Intervista a Grazia Maria Francese

Intervista a Grazia Maria Francese

Dalla lettura alla scrittura il passo potrebbe essere breve. Tuttavia, diventa tortuoso e insidioso quando si affronta il romanzo storico e non tanto per le varie componenti narrative, quanto per la cura con cui, invece, si mantengono fedeli le ambientazioni, i personaggi e lo spirito dell’epoca. Grazia Maria Francese, dopo Roh Saehlo, ha pubblicato con EEE e uno di prossima uscita.

  • Lei ha pubblicato a tutt’oggi tre romanzi storici di ambientazione medievale, di cui due con EEE, perché le interessa tanto questo periodo storico?

Il Medioevo è uno spazio-tempo immenso in cui si mescolano culture lontanissime. La storia di questi incontri/scontri è ricca di colori, passioni, avventure. La fabbrica dei best seller sforna a ripetizione romanzi e film di ambientazione medievale, sempre sugli stessi argomenti: il ciclo arturiano, la cerca del Graal… perché non raccontare invece la storia del nostro paese? L’alto Medioevo italiano è un mondo affascinante, il mio rifugio segreto.

  • Per scrivere L’uomo dei corvi, lei ha ampiamente consultato l’Historia Langobardorum di Paolo Diacono, che però ha letto con occhio particolarmente critico. Come dice Marc Bloch, nessun documento storico è neutro, va sempre contestualizzato e interpretato. Ma quali sono le “colpe” che lei attribuisce a Paolo Diacono?

Paolo Diacono non ha altra colpa se non quella di essere ciò che è: un Longobardo che s’è fatto monaco e frequenta la corte di Carlo Magno, il re straniero che ha assoggettato la sua gente. Cosa può fare se non tramandare la storia da questo punto di vista? Non è più in grado di comprendere le saghe raccontate dall’uomo dei corvi, perché le sue radici culturali sono state estirpate. Ho dato a Paolo la possibilità di riscattarsi facendogli scrivere una Historia Segreta dove racconta le malefatte di Carlo Magno, come fece Procopio per quelle di Giustiniano. Chissà che non sia accaduto davvero?

  • Lei ha dichiarato che le interessa scrivere la storia “dalla parte dei perdenti” e, per il romanzo in uscita, ha scelto la figura, poco conosciuta al di fuori dal Canavese, di Arduino, la cui “fosca ombra”, scriveva Carducci, si proietta ancora sulla città dalle rosse torri, Ivrea. Che cosa l’affascina di questo personaggio?

La sua tenacia. In un mondo ormai dominato da un potere forte, quello del Sacro Romano Impero, Arduino ha il coraggio di farsi avanti per riprendere la corona del Regno Italico. Va per la sua strada contro la prepotenza delle gerarchie ecclesiastiche, infischiandosene di anatemi e scomuniche. Con le sue masnade di servi, contadini, secundi milites affronta la calata degli eserciti sassoni e le milizie dei vescovi. Riuscirà a portare la corona per dodici anni, non sono pochi per quell’epoca. La damnatio memoriae con cui la Chiesa lo colpisce nasconde qualcosa che secondo me finora è sfuggito, ma non vi dico cosa: lo scoprirete solo leggendo.

  • Il Medioevo è un momento sicuramente fondamentale nella formazione della civiltà europea. Da romanziera, ragionando con i “se”, che cosa potrebbe essere diverso, oggi, se uno come Arduino fosse davvero riuscito a unificare il Regno Italico?

Il nostro paese sarebbe diventato una nazione otto secoli prima di quanto è poi accaduto, e senza forzature. Ma parlando di “se”, ci si può anche chiedere cosa sarebbe accaduto se Arduino NON fosse esistito. Il suo messaggio non finisce con lui: è raccolto dai movimenti ereticali e dalla realtà nascente dei Liberi Comuni. Senza di ciò la storia sarebbe stata diversa. Arduino è sconfitto ma lascia il segno, com’è accaduto del resto a molti “perdenti”.

  • Prima di scrivere i suoi romanzi ha fatto anche ricerche “sul campo”, visitando i luoghi che fanno da teatro all’azione? Che cosa ci ha ritrovato?

Vado sempre a vedere i luoghi dove ambiento le mie storie. Mi emoziona pensare che quelle pietre siano state calcate dai piedi dei miei personaggi. Mentre scrivevo “Arduhinus” ho visitato Pont Canavese, l’abbazia di Fruttuaria, il castello di Pavone, Ivrea, Monforte d’Alba, Roma medievale… avendo in mente una storia si vedono i luoghi con occhi diversi. Chiaro che questa esperienza influisce anche su ciò che si scrive.

  • Oltre alla storia medievale, tra i suoi interessi c’è la cultura giapponese. Come l’ha scoperta? È davvero così lontana dalla nostra?

La sto scoprendo ancora, e più mi addentro nello studio della cultura giapponese più scopro punti di contatto con la nostra. Ci sono anche grandi differenze. La più importante dal mio punto di vista è che in Giappone, la diffusione del Buddismo non ha sopraffatto la ritualità ancestrale di impronta animista, lo Shintô. Ciò conferisce uno spessore del tutto diverso al rapporto con la natura. Sto parlando ovviamente del Giappone tradizionale.

  • La sua casa, una grande cascina ristrutturata, è diventata anche un centro culturale dove si praticano due discipline tradizionali giapponesi, Kendô e Zen. Cosa rappresentano per lei?

Molte cose, tra l’altro la possibilità di aprire gli orizzonti della mente e ciò mi è indispensabile anche quando scrivo. Lo Zen crea una condizione in cui è più facile liberarsi dalle pastoie del proprio “io” lasciando affiorare emozioni e ricordi atavici. Kendô è la spada giapponese. Si tratta di una disciplina fisica e mentale che sviluppa qualità come l’empatia, la tenacia, il coraggio. Sono sicura di non averle ancora assimilate, proprio per questo continuo a praticarlo.

  • Lei è anche presidente dell’Associazione “Sorriso Nuovo – ONLUS” che si occupa del rapporto tra stile di vita e salute. Come definirebbe l’espressione “stile di vita”?

Le abitudini quotidiane. Non solo ciò che si mangia e beve ma l’ambiente domestico, la cura della persona, il ritmo delle giornate, il modo di vivere le stagioni o le diverse fasi della vita. Tutto questo ha un influsso enorme sulla salute. Come medico non posso fare a meno di pensare che il dilagare di alcune malattie sia causato da uno stile di vita ormai troppo lontano dalla naturalezza.

  • Quando Grazia Maria non scrive, come occupa il proprio tempo?

Mille cose: lavora, studia, pratica Kendô e Zen, si occupa del cascinale e di due ettari di terreno… in tutto questo trova perfino il tempo di viaggiare, nonché di frequentare buoni amici che condividono le sue passioni.

  • Quali sono i suoi progetti futuri?

Se parliamo di progetti letterari, “Arduhinus” avrà un seguito che si svilupperà toccando un altro mondo affascinante: la Siqîlyya, vale a dire la Sicilia musulmana. Per quanto riguarda le attività del Dojo e dell’Associazione continuerò a seguire la mia strada, come Arduino… e se qualcuno ci vuol male, mi dispiace per lui.

Link all’acquisto: Amazon – EEE

Intervista a Gaetano Manna

Intervista a Gaetano Manna

Il libro di Gaetano Manna, L’aria non può parlare, affronta un percorso interiore attraverso una serie di vicissitudini che accompagnano il lettore a comprendere anche sé stesso. La narrazione diventa il mezzo per dipingere un’epoca e una società di cui conosciamo molto, grazie alla cronaca, ma estremamente poco della sua vera essenza.

  • Come nasce l’idea che ti ha spinto a scrivere il tuo libro?

Nasce su una serie di circostanze che avvengono quasi in simultanea, in modo del tutto inaspettato e particolare.

Nel 2011, mentre approfondivo la conoscenza della nascita e sviluppo dei manicomi criminali (seconda metà del secolo diciannovesimo) mi imbattei nelle notizie che venivano diffuse dai media inerenti la denuncia della Commissione di inchiesta del servizio sanitario nazionale del Senato della Repubblica (https://www.youtube.com/watch?v=-J5-wGkx0iM) all’interno dei cosiddetti OPG (Ospedali psichiatrici Giudiziari). Il video che spopolò in internet, oggetto di approfondimenti giornalistici (ad esempio RAI tre, “Presa diretta” del giornalista Iacona) era sbalorditivamente simile agli scenari che io iniziavo a descrivere e raccontare nel mio romanzo. Questo elemento mi incoraggiò e mi spinse a proseguire nell’intento di scrivere quella che poi è diventata la storia del libro.

