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Intervista a Emanuele Gagliardi

Intervista a Emanuele Gagliardi autore de La pavoncellaIntervista a Emanuele Gagliardi autore de La pavoncella

 

Emanuele Gagliardi, vincitore del primo concorso proposto da Edizioni Esordienti Ebook, dedicato alla categoria giallo, thriller e noir, non è nuovo né a tali generi né al ricevere premi e riconoscimenti per le sue opere. La sua mano si è affinata nel tempo, proponendo sempre libri di grande interesse, le cui trame hanno quel particolare gusto vintage che riporta ai tempi passati. Umberto Soccodato, il suo commissario, presente in tutti i libri, non è solo un personaggio, ma un uomo a cui il lettore finisce per affezionarsi.

  • L’affaire Pasolini, l’ENI e la vicenda Mattei sono i perni su cui gira il romanzo La pavoncella. Perché proprio queste vicende ti hanno guidato nella stesura della trama del tuo libro?

            In tutta franchezza, le mie storie originano anzitutto dalla necessità di tornare a “sentire” – uso il verbo nell’accezione propriamente e totalmente sensoriale – un’epoca per me indimenticabile: gli anni Settanta. Perché siano stati tali, è presto detto: ero bambino. Una volta dissi al pediatra che mia figlia voleva a tutti i costi dormire nel lettone in mezzo a mamma e papà. Lui mi rispose: “perché, a lei non piacerebbe?” Con i miei libri ho trovato il modo per crogiolarmi richiamando le sensazioni visive, uditive e olfattive di quegli anni. I fatti di cronaca, gli aspetti sociali e di costume, vengono in un secondo momento e servono a contestualizzare la vicenda. Nel caso de La pavoncella, si aggiunge la volontà di rendere omaggio a Pier Paolo Pasolini che, al di là delle discutibili scelte di vita, è stato un grande intellettuale e un poeta assoluto. La Supplica alla madre è una gemma unica per la onesta disperazione che rivela.

  • Il commissario Soccodato è un personaggio estremamente ben caratterizzato dal punto di vista umano. I suoi rapporti con la moglie e le sue relazioni con sottoposti e superiori, lo rendono più “persona” che personaggio. Quanto hanno influito le tue precedenti esperienze letterarie, dato che questa è la tua quarta pubblicazione, per dare una visione così reale del tuo protagonista?

            Il commissario Soccodato è in buona misura un mio alter ego. Chi mi conosce sa quanto corrispondano alla mia personalità il suo aspetto demodé, l’attaccamento alla quiete domestica, un’emotività che lo rende a volte più poeta che poliziotto, ma pure un sarcasmo spinto fino al dispetto…  È sotto tutti gli aspetti un antieroe,“un popolano del miglior lignaggio”, come lui stesso sottolinea citando Ettore Petrolini. Un romano, come me e come tanti, che per pigrizia e per istinto di conservazione non ha proprio voglia di far l’eroe, pure perché, con tutto il rispetto, sulle lapidi degli eroi le date di nascita e morte sono sempre troppo ravvicinate! Un’incarnazione del motto andreottiano “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”, insomma. 

  • L’ispettore Santucci, per contro, non appare quasi mai nel libro, ma la sua presenza si avverte in modo incisivo, soprattutto come “momento leggero” all’interno di una vicenda piuttosto complessa. Inoltre, ci sono altri personaggi che rendono la storia molto ironica e divertente. Trattandosi di un giallo in piena regola, queste figure sono state volutamente inserite per rendere meno pesante la trama?

            Non posso fare a meno dell’ironia. Non ci riesco nella vita e tanto meno ci riuscirei nella scrittura. E poi sono convinto che uno “stacco” sul sorriso sia utile: per alleggerire la narrazione, certo, ma anche per evitare di “scriversi addosso”, di cadere nella seriosità. Visto che abbiamo parlato di Pasolini, ricordo volentieri una sua frase: “la serietà è la qualità di coloro che non ne hanno altre”. Santucci fa ridere, è vero, ma poi contribuisce in maniera determinante alle soluzioni dei casi perché va fino in fondo, obbedisce agli ordini senza sicumera, con forte volontà. Un antieroe anche lui. Ma spesso c’è più eroismo nella quotidianità che in un atto eclatante.

