L'intervista1

Intervista a Lory Cocconcelli

Intervista a Lory Cocconcelli

Il Continente Nero racchiude in sé le origini dell’umanità e della cultura, nonché le radici dei misteri che hanno costituito la base per il folclore che accomuna molti popoli. In questo saggio, Lory Cocconcelli affronta la magia africana con lo spirito neofita di chi approda in una terra ricca di colori, odori e suoni, e scopre come la tecnologia moderna possa serenamente convivere con rituali antichi come il tempo stesso. Ma non vi è contraddizione, solo la conservazione di superstizioni e pratiche che, a tutt’oggi, fanno parte della cultura quotidiana. L’autrice ha affrontato questo viaggio nella magia non solo da un punto di vista puramente folcloristico, ma anche ricercando, da vera studiosa, tutte quelle nozioni che avrebbero potuto avvalorare alcuni aspetti tipici delle credenze locali. Dunque, Africa è un libro in grado di avvicinare la mentalità europea a quella africana, offrendo punti di vista del tutto inaspettati.

  • Perché hai deciso di scrivere un saggio su questo argomento. Cosa ti ha spinta a farlo?

Ho deciso di scrivere questo saggio per portare alla luce alcuni aspetti poco conosciuti della cultura africana – anche se occorrerebbe parlare di culture dal momento che i popoli neri sono tanti e ognuno vanta le proprie tradizioni -. Aspetti che si possono scoprire soltanto vivendo sul territorio a stretto contatto con i locali e non come semplici turisti.
Noi occidentali vediamo l’Africa attraverso la lente distorta dei media che focalizza immancabilmente l’attenzione su malattie, arretratezza e povertà del continente. Ma c’è di più, molto di più. Mi riferisco a un universo culturale, etnico e religioso che vale la pena conoscere e approfondire perché l’uomo moderno – cioè noi – deve le sue origini proprio a questa area del mondo.
E’ stato durante il mio primo viaggio in Senegal che ho iniziato a raccogliere le testimonianze riportate nel libro, che focalizza sì l’attenzione sull’Africa occidentale, ma che rispecchia per i suoi contenuti quasi tutti i paesi del continente.
Il “la” mi è stato dato da un ragazzo burkinabé, conosciuto al Centro Culturale Francese di Dakar, assunto in seguito come body guard (figura della quale mi avvalgo ogni volta che soggiorno in Africa, quand il le faut…). Ebbene questo ragazzo, di fede animista, con i suoi racconti mirabolanti di streghe e stregoni, mi ha introdotta a poco a poco nel culto cardine, nelle tradizioni e nei costumi del continente nero.

  • In che modo sei venuta a conoscenza degli usi, costumi e tradizioni locali? E quali sono state le ricerche che hai fatto?

Vivo in Africa quattro mesi l’anno, buona parte dei quali trascorsi a contatto con gli africani.
Sono una persona curiosa per natura, mi piace immergermi nel contesto nel quale mi trovo. Credo che lo scambio sia molto importante. E’ grazie al dialogo con le persone che si possono instaurare rapporti, comprendere le diversità e arrivare a formulare considerazioni.
Nell’Africa occidentale ho sempre e soltanto vissuto nei “quartieri neri”, ciò significa niente asfalto, acqua e corrente che vanno e vengono, pasti cucinati da ristoratrici improvvisate e sabbia e galline e capre ovunque (nella parte orientale, in cui sono stata recentemente per evitare il virus ebola, mi sono concessa qualcosa in più).
Con gli africani ho anche lavorato, ho instaurato amicizie che durano a tutt’oggi. Senza quella condivisione, di spazio e di tempo, e senza la fiducia reciproca, non avrei raccolto le testimonianze che sono riportate nel libro perché certe cose, quelle di cui io parlo in alcuni passaggi, i neri non amano divulgarle. Diciamo pure che hanno un atteggiamento di totale chiusura nei confronti di certi argomenti. Per questa ragione, il ragazzo burkinabé che mi ha introdotta nel mondo animista e aiutata a raccogliere testimonianze intervistando per mio conto marabouts e féticheurs, non ha voluto che il suo nome comparisse per esteso nel libro.
Per cultura, noi occidentali abbiamo la tendenza a razionalizzare, a incasellare le cose, i concetti e perfino le ideologie, laiche o religiose che siano. Io per prima, a un certo punto, mentre scrivevo la prima bozza del libro, non essendo un’accademica, ho sentito il bisogno di rapportarmi con le fonti cosiddette scientifiche. Ho trascorso vari mesi nella biblioteca universitaria di Dakar, cercando di dare un nome a ciò che mi veniva raccontato, di trovare riscontri, di comprendere come antropologi ed etnologi giustificassero le pratiche animiste e di come le avessero incasellate e classificate nel corso del tempo. Ne è uscito un quadro interessante che ha messo in risalto una certa dissonanza non soltanto tra il pensiero africano e quello europeo, ma anche tra gli stessi enunciati della scienza.

