da anni non acquistano più libri cartacei. Addirittura una signora anziana, grande lettrice affetta da un disturbo agli occhi, si sente “salvata” dall’e-book: «Mi permette di ingrandire i caratteri, cioè di continuare a leggere», commenta.
Anche la facilità nell’acquisto è importante. Quando annunci di aver pubblicato un libro di carta, molti ti stringono la mano e annunciano: «Presto lo acquisterò». Poi però non lo fanno: perché non hanno tempo, per pigrizia, perché non si trova in tutte le librerie. L’e-book invece si scarica in un attimo, fra l’altro a prezzi molto convenienti. La mia sensazione è che circoli più in fretta, in modo più fluido. Credo inoltre che abbia un accesso facilitato a circuiti di commento su internet, dove può godere di una buona pubblicità.
Ma sono partito dall’emozione. Quella che, al tempo del mio primo romanzo cartaceo, provai toccandolo, sfogliandolo, mettendoci dentro il naso. Credevo che fosse irripetibile. Sbagliavo. Vedo e annuso ogni giorno il mio romanzo e-book, gli parlo, a volte gli sorrido. Perché esiste. Ha una forma e una dimensione, un colore. E, soprattutto, l’ho visto nascere. La vera missione ora è farlo crescere. In effetti, inserendo autore e titolo su Google, comincio a trovare qualche risultato in più. Cioè il mio romanzo cammina. Non è forse quello che ci aspettiamo da tutti i bambini?

Da cosa nasce cosa

Andres_EEEI libri usciti nel mese di settembre portano fra gli autori EEE diversi nomi eccellenti e alcuni li conosciamo già, grazie alla loro partecipazione al concorso Amore e Morte: Roberta Andres e Luca Ranieri. Entrambi gli autori si sono distinti con i loro racconti e sono alla fine arrivati alla pubblicazione con EEE. Dalla Penna di Roberta scopriamo quali sono state le sue emozioni quando è arrivata alla firma del contratto editoriale per il libro Le foto di Tiffany.

Da cosa nasce cosa

di Roberta Andres

Come si dice, “da cosa nasce cosa” e la “cosa” da cui ha origine la nuova e speciale avventura editoriale che sto vivendo nasce molto molto indietro nel tempo, risalendo a quando avevo sei anni e sono diventata amica inseparabile della persona (anche lei scrittrice) che un anno fa mi ha messo in contatto con Ewwa (European Writing Women Association) rimproverandomi di essere “una scrittrice troppo pigra!”.
Io, che nonostante la pubblicazione di due raccolte di racconti, di molti singoli testi in antologie e dell’aver vinto qualche Concorso letterario, scrittrice non mi sono mai sentita (e neanche pigra!), pur rimanendo sconcertata, ho deciso di crederci: ho stabilito di comportarmi per un anno come se fosse vero, cercando di invertire la rotta e di investire tempo ed energie su questa parte della mia esistenza che, lo ammetto, c’è sempre stata, ma che ho lasciato sotterranea e misconosciuta.
Era esattamente il giugno del 2014 quando mi sono trovata di fronte a una scadenza tassativa (Devi scrivere un racconto per la nostra antologia entro questa data!) e, dopo alcuni anni, in cui non ero più riuscita a scrivere, mi sono seduta e l’ho fatto, rimanendo persino soddisfatta del risultato! Poi ho cominciato a guardarmi attorno, attraverso i mezzi di informazione dell’Associazione e, del tutto casualmente, sono approdata a EEE e a Il Mondo dello Scrittore attraverso la partecipazione a un Concorso: nel giro di poche settimane il mio racconto è stato scelto per l’antologia “Amore e Morte”. Le varie fasi di questa partecipazione mi avevano messo di fronte a una possibilità che avevo colto in pieno: quella di chiudermi in casa da sola per giornate intere (con 35 gradi fuori) e revisionare un testo che avevo scritto anni prima; lavorarci per ore, piangerci anche sopra, per poi, mesi dopo, assaporare lo stupore e la gioia di vederlo pubblicato in una bellissima e curata antologia.
E siccome, come abbiamo detto all’inizio, “da cosa nasce cosa”, una volta cominciato ho continuato, ligia al programma di dare spazio, appunto, per un anno alla scrittura: quel che avevo da affrontare (e che rimandavo da anni) era la stesura di un romanzo, faticoso impegno dei mesi successivi.
I fatti che vengono dopo non sono niente di diverso dall’iter vissuto da tutti coloro che scrivono e non hanno ancora un nome e una visibilità come autori; l’iter però è stato baciato dalla Fortuna, visto che l’Editore EEE ha scelto di pubblicare il mio romanzo. Senza nulla togliere a questa gratificante notizia, arrivatami a fine maggio, quando ero ormai entrata nell’ottica che l’anno stava per scadere senza grandi risultati e che avrei gettato la spugna (almeno sollevata dall’averci provato), il traguardo si è profilato all’orizzonte. Tutto sta nel constatare che gli avvenimenti, relativi alla scrittura, accaduti in quest’anno mi hanno felicemente costretto (e mi costringono ancora) a riconoscere finalmente e integrare questa parte di me, che da sempre è soffocata da montagne di impegni: fatti della vita, lavoro, figli, doveri. Una parte di me che ha pochissimo tempo (e se lo deve rubacchiare qua e là), pochissimo spazio (quasi che fosse indegna di accompagnare la mia identità “ufficiale”: la docente, la madre), pochissimo riconoscimento, ma che nella mia vita scorre ed è scorsa come un fiume carsico, da quando avevo 8 anni ed ho scritto il primo (tremendo) “testo teatrale”, in cui la maggior parte delle battute era costituita dai saluti che ogni personaggio, all’ingresso in scena, rivolgeva a tutti gli altri, in un copione assai ripetitivo (ma educatissimo!). Questo fiume si è inabissato per anni, dopo grandi traumi o grandi gioie (come la nascita dei miei figli), ma è sempre riemerso e ogni volta che è riemerso ha cercato di far capire alla testona, che sono, che dovevo credere nella sua esistenza, ma la mia parte disfattista, indaffarata nelle faccende quotidiane e imbarazzata dalla presunzione di scrivere, si è sempre voltata dall’altra parte.
E pensare che proprio io ho dedicato e dedico ore di studio, articoli e lezioni ai miei studenti sul tema: riconoscersi e autorizzarsi nella propria creatività; corollario: la difficoltà delle donne che scrivono a concedersi di farlo!
Credo sia iniziato un cambiamento, e questa è la novità entusiasmante e l’importanza fondamentale di questa esperienza; mi sento chiamata (ma da chi? Da me stessa, ovviamente!) a guardare questo fiume, a sedermi sulla riva e immergermi in esso, vincendo anche (o imparando a gestire) la paura di annegarci, che a momenti mi volteggia intorno, attualizzandosi nelle pietanze dimenticate sui fornelli mentre scrivo (e irrimediabilmente bruciate!) o nelle occhiaie del mattino dopo, quando vado a scuola con poche ore di sonno perché ho lavorato a un testo fino alle ore piccole!
Così mi sembra opportuno chiudere queste considerazioni personali con le parole di Nathalie Goldberg sul perché si scrive, parole sue ma che sento veramente mie e che da un anno campeggiano sul muro di fronte alla mia scrivania, a “memento” di qualcosa che so profondamente ma che rischio di dimenticare, in un auto-sabotaggio non più ammissibile:

Scrivere ci dà l’opportunità di prendere quelle emozioni che tante volte abbiamo provato e dar loro luce, colore, una storia. Così possiamo trasformare la nostra rabbia in un campo di tulipani color rosso fiamma e il nostro dolore nel vialetto affollato di scoiattoli in un giardino abbandonato, nella mezza luce di novembre. Scrivo perché sono sola, scrivo perché sono pazza e lo so e lo accetto, scrivo perché ci sono storie che la gente ha dimenticato di raccontare, scrivo perché soffro e scrivere è un modo per trasformare questa sofferenza in un bene. Scrivo per diventare forte e tornare a casa e questa potrebbe essere benissimo l’unica vera casa che avrò mai” (N. Goldberg).