  • La vicenda investigativa condotta con metodi “classici”, rispetto a quelli che sono gli standard mostrati anche dalle più moderne serie televisive, donano alla trama un sapore vintage. Una scelta così in controtendenza con quanto normalmente viene proposto, non temi possa penalizzare il tuo libro?

            Direi che, al contrario, in questa scelta stia il punto di forza, l’originalità dei miei romanzi. Lavoro in Rai da quindici anni e so per esperienza quanto la gente che vede CSI, NCIS o Criminal Minds abbia anche voglia di “classico”. Vanno a ruba gli home video che ripropongono su supporti attuali i telefilm con il Commissario Maigret, il Tenente Sheridan, Colombo, Nero Wolfe, Starsky e Hutch… o i grandi sceneggiati degli anni ‘70, tipo Il segno del comando, Ho incontrato un’ombra, Qui squadra mobile, Ultimo aereo per Venezia, solo per citarne alcuni.

  • Roma, metà anni ’70: perfetta cornice per la storia descritta. Se dovessi ambientare la vicenda ai giorni nostri, quali pensi che dovrebbero essere le variabili necessarie?

            Le indagini dovrebbero essere condotte con maggiore ausilio della tecnologia e della scienza forense. Il ritmo delle indagini dovrebbe essere più serrato, conforme ai tempi di una società che “non dorme mai” a causa (dico di proposito “a causa” e non “grazie a”) dell’informazione permanente garantita dai new media che annullano ogni limite spazio-temporale. Anche i personaggi dovrebbero essere differenti: più dinamici anche loro, più social, e magari con situazioni familiari problematiche o alternative… Basta così! Se dovessi essere costretto a sovvertire tanto la mia natura preferirei smettere di scrivere.

  • Quanto lavoro di ricerca hai svolto per scrivere una vicenda così intricata e così precisamente inserita nel contesto dell’epoca?

            Molto lavoro. Lavoro estremamente piacevole, però. Ogni volta che scrivo un libro frequento biblioteche ed emeroteche e mi documento su tutto: cronaca, politica, società, musica, televisione, cinema, cultura, sport, pubblicità…  per completare i ricordi personali e ricostruire il più fedelmente possibile l’atmosfera di un’epoca. È il “vizio” del rigore storico che ho appreso studiando all’università con il professor Renzo De Felice.

  • Per descrivere i vari personaggi del libro hai preso spunto da persone realmente esistite?

            Dalla realtà mutuo soprattutto le fisionomie. Le vicende umane, invece, o sono di totale invenzione o sono il risultato di una miscela di spunti presi qua e là e assemblati ex novo.

  • Il protagonista fuma la pipa, atto simbolico che, solitamente, aiuta nella concentrazione e nel trovare una propria visione della realtà. Questo particolare nasce da una propria esperienza personale, oppure diviene parte di quel classico bagaglio che richiama personaggi letterari già conosciuti?

            Sono stato fumatore di pipa fino a pochi anni fa. La pipa aiuta la concentrazione, è vero, e fa molto personaggio ma… la salute è più importante. Meglio che a fumare continui solo Soccodato. Il riferimento Maigret è dichiarato.

  • La parte di storia relativa alla pavoncella, descritta nel libro come espediente per tranquillizzare una bambina spaventata dall’allarme antiaereo, per quanto funzionale alla trama, rappresenta una scelta davvero particolare, dal momento che è diventata il titolo del libro. Vuoi raccontarci il motivo di tale scelta?