  • La Sicilia ha un ruolo fondamentale nella tua vita, non solo come Terra, ma anche come costumi e tradizioni. A parte le tue origini, cosa ti ha convinto ad ambientarvi la storia?

Per una serie di motivi. Innanzitutto perché sono di origini siciliane e poi perché ho vissuto in una famiglia cosiddetta “allargata”, dove erano presenti, oltre ai miei genitori, anche la nonna e la zia. Il tempo passato da piccolo con mia nonna, e con i suoi fantastici racconti, mi ha permesso di vivere la cultura siciliana come se fossi realmente in Sicilia. Abile raccontatrice, passavo ore ad ascoltare le mirabolanti avventure di Giufà, personaggio letterario della tradizione orale popolare della Sicilia, privo di qualsiasi malizia e furberia, credulone, facile preda di malandrini e truffatori di ogni genere. Oltre a questi due fattori, indispensabili per avviare la storia scritta ne aggiungerei un terzo, ovvero il fatto che in provincia di Messina (Barcellona pozzo di Gotto) c’è un vecchio manicomio criminale, inaugurato nel 1925 e dismesso per quelle funzioni originarie solo nel 2015 (meglio tardi che mai!).

  • Qual è la Sicilia che emerge dalle pagine del romanzo?

È la Sicilia del Gattopardo, del forte contrasto tra classi ricche, rappresentate da persone agiate e spregiudicate e tutto il resto: poveri uomini costretti a vivere nella miseria più totale, soprattutto a Messina a seguito del devastante terremoto che la colpì nel 1908. E’ la sfrontatezza degli uomini perbene a non mollare neanche un centesimo delle loro ricchezze a favore di persone che morivano letteralmente di fame. Cambiare tutto per non cambiare niente: la cultura siciliana mafiosa è fatta di questa essenza, che affonda le sue radici nei secoli passati. Sicilia, terra di conquista di tanti eserciti e tante culture, di popoli che l’hanno (apparentemente) dominata ma, in realtà, il popolo siciliano è come il bambù: si piega ma non si spezza. Il siciliano assiste e aspetta che il vento cambi direzione per tornare ad essere quello di sempre. C’è un vecchio detto siciliano che dice:

“Calati juncu, chi’ passa la china”, ovvero: calati giunco, finché passa la piena. (è un invito a saper sopportare, anche umiliandosi, aspettando tempi migliori).

  • Chi è Antonio Anastasi?

E’ il personaggio principale della storia. Di famiglia benestante (la sua è una storica famiglia di Notai siciliani) ha però una forte intolleranza alle disuguaglianze, di ogni tipo! Sin da piccolo non sopporta i suoi genitori per il loro modo di vivere e approcciarsi con il mondo esterno. Per loro il mondo iniziava e finiva con la loro stretta cerchia di amici, ovviamente tutti benestanti e distanti dal mondo reale. Questa intolleranza scatenerà i successivi conflitti con il padre e la madre e lo costringeranno ad essere portato dal padre a Palermo, nel collegio dei Gesuiti.

  • Si dice che in ogni scritto un autore doni una parte di sé, ti senti più vicino ad Antonio o a Roberto? Oppure sei tu la storia?

Bella domanda! Direi che in ognuno di loro c’è una parte di me: di Roberto la bontà d’animo e la curiosità, di Antonio l’intolleranza alle ingiustizie e la testardaggine a portare avanti le cose fregandosene delle conseguenze.

  • Tenendo conto che spesso gli autori (soprattutto i meno esperti), traggono spunto dalle serie tv, che sono per la maggior parte americane, quale errore consiglieresti di non fare, soprattutto nell’ambito lavorativo che conosci?

Parli con uno che di serie televisive americane non ne vede una dai tempi della mitica “Happy days” – ricordi il grande Fonzie? Scherzi a parte, la cultura americana, con la produzione e diffusione martellante di film, serie TV e quant’altro, rischia di produrre l’idea che quel mondo (americano) sia quello reale. In realtà di reale c’è ben poco. La storia, la nostra storia, rischia di essere dimenticata, sotto tutti gli aspetti. Questo purtroppo è il vero dramma: senza la conoscenza della nostra storia rischiamo di non avere più quelle radici del passato che ci ha fatto essere così come siamo, oggi. La storia mi ha permesso di comprendere tante cose che ho riportato, fedelmente,  nel romanzo. Pertanto l’invito a tutti è quello di conoscere le proprie radici, attraverso la storia.

  • Avendo lavorato in campo psichiatrico, quanto hai trovato alienante questa esperienza?

L’uomo è l’animale in grado di compiere azioni tra le più estreme in natura: dalle straordinarie bellezze di un’opera d’arte a forme di crudeltà verso altri simili inimmaginabili. Sotto quest’ultimo aspetto non riesco ancora a capacitarmi di come alcuni uomini possano concepire una serie di azioni finalizzate a provocare dolore in un altro essere umano. L’unica risposta che mi sono dato, visto la professione che svolgo, è che certi uomini hanno dentro di se solo esperienze negative che predominano rispetto a quelle positive. Se hai conosciuto solo il male non puoi dare che male.

  • Si dice che gli italiani non leggono e che, sostanzialmente, preferiscano il cellulare a un buon libro. Dato che hai avuto modo di presentare il tuo romanzo al pubblico, cosa ne pensi della precedente affermazione?

L’affermazione che gli italiani non leggano, purtroppo, è data dai numeri. Oggi con internet gli italiani leggono forse di più, ma in modo superficiale. Un romanzo come il mio incute paura per il solo fatto che si compone di 650 pagine. Molti miei amici mi hanno confermato la fatica nel mettersi a leggere tutte queste pagine ma c’è una speranza: mia suocera. Ebbene si, mia suocera, che non aveva mai letto in vita sua che libercoli di qualche pagina sta leggendo il mio romanzo per la seconda volta! Se c’è riuscita mia suocera le speranze che lo possano leggere tanti altri c’è.

  • Quando Gaetano non scrive, come occupa il proprio tempo?

Lo dedico a organizzare e programmare servizi sanitari, dedicati soprattutto alla cura delle dipendenze patologiche. Faccio anche formazione per gli operatori. E’ un lavoro gratificante ma impegnativo.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

L’idea di scrivere un altro romanzo mi affascina ma, purtroppo, devo fare i conti con un lavoro altrettanto impegnativo che lascia poco spazio alla fantasia. Ma le idee ci sono e io sono una persona che sa aspettare il momento opportuno, un po come il nostro Antonio che, nonostante i decenni di reclusione forzata, non ha perso la lucidità del pensiero e nemmeno la voglia di andare avanti.

Link all’acquisto: Amazon – EEE

Intervista a Ludovico Alia

Intervista a Ludovico Alia

Affrontare un romanzo erotico, senza cadere nella mercificazione e nel pornografico non è così semplice, soprattutto non è facile stabilire un confine che possa far comprendere i meccanismi psicologici, morali e sociali che possono portare a determinate scelte. Il gusto dell’amarena selvatica porta il lettore ad assaporare sì l’asprezza ma anche la dolcezza insita che esiste nel frutto. E il frutto, in questo caso, è proprio il rapporto che esiste fra i protagonisti.

  • Può un romanzo erotico parlare di amore, inteso come sentimento e non come atto fisico?

Certamente. E questo può essere evidenziato descrivendo l’una e l’altra cosa e/o entrambe. Mi spiego: è possibile descrivere un momento in cui i personaggi vivano un rapporto del tutto fisico e magari mercenario, un’altra situazione in cui si illustri sentimento del tutto scevro di fisicità, oppure momenti in cui l’atto fisico sia accompagnato da un forte coinvolgimento sentimentale. Il lettore se ne accorge, senza ombra di dubbio. Penso che nell’”Amarena” ci siano tutti. Accidenti, mi sono accorto proprio ora che sono tre descrizioni e che l’amarena, intesa come frutto, possiede proprio tre gusti. E’ forse un segno del destino?