Link all’acquisto: AmazonKobo

Le foto di Tiffany
Riferimento ISBN 9788866902584
Autore: Roberta Andres
Formato: Epub, Kindle

Prima di pubblicare

Cosa si prova prima di pubblicare.

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Molti di voi si riconosceranno in quanto più avanti scrive Lidia Del Gaudio, recente acquisto fra gli autori EEE. Il suo nuovo Romanzo deve ancora essere pubblicato e, nel momento in cui esce questo articolo, è ancora in quella fase di correzione della bozza e di quei ritocchi finali che ne faranno un altro bellissimo titolo del catalogo EEE. Tuttavia, questa fase precedente, rappresenta sempre per un autore l’ultimo atto finale prima della “Prima”, l’ultimo ripasso prima di entrare in scena. Ed è un momento in cui le emozioni si accavallano e diventano quasi incontenibili. Godetevi, quindi, quanto scrive l’autrice.

Di Lidia Del Gaudio

Sono emozionata.
Sto per pubblicare un romanzo.
In effetti non è la prima pubblicazione in senso assoluto, ma per me è come se lo fosse.
Si tratta di un Romanzo con la lettera maiuscola, quello che ho scritto, perché volevo sognare e far sognare; un sogno che coltivo da anni e rileggo, revisiono senza mai stancarmi. È il Romanzo che non vorrei mai lasciare andare perché credo che possa ancora migliorare, definirsi, esplodere. E, soprattutto, emozionare chi lo leggerà, così come ha emozionato me quando l’ho scritto. Una di quelle storie per cui sogno ad occhi aperti un grande film, con famosi attori hollywoodiani e pubblico impazzito ai botteghini. O, magari, anche solo una fiction per la tv.
Un romanzo che mi è costato molto lavoro, fatica, impegno, passando in mezzo a tanta indifferenza e pareri discordanti, giudizi che a volte si sono fermati all’apparenza.
Ma andiamo con ordine.
scrittori-consapevoliIl bisogno di scrivere, che viene prima di tutto. Perché si è letto tanto, perché i libri sono stati i migliori compagni della tua infanzia e anche dell’adolescenza, ti hanno permesso di correre, avventurarti, giocare, così come nella realtà non potevi fare. I libri hanno curato la tua sete di giustizia e d’amore, i libri ti hanno cresciuta, insomma. E quindi, ora hai parole dentro che non puoi fermare. E le affidi alla tastiera.
La storia che ti intriga. Ma non si tratta di scrivere un diario. Ora ti viene voglia di raccontare una storia completa, con i personaggi che ti piacerebbe trovare in un romanzo da leggere. Perché pian piano ti accorgi che hai il potere di conferire loro sentimenti, di farli felici o soffrire. Un potere che non avresti in nessun altro modo e che, in fondo, non fa male a nessuno.
Le parole da usare. E passi notti insonni, l’idea che ha preso forma nella tua mente deve trovare un senso, parole scritte che s’inseguono pagina dopo pagina. Non si tratta di un’idea semplice, commerciale, ma di cuore, quindi ti sforzi di trovare una forma adeguata per l’amore e per la rabbia e la disperazione. E per questo cerchi di studiare ogni parola giusta e a lungo andare ti innamori del tuo lavoro, l’unica cosa che può renderti davvero felice.
writers-at-work-ingeborg-bachmannE il tempo sedimenta l’entusiasmo dei primi momenti. Perché dopo qualche mese, forse un anno, capisci che non è abbastanza. Non è mai abbastanza, scena dopo scena, termine dopo termine, le parole devono raggiungere quel perfetto equilibrio che cercavi. E allora ancora un ritocco, un taglio, qualche sforbiciata grande e dolorosa, ancora un verbo da cambiare, un aggettivo o un avverbio da eliminare.
La tristezza. Perché poi, dopo tanta fatica, capisci d’aver per davvero finito e ti chiedi se ti riuscirà mai di condividere questa storia coi lettori. Se mai riuscirai a farla volare. Ti chiedi se quei tuoi protagonisti, ormai appagati dal loro sorprendente finale, riusciranno a lasciarti libera di cercare nuove storie e nuovi personaggi. O meglio se davvero TU potrai dimenticarli e fare a meno di loro.
Il sogno che s’avvera. E un bel giorno, quando mano te l’aspetti, ecco che accade ciò che non avresti mai creduto. Un editore bravo e serio riconosce in quel Romanzo il potere di far sognare che avevi inteso dargli e decide di offrirlo al mondo dei suoi lettori.
Ora, dite, come si fa a non essere emozionati?

La prima volta che (non) ho visto Psycho

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La mano è di mia mamma che mi urla: “scendi da quella scala!!!”

Giancarlo Ibba è destinato a diventare il nuovo Maestro dell’Horror italiano. Il suo stile inconfondibile dosa perfettamente la realtà con l’immaginario, la fantasia con l’ironia. Nulla di quanto scrive può apparire scontato e, se anche già visto (nella letteratura è difficile inventarsi qualcosa di nuovo), c’è sempre un elemento nelle sue trame che riesce a spiazzare il lettore, portandolo molto lontano dai soliti stereotipi. La Sardegna, la sua terra, diventa protagonista di molte storie al di là della normale visione della vita.

Giancarlo Ibba ha pubblicato con EEE La vendetta è un gusto, L’alba del sacrificio, C’era una volta in Sardegna

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La prima volta che (non) ho visto Psycho

di Giancarlo Ibba

La prima volta che (non) ho visto un film dell’orrore avevo quattro o cinque anni. Il film era Psycho, capolavoro di Alfred Hitchcock. Vi racconto come è andata. Curiosamente, nonostante il tempo passato, il ricordo è abbastanza chiaro.

Era un pomeriggio di pioggia in quel di Is Urigus, frazione di San Giovanni Suergiu, dove a quei tempi risiedeva la mia famiglia. Vivevamo in una casetta in affitto, a due piani, con una ripida scala su cui mi divertivo ad andare su e giù. Una volta sono andato giù piuttosto velocemente… ma questa è una altra storia. Comunque, riassumendo, quel pomeriggio stavo seduto sulla mia solita poltrona verde a guardare la televisione in bianco e nero sintonizzata sul Primo Canale (a quei tempi non si chiamava Raiuno). psycho-hitchcockAd un certo punto l’annunciatrice, più seria che mai, disse che quella sera avrebbero trasmesso un film di Alfred Hitchcock. Conoscevo già quel nome, perché  era sulla Lista Nera di mia madre delle “cose che non puoi guardare”, che includeva tutte le pellicole di Renato Pozzetto, Lino Banfi e Edwige Fenech (devo spiegare perché?). Naturalmente mia madre, a cui piacevano e piacciono i thriller, era già al corrente di questa proiezione. Quindi, dopo il Carosello, mi mandò a letto insieme a mio fratello di un anno o poco più. In quel periodo le sole eccezioni alla regola erano state per lo sceneggiato Sandokan e L’Amaro caso della Baronessa di Carini. Già da bambino ero fissato con i film e, quando mi era permesso, cercavo di restare sveglio per guardarli. Apro una parentesi a proposito della Baronessa di Carini, della cui trama non avevo capito nulla, ma che mi aveva colpito per un unica scena. E’ quella in cui la Baronessa viene accoltellata, si tampona la ferita con la mano e si trascina agonizzante lungo una parete. Alla fine, la poveretta crolla al suolo, lasciando sul muro l’impronta insanguinata del suo palmo. Questa immagine ha stimolato la mia fantasia. Per quanto ricordi è stato il primo indizio che il macabro possedesse un certo effetto sulla mia mente. Dopo quella visione, infatti, mi divertivo a colorarmi il palmo con il tubetto del rosso degli acquerelli e a lasciare le mie impronte “insanguinate” sui muri diroccati che circondavano la nostra casetta (non era un quartiere residenziale, ovvio). Ultimo aneddoto, mia madre ricorda che spesso me ne andavo in giro canticchiando la sigla dello sceneggiato: “… un colpo al cuore, un colpo ai reni, povera Baronessa di Carini…” Mah!

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Chiusa parentesi.

