Il Futuro corre con gli Stivali delle Sette Leghe

Il Futuro corre con gli Stivali delle Sette Leghe

Fantascienza, genere letterario, estesosi poi al cinema, in cui l’elemento narrativo si fonda su ipotesi o intuizioni di carattere più o meno plausibilmente scientifico e si sviluppa in una mescolanza di fantasia e scienza (cit. Treccani). Ebbene, la fantascienza di ieri quanto ha indovinato del nostro mondo odierno?

di Bruno Bruni

Quando ero bambino, (Mille anni fa, al tempo delle fiabe dei fratelli Grimm) i grandi intorno a me amavano dire frasi tipo: “Nel Duemila mangeremo solo pillole”. Lo dicevano scuotendo la testa, come mio nonno e mia madre, di solito mentre eravamo tutti a tavola, magari a Natale, mangiando gli agnolotti fatti in casa in porzioni industriali da mia nonna.

A me l’idea delle pillole non sembrava molto soddisfacente e, per consolarmi, prendevo sempre una seconda (o terza) porzione di agnolotti alla Piemontese. Mi piaceva di più quando, nei giornali per ragazzi, come Topolino o L’intrepido, che io divoravo avidamente, comparivano ogni tanto storie di fantascienza dove le città del futuro erano raffigurate con enormi torri di vetro, le automobili volavano e la gente indossava strani vestiti aderenti e all’apparenza poco comodi. Un poco più grande, poi, ho cominciato a vedere i film di fantascienza, quelli con effetti speciali da parrocchia, con mostri spaziali di cartone e Robot di un goffo da far ridere anche i sassi.

La vera Fantascienza

Ma il meglio, ovviamente, è venuto al tempo dell’adolescenza con “Urania” e “Galassia” (Gli anzianotti se le ricordano, i più giovani magari le hanno viste sulle bancarelle dell’usato). Lì ho cominciato a leggere vera Fantascienza, le Space Opera con le Guerre Spaziali (quelle che hanno ispirato Lucas) e le storie a sfondo sociologico, dove il Futuro era sempre un presente distopico e lugubre, con dittature feroci ed eroi problematici in ribellione contro l’Ordine Costituito. Il meglio, per me, erano però le Saghe Spaziali, alla Asimov, alla Simak. In queste il futuro era lontanissimo, i continenti della vecchia Terra erano sostituiti dai sistemi solari di galassie lontane e la navi solcavano, a velocità superiore a quella della luce, distanze immense. Col senno del poi, anche quelle storie spesso rifacevano, in chiave futuristica, la vecchia Storia terrestre, con Regni, e Imperi, e rivolte  (Sempre Lucas e il suo Impero…).

Si dice spesso che gli scrittori di SF (Sci-Fi ovvero science fiction) a volte anticipano i tempi, come una sorta di veggenti che scrutano nelle ombre del domani e, a volte, ci azzeccano. A volte ci hanno azzeccato davvero e, spesso… purtroppo non tanto. Il Futuro si è dimostrato molto più infido, molto più traditore.

La fantascienza di ieri quanto ha indovinato del nostro mondo odierno?

Il Duemila è arrivato, è passato. Le auto non volano e sono sempre più intasate negli ingorghi, anche se ultimamente tentano di guidarsi da sole; non mangiamo pillole, per fortuna, ma nel cibo troviamo molti pesticidi e additivi chimici. Non ci sono per adesso Imperi, tipo quello Romano trasferito nello spazio, anche se i Sicari del Terrore somigliano molto ai mostri ottusi e feroci venuti dallo Spazio Profondo (questi purtroppo sono nati qui, tra noi, sono roba fatta in casa…). Sopratutto non voliamo alla velocità della luce ed il viaggetto più lungo è stato in realtà misero, solo fino alla vicinissima Luna.

