L'intervista1

Intervista a Giorgio Bianco

Intervista a Giorgio Bianco

Copertina_EEEIn Dammi un motivo Giorgio Bianco condisce un romanzo con diversi ingredienti che non possono lasciare indifferenti. Le emozioni sono forti, incisive, segnano il lettore a ogni pagina trascinandolo in quello che sembra apparentemente un giallo ma che si rivela essere una storia in cui la fantasia cede il passo alla realtà

  • Non sei un autore dalle mezze misure, dunque di che colori definiresti il tuo libro?

I colori del tramonto, senza dubbio. Adoro l’azzurro mentre si spegne nell’arancione,  li amo entrambi quando precipitano nel nero.  Mi perdo nelle luci dei lampioni tremanti di freddo, nelle sagome umane che si affrettano verso casa. Chiudo gli occhi e ascolto le prime gocce di pioggia sbattute dal vento.
Ma, per rispondere in modo più esteso alla domanda, ho sempre avuto grosse difficoltà con le categorie: giallo, noir, rosa… Quanti colori per dire nulla! Io credo che un romanzo racconti una fetta di vita, e la vita non ha (non dovrebbe avere) un colore solo.
I miei romanzi partono sempre da un elemento molto forte, ciò che può farli sembrare dei gialli. Ma la morte, l’emergenza o un momento cruciale nella vita dei protagonisti, sono in realtà dei semplici strumenti: mi permettono di accelerare sui loro sentimenti. Perché quando le persone vivono una crisi grave, il  loro carattere dirompe con tutti i pregi e tutti i difetti. Lo provai in prima persona, quando morì mio padre ancora giovane. In quell’occasione, persone che credevo stupende diedero il peggio. Altre, che erano sempre rimaste nell’ombra, seppero regalarmi una via d’uscita mentre credevo d’impazzire.
Ecco dunque che l’emergenza, nei miei romanzi, non costruisce tanto un giallo, quanto una storia. Io parlo di persone che amano, odiano, sperano, si azzuffano, si accarezzano. Mai per caso, mai per noia: credo nella forza dell’intensità.

  • Nel tuo romanzo sono le figure femminili, Céline e Giulia, a condurre i giochi, perché non hai scelto dei protagonisti maschili?

Perché sono innamorato dell’universo femminile. Non solo: tale universo, almeno in parte, è il mio. Mi travolge, mi completa, mi riempie di vita e di mistero. Grazie alla componente femminile presente nella mia anima, posso ascoltare il suono di una sensibilità che diversamente mi sarebbe negata. Ed è proprio quella musica a muovere i sentimenti e le azioni delle due protagoniste.
L’affermazione “in ogni uomo c’è una donna”, può trovare in me una piena dimostrazione di fondatezza. La cartomante, quella vera, che ha ispirato la protagonista del mio romanzo, non ha dubbi: nella mia carta astrale c’è una dirompente quota femminile. E se sull’oroscopo posso avere dubbi, sui caratteri delle persone scritti negli astri ho avuto tante dimostrazioni di verità. Sono un uomo fortunato: amo le donne tanto da esserlo un po’ anch’io… Ed è una sensazione stupenda.

  • La trama presenta diversi momenti in cui entrano in gioco le differenze sociali e generazionali, come vedi questi due universi al giorno d’oggi? Secondo te ci sono punti di contatto?

Il tema della mescolanza sociale, con i dubbi sulla possibilità che si realizzi, mi accompagnano da quasi tutta la vita. Sono nato e cresciuto in una famiglia operaia, di periferia. Ero sensibile alle materie letterarie, quindi gli insegnanti della scuola media mi consigliarono il liceo classico. Con enormi sforzi, i miei genitori mi ci mandarono. Ricordo ancora i primi giorni, con i compagni di classe che avevano vocabolari di greco e latino vecchi e consunti, tramandati da generazioni. I miei invece erano nuovi. In quegli anni non ho vissuto un vero e proprio scontro sociale, ma qualcosa di più subdolo: l’impressione di essere accolto in un ambiente che in realtà è estremamente chiuso, salottiero, autoreferenziale. E’ l’area radicale, anche un po’ provinciale, di certi ambienti culturali italiani. O almeno torinesi.
Ma non tutto fu negativo, anzi. Alla fine del mio percorso, mi accorsi di essere diventato robustamente “trasversale”, cioè in grado di cogliere con serenità di giudizio gli aspetti positivi e negativi di ogni strato sociale. Nella mia vita di periferia ho visto catene roteare minacciose all’indirizzo di professori di scuola. Successivamente ho scritto personalmente articoli di cronaca nera dove i nomi di ex compagni di scuola media erano quelli di vittime della droga. Ma ho anche partecipato a incontri con personaggi di spicco della cultura italiana. Fra la barriera sud di Torino e il centro città, è come se avessi visto tutto il mondo. Ne sono uscito più forte, disincantato, abituato a combattere e a farcela da solo. E, soprattutto, mi sono guadagnato la stima e l’amicizia di alcune (poche) persone che vengono da ogni strato sociale.
Quindi i punti di contatto sono possibili e talora fruttuosi. Basta ricordare tre cose. La prima: farcela è una battaglia. La seconda, più importante: mai scimmiottare, mai fingere di essere qualcosa o qualcun altro. Chi non parte da sé stesso, precipita e si perde nella convenzione, in un tremendo e definitivo malessere interiore. La terza: mai chiedere. Stima sociale e autostima si fondano sull’autonomia.

