L'intervista1

Intervista a Valerio Sericano

Intervista a Valerio Sericano

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Intrecciare due storie contemporaneamente, presagendo un destino comune, non è così facile, soprattutto se le trame vengono intessute su piani differenti, prendendo in considerazioni ambienti e culture diverse dalla nostra. Valerio Sericano ha saputo creare, nel suo Ami dagli occhi color del mare, un romanzo ricco di fascino.

  • Ami dagli occhi color del mare è un titolo molto particolare che, a prima vista, aggiunge subito una nota curiosa al romanzo. Che cosa rappresenta?

Solitamente non ho problemi con i titoli dei miei lavori, perché nascono con la stesura del romanzo e non li cambio più. In questo caso ho invece completato il lavoro con un titolo provvisorio che non mi convinceva per nulla, finché una collega (di fatto, il mio comitato di lettura personale…), dopo aver letto il manoscritto mi ha detto: “Perché non lo intitoli semplicemente Ami?”.
L’avrei baciata. Ho solo aggiunto l’altra frase per meglio distinguere il mio romanzo da lavori già editi.
Non posso tuttavia dire nulla circa il significato di Ami, altrimenti svelerei il finale della storia. Dico solamente che lo si può scoprire avendo la pazienza di leggere tutto fino alla fine, perché la spiegazione del titolo avviene solo nelle ultime righe della vicenda.

  • Come è nata l’idea per il romanzo?

Si tratta di un lavoro contenente molti riferimenti alla mie esperienze di vita e a quelle della mia famiglia, anche se non lo ritengo un lavoro prettamente autobiografico. È risaputo che gli autori esordienti inseriscono molto di se stessi e delle proprie vicende nelle loro storie. Essendo questo il mio secondo romanzo, non ho fatto eccezione alla regola, avendo attinto a personali esperienze di vita. Comunque cito una curiosità, segnalatami da una lettrice, la quale mi ha scritto molto seriamente: “Interessante l’dea di trattare il tema della metagenealogia…”
Io, con molta semplicità le ho risposto: “Temo di non capire… Di che cosa stai parlando?”.
Lei mi ha inviato il link di una pubblicazione: Metagenealogia, di Alejandro Jodorowsky e Marianne Costa, un volume che teorizza come gli eventi passati della propria famiglia incidano sugli individui sotto forma di energia positiva e negativa. Non ne avevo mai sentito parlare, ma a conti fatti, il tema centrale del mio libro si basa proprio su questo argomento, di cui non sapevo assolutamente nulla mentre scrivevo la mia storia. Adesso dovrò leggere quel libro…

  • La tua passione per la terra nipponica scaturisce da ogni riga del tuo scritto, lasciando intendere che sia vissuta anche a livello reale, nella vita di tutti i giorni, come mai?

Non so perché, ma la cultura giapponese mi ha incuriosito da sempre. Soprattutto la storia di quel popolo, che considero unico al mondo. Ho letto molto a riguardo, rimanendone affascinato al punto da scrivere una tesina universitaria e desiderare di visitare di persona il Giappone. Quando finalmente vi sono riuscito, ho provato un’emozione talmente forte da innamorarmene. Conseguenza è stata anche portarmene un pezzettino in Italia, nella persona di mia moglie, giapponese di nascita che adesso vive con me in Italia. Valutando le cose nel loro insieme, non credo esistano al mondo due popoli e due culture più distanti fra loro di quella italiana e giapponese. Quando si dice che gli opposti si attraggono…

  • L’Argentina, terra dalle sfumature più simili alle nostre, è l’altra nazione protagonista del tuo libro, che rapporti hai con questo paese e perché di questa scelta?