Però, le Sonde Spaziali sono arrivate oltre Plutone, e non è poco, e gli Astrofisici scrutano lontano, in cose davvero oscure e inquietanti, come i Buchi neri e le Pulsar…

Eppure, le sorprese sono arrivate, e grosse, enormi. Mi avessero detto, mille anni fa, quando ero ragazzo, che un giorno saremmo entrati in un non-luogo chiamato Internet, una sorta di Altrove che unisce tutti gli Umani di questo vecchio pianeta, che avrei usato macchine che mi avrebbero collegato alla mia Banca e, in pochi secondi, a persone che vivono in altri continenti; che avrei perfino pagato le tasse senza uscire di casa (cosa di cui nessuno sentiva la mancanza…); che avrei trovato riuniti nello stesso luogo virtuale (ma allora lo avrebbero definito ”Irreale”) foto di teneri gattini e di cagnolini allegri, di auto di lusso e di ragazze di lusso, di tette nude e di culi nudi (maschili e femminili), gossip sui divi e notizie di cronaca nera, brani di poesie e invettive politiche, tramonti e mari in tempesta, dive Pop per adolescenti e adolescenti zampillanti tristezze (maschi e femmine), aspiranti poeti, aspiranti scrittori, aspiranti fotografi…

Mi avessero detto tutto questo avrei riso, riso fino alle lacrime. E non ci avrei creduto neppure per un secondo. Invece… E domani? Cosa avverrà, domani? Non siete curiosi, e magari anche un poco preoccupati, come me?

Bruno Bruni e Il suo Libro da Gustare

libri-da-gustareBruno Bruni e Il suo Libro da Gustare

Lo spazio Libri da Gustare vuole stimolare la fantasia dei lettori e non solo quella. Dal momento che il vecchio detto recita che “il cibo nutre lo stomaco e i libri saziano la mente“, abbiamo pensato di stuzzicare i nostri autori proponendo loro di abbinare i titoli delle loro opere a una ricetta, un qualcosa che possa identificare e dare soddisfazione anche al palato.

I sapori semplici

Figure di donne (e musica) le troviamo nella prosa concreta (posso dire, in senso positivo, “subalpina”?) di Voce e pianoforte, romanzo appena pubblicato di Bruno Bruni: Marta, scettica e sognatrice; Lola, audace e disinibita; Alice, appassionata e instabile, che porta con sé l’eredità di un’altra figura femminile, sua madre Tea e la sua vita breve e complicata. Bella storia, sullo sfondo di una Torino che non ha nulla della geometria elegante e severa a cui siamo abituati, ma che ci mostra le sue ville in collina, un tempo bellissime e lussuose, ora un po’ degradate, con i giardini dalle fontane ricoperte di muschio e piene di foglie secche, o con la sua periferia disordinata e proletaria, vecchie casette basse schiacciate tra palazzoni, capannoni e fabbrichette… Territori torinesi anche questi, se mi permettete il richiamo letterario.

Voce e pianoforte

Tomini al verde

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I tomini al verde sono un altro grande classico della tavola piemontese. Un antipasto saporito e facilissimo da preparare, anche il giorno prima.

Ingredienti

Tomini freschi, Aglio (abbondate) peperoncino (idem) prezzemolo olio e sale

Preparazione

Dopo aver lavato accuratamente il prezzemolo, tritatelo molto finemente insieme all’aglio sbucciato e al peperoncino piccante. Trasferite il trito in una terrina, salate, pepate e, sempre mescolando, aggiungete poco alla volta l’olio extravergine di oliva fino a ottenere una salsina omogenea.
Disponete i tomini su di un piatto da portata e cospargeteli con la salsina verde. Lasciate riposare un paio d’ore in frigorifero e servite a temperatura ambiente.
Accompagnare rigorosamente con Barbera. Il più rude e robusto possibile.

Dettagli del libro

  • Formato: Formato Kindle
  • Dimensioni file: 1036 KB
  • Lunghezza stampa: 238
  • Editore: Edizioni Esordienti E-book (13 ottobre 2015)
  • Venduto da: Amazon – Kobo
  • Lingua: Italiano
  • ISBN: 978-88-6690-270-6

 

Bruno Bruni e La sua Postazione

la-mia-postazioneBruno Bruni e La sua Postazione

Ogni autore possiede una propria postazione in cui le idee prendono forma e le parole scorrono velocemente sul monitor. Per i più conservatori esistono ancora gli scrittoi, carta, penna, talvolta calamaio. Tuttavia, a prescindere dal mezzo con cui si esprimono i pensieri, la magia che scaturisce è quella insita in ogni forma d’arte e noi vogliamo farvi vedere come se la cavano i nostri autori.

