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Giorgio Bianco e il valore terapeutico della scrittura

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di Giorgio Bianco

Ho sempre avuto un rapporto difficile con le terapie, compresa quella dell’inchiostro. Per provare a spiegarlo, devo però partire da un altro fluido: l’acqua. Quand’ero bambino amavo la pioggia. Ero l’unico. Amichetti e compagni di scuola mi prendevano in giro. Poi mettevano su il broncio: pensavano alla gita rimandata, alla mamma che vieta di andare nel parco a giocare a pallone. Io invece ero felice. Perché la pioggia mi trasmetteva, e lo fa ancora, una sensazione di intimità calda, di amicizia e famiglia, il desiderio di raccogliersi. La pioggia fuori, il fuoco dentro. Sedersi sul pavimento, ascoltare canzoni, parlare. Raccontare storie. Ecco. Nacque così la mia voglia di scrivere, di aprirmi al mondo sfidando l’intemperie oltre la finestra. Rivoli d’acqua si aprivano strade dalle curve imprevedibili lungo i vetri, la grondaia si divideva fra ritmo e melodia, i tetti ondeggiavano deformi nel riflesso delle pozzanghere. Quante cose da scrivere. Poco per volta, cominciai a farlo. Su piccoli quaderni o grandi blocchi per appunti. Mi piaceva l’inchiostro verde. Oggi ho quasi 52 anni e uso il computer, ma le storie continuano a uscirmi dalle dita. Anzi, il desiderio si è perfezionato in una specie di smania, la provo anche in questo momento.

Ma la smania è salubre? E scrivere è terapeutico? Difficile dirlo, per me. Scrivo quasi ogni giorno, quindi non ho termini di paragone in negativo. In linea generale sono una persona sofferente. Qualcuno mi ha detto che la mia intelligenza emotiva è sproporzionata rispetto a quella razionale. Una diagnosi semplice, per chi mi conosce. In ogni caso credo che l’idea della scrittura terapeutica si leghi al fatto di “buttare fuori”, cioè di liberare la negatività affidandola all’inchiostro. Può essere. Io però scrivo molto spesso sotto la spinta dal tormento. Le mie storie sono sì un inno alla vita, addirittura all’avidità della vita. Ma sono anche piene di gente sconfitta, fragile, che paga a caro prezzo l’intensità delle proprie emozioni, dei sentimenti.

Mettiamola così. Forse scrivere non è terapeutico, ma è una buona compagnia. Di più: aiuta a dare una forma precisa ai nostri dolori, a conoscerli meglio. Non sarà una cura, ma almeno è un passo avanti. In effetti, mentre scrivo mi capita spesso di piangere. Ma quando spengo il computer sento di aver scaricato il peggio, di essermi sfogato. Non una guarigione definitiva, ma almeno un antidolorifico.

Inoltre possiamo prendere il discorso dal verso opposto: se io non potessi più scrivere starei sicuramente peggio, dunque scrivere è essenziale per salvarmi la salute. Cito il grande musicista Lou Reed: “Prima bevevo due bottiglie di whiskey al giorno, ma da quando ho iniziato a fumare quattro pacchetti di sigarette, ho ridotto a una sola bottiglia. Quindi, dal mio punto di vista, il fumo è tutta salute!”.

Sarebbe bello avere risposte certe, vero? Io invece sono bravo soltanto con le domande, purtroppo. Però una cosa la dico spesso e ora la ripeto volentieri a voi, amici di penna. Scrivere un libro è come raccontare tutto a un amico: alla fine lo ringrazi per essere rimasto in silenzio mentre facevi chiarezza con te stesso.

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