  • Histoire d’O affronta una tematica molto simile a quella presentata nel tuo libro, il cuckoldismo. Si può concedere solo ciò che ci appartiene e ci appartiene solo ciò che ci viene concesso. Tuttavia, in Histoire d’O non è l’amore il fattore scatenante, bensì il concetto di “possesso”. Quanto è sottile il confine fra amore e possesso, a tuo parere?

Non sono d’accordo. Histoire d’O è un romanzo impostato su un altro terreno. Tra i protagonisti non vi è amore, sentimento vero. Solo desiderio di possesso. La protagonista “crede” di essere innamorata. In realtà alla fine si renderà conto di non esserlo mai stata. Luca nell’Amarena non “possiede” Elena e viceversa lei non possiede lui. La loro unione è pura, cementata dal desiderio di compiacere i desideri del proprio compagno e nel contempo anche i propri; questo non solo in fatto di sesso ma anche per altri argomenti. Si adoperano entrambe per il proprio partner nel momento in cui ne abbia necessità. Histoire d’O è un romanzo asettico ambientato in un mondo distaccato, senza sentimento e lontano da una possibile vera realtà. Nell’amarena, ambientata nel mondo reale e in una situazione altrettanto vera e purtroppo attuale, l’amore è palpabile ed è questo sentimento la causa scatenante di tutta la narrazione. In definitiva secondo me c’è un abisso, tra amore e possesso.

  • In realtà, il menage a trois diventa una costante stabilizzata da un unico elemento, l’altro. Come hai scelto questa seconda figura maschile e cosa rappresenta per te?

Se intendiamo la figura di Sergio, direi che è un menage a trois molto particolare. In realtà il cuckold ‘concede’ la propria partner a chiunque lei desideri. Quindi la costante è Lui, lei e gli altri. Nel caso specifico Sergio è una figura da un lato paterna e dall’altro una persona che mendica la compagnia e la presenza della coppia. Rappresenta un po’ un esempio per tutti noi: cercare di dare prima di chiedere e ricevere aiuto da altri. Cercare di capire gli altrui desideri prima di soddisfare i nostri. Ma la cosa più importante di Sergio è guarda caso un esempio di devozione e amore assoluto e totale verso chi gli ha regalato gli anni più belli della sua esistenza: Aisha. Per lui Elena è solo una rappresentazione fisica della sua compagna, null’altro che un modo di illudersi che ella sia ancora in vita, completamente pazzo d’amore.

  • Dal tuo punto di vista, quanto realmente sono in grado di comprendere i lettori (se non hanno sperimentato di persona) il tuo romanzo?

Reputo che molti di coloro che leggono siano persone preparate e aperte. In una recensione un lettore ha scritto “ben scritto e ha di carino che non parla solo di sesso ma anche un minimo di altre cose”. Attendo una critica che dica “parla di molte cose ma anche di sesso”, anche se ahimè è stato relegato tra i libri ‘a luce rossa’ e probabilmente questo ne frena parecchio la visibilità. Ad ogni buon conto ho ricevuto riscontri molto positivi. alcuni sfioravano l’entusiasmo, probabilmente perché i vari contenuti erano stati perfettamente intesi.

  • Quali sono state le reazioni più comuni?

Le critiche che ho ricevuto sono state per la stragrande maggioranza positive. Ho provato a buttare lì un paragone con altri romanzi (50 sfumature) e mi è stato detto che l’Amarena è moooolto meglio e meriterebbe ben di più di quello scritto. Un sacerdote ha avuto il coraggio e la pazienza di leggerlo e per questo lo ringrazio a prescindere. E’ stato cortese e mi ha detto che non era molto d’accordo sul mio modo di intendere l’amore. D’altronde, non tutti i gusti sono all’Amarena.

  • La pornografia spiccia dilaga in rete in modo del tutto incontrollato, ponendo i più giovani a contatto con una realtà che ha davvero ben poco a che vedere con un “normale” rapporto di coppia. Secondo te, quanti danni sta facendo?

In verità fa meno danni di tante altre cose. La pornografia c’è sempre stata. Vero è che oggi sul web ci sono una miriade di siti, filmati, chat a cui tutti possono accedere. Ma è anche vero è che al giorno d’oggi alcune cose sono cambiate e molti tabù e totem negli anni 70 e 80 sono crollati. Vedo molte persone frequentare club, o iscriversi a siti di annunci on-line. Forse la coppia del domani sarà più libera e slegata da certe idee. Per quanto mi riguarda deve essere sempre la famiglia a dover intervenire per spiegare questi fenomeni in modo intelligente alla propria prole.

  • A proposito, che cosa è “normale” in un rapporto di coppia?

Amarsi: rispettarsi sempre, confidarsi l’un l’altro i crucci e i dubbi, aiutarsi quando ve ne è necessità, gioire delle soddisfazioni del proprio partner e avere sempre un progetto per il futuro. Se invece la domanda era cosa è normale dal punto di vista “sesso” in una coppia rispondo che tutto ciò che i due componenti della stessa coppia concordano di poter mettere in pratica è normale.

  • Fra gli autori che propongono l’eros come genere tematico, hai delle preferenze?

Anais Nin e Alberto Moravia. Anais Nin perché racconta cose vere, solide assolutamente inconfutabili. Moravia per la fantasia, alle volte un pochino spicciola, ma insomma, scrive anche lui tra le righe e questo tipo di scrittura è sempre da valutare in modo molto positivo. Anche se lo hanno aspramente criticato per questo tipo di scritti. Gli autori contemporanei non mi convincono perché sfruttano in modo smodato temi e storie trite e ritrite e riproponendole fino allo sfinimento. In ciò che scrivo cerco sempre di descrivere un qualche argomento originale. Una piccola annotazione: in realtà la stragrande della maggioranza degli scrittori sono erotici: prendete ad esempio Follet e contate quante scene ‘erotiche ed esplicite’ si possono trovare nei suoi romanzi: ne sarete stupiti.

  • Quando Ludovico non scrive, come occupa il proprio tempo?

Facendo molte cose. In primis il papà e il marito, poi anche altre attività a livello hobbistico, che mi impegnano anche molto dal punto di vista squisitamente fisico.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Molto dipenderà dalla Casa Editrice. L’Amarena è una trilogia, poi ho scritto un altro romanzo e vorrei in seguito anche dedicarmi ad altri generi, ad esempio l’horror. Ma questo dipenderà dal tempo a disposizione e dal giudizio insindacabile dell’Editora.

Link all’acquisto: Amazon – EEE

Intervista ad Alberto Zella

Intervista ad Alberto Zella

CopertinaEEENulla è mai come sembra e Davide, il protagonista di Il paese dal cuore fumante, presto dovrà scoprirlo a proprie spese. Alberto Zella non ha scritto un giallo o un fantasy, ma ha tratteggiato le linee di una realtà, sospesa fra gli anni 60 e 70, rurale e pronta per la successiva epoca “moderna”

  • Il paese dal cuore fumante è un titolo curioso, puoi svelarci il suo significato?

In realtà il titolo lo ha suggerito la signora Rossotti,ed è un titolo che mi è piaciuto subito. Il cuore fumante del paese è la fabbrica InterTubi, la cui ciminiera fuma senza sosta come il drago che compare sullo stemma di Dragorma. È un drago all’apparenza positivo, perché la fabbrica porta lavoro e benessere, ma è anche un po’ ingombrante e a tratti opprimente, come una cattiva coscienza…

  • Nel tuo libro compaiono diversi personaggi ben tratteggiati, hai preso spunto dalla realtà o sono tratti puramente dalla fantasia? E quanto pensi che un personaggio, per essere credibile, debba avere le caratteristiche di una persona reale?

I personaggi sono al 90% reali, per alcuni ho solo cambiato i nomi. Se all’inizio del romanzo ci fosse scritto che “ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone realmente esistenti è puramente casuale”… be’, mentirei. Tante delle persone raccontate nel romanzo oggi non ci sono più, e di loro sento una grande nostalgia.Per quanto riguarda i superstiti, sono passati tanti anni da quegli eventi e spero che mi perdonino per quello che ho scritto. Io penso che anche nella costruzione di un personaggio di pura fantasia il nostro inconscio peschi inevitabilmente dall’esperienza reale.

  • Davide non è l’unico protagonista del tuo libro, lo è anche il paese, Dragorma, che pare mutare, in simbiosi, nel corso della maturazione del giovane. Può esserci un parallelismo fra i due?