La mia postazione è un luogo della mente

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Qui è dove ricopio quello che ho già scritto, magari molto tempo prima. Io amo camminare senza meta per la città. Mentre lavoravo a Voce e pianoforte, i miei personaggi camminavano con me, mi parlavano. Interi dialoghi li ho scritti mentalmente, per strada. Dopo, a casa, li riportavo sul PC.
Questo il luogo fisico dedicato allo scrivere. Ma se volete vedere il mio vero studio, eccolo:

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Dettagli del libro

  • Formato: Formato Kindle
  • Dimensioni file: 1036 KB
  • Lunghezza stampa: 238
  • Editore: Edizioni Esordienti E-book (13 ottobre 2015)
  • Venduto da: Amazon – Kobo
  • Lingua: Italiano
  • ISBN: 978-88-6690-270-6

Bruno Bruni e Il Gioco di Libri

gioco-di-libriBruno Bruni e Il Gioco di Libri

Talvolta è capitato di passare qualche ora in buona compagnia con gli amici, cercando di indovinare quale fosse il soggetto estratto e ponendo domande del tipo: “Se fosse una città, quale sarebbe?”

Ebbene, abbiamo chiesto ai nostri autori di abbinare il titolo del loro libro a una città, un personaggio, un piatto tipico e una canzone. Ed ecco uno dei risultati.

 

Voce e Pianoforte di Bruno Bruni

Sinossi

 Bruni_Voce_piano_EEE Alice, appassionata e instabile, eredita una casa nella periferia disordinata e operaia di Torino. E insieme alla casa, eredita le tracce di una vita. Quella di sua madre, Tea. Ragazza di periferia, cantante punk di scarso talento, amica di malavitosi, bella, generosa e incostante, che ha portato con sé, morendo giovane in un incidente, il segreto di una rapina finita male, e ha lasciato come uniche tracce della propria vita un vecchio disco e molte foto, unici gelosi ricordi di una esistenza breve e complicata. La figlia Alice, aiutata dall’amica Marta – e da Michele, ex calciatore professionista, ora agente immobiliare – cerca di capire, si smarrisce, rinuncia, se ne va. Marta, tenace, insiste nel cercare il senso di vite estranee e lontane. Capirà molte cose, da sola. Forse inutilmente, il passato spesso parla lingue ormai ignote.

Se “Voce e Pianoforte” fosse

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Una città: Torino

Una scelta istintiva. Torino è il mio habitat, lo sfondo della mia vita. Amo la mia città in modo viscerale, non vorrei essere altrove. I cambiamenti negli ultimi anni sono grandi, alcuni positivi, spesso dolorosi, ma è l’inesorabile divenire dell’esistenza. La Vita è mutamento, come dice quel testo antico che mi piace molto “I King – Il Libro dei mutamenti”. Che apprezzo come fonte di saggezza, non come pratica divinatoria. (Sono troppo scettico, per oroscopi e predizioni…) Aggiungo però che la città è in fondo anch’essa un personaggio ma invisibile, che rimane discretamente sullo sfondo. Mi sono accorto, rileggendo il romanzo, che non nomino mai Torino, nemmeno una volta.

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Un piatto: Pane e acciughe

I cibi semplici, magari rudi, per me sono il sale della vita. E quando scrivo cerco di essere più semplice e anche rude, con me stesso. Non voglio mentirmi, non lo sopporterei.

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Un personaggio: Cesare Pavese

L’ho amato da ragazzo, anche se da anni non lo rileggo. Ma aveva dentro l’anima di questa città. Era duro e fragile, e sapeva sognare. Come dovrebbero fare tutti quello che, come me, tentano di scrivere.

Una canzone: Spellbound

Il romanzo è nato e cresciuto ascoltando Siouxsie & the Banshees. La voce di Siouxsie, la sua maschera, sono state la mia Musa.

