L'intervista1

Intervista a Alessandra Ponticelli

Intervista a Alessandra Ponticelli.

un solo colpevole

Un tassello alla volta, un particolare e poi un altro, fino ad arrivare a svelare la trama finale. Questo è il tessuto che compone Un solo colpevole scritto da Alessandra Ponticelli. Un giallo molto classico, che richiama le atmosfere proposte da Agatha Christie e l’arguzia investigativa di un Hercule Poirot. Sotto le abbaglianti luci solari della riviera romagnola, si alternano misteri e delitti, vicende che, tornando dal passato, si riflettono in un presente non privo di colpe e di colpevoli. L’intera storia parte dall’intrecciarsi simbolico fra le vicende di una madre e una figlia, Teresa e Adele, personaggi singolari, decisamente fuori dal comune intendere.

  • Come mai hai scelto delle figure così complesse come protagoniste per il tuo romanzo?

Mi ha sempre affascinato l’universo femminile, in particolare i rapporti, spesso conflittuali, che possono nascere tra madre e figlia. La scena primaria, quella del duplice omicidio, ha costituito il punto da cui partire per tracciare un percorso simbolico, rispetto alle nostre piccole/grandi tragedie, ai “traumi” che, comunque, la vita non risparmia a nessuno, e con i quali, prima o poi, siamo chiamati a confrontarci. Naturalmente la storia è completamente inventata, essendo solo frutto della mia fantasia

  • Oltre alle protagoniste femminili, il tuo libro riporta diversi interpreti maschili, come ad esempio Giuliano Belli e il Maresciallo Caputo. Tutti i tuoi personaggi sono ben caratterizzati, al punto da sembrare estremamente reali. Questa scelta nasce dalle proprie conoscenze personali oppure è solo il frutto di una capacità narrativa ben sviluppata?

Come sai, quando si scrive, non c’è mai un confine netto tra immaginazione e vita vissuta. C’è sempre qualcosa di noi in ciò che narriamo, nei personaggi a cui diamo vita, perfino in quelli che non ci assomigliano per niente. Posso solo dire di essere particolarmente affezionata al personaggio di Giuliano. Un giovane pieno di sogni e sempre alla ricerca della verità. Un ragazzo che crede fermamente nella giustizia, malgrado tutto. Convinzioni, queste, che costituiscono il pilastro sul quale ho costruito anche la figura del Maresciallo Caputo. Seppure molto diversi tra loro, infatti, i due personaggi si completano l’uno con l’altro, finendo quasi per sovrapporsi. Appartengono a generazioni diverse, diverse sono le circostanze che hanno caratterizzato le loro vite, ma uguali sono gli ideali in cui credono. Entrambi rappresentano quella parte positiva di Italia che non si rassegna alla corruzione dilagante, ai soprusi, alle menzogne, alle ruberie. Quanto a Caputo, nel costruire il suo personaggio, ho voluto rendere omaggio, in particolare, all’Arma dei Carabinieri e, più in generale, a tutte le Forze dell’Ordine. Alle tante persone perbene che, in silenzio, senza clamore, svolgono quotidianamente con rigore e onestà il loro dovere

  • Una delle particolarità di questo libro è l’aver costruito un antagonista, al personaggio principale, decisamente diverso dal solito. Differentemente dalle trame più usuali, in questo caso non è un’unica entità a costituire la parte avversa, ma un intero paese, in cui l’omertà e i pregiudizi diventano un particolare fondamentale per comprendere la vicenda. La decisione, di optare per una soluzione di questo tipo, è nata spontaneamente nel corso della stesura della trama, oppure sorge da delle necessità ben specifiche?

Purtroppo, quasi ogni giorno, televisione e quotidiani ci raccontano di una provincia italiana ancora molto chiusa su se stessa e piena di pregiudizi. Quella che emerge è una realtà dalle dinamiche complesse, spesso indecifrabili, nella quale si nascondono grandi segreti e, spesso, tanta omertà. Mi riferisco, soprattutto, ai numerosi casi di femminicidio riportati anche dalla cronaca recente. Si fa fatica a credere che dietro situazioni familiari, apparentemente normali, possa annidarsi tanta violenza senza che nessuno se ne accorga. Violenza, oltretutto, perpetrata quasi sempre nei confronti di donne o di minori.