La notte di Psycho, come al solito, mangiai la cena, guardai il Carosello, recitai la preghiera per L’Angelo Custode e mi infilai sotto le coperte. Mio fratello era già nella gabbia della sua culla. Il papà era al lavoro per il turno pomeridiano con annesso straordinario notturno. La mamma lavò i piatti e si preparò per guardare il film nel salotto, ben barricata, perché i film di paura le fanno, ancora adesso, proprio quell’effetto. Le luci si spensero. Dalla mia stanzetta, al secondo piano, sentii la voce monocorde del giornalista del TG. Non riuscivo a dormire. Dai discorsi sentiti a casa, sapevo che quel film dallo strano titolo (nella mia immaginazione associato a manicomi pieni di pazzi sbavanti) era molto bello, anche se non adatto a un bambino. Negli anni ’70 il TG finiva alle otto e mezzo e poco dopo iniziava il film. Mal che andava alle dieci e un quarto era finito e si poteva andare tutti a nanna. Oggi a quell’ora, se ti va bene, è cominciato il primo tempo…  Ad ogni modo, vispo come un grillo all’imbrunire, quando sentii finire il telegiornale e partire la sigla del film, sgusciai fuori dal letto e, senza accendere la luce, mi avventurai nel corridoio stretto che portava alla scala. In pigiama e a piedi nudi, discesi la scala attaccato al corrimano, piano piano, per non fare rumore. Già la colonna sonora dei titoli di testa di Bernard Herrmann mi aveva conquistato con le sue note stridule e incalzanti (ancora oggi, quando la sento, ripenso a quella notte del 1976). Se mai avevo avuto un dubbio o il pensiero di tornare a letto, svanì all’istante. PSYCHO_02_webTanto più che quando arrivai in fondo alle scale e svoltai in cucina, la luce azzurrina proveniente dal televisore in salotto mi aveva già ipnotizzato. Così, con le piante dei piedi gelate, mi avvicinai di soppiatto alle spalle della poltrona su cui era seduta mia madre. Al riparo dell’alto schienale imbottito, con il cuore in gola (perché avevo paura di quello che avrei visto, ma ancora più di essere scoperto) cominciai a sbirciare il mio primo film dell’orrore. La prima strabiliante inquadratura “aerea” che vola su una città e s’infila dentro una finestra mi stupì e impressionò. Janet Leigh in reggiseno era bellissima anche per un bambino di quattro anni. La trama era così limpida e ben costruita da essere comprensibile anche per me. Naturalmente cominciai subito a parteggiare per Janet e odiare il ricco texano. Quando lei ruba i soldi, io ho pensato: hai fatto bene!
Il tempo passava, io avevo i piedi sempre più freddi e cercavo di respirare il meno possibile per non tradire la mia presenza. Le molle della poltrona ogni tanto cigolavano, facendomi sobbalzare. Prima o poi sarei stato scoperto. Ne ero sicuro, però volevo vedere ancora un altro minuto, poi ancora un altro… e un altro. Rimandai il ritorno a letto per molto tempo. Dalla mia scomoda posizione riuscivo a vedere solo ¾ dello schermo, ma quello che vedevo era intrigante e soprattutto “adulto”. Certo, lo sceneggiato di Sandokan era stato fantastico (specie quando Brooke uccideva la Perla di Labuan), ma quello era… era!
Psycho_movie-_frame_0001Così, alla fine guardai anche la scena dell’incrocio (che suspense!), la scena del cambio dell’auto e del poliziotto sull’altro lato della strada, la fuga lungo le assolate strade, di nuovo il poliziotto con gli occhiali a specchio, la guida notturna sotto la pioggia con i tergicristalli che sbattono e gli abbaglianti delle auto nella corsia opposta, l’arrivo al BATES MOTEL… il cartello appena visibile attraverso il parabrezza inondato d’acqua… infine, quella stupenda casa gotica in cima alla collina, con quella finestra illuminata… Purtroppo, a quel punto cascavo dal sonno e mi facevano male le gambe… Decisi che avevo visto abbastanza, trattenni uno sbadiglio e, silenzioso come un ladro, tornai nella mia cameretta. E mi persi la famosa scena della doccia!
Con il senno di poi, non so dire se quella è stata una fortuna o no. Probabilmente sì. Ero davvero troppo piccolo.
Una volta al sicuro, tuttavia, imbozzolato tra le lenzuola e l’orecchio teso per cogliere l’audio della tv, cominciai a immaginare quello che succedeva nel film basandomi soltanto su quello che sentivo. Era una cosa che facevo spesso, allora, visto che la maggior parte dei film erano nella famigerata Lista Nera. Ad un certo punto, finalmente, mi addormentai soddisfatto.
La mia bravata non venne mai scoperta e non ho mai raccontato questo episodio, finora.
Se adesso scrivo quello scrivo, quindi, forse è anche a causa di quella volta che (non) ho visto Psycho.

Storia della pasta italiana

Tutto quello che avreste voluto sapere sulla pasta italiana

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Nunzio Russo ha scritto due libri di indubbio valore, alla base dei quali esiste l’amore per la propria terra, la Sicilia, e la passione per quanto questa è stata in grado di offrire alla tradizione italiana e al mondo: la pasta italiana. Figlio di due importanti famiglie di pastai, Russo è ancora oggi uno dei maggiori rappresentanti della storia di uno degli alimenti più popolari dell’arte culinaria. Una storia che si snoda attraverso vicissitudine che in parte hanno coinvolto tutta la Penisola e in parte hanno solo sfiorato la coscienza collettiva, rendendo i romanzi dell’autore vive testimonianze di quanto accaduto.

Nunzio Russo ha pubblicato con EEELa voce del maestrale e Il Romanzo della Pasta Italiana

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di Nunzio Russo

Regno di Sicilia, 1140 d.C.

A Palermo, il re normanno Ruggero II era considerato il monarca più ricco e più potente del tempo. I confini del suo regno si estendevano da Napoli all’Africa settentrionale. Ruggero garantì la più ampia libertà a tutte le fedi, lingue e razze. Accolse nel palazzo reale le migliori intelligenze di ogni nazionalità, dall’inglese Thomas Burn al bizantino Giorgio di Antiochia, dallo storico Nilus Doxopatrius al geografo arabo Al-Idrisi. La città siciliana divenne la capitale del mondo conosciuto, dove la vita era davvero magnifica da spendere.
image017Al-Idrisi, in particolare, doveva la sua fama ai viaggi che lo avevano portato in tutta Europa e a scrivere dell’oceano atlantico. Ruggero II gli suggerì di realizzare una mappa del mondo noto, da accompagnare a un testo che ne descrivesse i dettagli e, in particolare, esaltasse la bellezza di una Sicilia conosciuta come la terra del sole. Così videro luce il planisfero inciso su una lastra d’argento detto “Tabula Rogeriana” e un libro di geografia dal titolo arabo “Il sollazzo di chi si diletta a girare il mondo”, poi chiamato “Il libro di Ruggero”. L’opera fu terminata intorno al 1154 e poi pubblicata fino ad oggi. Sono ben nove i tomi editi dall’Istituto Universitario Orientale di Napoli e dall’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente di Roma, tra il 1970 e il 1984. Una versione sintetica è stata stampata dall’editore siciliano Flaccovio nel 2008.
Il Libro di Ruggero è testimone della cultura e della scoperta della pasta: secondo l’autore dell’opera, la pasta è nata in Sicilia e il suo luogo d’origine è una zona compresa tra Termini Imerese e Trabia. I ricercatori ci comunicano notizie di questo prodotto unico fin dal 1154. Ciò avvenne cento anni prima della nascita di Marco Polo, considerato l’esploratore che – scoperta la prelibatezza in Cina – la fece poi conoscere in Occidente.