  • In che modo ti sei posta nei confronti delle tradizioni africane? Con l’occhio disilluso, cinico e disincantato degli occidentali o con un atteggiamento più aperto e più simile a quello naturale e quasi, se possiamo dirlo, più ingenuo delle popolazione con cui sei venuta a contatto?

 Ho cercato di liberarmi dei miei preconcetti – venendo da un’altra cultura era inevitabile che ne avessi -, di aprire la mente e di ascoltare. Penso di esserci riuscita. Quanto al cinismo e al disincanto, non ritengo siano atteggiamenti costruttivi quando ci si rapporta con le tradizioni di un popolo.
Devo dire, però, che certe convinzioni su cui fa perno l’animismo africano restano per me incondivisibili, pur avendone compreso i meccanismi. Comprendere non significa necessariamente aderire quanto piuttosto capire.
Ciò che sostengo con forza, qui e nel libro, è che il patrimonio culturale nero, non deve essere sminuito perché proprio di una parte del globo considerata arretrata. Esso racchiude in sé un universo di proporzioni strabilianti che, condivisibili o meno, sono espressione di tradizioni millenarie.
Dei popoli africani abbiamo una visione stereotipata che li vuole ignoranti, creduloni e arretrati. Se le classi dirigenti dei nostri paesi “evoluti” ci avessero deliberatamente privato dell’istruzione, saremmo certamente ignoranti anche noi, ma ciò non avrebbe influito sulla scelta della nostra appartenenza religiosa.

  • Quanto di quello che ti circondava ha influenzato il tuo modo di vivere e di vedere gli avvenimenti quotidiani?

Dagli africani ho imparato ad affrontare la vita con un pizzico di scioltezza in più, a cogliere il lato migliore delle cose, a vivere il tempo senza rincorrerlo. Il nero è pigro, si muove con i suoi tempi. Accogliente, vitale e ottimista, conserva una sorta di purezza che noi occidentali abbiamo perduto. Non è mai bene generalizzare quando si parla di un popolo – sarebbe come definire gli italiani una manica di mafiosi truffaldini o affermare che tra i neri non ci sono persone dinamiche, false o disoneste – ma qualche tratto comune, dopo vari anni trascorsi in diversi paesi dell’Africa, posso permettermi di delinearlo. Faccio riferimento, ovviamente, all’africano del popolo, non al politico o al businessman (che fanno parte di una categoria a sé).
Quanto all’animismo di cui ho scritto, non credo che abbia influenzato il mio modo di vivere o di vedere gli avvenimenti quotidiani. Non porto un amuleto, e quando sono in Africa e ho un problema di salute non consulto un guaritore ma un medico, non per sfiducia ma perché i nostri farmaci e i nostri metodi diagnostici (quasi sempre) sono più rapidi ed efficaci. Riguardo streghe e féticheurs, il loro operato è testimoniato dalla sentenze delle Corti Penali dei tribunali africani, ma io non sono mai stata interessata a testare di persona i loro cosiddetti poteri. Lascio all’Africa ciò che è dell’Africa. Se il mio compagno dovesse lasciarmi, non ricorrerei di certo a un sortilegio per farlo tornare da me.
Ciò in cui io credo, e in cui ho sempre creduto, non è mutato. Semmai, ora, ha confini più ampi.

  • Come vivi i tuoi periodici addii alle radici occidentali e a quelli delle nuove radici africane?

Un poeta scrisse “partire è un po’ morire”. Metafora un tantino drammatica.
Direi che mi si addice di più “Chi viaggia vive la sua vita due volte”.
Per quanto mi riguarda, parto per l’Africa ogni volta con entusiasmo pensando a ciò che mi attende e rientro felice, con il desiderio di riabbracciare i miei affetti.
In una vita precedente devo essere stata una nomade!
Scherzi a parte, quando lascio l’Italia mi allontano dai miei cari, mi privo delle mie abitudini e delle piccole cose che mi sono famigliari ma è per andare in un luogo che mi piace, che desta in me un vivo interesse, che mi sazia di sole, sorrisi, paesaggi, odori e colori.
Gli addii li vivo molto serenamente.

  • Tu soffri il famoso mal d’Africa divenuto popolare attraverso le pagine di Karen Blixen?