 

Dettagli del libro

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  • Editore: Edizioni Esordienti E-book (13 ottobre 2015)
  • Venduto da: Amazon – Kobo
  • Lingua: Italiano
  • ISBN: 978-88-6690-270-6

Bruno Bruni e la sua esperienza

Bruno Bruni ha il piglio del sognatore incallito, anche se un po’ disilluso dalle esperienze. Eppure, sotto quella scorza, nasconde un’anima in grado di regalare grandi emozioni, a 360 gradi. Conoscerlo e comprendere di essere di fronte a un vero “personaggio” è davvero un tutt’uno… poi, quando si riesce a conoscere anche sua moglie Paola, allora tutto diventa chiaro: il sogno è reale, tangibile ed è diventato una gran bella coppia. #EEE #autoriEEE

logo esperienza

Bruno Bruni e la sua esperienza con EEE

di Bruno Bruni

Ho inviato manoscritti a molte case editrici, grandi e piccole. Quasi tutte mi hanno ignorato senza problemi. Solo tre mi hanno risposto. La prima, una piccolissima, di cui non ricordo più il nome, che gentilmente mi spiegava come il mio romanzo non fosse in linea con i loro piani editoriali. La seconda è stata l’Editore “Il giovane Holden”. Disposti a pubblicare in cambio di un acquisto di molte copie da parte mia. Ho declinato. Terza è arrivata EEE.

A dirla tutta, anche EEE un mio romanzo, “I Viandanti”, lo aveva rifiutato. Dicendomi onestamente che non era piaciuto. Altrettanto onestamente, penso sia stata una errata valutazione. Ma io sono testardo, ne ho inviato un secondo, Voce e pianoforte… E stavolta è andata bene. Ebook pubblicato. Soddisfazione da parte mia, naturalmente. Non esultanza né sbalordimento. Sono troppo vecchio, troppo scettico, per esultare facilmente. E poi, credo, di essere sempre stato conscio di aver scritto un buon romanzo, ne ero convinto già mentre lo scrivevo, completamente immerso nella storia. Quindi, soddisfazione per essere pubblicato ma anche convinzione che fosse, come dire, quasi inevitabile che accadesse. Con tanti saluti alla modestia…

Come mi sono trovato in casa EEE? Bene, naturalmente. Editore ben strutturato, con idee chiare e capacità di scegliere buoni autori. E poi, e questa è forse la cosa migliore, qui si fa parte di un gruppo, non si è mai soli. Noi scrittori siamo un poco… ipocondriaci (mi passate l’espressione?) e trovare gente paziente e comprensiva che ci rassicura, beh, non è certo cosa da poco!

Un’altra cosa, però, ci tenevo a dirla. Una cosa forse solo mia, non so. Ho amato i miei personaggi dal primo istante in cui li ho… incontrati, credo di averlo detto anche nell’intervista. Ma prima, quando erano inediti, erano un amore segreto, quasi vergognoso, nascosto nella mia testa. Adesso è diverso. Adesso, che chiunque lo voglia possa leggere le loro storie, amarli come me, o anche detestarli, non importa, non sono più segreti. Non sono più solo miei. Sono diventati “veri”.

È come se fossero nati, diventati esseri in carne e ossa che camminano per le strade di questo mondo. Per me è la sensazione più appagante che abbia mai provato. E non dispero di incontrarli veramente, un giorno, in un bar, in un viale. Per poterli salutare, e dirgli “Visto? Ve lo avevo detto che vi avrei fatto uscire dalle pagine. Ringraziate me, e ringraziate Edizioni Esordienti Ebook, testoni…”

Bruno Bruni e il valore terapeutico della scrittura

logo scrittura

Bruno Bruni e il valore terapeutico della scrittura

di Bruno Bruni

Non sono un uomo eccessivamente tormentato. Sono pigro, poco socievole e probabilmente molti mi trovano noioso. Non ho mai pensato che “Artista” voglia dire per forza Genio e sregolatezza. Mi pare sia un luogo comune. Certo, Hemingway prosciugava intere cantine, come Modigliani e Utrillo. Per non parlare di musicisti e attori fatti e strafatti. Personalmente mi piace di più pensare a Borges, tranquillo direttore di Biblioteca e professore di Inglese, oppure a Tolkien, ancor più tranquillo e metodico professore di Filologia nella tranquillissima e noiosissima Inghilterra anni 50. Entrambi creatori di Capolavori. Forse alcuni scrivono per compensare un malessere interiore. Per rivalsa contro il mondo che li ignora. A me non dispiace affatto essere ignorato. Io scrivo per sognare. Da bambino sognavo ad occhi aperti, e mi credevano un tantino scemo, penso…