Davide è il prodotto dell’ambiente che lo circonda. Davide s’innamora di Cosetta in una maniera totalmente differente da come avrebbe fatto se fosse vissuto in un grande centro urbano, perché i rapporti sociali sono terribilmente diversi. Il tempo e gli eventi mutano le persone, e le persone cambiano la società in cui vivono.

  • Hai scelto un preciso momento storico della nostra storia italica, che cosa ha rappresentato per te?

Penso che il momento storico sia più riferibile al paese Dragorma che all’Italia nel suo complesso. Per Davide, e per me, era la fine dell’adolescenza, cioè il momento in cui bisogna mettere in azione tutto ciò che si è imparato da bambini e da ragazzi. O che si crede di avere imparato.

  • Il passaggio dagli anni 70 all’epoca moderna non è stato certo indolore e non tutto quello che è arrivato nelle epoche successive ha portato reali benefici nella vita di tutti i giorni. Di cosa pensi che potremmo fare a meno?

Senz’altro dei telefonini, qualcosa di cui un tempo nessuno sentiva il bisogno e che oggi sembrano più indispensabili dell’aria che respiriamo. Il modo in cui il telefonino ha cambiato l’umanità a me appare incredibile. Se i personaggi del mio romanzo avessero avuto i telefonini, niente di quello che racconto sarebbe accaduto.

  • Vi è sempre qualcosa di “onirico” nei tuoi libri, un pizzico di fantasia che trasforma la realtà pur facendo, alla fine, parte della stessa. Pensi che nella vita di tutti i giorni, lasciare libera la mente di vagare, possa aiutare ad affrontare il quotidiano?

“Noi siamo della stoffa di cui sono fatti sogni e la nostra piccola vita è cinta di sonno”. Nessuno può resistere a lungo in condizioni di sola realtà. Quante idee sono venute di notte, durante i sogni!“Ciò che dall’uomo non è saputo o non è ricordato, attraverso il labirinto del petto erra nella notte.”

Goethe.

  • I tuoi costanti spostamenti in treno sono stati lo stimolo che ti ha permesso di trovare nuove idee per i tuoi romanzi? Cosa ti colpisce e scatena la tua voglia di scrivere?

Più che dai quotidiani spostamenti in treno, le idee nascono dal cambiamento di ambiente, dai viaggi all’estero, da nuove città. Questo è vero soprattutto per il mio primo romanzo, “Io e MrsPennington”, stimolato dalle esperienze londinesi. Essere lontano da casa riesce in un certo qual modo a far emergere sensazioni che poi entrano nei miei romanzi.

  • Scrivi per divertimento o per “bisogno”? Esiste un particolare autore che può aver influenzato il tuo modo di scrivere?

All’inizio scrivevo per bisogno, per “scaricare” l’inconscio. Ora non so. Gli autori che mi hanno influenzato sono certamente i grandi della letteratura americana: Hemingway, Steinbeck e compagnia. Ricordo un’edizione per ragazzi di “Moby Dick”: credo di averlo letto e riletto almeno quattordici volte!

  • Quando Alberto non scrive, come occupa il proprio tempo?

La dura realtà quotidiana assorbe quasi tutto il mio tempo. Alla domenica, quando posso, vado in bicicletta.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Mah, se a qualche lettore piacerà “Il paese dal cuore fumante”, forse nasceranno nuovi progetti. Se nessuno legge quello che scrivi, è dura andare avanti!

Link all’acquisto: Amazon – EEE

Intervista a Elena Grilli

Intervista a Elena Grilli

Grilli_EEECome il mare a occhi chiusi è il titolo del romanzo scritto da Elena Grilli. La frase pare già sibillina e, tenendo conto che trattasi di un giallo, lascia intendere la presenza di abissi che possono in qualche modo inghiottire l’animo umano e, con esso, indicibili segreti.

  • Parlaci della scelta del titolo e del messaggio a dir poco misterioso contenuto in esso.

Il titolo richiama due passaggi del romanzo, in cui semplicemente la protagonista si trova a occhi chiusi davanti all’Adriatico che lambisce la costa anconetana. Come hai intuito tu, la frase era abbastanza strana, astrusa ed eccentrica da ben rappresentare lo spirito del romanzo, ed ecco qua. È stato il primo titolo che ho pensato; in seguito ho cercato anche altro, che potesse rispecchiare il contenuto del libro, ma niente, ormai quel titolo era come un tatuaggio che non si toglie più dalla pelle.

  • La trama è una sorta di intreccio studiato ad arte e nei minimi dettagli. Quali difficoltà hai riscontrato durante questa complessa stesura?

L’intento era quello di sorprendere chi legge con un intreccio complesso, contorto, macchinoso e tuttavia perfettamente logico. Dico la verità, nei meandri della mia trama mi sono io stessa persa e ritrovata decine e decine di volte, con momenti di scoraggiamento in cui sembrava che il puzzle non volesse proprio ricomporsi. Figurati che il colpevole non è quello che avevo pensato all’inizio. Avevo appena finito di scrivere e all’improvviso mi è venuta un’idea: e se il vero colpevole non fosse quello che avevo indicato fino a quel momento? Magari tutti credono che sia così (me compresa) e invece… È  possibile un’altra spiegazione, ancora più pazzesca? Sì, era possibile. È il motivo per cui nessuno secondo me è in grado di intuire l’epilogo… Lo ignoravo perfino io mentre scrivevo!

  • La protagonista porta con sé una buona dose di coraggio nell’affrontare situazioni davvero inquietanti, rischiando talvolta anche la vita. Descrivici, a grandi linee, gli aspetti che caratterizzano questa interessante figura femminile.

Dalia è una giovane donna, ma è tutto tranne che femminile, non nel senso convenzionale del termine. Anzi è molto lontana da uno stereotipo di femminilità. Non è accondiscendente, non si lascia addomesticare. È difficile averci a che fare. È recalcitrante, ostile e ostinata. È la sua disubbidienza che la pone al centro di un vero casino, sfiorando pericoli di cui non è sempre pienamente consapevole, finché non se li trova davanti. Dalia è il risultato di una esigenza che sentivo, di delineare una eroina diversa dalle solite figure femminili, di semplice affiancamento all’eroe maschio. Lei è indipendente, non cerca semplicemente la sua strada, se la costruisce. Sembrerà strano, ma l’ispirazione deriva da certe figure femminili che si possono trovare in alcuni romanzi di Agatha Christie. Con la differenza che queste ultime di solito coronano il loro sogno d’amore, alla fine. Come se la Christie avesse detto alle sue eroine: “Fatti la tua bella avventura se vuoi, ma poi sposati e fai figli”. Io invece dico a Dalia: “Sei una cavalla selvaggia, corri e non ti fermare!”

  • Molti scrittori hanno la vita reale come fonte di ispirazione. Il fatto di essere una psicoterapeuta ti fornisce spunti, osservazioni, elementi da cui trarre idee per le tue storie?

Confesso. Il mio lavoro mi pone sotto gli occhi una infinità di storie, vissuti, personalità diverse. Se una scrittrice è tanto più ricca quanto più ha fatto esperienze, viaggi, esplorazioni che arricchiscono il suo bagaglio, io ho sicuramente questo vantaggio: ho le vite degli altri, i loro tragitti, le loro emozioni. Nessuno dei personaggi del romanzo ricalca integralmente persone che ho conosciuto. Ognuno di loro è il risultato dell’assemblaggio di pezzi presi qua e là. Nel romanzo c’è un killer che soffre di attacchi di panico. Inusuale? Non saprei. Perché mai solo in chi ha la coscienza pulita dovrebbe essere afflitto da un disturbo d’ansia?

  • Quanto pensi possa essere importante, per la buona riuscita di un romanzo, l’attenzione che un autore riserva nei confronti dei suoi personaggi?

L’attenzione da dare ai personaggi è un elemento chiave, credo, della scrittura. Se i personaggi li vedi, te li rappresenti in modo vivido, te li immagini con i loro pensieri tipici e le loro peculiari strategie di sopravvivenza, di fatto poi loro agiscono da soli, quasi al di fuori della tua volontà di autrice. È così, credo, che è venuto fuori un finale diverso da quello pensato inizialmente: uno dei personaggi ha deciso che, facendo come gli era congeniale, doveva essere lui la mente criminale. A quel punto, come autrice ti devi arrendere. È così e basta.

  • In questa capacità di rappresentare visivamente i personaggi e le loro azioni, ti è di aiuto l’altra tua passione, la pittura?