L’Argentina non l’ho mai visitata e ho dovuto dar fondo alla mia passione di storico dilettante per creare gli ambienti nei quali calare i personaggi creati nella descrizione della seconda storia, quella riguardante l’emigrazione del primo novecento. Mi scuso per eventuali errori e anacronismi, sempre in agguato per chi si cimenta nel difficile ambito delle ricostruzioni storiche, in questo caso riscontrabili da chi mi leggesse conoscendo bene la realtà argentina, della Pampa in particolare. Tornando al tema della meta genealogia, citata in precedenza (chiedo ancora scusa, adesso che ho imparato una parola nuova ne devo fare sfoggio… ehm), devo dire che sono cresciuto sentendo molto parlare di Argentina dai racconti di mio nonno, la cui figura, abbondantemente romanzata, coincide a grandi linee con il personaggio di Cesco, protagonista della vicenda descritta nella parte di romanzo riguardante la migrazione. Detto ciò, è possibile che ne sia rimasto inconsciamente influenzato

  • Lo tsunami in Giappone ha segnato la storia mondiale a causa delle tante difficoltà e delle tante vittime che ci sono state. Il tuo protagonista, Giaco, lo vive in prima persona. Quanto c’è del tuo vissuto e quanto è scaturito dalla tua fantasia?

Per mia fortuna non ho vissuto in prima persona la tragedia dell’11 marzo 2011, perché non ero in Giappone nel momento in cui si è verificata. Anche mia moglie era già con me, sebbene mi avesse raggiunto in Italia solamente pochi mesi prima di quella fatidica data. Tuttavia, quel disastro terribile mi ha colpito parecchio, perché lei è originaria dell’area di Sendai, dove vive la sua famiglia, la quale fortunatamente non ha subito danni. Ho scritto la parte dedicata allo tsunami raccogliendo proprio le testimonianze di parenti e amici che vivono in quella città, cercando di immedesimarmi più che potevo nei fatti realmente accaduti. Non ho ancora avuto alcun riscontro riguardo ciò che ho scritto, a causa della differenza di lingua e dell’impossibilità di tradurre il mio romanzo in giapponese, ma posso dire di essere stato male per circa una settimana dopo aver scritto il capitolo dedicato alle conseguenze di quel catastrofico tsunami

  • Di solito, pensare a uno scrittore maschile fa venire in mente delle storie basate sull’azione, sull’intrigo o, comunque, generi che nulla hanno a che fare con i sentimenti, più facilmente descritti da autrici donne. Tuttavia, tu hai regalato ai lettori un libro ricco di fascino e di emozioni. Quali sono le difficoltà nello scrivere un romanzo d’amore per un uomo?

Mi fa piacere sentirmi definire un autore legato alla sfera delle emozioni, perché in effetti è dai sentimenti e dalle pulsioni emotive che traggo ispirazione per scrivere. Non sono in grado di dire se in questo campo riesco a raggiungere i picchi che la sensibilità di un animo femminile giunge a toccare, tuttavia ci provo, magari fornendo un punto di vista diverso da quello usuale. Ad ogni modo, per ciò che riguarda la mia esperienza di scrittore, devo dire che il filo rosso che collega ogni lavoro in cui mi sono cimentato finora è proprio la presenza, più o meno importante, di una o più storie d’amore. Non so se per questa ragione posso essere definito un romantico, ma da un punto di vista oggettivo ritengo che la forza dell’amore sia il vero motore che muove il mondo, per cui mi sembra impossibile non scriverne

  • Due storie d’amore s’intrecciano nel tuo libro, in cui entrambe le protagoniste femminili arrivano da oltre confine. Dal momento che si dice “mogli e buoi dei paesi tuoi”, quali pensi che siano le difficoltà che si possono riscontrare nell’approcciare culture così diverse dalla nostra, soprattutto in campo sentimentale?