Poi ho scoperto i libri, e allora sognavo leggendo di continuo, e così tutti si sono convinti che fossi scemo davvero. Uno chiuso a leggere, invece di andare fuori a giocare a pallone… Ma per me la cosiddetta Realtà è sempre stata evanescente. Magari invadente, a volte molesta. Il sogno è quello che dà sapore alla vita, per me.

Tanto per non citare il solito Borges, probabilmente, come un suo personaggio “Soffro d’irrealtà”. Inoltre, negli anni ho letto un bel po’ di libri e quelli memorabili non sono infiniti.

E ancora, io stesso invecchiando divento sempre più esigente e le storie banali o mal fatte non mi soddisfano più. Ecco che allora ho deciso di fabbricarmi da solo i miei sogni. Così ho cominciato a scrivere. Sono come un drogato che si fabbrica “La roba” in casa… Che altro dire?

Scrivere è faticoso e spesso poco gratificante, in confronto all’impegno profuso. Eppure, ne vale la pena. Non fosse che per un semplice motivo: magari è difficile, o improbabile, eppure può succedere che a qualcuno piaccia quello che ho scritto. Ed ecco che allora avviene un piccolo miracolo. Ho scritto un sogno che mi ha reso felice e qualcuno, magari uno sconosciuto, ha condiviso il mio sogno ed è stato felice a sua volta. Credo di non poter chiedere niente di meglio, davvero.

Intervista a Bruno Bruni

Intervista a Bruno Bruni

Bruni_Voce_piano_EEEDivoratore onnivoro di libri, Bruno Bruni si è cimentato in una storia alquanto particolare e, nel suo Voce e pianoforte, ci presenta una trama complessa in cui il passato si mischia inesorabilmente con il presente, portando a galla diversi ricordi e prove di una vita spesa al di fuori degli schemi.

  • Voce e pianoforte. Perché la scelta di questo titolo?

È la storia stessa che me lo ha suggerito. Voce e Pianoforte sono Ettore e Tea, i due innamorati-complici ormai lontani da questo mondo, ma entrambi presenti in un vecchio nastro magnetico che la protagonista Marta scova per caso (Per caso?) in un vecchio scatolone. Puri suoni, una voce, le note scarne di un piano, quasi teneri fantasmi, sono tutto ciò che resta di loro. Abbastanza per raccontare, per suggerire l’essenza di due vite, di un amore sopravvissuto al tempo.

  • Torino, come scenario della tua storia, ti è sembrata una scelta obbligata o è una sorta di omaggio alla tua città? Come hai visto cambiare il mondo e la tua città nel tempo?

Una scelta istintiva. Torino è il mio habitat, lo sfondo della mia vita. Amo la mia città in modo viscerale, non vorrei essere altrove. I cambiamenti negli ultimi anni sono grandi, alcuni positivi, spesso dolorosi, ma è l’inesorabile divenire dell’esistenza. La Vita è mutamento, come dice quel testo antico che mi piace molto: I King – Il Libro dei mutamenti, che apprezzo come fonte di saggezza, non come pratica divinatoria (sono troppo scettico, per oroscopi e predizioni…). Aggiungo però che la città è in fondo anch’essa un personaggio, ma invisibile, che rimane discretamente sullo sfondo. Mi sono accorto, rileggendo il romanzo, che non nomino mai Torino, nemmeno una volta.

  • I protagonisti del tuo libro sono nati solo dalla tua fantasia o rispecchiano aspetti di persone reali?