Credo di sì. È la pittura la mia passione primordiale. Scrivere non mi è sempre piaciuto, mentre faccio fatica a pensare a me stessa senza una matita in mano che scarabocchia o un pennello che imbratta tele. Credo che questa abitudine dia una forma precisa al pensiero, che si esercita a rappresentare visivamente le idee, anche le più astratte. Quando creo una storia, è come vedermi davanti un film.

  • Quando hai iniziato a scrivere? E quando hai preso in considerazione la possibilità di far conoscere al pubblico la tua opera? Cosa ti ha spinto?

Come ho già detto, scrivere non è una passione che ho da sempre. Penso alla scuola e ai temi di italiano che per me erano un vero supplizio. Credevo che non fosse per me, finché durante un lungo viaggio in Norvegia in macchina, la noia mi ha portato a guardare fuori dal finestrino e a immaginare quello che è il nucleo della trama di “Come il mare ad occhi chiusi”. Mi sono detta: perché non provo a scrivere questa storia? Insomma, la passione non era tanto per la scrittura in sé, quanto per i misteri, gli enigmi. Quelli sì, che mi sono piaciuti da sempre. È stato dopo, che ho scoperto quanto è bello scrivere, quando non è qualcun altro ad avere il controllo, vincolandomi ad un tema predefinito, ma sono io a tenere le fila della storia. Decidere di pubblicare invece non è stato scontato. Scrivere un giallo era una sfida con me stessa: mi sono chiesta se sarei stata in grado di pensare ad un vero intrigo, e ce l’ho fatta. Poi mi sono detta che la sfida non era veramente vinta, se nessun altro avesse avuto modo di affrontarla. La sfida col lettore è l’unica in grado di dare i brividi lungo la schiena.

  • L’impegno a fianco delle donne vittime di violenza è una parte rilevante del tuo lavoro. Quello della violenza sulle donne è un universo spesso poco conosciuto a causa del velo di omertà che nasconde fra le quattro mura domestiche gli abusi e le sopraffazioni. Sta aumentando la consapevolezza delle donne e la loro volontà di ribellarsi alla violenza maschile?

Se lavori in un centro antiviolenza, a volte finisci per pensare che tutto il mondo è violenza. Ti sembra di essere circondata e senza scampo. Però, ad essere obiettive, la consapevolezza cresce da una generazione all’altra e l’obbedienza silenziosa ad un marito padrone non viene più data per scontata come un tempo. Le donne chiedono sempre di più aiuto per riuscire a sottrarsi alla violenza, emanciparsi, auto-determinarsi, pretendere rispetto. Con questa tua domanda mi fai pensare che forse non è un caso che la mia Dalia sia così, libera e senza regole.

  • Quando Elena non scrive e non dipinge, come occupa il proprio tempo?

Al di fuori della mia professione, della pittura e della scrittura c’è poco altro. C’è la vita familiare, soprattutto. Sono baciata dalla fortuna: ho una bella famiglia, un lavoro appassionante e socialmente impegnato, e poi ci sono i mondi che mi sono creata per distrarmi e rilassarmi. Scrivere gialli ha questa funzione, appunto. Ascoltare quotidianamente storie vere di violenza, di stupri e di umiliazioni, da un lato mi fa sentire che sto facendo qualcosa di importante, ma dall’altro rischierebbe di annientarmi, se non avessi anche uno spazio di disimpegno, di ritiro dai problemi reali. I gialli sono il mio spazio di superficialità, mancanza di serietà, leggerezza. In questo perfetto equilibrio tra l’impegno sociale e la spensieratezza sento di poter essere felice per molti anni ancora. Non ho bisogno di altro.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Dopo l’ebbrezza del primo romanzo, sono alle prese con il secondo. Mi trovo nella fase ideativa e sono già in quell’ingorgo, in quel groviglio di dettagli che non si vogliono incastrare. Sono fiduciosa però, mi districherò come sempre…

Link all’acquisto: Amazon – EEE

Intervista a Lu Paer

Intervista a Lu Paer

Paer_EEELu Paer è un’autrice dall’animo complesso, in cui le intensità delle emozioni si manifestano con pennellate forti e mai scontate. La sua vita è un intricato mosaico di soluzioni finalizzate alla sopravvivenza quotidiana, in un mondo fatto, il più delle volte, da soprusi e indifferenza. Tutto questo bagaglio emotivo lei lo riversa nei suoi libri.

  • Il protagonista del tuo nuovo romanzo, “Non altro che me stesso”, è un trentacinquenne che si troverà nei panni di spettatore del suicido di una donna molto speciale. Cosa ti ha spinta a scegliere una figura maschile per scrivere la storia?

Viviamo tutti più aspetti e personalità, dentro di noi. Immedesimarmi in un uomo è stato un  modo per sperimentare l’universo maschile  e nel farlo ho provato un grande senso di libertà e curiosità.

  • Sotto quale prospettiva psicologica viene affrontato l’argomento forte, e allo stesso tempo sensibilizzante, della violenza sulle donne?

Cito una frase del mio romanzo ‘ A volte ad essere uccise sono le donne che si ostinano a rimanere, nonostante tutto’. Il tema della violenza sulle donne viene affrontato sotto una prospettiva diversa, che solitamente non viene detta.  Dietro una donna che soffre spesso ci sono figli che subiscono a loro volta, ma  che non possono scegliere. Questo mio pensiero si è rafforzato una sera mentre seguivo una puntata del programma’ Amore criminale’. La donna intervistata aveva subito moltissima violenza dal marito, ciò nonostante rimase incinta e quando nacque la bambina parte della violenza fisica il marito la trasferì sulla piccola, a suon di cinghiate. Tuttavia la donna intervistata partorì successivamente, con il suo aguzzino, altri 3 figli, altre 3 vittime. Si  giustificò dicendo che non riusciva a abbandonarlo perché ‘Gli voleva bene’, uso le sue parole. Lo lasciò anni dopo, perché ne aveva trovato un altro. In tutta questa vicenda io vedo 4 vittime, e sono i bambini! Noi donne possiamo fare di più e di meglio! Anche stando da sole. Non a caso i  protagonisti di questo romanzo sono la consapevolezza e la capacità di scelta, anche se quest’ultima, nel finale, viene estremizzata.

  • I protagonisti del tuo libro sono nati solo dalla tua fantasia o rispecchiano aspetti di persone reali?

Direi l’uno e l’altro, sono partita da un personaggio inventato le cui caratteristiche sono emerse  all’interno di situazioni precise, anche reali. Per quanto riguarda l’aspetto emotivo mi identifico moltissimo negli stati d’animo di Carlo, il protagonista.

  • Perché “Non altro che me stesso”? Parlaci del messaggio racchiuso nel titolo. Quante e quali emozioni vengono a galla in questo libro?

Il titolo mi è stato suggerito,  molto opportunamente, dal mio editore. La frase ‘Non altro che me stesso’ è contenuta in alcuni miei versi all’interno del romanzo, ed è la frase perfetta per rappresentare il grande desiderio di libertà ed autenticità del protagonista che per esse è disposto a pagare qualsiasi prezzo.

  • Nel tuo primo lavoro “Cosa stai aspettando!” abbiamo avuto modo di scoprire il tuo impegno personale nei confronti di una campagna animalista molto sentita. Quanto pensi che questo amore per gli animali abbia influito nel tuo approccio alla scrittura?

Totalmente, direi. Sopravvivo al dolore che la sofferenza animale mi provoca anche grazie alla scrittura. I miei romanzi infatti si propongono di  sensibilizzare il lettore su alcuni aspetti che mi stanno molto a cuore. Soprattutto, scrivendo, voglio fare la mia parte in un auspicabile processo di trasformazione delle coscienze, verso il bene.

  • L’amore per gli animali resta una costante anche nel secondo libro. Volendo ben vedere, la violenza, che sia su donne o animali, è il filo conduttore che traspare comunque dai tuoi scritti. Cosa ti rende così sensibile?

Si, è proprio così. L’ attenzione alla  sofferenza degli indifesi, di chi non ha voce, umano o animale che sia, è una caratteristica del mio carattere che mi accompagna da molto tempo. Forse come riflesso a  situazioni vissute. Nel mio secondo romanzo la vittima risulta comunque, e sempre, l’infanzia. La scelta di Carlo, di non diventare padre, è un atto di responsabilità e consapevolezza.

  • Quali sono le difficoltà che hai riscontrato durante la costruzione delle tue trame?

