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Intervista a Franco Pulcini

Intervista a Franco Pulcini

il maltempo dell'amoreLa trama di “Il maltempo dell’amore” catapulta immediatamente il lettore all’interno della storia, catturandone l’attenzione al punto da costringerlo a proseguire fino alla fine. Lo stile fluido, scanzonato, semplicemente ricercato, crea la giusta atmosfera per porre dei personaggi su una barca e trascinarli per mare, in mezzo alle più disparate avventure e disastri. Fra un cambio di rotta e un approdo, la storia s’intreccia e s’infittisce portando i protagonisti a vivere una spy story indimenticabile, in cui la drammaticità è spesso stemperata dall’ironia e dalle caricature con cui Franco Pulcini dipinge determinati ruoli per gli avversari.

  • Come nasce l’idea di utilizzare il mondo marittimo per ambientare una storia?

La scrittura non è nuova alle storie di mare. Si sa che i comportamenti di marinai e capitani sono spesso sbrigativi, per non dire brutali. Per mare non c’è tempo per i complimenti, come in un salotto. Il mare è solitudine, sopravvivenza. Di qui l’idea di una resa dei conti fra due amanti in via di separazione, entrambi con un brutto carattere. Sono due che si amano e si detestano. Li ho imbarcati, e poi loro – tu sei una brava scrittrice, e lo sai meglio di me – han fatto tutto da soli…

  • Tenendo conto del linguaggio tecnico e ricercato, quanto Franco Pulcini è in realtà un amante del mare e della vela?

Sono velista e amante del mare, anche perché un po’ misantropo. Ho un amico editore che mi ha spiegato che i lettori hanno piacere di imparare cose leggendo una storia. Così, mentre i miei due innamorati-nemici si strapazzano, i lettori fanno anche un piccolo corso teorico di vela e navigazione, senza il pericolo di bagnarsi o di essere insultati dagli istruttori di Caprera o della Lega navale.

  • I tuoi personaggi si trovano sempre sopra le righe, non fanno mai quello che il lettore si aspetta e non si possono considerare come delle “normali” figure letterarie. Chi e che cosa ha ispirato questa scelta?

Beh, non mi piacciono le persone troppo normali… Loro sono due pazzi scriteriati in preda a una pericolosa esaltazione narcisistica. Però, proprio perché personaggi ‘estremi’, posti in una situazione ‘estrema’, se non letterari, divengono quanto meno cinematografici. So che un mondo di ricchi capricciosi, messi a confronto tra loro, può anche non piacere, ma per chi scrive cercare di rendere interessanti personaggi detestabili di primo acchito è una sfida che ti aguzza l’ingegno.

  • In uno dei commenti che ti sono stati rivolti vieni paragonato a Moravia o a Kundera, ti ritrovi con questi accostamenti o ti senti più affine a qualche altro scrittore?

Mi vergogno un po’ a dirlo, ma, sebbene abbia letto molto Kundera, non ho mai letto Moravia. Io non sono un grande lettore, e francamente non saprei dire a chi assomiglio. A me piacerebbe scrivere con la profondità di Jonathan Franzen. Una mezza pagina di Alice Munro mi fa venire voglia di lasciar perdere la scrittura. Ho adorato scrittori tosti e ossessivi come Elfriede Jelinek e Thomas Bernhard. Fra gli autori di EEE, ammiro molto Paolo Ferruccio Cuniberti. Ma non credo di assomigliare a nessuno dei citati. Mi scappa sempre qualche sarcasmo di troppo. Non prendo la vita abbastanza sul serio.

  • La passione veleggia per tutta la storia, portando venti di burrasca in ogni incontro/scontro fra René ed Ede. Una tematica romantica che ben si adatterebbe anche a una scrittura femminile. Come affronta il “rosa” uno scrittore di sesso maschile?

Gli uomini, sui sentimenti, sono spesso debolucci. Vanno appena un po’ meglio con le passioni. Ma anche qui, quelle secchione delle donne li sbaragliano. La mia storia d’amore è al limite con l’attrazione fatale. Il suo nucleo si fonda però su di un archetipo diverso: l’uomo arcaico che infuria per la difesa della donna, indipendentemente dal fatto che l’ami o la detesti. Inoltre la vuole strappare al rivale. Roba da uomini. Che però può piacere anche a donne stufe del rosa sospiroso e avide di mitologia.