Sono reali. Nel senso che sono apparsi nella mia mente e nella mia storia con l’evidenza, direi quasi fisica, di persone vere. Io amo camminare senza meta per la città. Mentre lavoravo a Voce e pianoforte, Marta, Alice, Michele, camminavano con me, mi parlavano. Interi dialoghi li ho scritti mentalmente, per strada. Dopo, a casa, li riportavo sul PC. Comunque, molti personaggi sono ispirati, almeno in parte, a persone che ho davvero incontrato. La fantasia dello scrittore ha poi fatto il resto, mescolando, impastando, quasi come fa un cuoco. con i suoi ingredienti. quando inventa un piatto che gli piace.

  • Sei un lettore vorace e onnivoro, ma quali sono le tue letture preferite?

Difficile rispondere. Tutto ciò che ho letto nella mia vita mi è piaciuto e mi ha coinvolto in modi e tempi diversi. Andando a ritroso, le storie di Verne e Salgari da bambino, i romanzi di Urania e i Gialli Mondadori da ragazzo, e poi, via via, Pavese, Tomasi di Lampedusa, Borges, Tolkien, Rex Stout, Ellroy, tantissimi autori in un grande miscuglio quasi inestricabile…

  • Sei arrivato alla scrittura di un libro grazie a qualche autore che ti ha particolarmente colpito? Oppure hai scritto la storia di getto, senza seguire uno stile particolare?

Totalmente di getto, nel giro di poche settimane. Dopo però anni di infiniti tentativi falliti e interrotti a metà. Voce e pianoforte è nata praticamente a tradimento. In realtà avevo in mente di scrivere un Noir all’americana, una vicenda un po’ alla Chandler e mi sono ritrovato con mia grande sorpresa la storia fatta e finita, del tutto diversa da quanto avevo preventivato. Sul momento ci sono rimasto quasi male, offeso con me stesso. Ma è stato un attimo, ho amato da subito questa mia creatura.

  • Hai lavorato in radio, qual è il tuo rapporto con la musica?

Intenso. Sono stato un frequentatore di concerti per anni, insieme a mio fratello che lavorava come organizzatore di eventi musicali. Del resto, uno dei fattori che hanno innescato la scrittura del mio romanzo è stato il riascolto di un gruppo che a suo tempo avevo snobbato: Siouxie and the Banshees. Una band Post Punk che, all’epoca della sua comparsa, mi diceva poco. Allora ero un seguace convinto del cantautorato più impegnato, tipo Amodei, Lolli, Della Mea. Del resto anche mio fratello Francesco era musicista e cantautore ed io stesso, lo confesso, avevo scritto qualche testo di canzone. Uno, anzi, fu musicato e cantato da un nostro amico alla rassegna dei giovani al Club Tenco, passando, credo giustamente con il senno di poi, del tutto inosservato… Inoltre, ero un divoratore compulsivo di Progressive Rock, dai King Crimson ai Genesis. Quindi il Post Punk, con le sue sonorità scarne e cupe, non mi aveva attratto per nulla, all’epoca. Poi, il caso (sempre il caso?) mi ha fatto capitare tra le mani un vecchio disco di Siouxie, esattamente nel momento in cui stavo iniziando a scrivere Voce e Pianoforte. (Il cui primo titolo provvisorio era Notti e nebbie) La voce intensa e imperiosa di Siouxie e la sua faccia troppo truccata mi hanno completamente stregato, all’improvviso. Ho scritto tutto il romanzo sempre con le canzoni dei Banshees in cuffia, come una colonna sonora personale, obbligata.

  • I tempi moderni e le contaminazioni, secondo te, hanno arricchito la musica di nuove sfumature o l’hanno impoverita, esasperandone il lato puramente commerciale?