Amo emozionarmi ed emozionare. I miei personaggi vivono spesso situazioni intense, nel bene e nel male; pertanto mi trovo in difficoltà quando devo costruire una trama che possa riferire situazioni di normalità o descrizioni, anche di ambienti, che non evochino stati d’animo particolari.

  • Se dovessi dare tre aggettivi al tuo modo di scrivere, quali sarebbero?

Sintetico, intenso, efficace; almeno nel mio intento.

  • Quando Lu Paer non scrive, come occupa il proprio tempo?

Amo molto leggere e stare a contatto con la natura, la nostra prima madre.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Terminare a breve un thriller contro la caccia, che sto ultimando! E cominciarne subito un altro, il giorno dopo!

Link all’acquisto: Amazon – EEE

Intervista a Margherita Terrosi

Intervista a Margherita Terrosi

Terrosi_EEEL’anima particolarmente sensibile di Margherita Terrosi si riversa in questo romanzo, ponendo a confronto due realtà, quella femminile e quella maschile, sottolineando sia le diversità che le similitudini di entrambi gli universi. Due mondi che dovrebbero essere destinati ad attrarsi ma che, spesso, invece si allontanano.

  • Frittate e Grattacieli, la curiosità è tanta. Da cosa è scaturita la scelta di un titolo così originale?

Frittate e Grattacieli è un titolo troppo geniale per essere farina del mio sacco! Me lo ha gentilmente “prestato” il Prof. Edoardo Lombardi Vallauri, linguista e professore presso l’Università degli Studi di Roma Tre, nonché autore di una trasmissione andata in onda su Radio 3 qualche anno ed intitolata “Castelli in aria”: Frittate e Grattacieli era appunto il titolo di una delle puntate. In un elegantissimo ed acuto gioco di semplificazioni, il Prof. Vallauri divide l’umanità in due categorie: “I grattacieli sono tutte quelle persone che hanno un obiettivo ben formato da raggiungere e dedicano la loro intera esistenza al conseguimento di esso. Tipici grattacieli sono tutte le grandi personalità: te ne potrei citare a centinaia a partire dai personaggi premi nobel per arrivare agli archistar. E queste persone sono grattacieli altissimi. Poi ci sono anche grattacieli non famosi ma pur sempre alti. Il resto dell’umanità è composto da frittate di varia forma e dimensione. A differenza del grattacielo che si sviluppa lungo una linea verticale che tende all’infinito, la frittata si spalma senza nessuna logica e predeterminazione sul piano orizzontale dell’esistenza”. (tratto dal romanzo).
Durante la sua trasmissione, Vallauri non dà un giudizio né sui grattacieli né sulle frittate; analizza, invece, in modo imparziale i pro e i contro delle due tipologie umane e si pone delle domande che lascia senza risposta, perché, in fondo, non vogliono essere niente altro che spunti di riflessione per l’ascoltatore. E allora, si chiede e ci chiede, è meglio avere accanto una persona determinata, che va dritta allo scopo senza frapporre distrazioni oppure è meglio vivere con una persona che ogni giorno ha voglia di re-inventarsi e di mettersi in discussione imbarcandosi in nuove esperienze? Io, nel romanzo, ho cercato di farmi ulteriori interrogativi e mi sono chiesta: cosa succede in una relazione fra una frittata ed un grattacielo? Quali sono le loro dinamiche di coppia? Ma soprattutto: quella fra una frittata e un grattacielo è una relazione possibile?

  • La comunicazione “epistolare” si è rivelata, per il tuo personaggio, un canale fondamentale di espressione e di sfogo nel tuo libro. Spiegaci il perché di questa scelta.

Vorrei poterti dare una risposta piena di solide motivazioni che giustifichino questa scelta. La realtà, invece, è che la forma epistolare era, per me “principiante”, la forma più semplice; e lo è stata ancora di più scegliendo di scrivere nella modalità ad un’unica voce: pochi dialoghi, un unico personaggio principale. Questa opzione mi ha consentito di concentrarmi sul solo personaggio di Mina e di essere liberamente di parte. È un romanzo volutamente e fortemente sbilanciato. Volevo che i lettori, ma in particolar modo le lettrici, riuscissero ad entrare in simbiosi con la protagonista e a sentire quello che lei sentiva mentre scriveva quelle lettere. E le lettere sono, forse, gli scritti in cui tiriamo fuori la parte più intima e vera di noi stessi.

  • Non è semplice per una donna, mettersi a nudo, con le sue fragilità. La protagonista del tuo libro ci riesce, cercando una sorta di riscatto nei confronti di sé stessa e delle innumerevoli occasioni perdute. Pensi che, forse, se non vi fosse stata una precisa situazione, la consapevolezza non sarebbe venuta a galla?

Domanda complessa che meriterebbe una risposta molto articolata… Non so se una precisa situazione possa essere la molla che fa scattare nella donna la decisione di guardarsi allo specchio e di chiedersi che cosa voglia fare della sua vita: a volte, neppure le violenze domestiche riescono a scardinare quei meccanismi mentali con cui siamo state cresciute ed educate e che ci limitano nel nostro modo di essere e di vivere. La società in cui viviamo è difficilissima per le donne; siamo in fondo, perennemente schiave: schiave dell’estetica, del marito, della famiglia, del lavoro, del sesso. In televisione veniamo catalogate e divise in ruoli schizofrenici che si concretizzano, alla fine, in poche categorie fortemente riduttive e svilenti: la fidanzata perfetta, la mamma perfetta, la figa perfetta/oggetto sessuale. Perché? – mi chiedo. Perché permettiamo agli uomini di farci questo? Perché permettiamo a qualcun altro di inserirci in una categoria? E perché dobbiamo accontentarci di rapporti di coppia che ci limitano e che ci prosciugano quando non ci uccidono? Dopo un matrimonio fallito ed un’infelice convivenza di sette anni, la protagonista decide che è arrivato il momento di guardarsi allo specchio: vorrei che tutte le donne si sentissero libere di guardarsi allo specchio; e vorrei che si sentissero libere di romperlo quello specchio, se l’immagine che vi vedono riflessa non piace. Perché quello specchio non lo hanno attaccato loro al muro: lo ha attaccato qualcun altro.

  • Quanto è stata decisiva la solitudine per la figura femminile presente nel tuo romanzo? Cosa la spinge a non accontentarsi più della sua relazione?

Personalmente, credo che sia solo nel silenzio della solitudine che riusciamo a “sentire” noi stessi. A volte manca il coraggio di ascoltarlo, quel silenzio… Perché è, in fondo, un silenzio molto rumoroso, pieno dei nostri pianti di dolore e dei cocci rotti delle nostre aspettative infrante. Mina è coattamente costretta ad ascoltare la sua solitudine; e l’ascolta tutta, fino in fondo. L’ascolta talmente tanto da rendersi conto di essere molto più in compagnia quando è sola con se stessa che in un rapporto di coppia. E non c’è solitudine più dolorosa di quella che scaturisce nel sentirsi soli in una relazione d’amore.

  • Quali difficoltà hai riscontrato nell’addentrarti nei meandri della descrizione degli stati d’animo dei tuoi personaggi?

Per descrivere certe emozioni devi viverle o averle vissute in prima persona. La difficoltà sta nell’andare a ricercare queste emozioni dentro di noi, perché, a volte, può essere molto doloroso andare ad aprire certi cassetti di ricordi di cui pensavamo di aver buttato via la chiave. E ancora più difficile è cercare di trasferire sulla carta queste emozioni in modo non banale, non scontato; soprattutto in un modo che possa coinvolgere il lettore e renderlo partecipe, meglio se simbiotico, con gli stati d’animo dei personaggi.

  • Quanto è importante, in un romanzo come il tuo, l’aspetto psicologico? In quali degli aspetti salienti potrebbe ritrovarsi il lettore?

In un romanzo come il mio credo che l’aspetto psicologico sia fondamentale: in fondo, è un romanzo in cui gli eventi che si verificano sono pochi. È un romanzo intimo che descrive una catarsi: la protagonista si trova a dover gestire una situazione emotiva per la quale non era preparata. Entrare nella mente di Mina, per capire le sue reazioni e le sue scelte, è stata la mia priorità. Se volevo che il lettore comprendesse Mina, le sue fragilità e le sue mancanze, perché la “perdonasse” per la sua arrendevolezza, dovevo descriverne la psiche.