Ecco i primi spaghetti

Nella sua ricerca Idrisi scrive di Trabia, un casale arabo nel territorio di Termini Imerese e a circa 30 km da Palermo, affermando: «La Trabia ha una pianura e dei vasti poderi nei quali si fabbrica molta quantità di paste (Yttriyya) da esportarne in tutte le parti, specialmente nella Calabria e in altri paesi di musulmani e di cristiani». Quindi, l’autore continua: «A Trabia scorre il fiume di Termini, largo e copioso di acque (…) La Yttriyya (arabo), che poi i latini chiamarono Itria, di cui ci giungono notizie, era una merce rustica e nutriente. Questa era prodotta in quantità limitate dalle famiglie che poi ne facevano commercio. Era fatta a mano e poi, d’estate, lasciata asciugare al sole. image048Nei mesi invernali, invece, l’essiccazione avveniva accostando il prodotto ai bracieri usati per riscaldare la casa. La materia prima era ottenuta dalla macinazione di grano duro, cui era aggiunta acqua. Il resoconto di Idrisi narra di una pasta tirata a fili sottili: i primi spaghetti. I floridi commerci e, soprattutto, l’abbondante acqua sorgiva e fluviale del territorio ne svilupparono la produzione. I piani caricatori nati vicino ai principali porti commerciali siciliani di Termini Imerese e Catania ammassavano le granaglie provenienti dall’entroterra, garantendo la disponibilità di una materia prima autoctona e pregiata. Già nel 1182 si hanno documenti sull’attività di molini ad acqua per la macinazione del grano. Questi impianti ebbero fortuna fino al XVII e XVIII secolo. Nello stesso periodo, anche i pastai andarono a utilizzare l’energia idraulica. Spesso gli stessi mugnai abbinavano al molino il pastificio di proprietà. Aumentarono anche le produzioni di mangimi e prodotti da forno. Nacque un fiorente artigianato che traeva forza dal ciclo produttivo chiuso. Un esempio seguito nei secoli dai maggiori fabbricanti del continente. La pietra miliare della moderna agroindustria.
Di questo mito secolare oggi è rimasto poco nel posto d’origine. Agli inizi del Novecento a Termini Imerese c’erano ancora quarantacinque impianti che producevano pasta o macinavano grano. Uno di questi era nella vicina Trabia. Così scrivevano gli autori Bontempelli e Trevisani nel libro “La Sicilia Industriale Commerciale e Agricola”, edito dalla Società Tipografica Editrice Popolare e pubblicato a Milano nel 1903: «Non v’è chi non dica che le paste alimentari di Torre Annunziata e di Gragnano siano tra quelle di produzione italiana le super eccellenti; ed infatti non si può dire che tali prodotti siano da disprezzare; ma in omaggio alla giustizia ed alla verità, è doveroso riconoscere che il luogo di origine di questa industria è la Sicilia e specialmente Termini Imerese, ove si fabbrica la pasta di pura semola senza ricorrere alle materie eterogenee di cui non tutte le Case produttrici di altri siti sono aliene dal miscelare le semole per la pasta medesima».

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L’industria della pasta nasce nel Sud

E’ giusto ricordare che la pasta iniziò a essere prodotta industrialmente dal 1800, quando nella zona di Napoli furono montati i primi impianti atti allo scopo. Nei decenni a seguire questi furono perfezionati, soprattutto riguardo ai sistemi d’essiccazione che, all’origine, avveniva all’aperto, davanti allo stabilimento, stendendo il prodotto su canne ad asciugare. Nel 1870 comparvero i torchi idraulici e le impastatrici meccaniche, seguite nel 1875 dai primi essiccatoti statici. Già nel 1856, il “Sicilia”, prima nave in ferro e vapore del Regno delle Due Sicilie, inaugurava una tratta oceanica verso New York dedicata al trasporto passeggeri e delle più pregiate merci nazionali e, in particolare, dei maccheroni.
La scienza tecnologica, intanto, continua a progredire con il trascorrere del tempo. E sempre in Sicilia vengono realizzati impianti all’avanguardia. Pastifici che esportano i loro prodotti negli Stati Uniti, confezionati in pacchi di carta da 1 libbra inglese, pari a circa 453 grammi.

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La pasta di Termini Imerese

Il Pastificio Russo di Termini Imerese (produttori dal 1875), per citare un esempio riportato sui testi, è ultimato nel Dopoguerra, utilizzando le più moderne tecnologie dell’epoca – come annota il professor Renato Rovetta nel suo libro “Industria del pastificio o dei maccheroni” (ed.Hoelpi, 1951). Il Pastificio Russo è una costruzione di sette piani, di cui sei fuori terra. Sottoterra avviene il rinvenimento della pasta. Al piano terra, alto 8 metri, sono montate impastatrici, gramolatici e presse. Lì troviamo pure i motori, il reparto imballaggio e il magazzino. Al piano primo, secondo, terzo e quarto avvengono l’incartamento ed essiccazione definitiva della pasta lunga. Il quinto è dedicato all’asciugatura della pasta tagliata corta. Il sottotetto è una camera d’aria di compensazione, per le varie situazioni atmosferiche. I macchinari sono Bühler. Lo stabilimento, come in tutte le regioni dell’Italia meridionale, aveva il lato lungo a Settentrione e il corto a Mezzogiorno. L’essiccazione era a Nord, mentre la produzione guardava sempre a Mezzogiorno.

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L’incolpevole declino

Alla fine degli anni Cinquanta la situazione economica muta il destino dei pastifici siciliani. I nostri emigrati all’estero costruiscono i primi impianti nelle Americhe come in Oceania e così diminuiscono drasticamente le esportazioni. I costi di trasporto e l’assenza di una rete autostradale innalzano a dismisura i costi delle spedizioni verso l’Italia settentrionale e l’Europa. Di contro, i produttori italiani del Nord sono in pochi e più vicini ai mercati. Aziende come Barilla e Buitoni crescono, insieme con altri marchi. La produzione in Sicilia appare frazionata. Sono molti i pastifici, alcuni di questi sono celebri, ma hanno difficoltà a sviluppare le dimensioni in un mercato ristretto e senza infrastrutture. Ancora in quel periodo, però, la produzione di pasta siciliana si evince superiore rispetto a quella di ciascuna regione italiana. (vedi Giuseppe Portesi -“L’Industria della pasta alimentare” – ed. Molini d’Italia, 1957).

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Il grande sogno siciliano

Gli ultimi industriali della pasta di Termini Imerese si riuniscono nel 1960. Studia il progetto il giovanissimo avv. Lorenzo Pusateri, erede di una dinastia di produttori imeresi. Insieme con loro c’è l’unico pastaio della vicina Trabia, l’onorevole Salvatore Messineo. Il progetto è ambizioso. Bisogna realizzare un grande pastificio, e giusto dove la pasta è nata. E’ individuato il terreno presso la nascente zona industriale di Termini Imerese.
Si pensa anche di ripristinare il vecchio tracciato dell’adiacente aeroporto, costruito dagli Alleati durante l’occupazione dell’Isola nel 1943 per favorire i trasporti. Sono commissionati progetti a Braibanti di Milano, Bühler di Uzwil (Svizzera) e Pavan di Galliera Veneta (Pd) ancora oggi custoditi e disponibili. Tutto sembra pronto per cambiare il futuro dell’industria alimentare italiana. Sarà costituita una società per azioni, dove tutti acquisiranno titoli in rapporto al capitale versato. La pasta sarà prodotta utilizzando i rispettivi brand. Alla fine, però, l’accordo non è sottoscritto. Dopo anni d’oblio si sono raccolte le testimonianze dirette di chi ha promosso l’iniziativa; chi è stato favorevole; chi ha voluto il fallimento della stessa.
Il pastificio più grande del mondo doveva nascere a Termini Imerese. Così, purtroppo, non è stato. E quindi il sogno dei pastai di Sicilia, terra dove la pasta è nata, è stato portato via dall’inesorabile scorrere del tempo. In ogni caso, oggi ne è salva la memoria.
Il resto è storia dei nostri giorni. I grandi pastifici italiani portano all’estero buona merce, confezionano enormi quantità, utilizzando linee totalmente automatiche per produzioni continue di ventiquattro ore al giorno a costi contenuti. I migliori produttori artigianali, però, continuano ad avere un ruolo primario. Sono gli eredi eccellenti di questa tradizione italiana. Producono piccole partite, puntando sulla qualità fin dalla materia prima. La fase dell’impasto e del dosaggio dell’acqua è spesso fatta a mano, mentre l’essiccazione avviene in piccole celle a basse temperature, inferiori ai 40 °C. Questo garantisce paste alimentari dalle caratteristiche nutrizionali e di gusto pari a quelle delle origini.