Non sono un cultore dei “Bei tempi andati”. Come ho detto prima, credo che tutto sia un continuo divenire. Il lato commerciale c’è sempre stato. Ogni epoca ha le forme espressive che nascono dai gusti e dai fattori sociali del momento. Anche Verdi componeva per vendere…

  • Cosa pensi degli eventi improvvisi che cambiano la vita? Il bus urbano 58 ti è stato fatale…

Il caso, esiste! Mio figlio, che sta facendo una tesi sulla Fisica Nucleare, mi ha spiegato che il movimento delle particelle è praticamente legato al caso… Se ho capito bene, le particelle sub-atomiche sono l’essenza invisibile di tutto. Quindi, l’intero Universo è fatto di corpuscoli dal moto casuale e capriccioso, e forse segue delle Non-regole. Però, mi piace pensare che le nostre vite seguano dei percorsi spesso invisibili, come i fiumi Carsici, che sbucano all’aperto dopo lunghi tratti sotterranei. Aggiungo un esempio: avevamo una cagnetta di nome Amèlie che, purtroppo, è morta. Eravamo veramente addolorati, mia moglie Paola ed io, quando ci è capitato di trovare, tramite conoscenti, un nuovo cucciolo che aveva solo tre mesi e già un nome. L’avevano chiamata Thea. È tutta bianca, con due cerchi scuri intorno agli occhi, come fosse bistrata. Come una cantante Dark… Inutile dire che due giorni dopo era in casa nostra. Quanto al bus 58, quello è stato un caso davvero speciale. Un caso fatale, ma nel senso migliore del termine. Un incontro che ha portato l’amore nella mia vita.

  • Quando Bruno non scrive, come occupa il proprio tempo?

Ho moglie, figlio e cagnolina. E non sono ancora in pensione. Quindi, sono molto occupato. Piacevolmente occupato, direi. E comunque, leggo, leggo sempre.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ultimamente ho tentato di scrivere qualche Haiku. Seguo alcune pagine di FB davvero ben fatte. L’Haiku, con le sue 17 sillabe, è una magnifica palestra per imparare a eliminare il superfluo. Cosa che, per chi vuole scrivere, è importante, secondo me. E poi sto preparando un romanzo, naturalmente! Due anni fa ne avevo già scritto un secondo, che era, a un tempo, sequel e prequel (tanto per non parlare inglese) di Voce e Pianoforte. Si intitola “Nel gioco delle Ombre” e riprende il personaggio di Tea ma dal vivo, questa volta. La nuova storia che vorrei fare, per ora senza titolo, continua quella che dovrebbe essere una specie di Saga, con alcuni personaggi di ritorno. La storia di un amore platonico, ma intenso, che si svolge nell’arco di quarant’anni. Una storia dove, appunto, casualità e mistero vanno a braccetto con il quotidiano. Progetto ambizioso, ma sono convinto che non bisogna avere paura delle cose difficili.

Perché scrivere

Scrivere è vivere, per chi ha la sfortuna ed il massimo privilegio di volerlo fare

di Bruno Bruni

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Secondo il “Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2014” presentato all’Aie in occasione della Buchmesse di Francoforte, nel 2013 in Italia sono stati pubblicati 30.382 ebook che hanno inciso il 3% del mercato editoriale, con una disponibilità di ebook in commercio che ha superato i 100mila titoli (100.524 per la precisione).

Non sono un fanatico delle statistiche, ma questi dati mi hanno colpito. Escludendo manuali e testi scolastici, rimangono comunque sul mercato diverse migliaia di romanzi. Non entro nel merito di quanti facciano parte del self-publishing, fenomeno in crescita negli ultimi anni. Sono comunque tanti, tantissimi se consideriamo che in Italia si legge poco. Ancora il rapporto sullo stato dell’editoria 2014 di AIE ha rivelato che il bacino dei lettori nel 2013 si è ristretto del 6,1% (leggono almeno un libro in un anno solo 43 italiani su 100) Allora, in questo oceano di titoli, quante sono le possibilità di essere conosciuto per un autore esordiente? Meglio, un autore che potremmo definire Indie, con un termine rubato alla musica, può sperare di emergere, in qualche modo?

Il pensiero è vagamente disperante. Al meglio, il nostro scrittore Indie può aspirare ad un pubblico di nicchia. No, no, non sto facendo il disfattista a tutti i costi. Il punto che mi interessa è un altro. Escludendo i megalomani e gli illusi, che saranno comunque convinti di essere geni incompresi, la grande maggioranza di autori è composta da persone intelligenti e ragionevoli, consapevoli che da queste parti diventare scrittori noti è molto difficile, quasi come vincere un terno al Lotto. È un’attività faticosa mentalmente ma anche fisicamente e dagli esiti per nulla scontati. Allora, perché scrivere? Anzi, visto che nel mucchio c’è anche il sottoscritto, perché scriviamo?