Tra tutti i paesi in cui sono stata, quelli africani sono quelli che mi hanno regalato le emozioni più forti. Forse è per questo che amo tanto l’Africa. Non manco di realismo, però, e non posso non sottolineare che nella sua immensa bellezza sa anche essere molto dura e mostrarsi, talvolta, un concentrato di molti mali (per dirla alla Thomas Sankara).
Ma veniamo a Karen Blixen. L’autrice ambientava il suo libro in un’area ben precisa del continente, l’altipiano del Ngong. Le descrizioni dei paesaggi, peraltro superbe, dei tramonti, degli animali selvaggi non rispecchiano l’Africa intera, come pensa chi non c’è mai stato, ma riguardano quei luoghi in particolare. Luoghi bellissimi, che io ho visitato, ma che non possono far insorgere un generico “mal d’Africa” quanto piuttosto uno specifico “mal di Kenya”. La Blixen, con la sua visione romantica, ammantava la “sua Africa” di pace e purezza; la realtà è un po’ meno dorata.
Gli africani che non arrivano a mangiare due volte al giorno o a pagarsi le cure mediche non soffrono il mal d’Africa. “Male” che insorge nelle persone mediamente agiate, nei turisti o nei viaggiatori che non sono costretti a subire ingiustizie e povertà, e che preferiscono il continente nero ad altri luoghi per una serie di motivi che io comprendo bene e condivido.

  • C’è qualche episodio particolare, fra tutte le esperienze che hai vissuto, che ti ha colpito maggiormente?

Gli episodi sono vari…
Un soldato dell’esercito che, dopo aver fatto inginocchiare un nero, colpevole di aver tentato una rapina ai danni di un Casinò, gli spara un proiettile in testa, alle cinque del pomeriggio, sul ciglio della strada di fronte al supermercato dal quale sto uscendo.
Un giardiniere (africano) che viene ferito nel corso di una rapina a mano armata nella villa di un facoltoso inglese per il quale lavora, che si rifugia, terrorizzato, nel Resort confinante scavalcando il muro di cinta, dove io ho appena finito di cenare. Il manager della struttura, un italiano, si rivolge a lui urlando: “Stai sanguinando cazzo! Mi sporchi il pavimento della reception, almeno vai sull’erba, stronzo!”
Gatti randagi coccolati da turisti di varie nazionalità, rimpinzati di biscotti sulla spiaggia, mentre bambini malnutriti osservano la scena.
Un bambino che, a distanza di tre anni, viene a stringermi la mano per ringraziarmi di un pallone che gli avevo regalato e di una letterina che gli avevo scritto, e che mi dice di conservarla ancora.
Un féticheur che vuole farmi bere una pozione magica come segno di benvenuto e si incaz.. di brutto quando rifiuto, e il mio body guard che sbianca letteralmente!

  • Come il folklore africano si inserisce nel contesto del terzo millennio?

Le nuove generazioni “urbanizzate” indossano t-shirt di Dolce e Gabbana (un must have), jeans e cappellini da rapper, ma sotto i loro abiti non è difficile veder spuntare un talismano.
L’Africa delle grandi città, ma anche quella degli agglomerati minori in cui i neri vivono a contatto con i bianchi, è un potpourri bizzarro; gli occidentali vogliono trovare tutto ciò che sta a casa loro, comfort, abbigliamento di tendenza, tecnologia, centri commerciali,… ed è fisiologico che i locali assimilino qualcosa di tutto ciò che si vedono passare sotto il naso. Mi è capitato di vedere musulmani in boubou che indossavano scarpe da ginnastica da cestista; Masai, con il loro abito tradizionale e la classica tanica di sangue tra le mani, fotografarsi a vicenda davanti al pupazzo di Babbo Natale; donne anziane a petto nudo (in Africa a una certa età è concesso e nessuno si scandalizza) offrire banane a turiste esterrefatte.
Diversa è invece la situazione nei villaggi remoti, meno (o per niente) contaminati dalla modernità e dal contatto con altre culture.
Il folklore è parte integrante della cultura di un popolo e ritengo che dovrebbe essere preservato. La globalizzazione mica si può divorare anche quello!

  • Quando Lory non scrive come occupa il suo tempo?

Se parliamo del mio tempo libero, quando non scrivo leggo (cosa, dipende dal mio stato d’animo o dall’interesse del momento), faccio attività fisica (se non mi muovo, sono come un leone in gabbia!) e ascolto musica (prevalentemente reggae e R&B). In cucina sono un disastro anche se mangiare mi piace molto… cibo italiano, africano, messicano, thai e indiano, soprattutto. Non sono molto mondana ma qualche seratona, in Italia come in Africa, me la concedo, adoro ballare!

  • Quali sono i tuoi progetti futuri sia in campo letterario che personale?

Per ciò che attiene al campo letterario, sto già lavorando a un secondo libro, sempre sull’Africa. Sono racconti brevi, di sapore naif, simili a quello della “Donna serpente” che apre il saggio. Vicende di stregoneria e storie macabre, sospese tra la leggenda e la realtà.
Per ciò che attiene al campo personale, ho un progetto ambizioso: trovare uno stregone potente che riporti in vita Bob Marley!

Jere jef (grazie)

 Link all’acquisto: AmazonKobo

3 Responses

Lascia un tuo commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *

sette − 1 =

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.