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(Tutte le immagini sono tratte dal libro Il Romanzo della Pasta Italiana)

Bibliografia:

– Al-Idrisi, Il Libro di Ruggero, Flaccovio Editore, 2008.
– Bontempelli e Trevisani, La Sicilia Industriale Commerciale e Agricola, Soc. Tipografica Editrice Milanese, 1903.
– Renato Rovetta, L’Industria del Pastificio o dei Maccheroni, Hoelpi 1951.
– Giuseppe Portesi, L’Industria della pasta alimentare, Mulini d’Italia, 1957.
– Nunzio Russo, La Voce del Maestrale, romanzo, I ed. Robin Edizioni 2005, II e III ed. Edizioni Esordienti Ebook 2012, IV ed. Edizioni Esordienti Ebook 2014.

I numeri dell’orrore

Una realtà che fa paura.

I numeri dell'orrore

Pedofilia, furto di organi, tratta dei minori. Problemi scottanti e di cui si parla troppo poco, forse perché troppo dolorosi da affrontare, forse perché fanno veramente tanta paura. Pensare di ignorarli però non è assolutamente utile per trovare una soluzione. Irma Panova Maino ne ha parlato, con il suo stile personale, nel libro “La resa degli innocenti” e per fare questo ha svolto delle ricerche documentandosi su quelli che sono i numeri dell’orrore. Cifre spaventose che riguardano il problema della sparizione dei minori, bambini che non tornano più a casa e di cui non si sa più niente. In questo articolo ci illustra le cifre basate sulle sue ultime ricerche.

Irma Panova Maino ha pubblicato con EEE: Scintilla vitale, Il gioco del demone, Le risonanze della folgore, La resa degli innocenti

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di Irma Panova Maino

“Se perdete un coniuge diventate vedovi, se perdete i genitori diventati orfani, ma se perdete un figlio, cosa diventate?”

Con questa introduzione parte un nuovo serial televisivo francese incentrato proprio su un tema che mi sta molto a cuore: le sparizioni dei minori.
Se in Francia ne spariscono quasi 1800 all’anno (di cui molti non vengono ritrovati) L’Italia non è sicuramente da meno.
Che fine hanno fatto Angela Celentano o Denise Pipitone?
Se nel mondo si contano quasi 8 milioni di sparizioni, in Europa ogni due minuti un bambino svanisce nel nulla e se pensate che queste cifre siano esagerate o spaventose, considerate che non tutte le scomparse vengono effettivamente denunciate. Non per il fatto che i genitori preferiscano nascondere l’accaduto, piuttosto per l’impossibilità di gestire una determinata situazione, con la conseguente verifica da parte delle Forze dell’Ordine o degli Enti preposti, nei casi in cui sono coinvolti extracomunitari o clandestini.
Dal 1 gennaio al 31 luglio 2014, quasi 9.000 bambini sono arrivati via mare non accompagnati. Di questi solo 5600 sono stati registrati nelle 1073599_45550087strutture di accoglienza, degli altri non si sa più nulla. Tuttavia, su un totale di quasi 15.000 bambini clandestini, non sempre coloro che li accompagnano sono realmente i genitori e l’impossibilità di stabilire con certezza l’identità, sia degli adulti che dei minori, rende il dato statistico alquanto aleatorio. Forse potremmo pensare che, essendo stranieri, la cosa non ci riguarda. Forse potremmo sentirci sollevati dal fatto che la questione non coinvolge i nostri figli, i quali dormono sonni tranquilli e sono assiduamente controllati dai genitori. Ebbene, se la pensate in questo modo, vi state decisamente sbagliando. I numeri dell’orrore italiani non sono dissimili da quelli francesi (o di quelli di qualsiasi altro paese del mondo) e solo di una piccola parte si sa che fine abbia fatto.
Il Lazio detiene il triste primato di cui stiamo parlando, seguito a ruota da Lombardia e Sicilia.
Per quanto si possa dire che dei tanti allontanamenti da casa molti si risolvono con il ritrovamento o il ritorno della prole, non si possono ignorare tutti quei casi in cui, pur restando sotto l’egida dell’apparente sicurezza domestica, i ragazzi vengono comunque invischiati in situazioni scabrose e pericolose. Circostanze non sempre a lieto fine che, spesso, segnano a vita i minori implicati.
È di marzo il fatto di cronaca che ha visto come protagonista una sedicenne desiderosa di intraprendere una carriera come modella. Adescata su un social network, è stata blandita e convinta a posare per foto via via sempre più hard. Alla fine i genitori si sono accorti delle anomalie comportamentali della figlia e hanno denunciato quanto stava succedendo. L’indagine della polizia di Genova, ha interessato 6 province del nord e centro Italia (Genova, Savona, Alessandria, Milano, Brescia e Roma) e fino a ora ha portato a 5 arresti per violenza sessuale su minori, divulgazione e detenzione di materiale pedopornografico.
Come potete vedere, in questo caso la ragazza non è sparita, ma possiamo davvero dire che non ci saranno conseguenze e ripercussioni? Certo, la giovane è stata fortunata e i genitori sono intervenuti per tempo, ma quante volte accade che la fortuna assista gli ingenui? Quanti sono i casi in cui non c’è stato tempo e la tragedia alla fine si è consumata. Pensate di conoscere i vostri figli, di sapere chi frequentano e chi cerca di adescarli sui social?
Vedo una marea di ragazzine posare in atteggiamenti di cattivo gusto, persino espliciti. Minorenni che mostrano boccucce provocanti, indossando abiti che nemmeno la prostituta di un bordello oserebbe mettere… e mi chiedo: “Ma i genitori dove sono? Dove guardano?”
Per non parlare poi delle fanciulle, che frequentano le medie inferiori, che vanno a scuola abbigliandosi in modi decisamente inopportuni, dato il luogo che dovrebbero frequentare per istruire il cervello e non per esporre la carne.
Eppure, se questa gioventù è decisamente a rischio, un po’ per la superficialità data proprio dall’età, un po’ per la noncuranza di noi adulti, dall’altra parte esiste un sottobosco criminale sempre più vasto e sempre più sfrontato. Complice anche il fatto che l’Italia non è fra i paesi più organizzati nella lotta contro questo genere di criminalità Molto si sta facendo ma siamo ancora lontani dall’aver risolto il problema. Quindi sta a noi, a noi che viviamo a contatto con questi ragazzi, aiutarli e proteggerli, anche se non sono i nostri. Perché sono loro il futuro del mondo, la nostra eredità e il nostro lascito.

1049880_73189252Il 25 maggio verrà celebrata la Giornata Internazionale per i Bambini Scomparsi. Questa commemorazione è nata per ricordare la scomparsa di Ethan Patz, rapito a New York il 25 maggio 1979, e anche per voler sensibilizzare l’opinione pubblica in merito a un problema che mina, in modo allarmante, tutto il nostro futuro.
Non dimentichiamoci che molti dei bambini scomparsi in epoche meno recenti, se ancora vivi, ora potrebbero essere diventati adulti e tale condizione fa decadere automaticamente qualsiasi ulteriore tentativo di ricerca. Tuttavia, il fatto che siano maggiorenni, li rende meno vittime innocenti?

Svernare in Africa

L’Africa raccontata da occhi che ancora colgono le meraviglie del mondo.

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Lory Cocconcelli è un’autrice che ha saputo miscelare spontaneamente l’amore per la lettura con la sua passione per i viaggi e la ricerca. Una passione che è nata a causa di esigenze molto particolari che l’hanno comunque portata a riflettere sui diversi aspetti culturali che ci circondano. Da queste riflessioni e dalla sua capacità di scavare a fondo nasce Africa, un saggio che non vuole essere un testo adatto solo a pochi eletti ma, al contrario, è rivolto a un pubblico più ampio, a chiunque voglia conoscere un mondo al di fuori della propria soglia di casa.

