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Intervista a Mario Nejrotti

Intervista a Mario Nejrotti, autore di “Fino all’ultima bugia”

fino all'ultima bugia

Fino all’ultima bugia è un libro particolarmente complesso. La trama s’intreccia e si dipana su più livelli conducendo i protagonisti verso quello che pare essere un baratro senza fine. Un abisso nel quale la realtà viene distorta dagli effetti deleteri e pericolosi indotti dagli stupefacenti e dai trafficanti di droga. Mario Nejrotti non affronta il tema della menzogna nel più classico dei modi, ma i suoi omissis, alla fine influenzano le scelte che i suoi personaggi sono costretti a compiere.

  • Secondo te, c’è molta differenza fra una bugia e l’omissione di una verità?

Mentire necessita di una certa dose di fantasia e creatività, se pure negativa. Chi mente sfugge una realtà scomoda o pericolosa e ne crea un’altra più consona alle proprie o altrui aspettative. Chi mente per abitudine o per mestiere, come uno dei miei personaggi, il maresciallo Bonocore, infiltrato nell’organizzazione criminale, sa quanto è faticoso reggere il proprio gioco e non tradirsi. L’omissione della verità è un modo di mentire più subdolo e forse più meschino, che lascia sempre una via di scampo: “Io non l’ho mai detto” è l’ancora di salvezza di chi non dice la verità spesso anche a se stesso.

  • Data la complessità della trama, quanto tempo ha richiesto la stesura del libro?

Quando ho scritto questo romanzo non avevo nessuna esperienza di storie, per così dire, lunghe e organizzate. Avevo scritto in passato di argomenti scientifici, articoli e qualche racconto, ma niente di più. In realtà non avevo mai pensato di fare lo scrittore. Per cui quando è nato in me l’embrione di questa storia ho scritto l’incipit che non è mai stato modificato. In quel: “Non l’avrebbe mai più presa, adesso lo sapeva. Ne era sicura…” c’è tutta la storia, di lì la scrittura è venuta piuttosto velocemente, credo di averci messo sei mesi circa a terminare. Non ho mai scritto scalette o prospetti, ho raccontato e mentre raccontavo a me stesso la storia, scrivevo.

  • Quanto tempo hai speso nelle ricerche dei meccanismi inerenti il traffico di stupefacenti?

Diciamo che il mio mondo professionale mi ha aiutato molto e ho potuto assorbire, anche dal vivo, molte conoscenze che ho poi trasposto nel romanzo. Le Forze dell’Ordine hanno una documentazione infinita su questo argomento e raggiungere le fonti non mi è stato poi così difficile.

Comunque storia e ricerche sono andate di pari passo e quindi il tempo è lo stesso.

  • L’ambientazione, soprattutto quella parte che riguarda l’isola di Lissa, è molto accurata; anche questo è frutto di ricerca o di esperienza personale?

Il romanzo è nato proprio a Lissa, forse un po’ complice lo splendido vino locale, offerto con generosità dai croati, insieme ai loro racconti. L’isola è stupenda e capisco benissimo perché Chiara e Matteo, i miei personaggi, abbiano deciso di andarci, ognuno per i propri oscuri motivi. A parte gli scherzi, l’isola è un sogno adagiato davanti a Spalato e le descrizioni sono assolutamente realistiche. Un mio lettore ha commentato, dopo aver letto il libro, che si era stupito di quanto rapidamente i due ragazzi si fossero innamorati, ma a Lissa è proprio difficile non innamorarsi!

  • Il fatto che parte del libro si svolga proprio sull’isola, influenza le interazioni dei personaggi, in questo caso è stata scelta prima l’ambientazione o i personaggi?

L’isola è rifugio, è luogo difeso e nello stesso tempo isolato dal mare. Trattando di una ragazza in fuga da se stessa e dai suoi nemici veniva naturale ambientare parte della storia su un’isola. In effetti se seguiamo i personaggi tutti cercano o hanno cercato in qualche momento, magari per violarlo, un rifugio. Quindi isola e personaggi si sono integrati benissimo, mentre la storia si costruiva nella mia mente.

  • I personaggi sono molto ben costruiti, sono completamente frutto di fantasia o si basano su persone che realmente conosci?

La storia e i personaggi sono di fantasia, come sempre si deve dire. Ma nel mio mestiere si viene in contatto con un’infinità di situazioni e persone sia del mondo dei buoni sia di quello dei cosiddetti cattivi e dopo tanti anni che li ascolto, il confine tra i due universi mi sembra sempre più sfumato. In questo romanzo il limite tra realtà e fantasia è anch’esso sfumato. Ma non ti dirò di più, neanche sotto tortura …

  • Uno dei protagonisti è un medico, quanto del tuo bagaglio culturale ed emozionale hai messo in questo personaggio?

Il vissuto della medicina non può non influenzare il carattere e l’emotività di chi pratica questo mestiere e quindi in Matteo, c’è parte di me e di una delle mie molte esperienze professionali. Ma se intendi chiedermi se nel giovane dottore in crisi c’è qualche cosa di autobiografico, ti rispondo di no. C’è l’essere medico, di cui non mi voglio disfare, ma la mia esperienza è completamente trasfigurata nel personaggio. Credo che nei miei romanzi futuri ci saranno ancora altre figure di medico perché questo permette un’osservazione delle situazioni e delle emozioni del tutto privilegiata e credo che le storie che racconterò possano giovarsene.

  • La protagonista riesce, con ricerca e intuizione, a capire alcune manovre e collusioni del grande giro del traffico internazionale di droga, per diventarne prima vittima e successivamente superstite in fuga. Chiara è descritta a tratti in modo coraggioso, anche se a volte ingenuo. Mentre il giovane uomo che l’accompagna, Matteo, è un inconsapevole eroe in lotta con i suoi fantasmi. Qual è secondo te l’importanza di fuggire da un problema, anche se solo per riprendere fiato, e come influisce l’introspezione nel periodo attuale?

La sensazione di consolazione che si ha allontanandosi dai propri “fantasmi” e dai problemi che non si possono o non si vogliono risolvere, è sicuramente riposante. Ma è un’inutile bugia detta a se stessi, la tregua, non è mai la fine di una guerra, ma precede sempre una battaglia più dura e faticosa. L’unico modo di affrontare un nemico è combatterlo e anche Chiara sull’isola si accorge che non potrà sempre fuggire da Dante, il suo inseguitore, ma dovrà trovare il coraggio di affrontarlo.

  • Quando Mario Nejrotti non scrive, come occupa il proprio tempo?

Faccio ormai da quasi quarant’anni il medico di famiglia a Torino, sono giornalista  e Direttore responsabile dei media  del mio Ordine Professionale Provinciale. Direi che quando non scrivo non occupo il tempo, è lui, disgraziato, che occupa me.

  • Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Oltre a stare a guardare il cammino di “Fino all’ultima bugia”, ho vinto il Concorso per il romanzo storico dell’Edizioni Esordienti Ebook con il mio libro “Il piede sopra il cuore”, che presto sarà pubblicato dalla stessa casa editrice.
Ho appena finito di scrivere un altro romanzo giallo, che stiamo ancora limando e poi si vedrà: scrivere è una malattia da cui è veramente difficile guarire.
Volevo cogliere l’occasione per ringraziare Piera Rossotti per come ha costruito e portato avanti la sua casa editrice, perché credo che solo un lavoro di squadra tra editore e autori, soprattutto emergenti, possa dare una maggiore forza reciproca e credo che se andremo avanti come ha indicato la professoressa, si percorrerà una strada nuova e positiva in un mondo troppo difficile e spesso dai contorni poco chiari.

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