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Sergio Endrigo

Tenterò di rispondere a titolo personale, sperando di interpretare, in qualche modo, un pensiero condiviso almeno in parte dalla categoria dei raccontatori di storie. Voglio aiutarmi citando frammenti di testi che per me sono stati in qualche modo illuminanti, magari non subito, letti e archiviati sul momento in quel grande deposito che è in fondo alla nostra mente e poi riemersi, in tempi diversi, ma improvvisamente chiari come risposta a vecchie domande. Inizio con una vecchia canzone di Sergio Endrigo. Cantautore oggi un poco dimenticato, autore di testi in apparenza semplici, quasi scarni ma essenziali e profondi.

“C’è gente che ha avuto mille cose
Tutto il bene, tutto il male del mondo
Io ho avuto solo te
E non ti perderò, non ti lascerò
Per cercare nuove avventure”

Endrigo parla dell’unico amore, quello capace di riempire anche la vita più povera e solitaria. Può essere amore per una persona, nel caso di questa canzone, ma in fondo anche per una religione, per una ideologia, perché no, per un animale domestico, comunque amore che dà, che trascende il quotidiano. E chi scrive ama. Ama la storia, i personaggi. Si cala in un altro mondo e dimentica, per un momento, l’attimo presente. A me succede esattamente così e credo di non essere l’unico a provare una sensazione simile. Certo, si può scrivere per puro mestiere, per denaro… e allora non sarà la stessa cosa. Forse noi autori Indie non siamo avvezzi alla scrittura professionale, forse Stephen King scrive pensando agli incassi. Ma io non penso sia così neppure per lui.

Sarò un romantico, ma sono convinto che scrivere sia quasi sempre un atto d’amore. E forse anche qualcosa di più complesso, secondo Borges. Scrittore che mi colpì molto fin dalla prima lettura, così cerebrale e logico, ma anche appassionato e mistico. Borges in “Altre Inquisizioni“, in uno dei suoi tipici salti mortali fatti di parole, cita Shelley il quale:

“Venti anni prima aveva opinato che tutti i poemi del passato, del presente e dell’avvenire, sono episodi o frammenti d’un solo poema infinito, composto da tutti i poeti del mondo.”

Jorges Luis Borges nel 1951, foto di Grete Stern

Jorges Luis Borges nel 1951, foto di Grete Stern

L’idea del libro Universale è assai intrigante, almeno per me. Un pensiero quasi vertiginoso. Anche il più dimenticato degli autori (anche io allora…) non avrà scritto invano se la sua fatica andrà a confluire nell’oceano di tutti i libri e sarà compagno e fratello di quanti scrissero e scriveranno da sempre, per sempre. Difficile trovare una motivazione più potente, direi. Difficile, ma non impossibile. Ancora Borges, sempre in “Altre Inquisizioni” scrive una frase che mi parve da subito memorabile:

“La musica, gli stati di felicità, la mitologia, i volti scolpiti dal tempo, certi crepuscoli e certi luoghi, vogliono dirci qualcosa, o qualcosa dissero che non avremmo dovuto perdere, o stanno per dire qualcosa; quest’imminenza di una rivelazione, che non si produce, è, forse, il fatto estetico”

Questo è davvero il motivo decisivo, per me. Scrivere inseguendo l’attimo della rivelazione. Una chimera, chi lo nega. Un sogno, una illusione, ma che meravigliosa illusione, che scopo sublime è questo. Non vale forse la pena di impegnarvi tempo, ed energie, finché avremo fiato?

Qui mi fermo. Per quanto mi riguarda ho detto tutto quello che potevo. Concludo con un Haiku del poeta Italiano Mario Chini:

“In tre versetti
tutto un poema, e, forse,
tutta una vita”

Che in fondo riassume, con la meravigliosa essenzialità dell’Haiku, tutto quanto ho faticosamente tentato di spiegare. Scrivere è vivere, per chi ha la sfortuna ed il massimo privilegio di volerlo fare.