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Chi è stressato alzi la mano

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Chi non vuole più esserlo alzi anche l’altra

di Manuela Leonessa

Lo stress rischia di compromettere la tua vita?

Se la meditazione trascendentale non fa per te, se la New Age da sempre ti lascia un po’ perplesso, se l’omeopatia ti convince, ma fino ad un certo punto, ci sono due cose che puoi ancora fare: tenerti lo stress o leggere questo articolo.

Ho un paziente, nome fittizio Marcello, che ritiene di essere l’uomo più stressato del mondo.
Che sia vero o no per lui è importante che io gli creda, perché se anche il primato non fosse reale, la sua sofferenza lo è.
Al nostro primo incontro l’ansia lo divora, per contrastarla ingurgiterebbe qualunque cosa, caramelle, sigarette, unghie, ma davanti a me non osa, se ne sta perciò in mezzo alla stanza con la bocca aperta in attesa di qualcosa. Non è un bello spettacolo, davvero, ma io sono una professionista perciò lo accolgo con un sorriso, e come se fosse il principe azzurro lo invito calorosamente a sedersi di fronte a me.

Chiedo ― Quand’è che si sente più stressato?

Sempre.― mi risponde, duro,  come se fosse colpa mia.

Con i “sempre” e con i “mai” si lavora male, non si sa bene da che parte afferrarli, perciò alla ricerca di una qualsiasi maniglia obbietto ― “Sempre”, è un sacco di volte. Me ne racconti una.

Marcello boccheggia, sembra un branzino alla ricerca d’ossigeno  ― Al lavoro.

Con un sorriso lo incoraggio a raccontare, ma è evidente che non ne ha nessuna voglia. Si agita sulla sedia, vorrebbe essere da un’altra parte. Si porta le mani alla testa lentamente senza impazienza e senza emozione.  Mi confida ― A volte ho paura di impazzire. Dottoressa, è possibile che io stia diventando pazzo?

La sensazione di diventare pazzo è quasi normale nelle persone molto stressate.― lo rassicuro ― È solo una sensazione, mi creda. Ma mi parli del suo lavoro, cosa fa?

Marcello è un contabile, lavora con i numeri tutto il giorno e lo sa fare bene. Lo chiudessero in uno stanzino a fare il proprio lavoro, sarebbe l’uomo più sereno del mondo, ma ci sono i colleghi e, soprattutto, c’è il capo.

È davvero così terribile?

Mi guarda disperato. Questo capo è la somma di tutti i suoi mali. Se non esistesse, la vita di Marcello sarebbe diversa ― Buon per lei che esiste, sennò non sarei qua.― conclude con un sorriso sgonfio. Cerca di essere  spiritoso ma è troppo depresso per riuscirci veramente. Io sorrido lo stesso per fargli capire che mi sono accorta della battuta, dopodiché insisto ― Mi racconti un episodio.

È un uomo crudele, riesce a farmi sentire sempre una nullità.

― Quand’è che l’ha fatta sentire una nullità?

― Sempre, non mi faccia ripetere.

― Anche oggi?

― E certo!

― Mi racconti cosa è successo oggi.

Cosa vuole che le dica, è un uomo crudele, non mi faccia ripetere. Scenate con lui ce n’è tutti i giorni a non finire. Per la miseria, sono diciotto anni che mi rende la vita impossibile, che brontola criticando tutto quello che faccio. Come se non fossi più capace di fare il mio lavoro.

― E lei ci crede?

― Cosa?

― Che non è più capace di fare il suo lavoro.

― E per forza che ci credo. ― si interrompe, deglutisce. ―A furia di sentirmelo dire.― mormora, infine, con il groppo in gola.

Gli lascio il tempo di riprendersi, tacciamo entrambi per qualche minuto. Poi mi ripeto un’altra volta ―Mi racconti cosa è successo oggi.

C’è questo maledetto progetto sulla tutela della maternità, io devo rendicontare le spese, non sto a fargliela troppo lunga, si tratta di un finanziamento. Legge 53. É una settimana che imposto un foglio di Excel che tenga conto di tutte le voci. Ho chiesto più volte al mio capo se andava bene e lui si è degnato di venire a vedere solo oggi, dopo una  settimana che ci lavoro sopra.

― E come è andata?

― Come vuole che sia andata? Ha detto che faceva schifo, che non serviva a niente, che avevo speso una settimana a fare un lavoro inutile, e che se fosse dipeso da lui, questo mese, non mi avrebbe pagato lo stipendio.

E lei come si è sentito?

Mi ha guardato come se fossi un ebete. Succede spesso che un cliente mi guardi come se fossi un ebete, dovrei esserci abituata,  invece continua a farmi un certo effetto. Il brutto del nostro lavoro sta proprio qui, dobbiamo fare domande apparentemente idiote, tanto scontata sembra la risposta.

Come mi sarei dovuto sentire secondo lei. Un fallito, no?

Il fatto è che la risposta scontata non è.

Perché un fallito? Ha sbagliato solo l’impostazione di un foglio Excel.  Ammesso che l’abbia sbagliata davvero, quanti anni sono che fa questo lavoro?

― Diciotto, non mi faccia ripetere.

È uno precisino, Marcello, ricorda tutto e me lo sottolinea ogni volta. Non deve essere male come contabile.

E in diciotto anni, quante volte ha fatto male il suo lavoro? Quante volte bene?

Mi guarda come un assetato di fronte a una granita, ha capito dove voglio arrivare.
Sovente tendiamo a guardare gli eventi tutti bianchi o tutti neri, buoni o cattivi. Facciamo valutazioni estreme, ci possiamo sentire perfetti o completamente imperfetti. Siamo nella logica del “o, o”.
O farò tutto in maniera precisa e meticolosa o sarà tempo sprecato.