Avendo affrontato di persona questo tipo di esperienza posso dire che la difficoltà più grande, inizialmente, è rappresentata dalla lingua. Tuttavia ho potuto constatare, cercando anche di descrivere la cosa attraverso i personaggi del mio romanzo, che quando nasce una storia tra persone provenienti da mondi e culture diverse, entra in gioco una sorta di linguaggio universale che azzera ogni difficoltà e si manifesta nei gesti, nelle tenerezze o anche solo negli sguardi che due individui si scambiano per amore. Vivendo in prima persona la mia storia, agli inizi ricordo di aver pensato: “In fondo siamo solo un uomo e una donna che si cercano e desiderano stare insieme, null’altro”.
Tuttavia non si può ridurre tutto quanto alla sola sfera sentimentale, perché sappiamo tutti che la vita è fatta anche di mille altri aspetti che s’intrecciano fra loro. Questo lo capisco soprattutto vedendo mia moglie vivere la propria quotidianità in un mondo diverso da quello in cui è nata e cresciuta, potendo capire, attraverso le sue esperienze, quanto sia difficile la vita di chi si trova da un giorno all’altro immerso da capo a piedi in una realtà sconosciuta

  • L’avvento dell’era tecnologica ha sicuramente facilitato le comunicazioni, anche se le ha rese più superficiali, forse proprio a causa dell’immediatezza con cui si può raggiungere chiunque. Nel passato, invece, l’energia spesa nel poter mantenere un rapporto a distanza demoralizzava, automaticamente, chiunque non fosse seriamente disposto a mantenere vivo tale rapporto. Cosa ne pensi di questo progresso e di questi “rapporti virtuali”?

Si tratta di un altro tema centrale del mio romanzo, perché in esso propongo un confronto diretto fra l’uso delle lettere scritte e quello degli odierni mezzi informatici. Ovviamente si parla di due modi totalmente diversi di relazionarsi, con la bilancia totalmente a favore della tecnologia attuale. Tuttavia, nel valutare un rapporto a distanza, occorre sempre tener conto dell’inevitabile distacco fisico, che non differenzia per nulla un rapporto epistolare da una video chiamata effettuata davanti a una webcam. Nel mio romanzo esprimo questa difficoltà quando descrivo i due protagonisti della mia storia di fronte al ritorno del contatto quotidiano tramite computer dopo essersi incontrati di persona in Giappone e aver stabilito un contatto fisico. Si ritrovano tristi, lontani e separati senza poterci fare nulla, rendendosi conto che il loro rapporto è totalmente diverso da com’era prima dell’incontro reale.

  • Quando Valerio non scrive, come occupa il proprio tempo?

Siccome scrivo per hobby, la maggior parte del restante tempo la dedico al lavoro e alla famiglia. Quando posso mi dedico alle escursioni in montagna e alla mountain bike, che tuttavia richiede un allenamento tale che al momento non mi posso permettere, essenzialmente per ragioni di tempo

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Vorrei cimentarmi in generi letterari diversi fra loro, anche se credo che per un autore l’ideale sia farsi conoscere in un preciso ambito e continuare a scrivere sempre all’interno di una medesima categoria per non spiazzare i lettori faticosamente guadagnati. Purtroppo non è il mio caso perché sotto quest’aspetto sono un istintivo e seguo unicamente l’ispirazione del momento. Non credo neppure di essere in grado di scrivere il sequel di un mio romanzo, perché mi annoierebbe.
Ritengo sia invece una sfida importante quella di creare storie con protagonisti lontani dalla propria identità, soprattutto di genere. Alcuni lettori mi hanno detto che i miei personaggi femminili sono molto vivi e reali. Lo ritengo un apprezzamento importante, perché la cosa più difficile per un autore credo sia quella di dar vita ad un personaggio molto distante da se stesso. Adesso sto scrivendo un noir sentimentale in cui la protagonista è una quattordicenne che vive in una realtà fatta di continue violenze fisiche e psicologiche. Non sono sicuro di farcela, ma nessuno mi vieta di provare e la cosa mi stimola moltissimo. Sono curioso di vedere che cosa riuscirò a creare.

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