  • L’essere frittate o grattacieli sono prerogative tipicamente maschili e femminili? Oppure possono essere intercambiabili?

Se penso ad un grattacielo, penso a Rita Levi Montalcini, ma anche ad Umberto Eco. Sono intercambiabili certo. Eppure il prezzo più alto per diventare un grattacielo lo paga la donna, molto meno l’uomo. Nel suo libro “Elogio dell’imperfezione” la Montalcini racconta molto bene di come ha dovuto rinunciare ad avere un rapporto stabile e, conseguentemente a una famiglia, per proseguire la sua attività di ricerca: era ben consapevole che i due ruoli, quello di ricercatrice e quello di moglie e madre, non potevano coesistere. Fino a che a una donna non sarà concesso di diventare un grattacielo, senza per questo abbandonare il sogno di avere una famiglia o anche solo un compagno, il nostro pianeta sarà prevalentemente costellato di grattacieli di sesso maschile.

  • Sappiamo che hai uno spirito animalista molto ben radicato, da cosa nasce questo tuo impegno?

Gli animali, come i bambini, non hanno in sé, nel loro essere, la dicotomia bene/male: non è nella loro natura recare sofferenza, cosciente e  volontaria, a un altro essere vivente. L’uomo adulto sì. L’uomo adulto ha la capacità, la volontà e il potere di imporre sofferenze ad altri esseri, siano essi suoi simili o no. Gli animali e i bambini sono coloro che meno possono difendersi dagli atti di violenza dell’uomo adulto: saranno sempre vittime e saranno sempre vittime silenziose. Io non voglio che la mia vita si basi e costruisca sulla sofferenza e sul dolore di un altro essere vivente: la scelta di diventare vegetariana, di non indossare capi in pelle o pellicce, è una scelta puramente etica, è una scelta di coscienza.

  • Quando Margherita non scrive, come occupa il proprio tempo?

Se per tempo intendi quello libero, ti dirò che amo praticare sport, leggere, andare al cinema, cucire. E poi mi piace il tempo speso insieme alle mie amiche del cuore, alle quali sono legata dai tempi del liceo.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sognare è libero e gratuito: possiamo farlo in qualunque momento del giorno e in qualunque luogo, e anche  in qualunque modalità. Allora io lascio la mia mente libera di pensare e sognare in grande. La lascio immaginare la pubblicazione di un mio libro che diventerà un best seller e da cui trarranno la trama di un film.
E poi la lascio libera di sognare una storia d’Amore con la maiuscola, in cui da parte di entrambi i partner vi sia complicità, fiducia, sostegno e intesa. Ma questa è Fantascienza. E io non so scrivere di Fantascienza.

Link all’acquisto: Amazon – EEE

Intervista a Bruno Bruni

Intervista a Bruno Bruni

Bruni_Voce_piano_EEEDivoratore onnivoro di libri, Bruno Bruni si è cimentato in una storia alquanto particolare e, nel suo Voce e pianoforte, ci presenta una trama complessa in cui il passato si mischia inesorabilmente con il presente, portando a galla diversi ricordi e prove di una vita spesa al di fuori degli schemi.

  • Voce e pianoforte. Perché la scelta di questo titolo?

È la storia stessa che me lo ha suggerito. Voce e Pianoforte sono Ettore e Tea, i due innamorati-complici ormai lontani da questo mondo, ma entrambi presenti in un vecchio nastro magnetico che la protagonista Marta scova per caso (Per caso?) in un vecchio scatolone. Puri suoni, una voce, le note scarne di un piano, quasi teneri fantasmi, sono tutto ciò che resta di loro. Abbastanza per raccontare, per suggerire l’essenza di due vite, di un amore sopravvissuto al tempo.

  • Torino, come scenario della tua storia, ti è sembrata una scelta obbligata o è una sorta di omaggio alla tua città? Come hai visto cambiare il mondo e la tua città nel tempo?

Una scelta istintiva. Torino è il mio habitat, lo sfondo della mia vita. Amo la mia città in modo viscerale, non vorrei essere altrove. I cambiamenti negli ultimi anni sono grandi, alcuni positivi, spesso dolorosi, ma è l’inesorabile divenire dell’esistenza. La Vita è mutamento, come dice quel testo antico che mi piace molto: I King – Il Libro dei mutamenti, che apprezzo come fonte di saggezza, non come pratica divinatoria (sono troppo scettico, per oroscopi e predizioni…). Aggiungo però che la città è in fondo anch’essa un personaggio, ma invisibile, che rimane discretamente sullo sfondo. Mi sono accorto, rileggendo il romanzo, che non nomino mai Torino, nemmeno una volta.

  • I protagonisti del tuo libro sono nati solo dalla tua fantasia o rispecchiano aspetti di persone reali?

Sono reali. Nel senso che sono apparsi nella mia mente e nella mia storia con l’evidenza, direi quasi fisica, di persone vere. Io amo camminare senza meta per la città. Mentre lavoravo a Voce e pianoforte, Marta, Alice, Michele, camminavano con me, mi parlavano. Interi dialoghi li ho scritti mentalmente, per strada. Dopo, a casa, li riportavo sul PC. Comunque, molti personaggi sono ispirati, almeno in parte, a persone che ho davvero incontrato. La fantasia dello scrittore ha poi fatto il resto, mescolando, impastando, quasi come fa un cuoco. con i suoi ingredienti. quando inventa un piatto che gli piace.

  • Sei un lettore vorace e onnivoro, ma quali sono le tue letture preferite?

Difficile rispondere. Tutto ciò che ho letto nella mia vita mi è piaciuto e mi ha coinvolto in modi e tempi diversi. Andando a ritroso, le storie di Verne e Salgari da bambino, i romanzi di Urania e i Gialli Mondadori da ragazzo, e poi, via via, Pavese, Tomasi di Lampedusa, Borges, Tolkien, Rex Stout, Ellroy, tantissimi autori in un grande miscuglio quasi inestricabile…

  • Sei arrivato alla scrittura di un libro grazie a qualche autore che ti ha particolarmente colpito? Oppure hai scritto la storia di getto, senza seguire uno stile particolare?

Totalmente di getto, nel giro di poche settimane. Dopo però anni di infiniti tentativi falliti e interrotti a metà. Voce e pianoforte è nata praticamente a tradimento. In realtà avevo in mente di scrivere un Noir all’americana, una vicenda un po’ alla Chandler e mi sono ritrovato con mia grande sorpresa la storia fatta e finita, del tutto diversa da quanto avevo preventivato. Sul momento ci sono rimasto quasi male, offeso con me stesso. Ma è stato un attimo, ho amato da subito questa mia creatura.

  • Hai lavorato in radio, qual è il tuo rapporto con la musica?

Intenso. Sono stato un frequentatore di concerti per anni, insieme a mio fratello che lavorava come organizzatore di eventi musicali. Del resto, uno dei fattori che hanno innescato la scrittura del mio romanzo è stato il riascolto di un gruppo che a suo tempo avevo snobbato: Siouxie and the Banshees. Una band Post Punk che, all’epoca della sua comparsa, mi diceva poco. Allora ero un seguace convinto del cantautorato più impegnato, tipo Amodei, Lolli, Della Mea. Del resto anche mio fratello Francesco era musicista e cantautore ed io stesso, lo confesso, avevo scritto qualche testo di canzone. Uno, anzi, fu musicato e cantato da un nostro amico alla rassegna dei giovani al Club Tenco, passando, credo giustamente con il senno di poi, del tutto inosservato… Inoltre, ero un divoratore compulsivo di Progressive Rock, dai King Crimson ai Genesis. Quindi il Post Punk, con le sue sonorità scarne e cupe, non mi aveva attratto per nulla, all’epoca. Poi, il caso (sempre il caso?) mi ha fatto capitare tra le mani un vecchio disco di Siouxie, esattamente nel momento in cui stavo iniziando a scrivere Voce e Pianoforte. (Il cui primo titolo provvisorio era Notti e nebbie) La voce intensa e imperiosa di Siouxie e la sua faccia troppo truccata mi hanno completamente stregato, all’improvviso. Ho scritto tutto il romanzo sempre con le canzoni dei Banshees in cuffia, come una colonna sonora personale, obbligata.

  • I tempi moderni e le contaminazioni, secondo te, hanno arricchito la musica di nuove sfumature o l’hanno impoverita, esasperandone il lato puramente commerciale?