Vi faccio un altro esempio per chiarire il concetto, e stavolta mi rivolgo alle signore perennemente a dieta.

Ho mangiato troppo a colazione. Tanto vale che mi abbuffi anche a pranzo.

Penso di avere chiarito il concetto.
Ma per tornare a Marcello, sottolineare quanto sia sbagliato confondere la parte con il tutto, non è sufficiente.

Mi ha fatto sentire un cretino, un deficiente. ― mi dice in tono disperato ―Non mi sono mai sentito così umiliato. Non oso tornare in ufficio, domani.

Percepisce l’evento come qualcosa d’intollerabile, per lui è praticamente una catastrofe. Gli chiedo se ha figli.

Una figlia― mi risponde torvo ―di quattordici anni.

Si confida con suo padre? Le racconta i suoi dispiaceri, le sue paure?

― Abbastanza.

― Come si chiama sua figlia?

―Denise.

Gli sorrido. È un bel nome.

Denise fa qualche sport?

―Gioca a pallacanestro.

―Gioco di squadra, bene. Allora, Marcello, immagini che una sera  sua figlia torni dall’allenamento disperata. Lei che fa?

― Le chiedo cosa è successo.

Non conoscendo Denise chiedo a Marcello di suggerirmi una situazione che potrebbe gettare la figlia in una situazione di vergogna intollerabile. Lui ci pensa un po’ poi sogghignando mi propone questo:

Durante un’azione a canestro, per lo sforzo le è scappata una scoreggia che tutti hanno sentito.

Devo complimentarmi con lui, sarebbe una situazione insostenibile anche per me.

Benissimo. Denise è stravolta dalla vergogna. Le confessa che non ha più il coraggio di tornare in allenamento. Vuole abbandonare la squadra. Lei cosa le risponde?

Ci pensa un po’, corruga la fronte. È totalmente immerso nella simulazione ― Le dico di non farla tanto tragica, che è una cosa che può succedere a tutti, anzi che magari è già successa qualche volta  e nessuno ci ha fatto troppo caso.

― Esatto.

― Ma la mia situazione è diversa ― protesta ― qui è il mio capo a considerarmi un fallito.

― E chi glielo dice?

― Me lo ha detto lui.

―Le ha proprio detto: Marcello, lei è un fallito?

―No, ma…

― Il suo capo tratta così solo lei?

―Il mio capo è uno stronzo, mi scusi. Tratta male tutti.

―E siete tutti dei falliti?

― No, no, anzi.

―Direi che non lo è neppure lei e il suo capo lo sa benissimo. Vediamo la situazione per quella che è, spiacevole, imbarazzante, se vuole. Un “capo stronzo”, mi scusi lei adesso, è una faccenda sgradevole, ma le catastrofi sono un’altra cosa. Una catastrofe non la sostiene nessuno, una faccenda sgradevole, lo ammetta, è in grado di sostenerla pure lei.

Lo stress è il risultato di una relazione tra l’individuo e l’ambiente. La persona stressata sente questa relazione come affaticante o esorbitante rispetto alle proprie risorse e dunque come una possibile fonte di pericolo per il proprio benessere.

Perché Marcello era stressato? Perché era convinto di essere davvero un fallito e perché riteneva insopportabile l’opinione negativa che il capo aveva di lui. L’ansia di Marcello si è ridimensionata quando ha accettato l’idea che fallire un compito non è il fallimento dell’intera persona, e quando si è convinto che un capo per quanto miserabile sia, non è un fenomeno intollerabile ma solo sgradevole.
E quando ci sentiamo costipati, come wurstel in una busta, per via dei figli pubescenti, del collega incompetente o dell’ennesimo corteggiatore irriducibile che possiamo fare?
Possiamo pensare, e imparare a modificare i  pensieri, le emozioni, le azioni, e le nostre reazioni abituali.
Se la montagna non va da Maometto, sarà Maometto ad andare dalla montagna.
Vi spiego cosa c’entra Maometto con tutto questo.

Prendiamo il figlio pubescente. Da quando ha iniziato a crescergli la barba è diventato ingestibile, saccente, aggressivo  insolente e la vostra vita, di conseguenza, è diventata un inferno.
Non riconoscete più in lui il marmocchietto di pochi anni prima che vi faceva pensare a un miracolo qualunque cosa facesse.

Non è giusto.― vi dite, e in alcuni momenti lo vorreste sopprimere, ma non lo fate perché poi vi dispiacerebbe, e lo sapete.

Non potete neanche sperare che gli passi presto, perché, ed è un fatto, l’adolescenza si sa quando inizia, ma non si sa bene quando finisca, Intuite, infine, che la situazione potrà solo peggiorare. Se non potete cambiare vostro figlio, allora, non vi resta che cambiare voi stessi, o per meglio dire, i vostri pensieri.

Questo figlio è un vero disastro, prima o poi mi farà impazzire.

Non è vero, è solo un normalissimo adolescente, al massimo vi farà arrabbiare.

È sempre così sgradevole, è diventato davvero insopportabile.

In realtà, a volte, continua a essere affettuoso e a cercarvi come un tempo, ma fate fatica a ricordarlo.

È vero, qualche volta è ancora gentile, ma conta di più la sua maleducazione.

E chi l’ha detto?

Si comporta così perché mi odia. Che cosa gli ho fatto?

Sbagliato, si comporta così perché è un adolescente.
L’interpretazione del proverbio è molto personale? Vero, ma funziona abbastanza.

E funziona solo in un senso, perché è vero che Maometto può andare alla montagna se la montagna non va da Maometto, ma se Maometto non andrà alla montagna, temo che alla montagna non importerà niente.

 

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