Lory Cocconcelli ha pubblicato con EEE: Africa

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di Lory Cocconelli

La mia vita ruota attorno a una patologia che di per sé non è grave pur essendo penalizzante. Come spiegavo nell’introduzione di AFRICA, a partire da una certa temperatura – che si aggira all’incirca intorno ai 24 gradi – il mio sangue si agglutina causandomi dolori piuttosto intensi. Per tale ragione – e per non trasformarmi in una farmacia ambulante zeppa di cortisonici e antidolorifici, con le relative conseguenze – sono costretta a svernare in un paese in cui il clima sia caldo. E non è esattamente il colpo di fortuna che potrebbe sembrare.
Di contro, quando sono in Italia durante l’estate e l’aria condizionata è accesa pressoché ovunque, evito cinema, supermercati, ristoranti e negozi, e se proprio non posso farne a meno, come quando viaggio in aereo o devo recarmi in qualche ufficio, mi trasformo nella farmacia di cui sopra per qualche giorno.
– Se un essere delle tenebre volesse vampirizzarmi e rendermi immune a tutto ciò, sarei pronta a farci un pensierino! –
Se è vero, come disse qualcuno, che la vita di ognuno è condizionata da un evento di portata eccezionale che si eleva al di sopra degli altri, la crioagglutininemia deve essere il mio. Una cosa come questa cambia non soltanto le prospettive di una persona, ma anche le sue aspettative. E forse un poco anche il carattere. Ritengo – per restare in tema con il mio libro – di essere diventata un animale solitario mentre in passato ero più propensa a far parte del branco.
Una persona curiosa, desiderosa di sapere cosa le accade intorno, però, lo sono sempre stata. Leggo più informazione che libri, più saggi che romanzi, più storia che poesia. – E’ grave, vero? –
Moldiv_1428503852766L’Africa nera, dove vivo quattro mesi all’anno, non l’ho scelta a caso, nemmeno in occasione del mio primo viaggio. Non so come e perché ma questo continente mi ha sempre affascinata. Per quanto la cultura nera sia lontana da me, la sento inspiegabilmente – e irrazionalmente – un elemento di richiamo.
Ma veniamo alle mie preferenze personali. Dunque, in ordine casuale, amo la musica (blues e reggae in particolare) ma anche i grandi silenzi – per me rigeneranti; la sperimentazione gastronomica mi appassiona molto anche se non so cucinare, come pure la nutrizione – intesa come scienza – che è una materia che ho avuto l’onore di approcciare sotto la guida di un noto medico ayurvedico indiano; l’interior design, l’architettura e la fotografia sono passioni che ho nutrito da sempre; lo sport non è mai mancato nella mia vita, in passato erano arti marziali, equitazione e paracadutismo sportivo, ora è fitness – che ho approfondito seguendo un corso istruttori; i viaggi – esperienze senza pari; la lettura e, negli ultimi anni, la scrittura – ho iniziato a sentire questa pulsione durante i miei ultimi soggiorni in Africa, un po’ per non rimanere inerte e riempire qualche momento di solitudine, un po’ perché ho creduto che ciò che vedevo e ascoltavo valesse la pena di essere raccontato.
A proposito di lettura e scrittura, termino con una citazione che mi piace molto.

“Amo coloro che desiderano con tutta l’anima raggiungere una meta precisa e non si fermano a scegliere tra due direzioni opposte. Amo le anime dotate di una volontà precisa e immutabile che per carattere non accettano le montature e le divisioni.” (Kahlil Gibran)

Mamma, moglie e aspirante scrittrice

Il dono dell’ubiquità: mamma, moglie e aspirante scrittrice

Sabrina Grementieri è una scrittrice molto attiva: presenta spesso i propri libri in pubblico, partecipa alle manifestazioni indette dai colleghi, presenzia alle attività proposte dalle associazioni di cui fa parte e, nel frattempo, scrive racconti e romanzi (con ottimi risultati) senza dimenticarsi mai di avere una famiglia a cui badare. Il tempo per lei pare essersi dilatato, eppure, c’è tanto lavoro e tanti sacrifici dietro quel suo essere “donna”. Se esternamente il suo sorriso non manca mai di stupire, c’è sempre un’ombra nostalgica nei suoi grandi occhi scuri. Un’ombra che racconta come le manchi, in realtà, la sua realtà famigliare. Nonostante il suo successo letterario, Sabrina resta ben ancorata al suolo, non dimenticando mai quelle che sono le sue priorità e i suoi legami affettivi. L’articolo che segue è stato scritto in febbraio, in un momento in cui il suo impegno di madre e moglie è stato condiviso con diversi eventi pubblici.

Sabrina Grementieri ha pubblicato con EEE: Una seconda occasione, Noccioli di ciliegie

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Poco tempo fa qualcuno, dopo aver ascoltato un conciso resoconto di una mia giornata tipo, aveva commentato con un “Sono stressato al solo pensiero.”
Il fatto che l’interlocutore fosse un Lui ha di certo il suo significato ma la verità è che davvero lo stress è la componente principale della vita di una donna adulta con famiglia e lavoro. Magari più di uno. Perché il lavoro che ti mette il pane in tavola non è quello che più ami. Scrivere rende pochissimo a livello monetario. Per fortuna a volte arrivano anche le soddisfazioni, le quali sono tanto grandi e insperate da cancellare tante fatiche e sacrifici.
Quando mi hanno chiesto di scrivere due righe su come una donna possa conciliare tutte queste cose avevo pensato di dare all’articolo un carattere generico e impersonale. Ho cambiato idea alla svelta però, perché non credo esista una risposta che valga per tutte. Le variabili in gioco sono così tante ed eterogenee che oltre a sostenere che è un ruolo molto complesso e spesso ingestibile, più non potevo fare.
Dunque cercherò di parlare di me, di come io vivo e sopravvivo a questa realtà che a volte assume tratti comici, altre più drammatici e altri ancora quasi inverosimili.
Premetto che sono una persona che rende meglio sotto pressione, quando ha molte cose da fare e pochi tempi morti. Non amo lamentarmi e sono consapevole che il detto “Hai voluto la bicicletta, ora pedala!” sia quanto mai veritiero. Nessuno mi ha costretto a sposarmi (e sono tuttora felice di averlo fatto), ad avere figli (che sono infinitamente più impegnativi di quanto immaginassi ma sono un pezzo di cuore) e a tirare fuori dal cassetto il mio sogno di bambina e tuffarmi in un mondo, quello della scrittura, immenso, complesso e difficile.
Ho sempre amato scrivere ma, fino a pochi anni fa, non ho mai avuto alcuna velleità di pubblicazione. Nei momenti più bui penso che avrei dovuto continuare così. Sono certa che il mio carico di stress sarebbe decisamente inferiore.
10492527_10203553398908431_5033706599081243726_nMi sveglierei al mattino, preparerei i bambini per la scuola, pianificherei la giornata (l’aspetto logistico è fondamentale se vuoi incastrare tutto!), andrei al lavoro poi, a seconda del giorno, sport dei bambini, magari parrucchiera, un’ora in palestra, una serata con le amiche e così via.
Invece no. Ti alzi al mattino con il pensiero, e la speranza, di riuscire a scrivere almeno un paio di pagine in giornata. Hai già una mezza idea, c’è un passaggio carino che se non lo fermi subito poi scompare. Ti dici che ce la farai di certo, hai un’oretta libera subito dopo pranzo. Inevitabilmente le cose sono molte più complesse di quanto immagini.
I bambini non si vogliono svegliare, poi si litigano la colazione, poi arriverete tardi a scuola. Un salto dalla pediatra, uno in farmacia, mezzora di coda in posta, una spesa veloce e poi finalmente a casa. Se va bene sono le dieci e mezza. Più spesso le undici. La casa è un disastro ma per fortuna non sono una fanatica dell’ordine. Quindi faccio il minimo indispensabile per un’esistenza civile e mi siedo finalmente al computer.
Non crederete mica che le idee vengano fuori così, a comando? Nei primi minuti cerchi di inspirare ed espirare per isolarti dal mondo e cercare la concentrazione. Mentre lo fai saltelli qua e la nei social network per aggiornarti e curiosare. Ma soprattutto per promuovere le tue opere, se ne hai già di pubblicate. Non lo sapevate? Un autore, sia auto pubblicato che non, è responsabile della propria promozione. Ormai anche le grandi case editrici fanno poco per farti conoscere, a parte alcune eccezioni. E questo è, per quanto mi riguarda, la parte peggiore. Un po’ perché non sono brava a pubblicizzare me stessa. E poi perché ci vuole davvero moltissimo tempo per farlo.
Spesso l’ora di pranzo è passata da un pezzo quando finalmente apri il tuo file di scrittura. E a quel punto l’idea è sfumata, e anche il tempo. Prepari un pranzo veloce per il povero consorte che, per fortuna, non ha grandi esigenze, imbastisci anche la cena e poi arrivano gli imprevisti. Una lettera da tradurre, una chiamata da fare, due montagne di spazzatura differenziata da smaltire e già si fa l’ora di andare a prendere i bambini. Con il loro arrivo la pace è finita, ma il tarlo di non avere combinato niente sta scavando sempre più alacremente. Quando finalmente hai dato loro la merenda, li hai lavati ed evitato guerre puniche, è quasi ora di cena. Aspetti il rientro della tua dolce metà per andare a tua volta al lavoro, e ti riprometti che, al ritorno, quando tutti saranno a letto, finalmente potrai scrivere in pace.
11086567_10203575144448237_1800072323_oIl più delle volte quando rientro, anche se il mio è un lavoro tutt’altro che massacrante, non ho più le forze di scrivere qualcosa con un senso. Finisce così che mi metto a letto a leggere, pregando i miei personaggi di pazientare ancora un po’.
I giorni passano, a volte intervengono imprevisti molto più gravi di quelli sopra descritti e così continuo a rimandare. Quello però che mi distrugge è che il mio umore peggiore in maniera direttamente proporzionale all’aumentare dei giorni in cui non riesco a scrivere.
E allora vorrei che questa passione non fosse diventata un lavoro. Vorrei non avere preso impegni per il futuro, firmato scadenze da rispettare e lettori da non deludere. Vorrei essere una persona più semplice, senza tanti grilli per la testa o necessità fisiche ed emotive da rispettare. Purtroppo certe cose non si scelgono. Io sono una sognatrice, ho bisogno di emozionarmi e di dare un senso al mio passaggio su questa terra. E amo le sfide.
Quindi non importa se anche oggi, che è domenica, sono andata al lavoro e al pomeriggio ho portato i bambini al carnevale perché la loro scuola partecipava con un carro. E al rientro ho fatto una lavatrice, stirato e preparato cena. Ora è tardi, ma sono qui a scrivere. E questa sera credo proprio che continuerò a farlo. Mi tufferò nel mio mondo fantastico e lascerò che le storie, che ho tenuto stretto per tanto tempo nella mia testa, si prendano il loro spazio.
Domani è un altro giorno e non mi è dato sapere cosa mi riserverà. Buonanotte.