            Da un po’ di tempo mi sono appassionato all’esperimento di crowdsourcing – giornalismo partecipato basato sulla presenza di “informatori” sparsi sul territorio – lanciato sul web dal giornalista Mario Tedeschini Lalli che si è messo sulle tracce delle sirene di allarme antiaereo installate ai tempi della II Guerra mondiale. Solo a Roma, alzando lo sguardo ai tetti, sono state censite una trentina di sirene. Io stesso mi sono arrampicato su alcune terrazze condominiali per osservare da vicino e fotografare queste testimoni del passato. Di alcune ricordo il suono, non di allarme per mia fortuna, perché fino a tutto il 1975 venivano azionate ancora per segnalare il mezzogiorno. La storia della bambina è inventata, ma serve ad introdurre il richiamo alla pavoncella, comune uccelletto spesso erroneamente confuso con la femmina del pavone di cui non ha le caratteristiche di bellezza, a cui il commissario Soccodato associa una delle protagoniste del romanzo, altezzosa fino alla stizza ma offuscata e frustrata dalla ingombrante avvenenza della sorellastra non amata.

  • Che cosa ti ha spinto a pubblicare con un editore nativo digitale e, dopo “La pavoncella”, pensi di scrivere un altro libro giallo o spaziare in altri generi?

            Ho partecipato con il mio romanzo inedito al concorso indetto da Edizioni Esordienti Ebook e dopo pochissime settimane ho vinto il primo premio. Un riscontro immediato, inatteso, senz’altro gradito. Circa le caratteristiche “digitali” dell’Editore in questione, sarei ottuso se mi lasciassi condizionare. Prediligo il libro cartaceo, indubbiamente, ma la realtà è cambiata e in alcuni casi non è possibile ignorare il mutamento. Il gusto di scrivere è legato al piacere di raccontare qualcosa. Il libro, la scrittura tout court, è un medium “freddo”, volendo usare la dicotomia antifrastica coniata da Marshall McLuhan, perché implica un alto grado di partecipazione e di completamento da parte del pubblico. Io racconto storie vintage che, per quanto so, trasmettono e riaccendono emozioni in coloro che le leggono e se ne sentono coinvolti. Il supporto tramite cui avviene questa osmosi emozionale è solo strumentale, poco importante.

            Circa un mese dopo La pavoncella è uscito Scommessa assassina (Giovane Holden Edizioni), un altro giallo-vintage. Siamo nel luglio 1966, mentre si giocano i Mondiali di calcio in Inghilterra. Il commissario Soccodato è in vacanza in Romagna, a Bellaria, con la moglie; un conoscente che alloggia nel loro stesso albergo lancia un’assurda scommessa, un anziano professore muore in circostanze oscure. In cantiere ho poi altri due thriller con il commissario Soccodato, ma ho anche nel cassetto una storia diversa: per l’ambientazione, che è vintage solo nella prima parte della vicenda, e per il genere che è la fantascienza.

  • Quando Emanuele Gagliardi non scrive, come occupa il proprio tempo?

            Prima che scrittore sono padre, marito e figlio. Quando non scrivo, ma allo stesso modo mentre scrivo, cerco di compiere al meglio queste tre funzioni perché colloco la famiglia al primo posto nella mia personale assiologia. Poi, al di là del tempo riservato al lavoro, mi piace dedicarmi alla passione che mi accompagna sin dagli anni dell’infanzia: la fotografia. Rigorosamente con apparecchi a pellicola, tutti modelli degli anni Sessanta e Settanta. Prediligo le stampe in bianco/nero e, per il colore, le diapositive.

  • Hai qualche consiglio da dare agli autori alle prime armi, soprattutto a quelli che si vorrebbero cimentare nel genere giallo/spy story?

            Anzitutto leggere i maestri del genere. Per quanto mi riguarda, Simenon, Scerbanenco, Fleming… Quindi definire e mettere a fuoco una propria nota caratteristica che ricorra in tutti i romanzi, magari raffinandola di volta in volta. Tener presente che il thriller, il noir sono più che altro un’atmosfera che deve coinvolgere il lettore non solo come co-investigatore, ma come co-protagonista. Evitare sconfinamenti nel sovrannaturale o nel fantascientifico, o comunque collocarli in posizione accessoria rispetto alla vicenda principale che deve viaggiare sui binari della concretezza.

            Infine, l’ingrediente fondamentale: tanta umiltà.

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