L'intervista1

Intervista a Bruno Bruni

Intervista a Bruno Bruni

Bruni_Voce_piano_EEEDivoratore onnivoro di libri, Bruno Bruni si è cimentato in una storia alquanto particolare e, nel suo Voce e pianoforte, ci presenta una trama complessa in cui il passato si mischia inesorabilmente con il presente, portando a galla diversi ricordi e prove di una vita spesa al di fuori degli schemi.

  • Voce e pianoforte. Perché la scelta di questo titolo?

È la storia stessa che me lo ha suggerito. Voce e Pianoforte sono Ettore e Tea, i due innamorati-complici ormai lontani da questo mondo, ma entrambi presenti in un vecchio nastro magnetico che la protagonista Marta scova per caso (Per caso?) in un vecchio scatolone. Puri suoni, una voce, le note scarne di un piano, quasi teneri fantasmi, sono tutto ciò che resta di loro. Abbastanza per raccontare, per suggerire l’essenza di due vite, di un amore sopravvissuto al tempo.

  • Torino, come scenario della tua storia, ti è sembrata una scelta obbligata o è una sorta di omaggio alla tua città? Come hai visto cambiare il mondo e la tua città nel tempo?

Una scelta istintiva. Torino è il mio habitat, lo sfondo della mia vita. Amo la mia città in modo viscerale, non vorrei essere altrove. I cambiamenti negli ultimi anni sono grandi, alcuni positivi, spesso dolorosi, ma è l’inesorabile divenire dell’esistenza. La Vita è mutamento, come dice quel testo antico che mi piace molto: I King – Il Libro dei mutamenti, che apprezzo come fonte di saggezza, non come pratica divinatoria (sono troppo scettico, per oroscopi e predizioni…). Aggiungo però che la città è in fondo anch’essa un personaggio, ma invisibile, che rimane discretamente sullo sfondo. Mi sono accorto, rileggendo il romanzo, che non nomino mai Torino, nemmeno una volta.

  • I protagonisti del tuo libro sono nati solo dalla tua fantasia o rispecchiano aspetti di persone reali?

Sono reali. Nel senso che sono apparsi nella mia mente e nella mia storia con l’evidenza, direi quasi fisica, di persone vere. Io amo camminare senza meta per la città. Mentre lavoravo a Voce e pianoforte, Marta, Alice, Michele, camminavano con me, mi parlavano. Interi dialoghi li ho scritti mentalmente, per strada. Dopo, a casa, li riportavo sul PC. Comunque, molti personaggi sono ispirati, almeno in parte, a persone che ho davvero incontrato. La fantasia dello scrittore ha poi fatto il resto, mescolando, impastando, quasi come fa un cuoco. con i suoi ingredienti. quando inventa un piatto che gli piace.

  • Sei un lettore vorace e onnivoro, ma quali sono le tue letture preferite?

Difficile rispondere. Tutto ciò che ho letto nella mia vita mi è piaciuto e mi ha coinvolto in modi e tempi diversi. Andando a ritroso, le storie di Verne e Salgari da bambino, i romanzi di Urania e i Gialli Mondadori da ragazzo, e poi, via via, Pavese, Tomasi di Lampedusa, Borges, Tolkien, Rex Stout, Ellroy, tantissimi autori in un grande miscuglio quasi inestricabile…

  • Sei arrivato alla scrittura di un libro grazie a qualche autore che ti ha particolarmente colpito? Oppure hai scritto la storia di getto, senza seguire uno stile particolare?

Totalmente di getto, nel giro di poche settimane. Dopo però anni di infiniti tentativi falliti e interrotti a metà. Voce e pianoforte è nata praticamente a tradimento. In realtà avevo in mente di scrivere un Noir all’americana, una vicenda un po’ alla Chandler e mi sono ritrovato con mia grande sorpresa la storia fatta e finita, del tutto diversa da quanto avevo preventivato. Sul momento ci sono rimasto quasi male, offeso con me stesso. Ma è stato un attimo, ho amato da subito questa mia creatura.

  • Hai lavorato in radio, qual è il tuo rapporto con la musica?