Sabrina Grementieri

Essere genitori

Essere genitori: figli, sesso e cattiva educazioneeli2

Elisabetta Bagli è una poetessa molto impegnata nel trasmettere ai propri lettori le sensazioni che derivano dalle ingiustizie umane. Sempre in prima linea per difendere i diritti delle donne, dei bambini e delle persone più deboli, tesse nella propria poetica i drammi quotidiani che spesso sfociano in tragedie. La sua sensibilità, tutta femminile, ne ha fatto il portavoce ideale, la Penna in grado di non far mai dimenticare quello che accade intorno a noi, anche quando i nostri occhi sono troppo stanchi per vedere. Nell’articolo che segue, espone un classico esempio di cattiva educazione, da parte delle istituzioni, nei confronti dei minori in età scolare.

Elisabetta Bagli ha pubblicato con EEE: Voce

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Il non facile compito di Educare

Di Elisabetta Bagli

Le polemiche che si sono innalzate in questi giorni, in Spagna, su un evento increscioso di cui sono stati protagonisti un ex Ministro del Governo catalano, Marina Geli, e il giornalista Eduardo García Serrano mi hanno fatto riflettere (e non poco) sul mondo in cui viviamo.

Marina Geli

Marina Geli

Non voglio assolutamente entrare nel merito politico della questione, che non è di mia competenza, ma sono stata fermata davanti alla Scuola, che frequentano i miei figli, da Intereconomia (testata giornalistica) che mi ha intervistato sull’argomento trattato in un video (per fortuna non più disponibile in rete NdR), proposto dal Ministro, in merito all’educazione sessuale per i minori nelle scuole. Mi è stato chiesto cosa ne pensassi e se ritenessi tale video idoneo per essere mostrato ai ragazzi in età scolare. Nel filmato si vede un ragazzo che fa ogni tipo di esperienza sessuale sia con i suoi coetanei e le sue coetanee sia con uomini più grandi. Alcune immagini istigano addirittura al bondage e al sadomasochismo. La seconda parte del video, invece, è incentrata su una ragazza che, per autodeterminazione, sceglie, “provando” i vari partners attraverso esperienze anche estreme, qual è l’uomo della sua vita. Non sono una bigotta, ma sono una madre di due bimbi di 9 e 12 anni e non credo che questo sia il modo adeguato per affrontare l’argomento “educazione sessuale” nelle scuole e sulle pagine istituzionali di siti governativi. Il video in questione era stato inserito nella pagina Sexo Joven de la Generalitat de Catalunya dall’allora Consigliere della regione Marina Geli, affinché fosse una sorta di manuale per i ragazzi.

Eduardo García Serrano

Eduardo García Serrano

Un giornalista, Eduardo García Serrano, ha denunciato questa pagina ritenendola offensiva e istigatrice per la nostra gioventù, insultando con parole dure il Ministro. Per questa sua rimostranza, lo Stato spagnolo l’ha condannato a dover pagare 22.000 Euro, mentre al Ministro è stato solo fatto ritirare il video dalla pagina.

Ripeto, non entro nel merito della condanna o della questione politica. Ma sono una mamma che tiene all’educazione dei suoi figli, come tante mamme in questo mondo e non credo che sia necessario proporre video di questo genere a dei bimbi o a degli adolescenti né nelle scuole né, tanto meno, sui siti istituzionali per impartire l’educazione sessuale ai nostri figli. È vero che la gioventù di oggi è diversa da quella di un tempo. È vero che a 12 anni io ancora giocavo con la Barbie e cercavo di fumare la prima sigaretta, come atto d’insubordinazione (ringrazio il cielo che mi ha stomacato appena messa in bocca, aiutandomi a stroncare il “vizio” sul nascere), mentre mia figlia, a poco meno di 12 anni, già sa molte cose della vita, del suo corpo, di ciò che le gira intorno e ha desideri diversi di quelli che avevo io alla sua età. È vero che i ragazzi di oggi sono più svegli e svelti a fare tutto, ma è anche vero che, pur credendo di avere il mondo in mano e di sapere tutto, pur pensando di essere i migliori e invincibili, non riescono, nel loro intimo, a essere sicuri di se stessi e sono molto più fragili di quel che mostrano. Hanno in mano molta informazione della quale spesso non sanno cosa farsene, come utilizzarla. Hanno voglia di sfidare il mondo, perché si credono invulnerabili, ma non pensano che spesso le prime vittime di questi loro atteggiamenti sono proprio. Gli atti di bullismo che ci sono per ogni dove, quelli di violenza ai propri simili, non solo fisica ma anche verbale, quegli atti di insubordinazione nei quali mancano di rispetto non solo ai genitori ma anche agli insegnanti e a tutto ciò che rappresenta la disciplina, sono ormai all’ordine del giorno.

Noi genitori ci siamo mai chiesti il perché di tutto questo? Mancano le linee guida, quei tre cardini fondamentali che sono stati il sostentamento delle generazioni da sempre: i genitori, la scuola, la società.

I genitori sono troppo occupati a cercare di fare bene i genitori moderni dalla mentalità aperta, dai sorrisi “smart”, senza comprendere che è necessario essere veramente genitori per educare i figli: non si deve essere fratelli, zii o amici, ma genitori!