  • Perché hai scelto per Giulia l’attività di cartomante? Sei superstizioso?

Sì, no, non so. Va bene come risposta?… Scherzi a parte, non avevo mai creduto negli oroscopi. Poi ho conosciuto una cartomante, la donna che ha ispirato “Dammi un motivo”. Una persona affascinante e problematica che mi ha spiegato in cosa consista la cartomanzia. Ebbene, le carte rappresentano una sorta di psicoterapia del popolo: servono a far sì che le persone si sfoghino, che abbiano qualcuno di cui fidarsi. Le cartomanti, quelle oneste, non illudono nessuno di poter curare anima e corpo. Ascoltano. E, attraverso la lettura delle carte, regalano calore umano, ciò che oggi manca sempre di più.
Tutto qui? No. Sarebbe troppo semplice. Su alcuni temi, in effetti, le cartomanti predicono il futuro. I classici amore, lavoro ed esami scolastici, per esempio. La salute? Sì, ma con prudenza: la cartomante onesta non si sostituirà mai a un medico. A un malato che è già in cura offre previsioni che lo confortino senza illuderlo e, soprattutto, i consulti sulla salute sono sempre gratuiti. Almeno quelli della mia amica. Ma allora, le previsioni sono attendibili o no? Non lo so, ma posso dire che la mia Giulia ha previsto, anche con una certa precisione, quando “Dammi un motivo” sarebbe stato pubblicato. Vi sembra poco?

  • Questa non è la tua prima pubblicazione e, come abbiamo già avuto modo di leggere in un tuo articolo (QUI), per te non esistono grosse differenze fra cartaceo e digitale. Come vedi il panorama editoriale attuale?

Con una certa frustrazione. Mi pare che ci troviamo in un momento difficile per l’editoria narrativa. Infatti da un lato abbiamo una produzione enorme, debordante. Dall’altro una qualità raramente buona, più spesso mediocre, talora scadente. Io lavoro in un giornale, dove i romanzi arrivano “con preghiera di recensione”. E’ imbarazzante valutare la diffusa mancanza di conoscenza della lingua italiana, della grammatica, delle concordanze, delle virgole, degli accenti. Ed è ancor più imbarazzante la povertà di idee, la stucchevole prudenza con la quale si vomitano interi capitoli di luoghi comuni, nella speranza di ossequiare il Dio Mercato e diventare finalmente ricchi o spezzare lo squallore di una vita attraverso facili successi.
Entrare in una libreria, o scorrere le vetrine dei negozi online, è ubriacante. Decine, centinaia di titoli e autori spesso sconosciuti. Come uscirne? Io faccio acquisti per istinto, talora prendendomi una fregatura, talora con buona soddisfazione. Acquisto anche qualche titolo consigliato da amici. Un fatto tuttavia è certo: dal sacrosanto diritto alla pubblicazione e all’auto-pubblicazione nascono mostri che hanno il torto di inquinare un mondo già molto fragile. Infatti tutti sappiamo che in Italia si legge poco. Una tendenza per la quale è fin troppo facile colpevolizzare la pigrizia mentale del pubblico. Esiste, lo so. Ma esiste anche un’offerta enorme e spesso scadente.
Non basta. A fare del male ci sono anche i libri scritti da “grandi nomi” costruiti a viva forza: non romanzi, ma operazioni di mercato. Un grande editore sceglie un nome e gli costruisce addosso un libro. Normalmente è una storia tecnicamente ben realizzata, in grado di colpire il grande pubblico grazie a banalità confezionate con i fiocchi e le frange. Poi il libro viene distribuito in modo massiccio, mentre gli altri scrittori si crogiolano nella frustrazione.
Io penso che la buona letteratura non sia più un fenomeno di massa, almeno non Italia. Ormai è come essere appassionati di filatelia e di numismatica, attività di nicchia. Ma alle nicchie bisogna parlare, provando con pazienza a costruire una piccola e sana rete di estimatori. E da lì provare a risalire la china. Chi ci crede, io per esempio, è chiamato a lavorare in modo umile e costante. La notte finirà.

  • Esiste un genere letterario che proprio non potresti affrontare come scrittore (perché non ti piace, perché non sapresti cosa scriverne o altro)?

