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Mario Nejrotti e La sua Postazione estiva

Ogni autore possiede una propria postazione in cui le idee prendono forma e le parole scorrono velocemente sul monitor. Per i più conservatori esistono ancora gli scrittoi, carta, penna, talvolta calamaio. Tuttavia, a prescindere dal mezzo con cui si esprimono i pensieri, la magia che scaturisce è quella insita in ogni forma d’arte e noi vogliamo farvi vedere come se la cavano i nostri autori.

La postazione estiva

Una volta la buona borghesia partiva per la villeggiatura alla fine della primavera e rientrava in città all’inizio dell’autunno. Intere amministrazioni, in Toscana, si spostavano d’estate verso luoghi più salubri. Pensate all’amministrazione provinciale di Grosseto che, per evitare la malaria estiva, faceva “l’Estatura” a Scansano, sempre in Maremma, ma in collina.

Ebbene sì, anch’io quest’anno alla fine della primavera sono partito per la villeggiatura, per poter continuare a scrivere.

E dopo un lungo viaggio sono approdato lontano, molto lontano… sul mio terrazzo.

Ecco questo è il luogo dove scrivo d’estate.

Nella brutta stagione è bello e confortevole scrivere in un luogo appartato, circondato da libri, oggetti, fotografie, che ricordano il fluire del tempo e le avventure di una vita. Guardandoli, non raramente sono nati spunti e ispirazioni per i miei romanzi e racconti.

 

Anche la copertina dell’ultima raccolta edita da Tripla E, nel gennaio di quest’anno, “La vita è una guerra e altri racconti”, mostra oggetti della mia vita. Ci sono soldatini e modellini che hanno riempito i pomeriggi di quando ero bambino e la mia Olivetti Lettera DL, su cui, per molte e molte notti, ho battuto e ribattuto la mia tesi di laurea in Medicina.

Sono contento che la signora Editora abbia approvato l’immagine che le avevo proposto, anche se non le avevo rivelato il mio rapporto con quegli oggetti che, in confidenza, ne sono stati entusiasti!

Quest’anno, però, l’isolamento legato alla pandemia, da un lato, mi ha permesso di proseguire nel mio ultimo romanzo storico ma, dall’altro, ha accentuato una claustrofobia latente e sconosciuta.

Ho scoperto che restare chiuso e concentrato in un luogo poteva aiutare a scrivere con regolarità e determinazione, ma essere obbligato a farlo, non mi rendeva altrettanto felice.

Il mio carattere assomiglia molto poco a quello di Vittorio Alfieri e quindi non posso affermare con lui: vòlli, e vòlli sèmpre, e fortissimaménte vòlli”. Sono molto più distratto, molto poco incline a obblighi e costrizioni, non parliamo delle corde…

E così ho scoperto che una postazione all’aperto, con lo sguardo che si perde lontano, mi rinfrescava le idee e mi sollevava lo spirito. E quindi dalla primavera, nuova postazione e nuove ispirazioni.

Risultato? Finito il romanzo storico e spedito alla giusta valutazione dell’Editora.

Ma non è tutto. In una bella giornata di sole, ha incominciato a prendere forma un’altra storia: chissà? L’aria mi fa bene.

Ogni tanto ritorno nel mio cantuccio chiuso e appartato per parlare con gli oggetti della mia vita, perché non si sentano soli e abbandonati. Con il brutto tempo e l’accorciarsi delle giornate, tornerò dentro in loro compagnia.

Follia? Un po’, certo. Ma per fare questo mestiere niente di meglio che una sfumata, spero, patologia psichiatrica.

Mario Nejrotti

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