Intenso. Sono stato un frequentatore di concerti per anni, insieme a mio fratello che lavorava come organizzatore di eventi musicali. Del resto, uno dei fattori che hanno innescato la scrittura del mio romanzo è stato il riascolto di un gruppo che a suo tempo avevo snobbato: Siouxie and the Banshees. Una band Post Punk che, all’epoca della sua comparsa, mi diceva poco. Allora ero un seguace convinto del cantautorato più impegnato, tipo Amodei, Lolli, Della Mea. Del resto anche mio fratello Francesco era musicista e cantautore ed io stesso, lo confesso, avevo scritto qualche testo di canzone. Uno, anzi, fu musicato e cantato da un nostro amico alla rassegna dei giovani al Club Tenco, passando, credo giustamente con il senno di poi, del tutto inosservato… Inoltre, ero un divoratore compulsivo di Progressive Rock, dai King Crimson ai Genesis. Quindi il Post Punk, con le sue sonorità scarne e cupe, non mi aveva attratto per nulla, all’epoca. Poi, il caso (sempre il caso?) mi ha fatto capitare tra le mani un vecchio disco di Siouxie, esattamente nel momento in cui stavo iniziando a scrivere Voce e Pianoforte. (Il cui primo titolo provvisorio era Notti e nebbie) La voce intensa e imperiosa di Siouxie e la sua faccia troppo truccata mi hanno completamente stregato, all’improvviso. Ho scritto tutto il romanzo sempre con le canzoni dei Banshees in cuffia, come una colonna sonora personale, obbligata.

  • I tempi moderni e le contaminazioni, secondo te, hanno arricchito la musica di nuove sfumature o l’hanno impoverita, esasperandone il lato puramente commerciale?

Non sono un cultore dei “Bei tempi andati”. Come ho detto prima, credo che tutto sia un continuo divenire. Il lato commerciale c’è sempre stato. Ogni epoca ha le forme espressive che nascono dai gusti e dai fattori sociali del momento. Anche Verdi componeva per vendere…

  • Cosa pensi degli eventi improvvisi che cambiano la vita? Il bus urbano 58 ti è stato fatale…

Il caso, esiste! Mio figlio, che sta facendo una tesi sulla Fisica Nucleare, mi ha spiegato che il movimento delle particelle è praticamente legato al caso… Se ho capito bene, le particelle sub-atomiche sono l’essenza invisibile di tutto. Quindi, l’intero Universo è fatto di corpuscoli dal moto casuale e capriccioso, e forse segue delle Non-regole. Però, mi piace pensare che le nostre vite seguano dei percorsi spesso invisibili, come i fiumi Carsici, che sbucano all’aperto dopo lunghi tratti sotterranei. Aggiungo un esempio: avevamo una cagnetta di nome Amèlie che, purtroppo, è morta. Eravamo veramente addolorati, mia moglie Paola ed io, quando ci è capitato di trovare, tramite conoscenti, un nuovo cucciolo che aveva solo tre mesi e già un nome. L’avevano chiamata Thea. È tutta bianca, con due cerchi scuri intorno agli occhi, come fosse bistrata. Come una cantante Dark… Inutile dire che due giorni dopo era in casa nostra. Quanto al bus 58, quello è stato un caso davvero speciale. Un caso fatale, ma nel senso migliore del termine. Un incontro che ha portato l’amore nella mia vita.

  • Quando Bruno non scrive, come occupa il proprio tempo?

Ho moglie, figlio e cagnolina. E non sono ancora in pensione. Quindi, sono molto occupato. Piacevolmente occupato, direi. E comunque, leggo, leggo sempre.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ultimamente ho tentato di scrivere qualche Haiku. Seguo alcune pagine di FB davvero ben fatte. L’Haiku, con le sue 17 sillabe, è una magnifica palestra per imparare a eliminare il superfluo. Cosa che, per chi vuole scrivere, è importante, secondo me. E poi sto preparando un romanzo, naturalmente! Due anni fa ne avevo già scritto un secondo, che era, a un tempo, sequel e prequel (tanto per non parlare inglese) di Voce e Pianoforte. Si intitola “Nel gioco delle Ombre” e riprende il personaggio di Tea ma dal vivo, questa volta. La nuova storia che vorrei fare, per ora senza titolo, continua quella che dovrebbe essere una specie di Saga, con alcuni personaggi di ritorno. La storia di un amore platonico, ma intenso, che si svolge nell’arco di quarant’anni. Una storia dove, appunto, casualità e mistero vanno a braccetto con il quotidiano. Progetto ambizioso, ma sono convinto che non bisogna avere paura delle cose difficili.

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