Non mi piacciono i romanzi storici, poiché non riesco a farmi coinvolgere dalla trama. Sono prevenuto, lo ammetto. Non mi piacciono nemmeno i romanzi di spionaggio e i processuali, generi che preferisco al cinema.
Invece mi piace la fantascienza, ma non potrei mai scriverne. E’ un genere che prevede la capacità di costruire sistemi logici e convincenti, dote che mi manca senz’altro. Credo che la fantascienza sia di gran lunga il genere che espone maggiormente al ridicolo lo scrittore sprovveduto. Ma quando mi trovo di fronte a grandi autori, come Azimov, sono immensamente ammirato.

  • Esiste un autore che ha particolarmente colpito la tua immaginazione?

Céline, senza dubbio. Non a caso è il nome di una protagonista del mio romanzo. Céline per me è un eroe letterario, sociale, un eroe per la vita. “Viaggio al termine della notte” è il romanzo più autentico, spietato e coraggioso che io abbia mai letto. Contiene rabbia e disperazione, ironia e dolore. Ma soprattutto non cede mai alla odiosa tentazione di dividere l’umanità in due: buoni e cattivi. Céline è armato innanzi tutto di spirito critico, valuta ogni caso come gli si presenta, non s’innamora e non odia. E Céline, per fortuna, sbaglia. Che meraviglia, qualcuno che cade in errore, quando scrive e quando vive al di fuori dei suoi libri. Cercate una fotografia di Céline e osservate il dolore, ma anche l’orgoglio, il coraggio di cercare la verità. Io mi sento assediato da gente che ha sempre ragione, che vive il confronto con gli altri come un’occasione di prevaricazione e vittoria, gente che pone domande come se fossero insulti, e finalmente non ascolta le risposte. Ma perché? Perché si comportano così? Dovrebbero leggere Céline.

  • Si dice che gli italiani non leggono, ma è vero? Oppure è più vero che leggono ma comprano poco?

Sì, in parte ne ho parlato sopra. Leggono poco, è vero. Come dicevo un po’ li capisco, a causa dell’indigestione di titoli e della scarsa qualità.
Molti però sostengono che in Italia si legga poco per colpa della politica, dei governi che rendono stupidi i giovani. Argomenti che mi convincono poco o nulla. Ognuno di noi è libero, non possiamo sempre sperare di avere il governo giusto per schiodarci e leggere un libro. Certo, il contesto generale è importante. Ma non assolve gli indifferenti. Mi piace raccontare un episodio. Un paio di estati fa mi trovavo in montagna e volevo affittare una mountain bike. Per farlo bisognava consegnare un documento d’identità e il ragazzo che lo fotocopiò lesse “professione giornalista”. Iniziò a farmi domande e scoprì che scrivo romanzi. Mi disse: “Io non avevo mai letto un libro, se non quelli di scuola. Ma poi sono andato in biblioteca a fare una consegna e mi hanno consigliato un giallo. Accidenti, mi è piaciuto! Ti fa volare! Ma allora è bello leggere libri!”. Ecco. Forse quel giorno avvenne un miracolo. Noi che scriviamo dobbiamo, insieme ai nostri editori, offrire il nostro piccolo contributo per creare altri miracoli. Lamentarsi perché il mondo va male, mi pare una sciocchezza: cerchiamo invece di farlo andar bene!

  • Quando Giorgio  non scrive, come occupa il proprio tempo?

Lavoro per un sacco di ore al giorno, ma riesco a ritagliarmi degli spazi. La lettura e la musica sono per me essenziali. Ascolto soprattutto rock duro e decadente new wave, sono sempre agli estremi. Scrivo i miei romanzi con le cuffie nelle orecchie.
Adoro incontrare qualche amico e bere una birra insieme: non mi piacciono le “grandi serate”, ma le piccole occasioni per confrontarsi.
Mi piace molto percorrere chilometri a piedi in giro per Torino, la mia città. A volte vado a Milano per fare la stessa cosa. Sono un camminatore urbano. I musei mi annoiano, preferisco osservare i flussi dell’umanità.
Sono anche un grande appassionato di montagna e di sci. E mi piace correre nei parchi.
Con il mare ho un rapporto strano. Lo preferisco d’inverno perché detesto il caldo. Ma d’estate ci trascorro qualche settimana e finisco ogni volta per innamorarmene.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Escludo d’imparare a vivere in modo serio la mia età, ho 51 anni e giuro di averci capito nulla.
Sto scrivendo un altro romanzo: racconta di un giornalista che perde il lavoro e si rifugia nella corsa. Inutile dire che nella storia ci sono ampi riferimenti alla mia vita personale: faccio il giornalista da tanti anni, mi è sempre piaciuto ma sono stanco. La mia vera dimensione è rappresentata dai libri, quindi il vero progetto è riuscire a dedicarmi esclusivamente a quelli. Ma è un po’ come il desiderio del bambino che vuol fare l’astronauta. Insomma, si vedrà. Siamo qui per combattere, no?

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