Mom serie tv

Mom serie tv

Giorni fa mi sono imbattuta in una nuova serie televisiva che fanno vedere qui in Spagna da poco tempo, il titolo è “Mom”. Il limite minimo di età per vederla è di 12 anni! Sono rimasta allibita! Mia figlia e mio figlio avevano iniziato a vedere questa serie nella quale si parla di sesso, anche spinto, di alcool e di famiglie allargatissime. Ci sono delle donne che passano da un uomo a un altro in modo superficiale e che rimangono incinte di sconosciuti come se fosse la cosa più normale di questo mondo! Comprendo l’intento degli sceneggiatori di far ridere su argomenti che sono seri e che, quindi, molto dietro le righe, dovrebbero fare comunque riflettere, ma i bimbi di 12 anni non sono in grado di capirlo e il messaggio che passa è deleterio! Non hanno coscienza critica! Figuriamoci poi se hanno coscienza critica i bimbi di 9 come mio figlio! Ho proibito ai miei figli di vedere questa serie e loro, logicamente, si sono alterati, soprattutto mia figlia Francesca che mi ha detto: “Ma mamma, è proibito ai minori di 12 anni e io ne quasi 12! Dai!”

Chi decide il limite d’età? Che valori si prendono come termini di paragone per decidere questi limiti? Non comprendo… Ma poi penso al fatto che mia figlia tornerà a scuola, che i suoi compagni inizieranno a commentare “Mom” e che lei si sentirà esclusa, si sentirà una “mosca bianca” per non averlo visto, per non avere il cellulare, per non fare o dire o avere altre mille cose che i genitori “amici”, nella loro visione “moderna”, fanno, dicono o danno ai propri figli in un’età non consona. Non sono una mamma speciale, anzi sono normalissima, con i miei pregi e i miei difetti, come tutte le mamme che stanno imparando a crescere i propri figli, ma so che come me la pensano altre milioni di mamme e spesso, per quieto vivere, lasciano correre e lasciano che i figli facciano quel che credono, perché è più facile dire SÌ che dire NO.

Cos’altro manca a questi ragazzi? La scuola, intesa come docenti e non come struttura, perché badate bene che i mezzi e le strutture per fare bene ci sono, ma sono mal utilizzate. Ora, la maggior parte dei docenti sono votati a prendere lo stipendio a fine mese e basta. Sono realmente pochi coloro che si preoccupano di fare gli “educatori” nel vero senso della parola. E la scuola è formazione, è educazione, è trasmissione di messaggi giusti, di valori, al pari della famiglia. Ma oggi, è troppo spesso latitante.

L’ultimo punto cardine che manca ai ragazzi è la società. Nonostante ci siano strutture adeguate per sostenere i giovani, inadeguati sono spesso i modi con le quali vengono usate. Oggi la società è volta a insegnare il modello di vita del “tutto e subito”, perché solo ottenendo tutto e subito si può dire di aver vissuto davvero intensamente. Questo è il messaggio che viene dato ai ragazzi e non c’è nulla di più errato! Il modello del “tutto e subito” al giorno d’oggi viene applicato in ogni campo, anche nell’educazione sessuale proposta nel video, di cui vi ho parlato all’inizio, che prevede due giovani, un uomo e una donna, che per vivere in pieno la loro sessualità devono provare ogni tipo di esperienza, anche la più aberrante. Ma se ai ragazzi non vengono spiegate prima altre cose, quali l’amore, il desiderio, la vita, il piacere di condivisione con l’altro sesso, cosa potranno mai comprendere di quel che viene loro mostrato nel video? Nulla! Possono pensare solo che è quello il modo giusto di amare.

Julián Marías

Julian Marias

Ma bisogna ricordarsi che affinché ci possa essere una buona educazione sessuale ci deve essere un’ottima “educazione sentimentale”, così come ci diceva il filosofo Julián Marías nel suo famoso libro “La educación sentimental”.

Ma l’educazione sentimentale, a cui ogni società dovrebbe far riferimento, è ormai uno strumento educativo e formativo troppo obsoleto e lento per l’uomo di oggi. Si dovrebbe dedicare molto tempo a educare l’essere umano e l’uomo ormai non ha più tempo neanche per se stesso. Credo che si sia persa la bussola e che ciò che “normale non è” sia diventato la “normalità”, degradando il modello educativo personale e sociale, facendolo arrivare a uno tra i livelli più bassi della storia. Cosa fare, quindi?

Rimboccarsi le maniche. Ognuno di noi, nel suo piccolo, deve cercare di fermarsi e prendersi il tempo giusto per educare ed educarsi. Le esperienze vanno vissute e ogni persona è libera di scegliersi quelle che vuole provare e il modo in cui lo vuole fare, ma tutto deve avvenire a tempo debito, con coscienza e consapevolezza, cosa che i giovani di oggi credono di possedere e, purtroppo, non hanno.

È compito nostro, genitori, educatori e società, prendere in mano la situazione e cercare di capovolgerla perché non dobbiamo dimenticarci che l’oceano è formato da tante gocce e ogni piccola goccia può aiutare a ingrandire il mare.

La lettura, la corsa, la musica

La lettura, la corsa, la musica

Pino Benincasa è nato a Catanzaro nel 1972 e dal 1998 lavora e vive con la propria famiglia a Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano.
Appassionato lettore di storia e letteratura da qualche tempo è passato dall’altro lato della pagina, cominciando a scriverci sopra. Nonostante abbia iniziato di recente alcuni suoi racconti sono risultati finalisti in concorsi letterari e pubblicati in altrettante antologie, uno di questi è apparso sul sito web dedicato alla narrativa per smartphone storiebrevi.it.

Pino Benincasa ha pubblicato con EEEXII – Il segno dei giusti

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di Pino Benincasa

Cercherò di sforzarmi poiché scrivere di me mi riesce sempre un po’ complicato.
La scrittura, che continuo a considerare un bellissimo passatempo, ha una progenitrice ancora molto attiva e per nulla intenzionata a farsi da parte; mi riferisco ovviamente alla lettura, la quale continua a rosicchiare la sua parte nelle mie sempre più ridotte ore di sonno. In questo senso sono praticamente onnivoro: dai grandi classici agli esordienti, dalle biografie ai best-seller, dai quotidiani ai fumetti. Alcuni di questi ultimi, penso per esempio alla scuola argentina, li considero veri e propri capolavori artistici.
Immagine1Poi, come qualcuno aveva notato già un paio di millenni fa, una mente sana ha bisogno di un corpo sano. Ecco allora la mia altra irrinunciabile passione: la corsa. Anche questa, come la scrittura, la pratico da qualche anno (ora che ci penso le due cose sono nate praticamente insieme, strana combinazione), lasso di tempo sufficiente per essere risucchiato nel tunnel del podismo più integralista, fatto di cronometraggi, distanze, dilemmi irrisolvibili sulle scarpe, appoggio del piede e distanza della falcata. In questo periodo sto dando il massimo per riuscire a terminare la mia prima maratona, il 12 aprile a Milano, traguardo che anelo come tappa fondamentale della mia vita, non solo sportiva.
Nelle ore della corsa posso anche ascoltare musica, altra nobilissima arte, senza la quale sarebbe inimmaginabile l’incedere nel mondo. Mi piacciono (quasi) tutti i cantautori italiani, ma ascolto anche altri idoli della mia generazione: David Bowie, U2, Depeche Mode. 24685Poi devo ammettere una particolare predilezione per Caparezza; considero il rapper pugliese una delle penne più graffianti del nostro tempo, alcuni suoi testi offrono uno spaccato implacabile sulle storture della nostra società, costringono alla riflessione, importunano come un gessetto sfregato sulla lavagna. Insomma per certi versi una sorta di Jean-Paul Sartre alle cime di rapa.
In ossequio al principio evangelico, consapevole cioè di tenerli sempre al primo posto, lascio per ultimi i miei tre gioielli: Anna, Greta e Noemi. Non sono propriamente un hobby eppure la stragrande maggioranza del mio tempo libero lo dedico con immensa gioia alle mie tre bimbe.