  • La vicenda si svolge in Romagna, un’ambientazione particolare per descrivere la mentalità ristretta e ottusa di certi paesi di campagna. Come mai questa scelta?

Ho voluto ambientare la storia in Romagna perché è una  terra che adoro e che conosco molto bene. Essa fa parte integrante di me, del mio vissuto. Una terra piena di sole, ma anche di nebbia. Un territorio al quale sono legata, emotivamente, da ricordi bellissimi e, insieme, malinconici. Non so se esista davvero “il mal di Romagna” di cui parla Teresa nel romanzo, l’unica cosa certa è che i luoghi narrati in “Un solo colpevole” hanno davvero qualcosa di onirico, di surreale. E’ per questo motivo che amo molto il cinema di Fellini.

  • Nel corso della lettura, si evidenzia una forte influenza francese, sia nelle citazioni, che nella struttura umana che caratterizza la protagonista più giovane, questa impronta deriva da una particolare propensione verso la letteratura francese?

Sono nata e vissuta, fino all’età di diciannove anni, in un paese della provincia di Arezzo, nel quale l’unico svago, specialmente d’inverno, era rappresentato dalla lettura. Sono cresciuta leggendo Flaubert, Balzac, Maupassant, Zola. Finito il liceo, mi sono iscritta alla Facoltà di lingue e letterature straniere di Firenze, dove mi sono laureata proprio in lingua e letteratura francese, materia che ho poi insegnato, per molti anni, nei licei. Conosco bene la Francia, avendoci soggiornato a lungo per motivi di studio. Sì, lo confesso: ho una grande passione per tutto ciò che è francese. Compresa la cucina!

  • Lo stile è molto particolare. Diverso da quelli che sono i canoni polizieschi moderni, in cui tutto è azione e lo splatter diventa il sottofondo di ogni situazione, Un solo colpevole si distingue per l’eleganza della scrittura e per il coinvolgimento deduttivo che si richiede al lettore, è una tua caratteristica, come autrice, oppure è stata una scelta voluta espressamente per questo libro?

No, non è stata una scelta voluta per questo libro. Si tratta proprio del mio modo di scrivere. Credo che la qualità di un buon libro la si misuri dal giusto rapporto tra azione e descrizione. Le location devono arrivare al lettore in modo vivido, senza eccessi da parte del narratore.

  • Quali difficoltà hai riscontrato nello scrivere il tuo romanzo e quanto tempo ha richiesto la sua stesura?

Per scrivere il romanzo ho impiegato quasi tre anni. Dopo una prima stesura, sono passata a quella che io chiamo la fase di “potatura”. Di solito, rileggo ciò che ho scritto almeno dieci, quindici volte. Il mio motto è: tagliare. Non amo la scrittura ridondante e mi piace scrivere in modo piano, pulito, senza eccedere con aggettivi, avverbi o metafore. La caratterizzazione dei personaggi di contorno è quella che mi ha impegnato di più. Essi sono il frutto di un grande lavoro di tratteggio.

  • Un solo colpevole si è classificato terzo nel concorso indetto da EEE, inerente la sezione Gialli, Thriller, Noir, questo importante riconoscimento come è stato vissuto?

All’inizio, non mi sembrava vero. Una notizia bellissima e inaspettata, arrivata tra l’altro in uno dei momenti più difficili della mia vita. Ringrazio la Dottoressa Piera Rossotti e tutti coloro che hanno voluto premiare il mio romanzo.

  • Quando Alessandra Ponticelli non scrive, come occupa il proprio tempo?

Leggo molto. Quando ho del tempo a disposizione, mi piace andare per mercatini alla ricerca di vecchi libri o di piccoli oggetti di antiquariato.

  • Quali sono i progetti futuri?

Ho già iniziato un nuovo romanzo. Speriamo bene.

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