  • Quale dei personaggi del tuo libro si avvicina di più allo scrittore? Ovvero, quale dei personaggi da te descritti, raccoglie in sé parte del tuo carattere e del tuo modo di vedere la vita?

Evidentemente il protagonista, in forma di proiezione di desideri. E non alludo al fatto che mi piacerebbe essere quel che non sono (giovane, bello, milionario, impavido velista), ma perché la finzione narrativa è l’unico luogo in cui puoi uccidere. Da bambino ho sognato molto spesso di uccidere per autodifesa. Poi ho smesso, ma qualcosa deve essere rimasto. Il versante saggio della mia natura è però incarnato dalla nonna di Ede, alla quale vanno anche le simpatie di diversi lettori, oltre che la mia.

  • Sappiamo che sei un grande appassionato di musica. E la musica, in quanto ritmica, fa parte di ogni cosa della vita, a partire dal battito del cuore per finire al nostro muoversi negli spazi. Quanto conta il giusto “ritmo” nella stesura della trama di un romanzo?

I suoni delle parole sono parte integrante del loro vero significato. La lunghezza dei periodi deve avere varietà. La ricchezza del linguaggio è simile a quella dei suoni e dei suoi impasti. La punteggiatura segue i respiri della lettura e gli ingombri nella mente. Gli spazi della narrativa devono essere precisi. Scrivere un periodo è come ammobiliare una stanza di frasi. Ci dobbiamo sempre dare una forma, magari per trasgredirla. Anche la prosa ha una sua metrica, come la poesia. Chiunque desideri scrivere bene usa metri e versi nascosti. Spesso irregolari, ma attentamente costruiti e ben rifiniti. La scrittura è poliritmica, perché con una mano battono il tempo i significati e con l’altra lo batte il suono delle parole.

  • Quali sono state le difficoltà che hai potuto riscontrare nello scrivere il tuo libro? E quali sono state le tue impressioni in merito all’odierno mondo editoriale?

Non credo di avere avuto difficoltà nello scrivere il mio libro, a parte il fatto che in origine aveva una continuazione diversa ed era molto più breve. Quando l’ho riscritto, ho tagliato alcune parti e una coda di una cinquantina di pagine, che avrei anche potuto lasciare con qualche aggiustatura. È curioso che alcuni lettori si chiedano cosa hanno fatto dopo i protagonisti: io lo so. Uno mi ha anche chiesto di leggere la continuazione tagliata, ma io non gliel’ho data perché non è del tutto coerente con la storia come è ora.

Penso che l’editoria attuale debba puntare sui long-seller, perché un e-book può restare in catalogo per anni finché qualcuno si accorga che è bello, se lo è… Spero che venga presto il momento in cui ci siano in giro meno instant-books, cartacei effimeri di televisivi, politici, giornalisti, persone famose, e più e-books molto meditati e ben rifiniti di aspiranti scrittori che se la giocano tra loro a chi è più bravo sulla distanza. Un collega che presentò un mio saggio esordì al Salone del libro di Torino del ’93 dicendo: “io non ce l’ho con i politici perché sono intriganti, bugiardi e disonesti, o perché mandano in rovina il paese, che tanto ci andrebbe comunque, MA PERCHE’ SCRIVONO LIBRI!!!!”

  • Quando Franco Pulcini non scrive, come occupa il proprio tempo?

Mi guadagno da vivere, tanto come insegnante al Conservatorio, quanto come esperto di storia della musica e drammaturgia alla Scala. Poi faccio il musicologo e vengo chiamato per scritti e conferenze su quegli autori di cui sono esperto, come Janacek e Sostakovic. Vado al mare e in montagna con mia moglie. Mi dedico alla casa. Viaggio poco. Potrei anche evitare di scrivere romanzi, ma per ora non mi riesce ancora.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Se alludi ai progetti letterari, è appena uscito per EEE il mio primo romanzo “Lei è una grande”, rimasto per anni inedito, con la storia di un diciassettenne degli anni sessanta che viene cazziato dalla madre perché a lui piacciono, come dice il titolo, le donne grandi d’età. Non è un noir-rosa-giallo come “Il maltempo dell’amore”, ma un romanzo normale (si fa per dire…). Ne sto scrivendo un terzo, ma sono solo a metà: questo è un ‘giallo con indagine’ di ambientazione musicale: diciamo che è un viaggio nell’inferno del teatro lirico dietro il sipario. Il mio mondo, ancor più della vela.

 

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