Non sono un cultore dei “Bei tempi andati”. Come ho detto prima, credo che tutto sia un continuo divenire. Il lato commerciale c’è sempre stato. Ogni epoca ha le forme espressive che nascono dai gusti e dai fattori sociali del momento. Anche Verdi componeva per vendere…

  • Cosa pensi degli eventi improvvisi che cambiano la vita? Il bus urbano 58 ti è stato fatale…

Il caso, esiste! Mio figlio, che sta facendo una tesi sulla Fisica Nucleare, mi ha spiegato che il movimento delle particelle è praticamente legato al caso… Se ho capito bene, le particelle sub-atomiche sono l’essenza invisibile di tutto. Quindi, l’intero Universo è fatto di corpuscoli dal moto casuale e capriccioso, e forse segue delle Non-regole. Però, mi piace pensare che le nostre vite seguano dei percorsi spesso invisibili, come i fiumi Carsici, che sbucano all’aperto dopo lunghi tratti sotterranei. Aggiungo un esempio: avevamo una cagnetta di nome Amèlie che, purtroppo, è morta. Eravamo veramente addolorati, mia moglie Paola ed io, quando ci è capitato di trovare, tramite conoscenti, un nuovo cucciolo che aveva solo tre mesi e già un nome. L’avevano chiamata Thea. È tutta bianca, con due cerchi scuri intorno agli occhi, come fosse bistrata. Come una cantante Dark… Inutile dire che due giorni dopo era in casa nostra. Quanto al bus 58, quello è stato un caso davvero speciale. Un caso fatale, ma nel senso migliore del termine. Un incontro che ha portato l’amore nella mia vita.

  • Quando Bruno non scrive, come occupa il proprio tempo?

Ho moglie, figlio e cagnolina. E non sono ancora in pensione. Quindi, sono molto occupato. Piacevolmente occupato, direi. E comunque, leggo, leggo sempre.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ultimamente ho tentato di scrivere qualche Haiku. Seguo alcune pagine di FB davvero ben fatte. L’Haiku, con le sue 17 sillabe, è una magnifica palestra per imparare a eliminare il superfluo. Cosa che, per chi vuole scrivere, è importante, secondo me. E poi sto preparando un romanzo, naturalmente! Due anni fa ne avevo già scritto un secondo, che era, a un tempo, sequel e prequel (tanto per non parlare inglese) di Voce e Pianoforte. Si intitola “Nel gioco delle Ombre” e riprende il personaggio di Tea ma dal vivo, questa volta. La nuova storia che vorrei fare, per ora senza titolo, continua quella che dovrebbe essere una specie di Saga, con alcuni personaggi di ritorno. La storia di un amore platonico, ma intenso, che si svolge nell’arco di quarant’anni. Una storia dove, appunto, casualità e mistero vanno a braccetto con il quotidiano. Progetto ambizioso, ma sono convinto che non bisogna avere paura delle cose difficili.

Intervista a Gastone Cappelloni

Intervista a Gastone Cappelloni

Cappelloni_Ottava_nota_EEEChi – o che cosa è – l’Ottava Nota? È la figura femminile, che domina la scena e l’immaginario poetico di tutti i tempi. In questo modo si presenta la nuova silloge di Gastone Cappelloni.

  • Tuttavia, perché proprio la figura femminile?

Perché la figura femminile? In attesa di descrivere la sublimazione della perfezione che è la vita, ecco inconsciamente che lei prepotentemente arriva al cuore non chiedendo nulla, solo il capriccio dell’esistenza, quasi niente, non credi? Donna è vitalità, inconscio, rammarico, storia di cammino vissuto, eternamente come stagioni e orizzonti. In lei rivedo l’innocenza di farfalle senza ali, intenta a guidarci dove le pieghe dei nostri misteri, senza, approderebbero su strade inadatte e visionarie, un faro dalle sfaccettature d’indiscussi colori.

  • L’universo poetico è dedicato a un gruppo piuttosto ristretto di lettori, tendenza che, soprattutto in questi ultimi anni, è confermata dal mancato interesse che si riscontra nelle nuove generazioni. Perché i giovani non riescono ad apprezzare i versi poetici?

I giovani! Eterni incompresi, a loro attribuiamo apatia e insofferenza, distacco e disinteresse, ma siamo sicuri che sia così? Lo siamo stati tutti, ed eravamo ribelli e incoscienti ma disposti ad ascoltare quando qualcuno riusciva a catturare il nostro stato d’animo, a chi riusciva nell’intento di raccontare senza imporre, di stuzzicare la mente senza imposizioni. Vero la poesia è per pochi, ma fino a quando sarà in mano a quel potere logoro e senza stimoli, i giovani saranno sempre tagliati fuori, vogliamo parlare delle scuole? Meglio di no, anche se la poesia stessa è relegata a materia ignota e atavica. Via, un po’ di ammodernamento! Ok, i classici insostituibili, che hanno fatto la storia della poesia, ma continuiamo a fossilizzarci su di loro! Armiamoci di “scope mentali” e ringiovanimento della mente, basta a insegnanti “registratori”, senza trasmettere sensazioni o partecipazione. Quasimodo, Luzi, Merini, Montale, Pasolini, Pavese, Rosari, Saba, Ungaretti, ecc. potrebbe continuare, e invece? Soliti poeti che nemmeno esistono più, quasi, anche sui libri di storia. I giovani avrebbero bisogno di una scuola dinamica, la poesia ne trarrebbe giovamento, scommettiamo?

  • In rete si leggono giornalmente composizioni di ogni tipo, non credi che questo fatto possa diventare controproducente?

Chi sarei io per giudicare quello che gli altri scrivono? Il pensiero corre libero fin dove la penna esprime la propria consapevolezza di vita, ovvio che il lettore si trova a fare i conti con migliaia di composizioni che ogni giorno campeggiano sui nostri blog o social net-work, trovandosi spesso soffocati e sommersi da parole osannanti e celebrative. Ritorna la riflessione che in tanti ci poniamo, nel nostro paese si scrive tantissimo e si legge quasi nulla; vuoi vedere che ci sentiamo tutti dei grandi scrittori e poeti e non ce la sentiamo di leggere gli altri perché scadenti e non bravi come noi? La convinzione, che Gastone Cappelloni o tanti pseudo scrittori, un domani anche non lontano saranno buttati al macero, nasce dalla consapevolezza delle capacità stesse, riduttive, raccontandomi, senza chiedere null’altro. Scriviamo e pubblichiamo troppo? Forse; chissà?

  • Mentre gli scrittori tendono a espandere la propria influenza ovunque, capiti, i poeti presentano una sorta di affezione territoriale. Concordi con quest’affermazione?

“Se nessuno è profeta in patria come si vuol dire”, credo che anche i poeti seguano le rotte non solo della loro terra ma espandendosi per farsi conoscere e apprezzare, personalmente posso confermarlo. Non a caso “Un seme oltre oceano” ha varcato i propri confini terrieri, percorrendo strade non solo in Italia e Spagna, ma soprattutto quell’oceano, Argentina, dove vive lo zio Ubaldo. No, i Poeti sono un popolo di nomadi, in perenne pellegrinaggio verso i santuari della loro esistenza. Potremmo ingabbiare il vento all’interno di una nuvola?

  • Con tutti i riconoscimenti che hai raccolto in questi anni, riesci ancora a emozionarti per un premio?

Se un figlio ti regala soddisfazioni, dopo una vita di gavetta e di sacrifici come potresti non apprezzare amandolo? La vita ci penalizza assai, perché non ricambiarla con moneta scintillante coniata dalle umiliazioni del cuore? Sì, ogni premio è un tassello di positività, un invito a proseguire nel tuo percorso mentale, vivendolo e rivivendolo senza ringraziare alcun aiuto anche e solo morale. Un premio, anche se simbolico può essere una valida risposta per sentirsi partecipe e vita di se stessi.

  • Le poesie pubblicate in e-book rendono, a livello emozionale, di meno rispetto a quelle fruibili in versione cartacea?

Perché dovrebbe? E’ quello che leggi riempiono il cuore o lascia indifferente chiaro, gli stati emozionali rimarranno tali sia leggendo il cartaceo che l’e-book. Non trovo differenza di sorta, se le poesie saranno di spessore e in grado di affascinare il lettore, allora sì che avrai raggiunto la soddisfazione di aver trasmesso un po’ di “loro”, altrimenti, cartaceo o no, le tue creature saranno destinate a una lenta agonia di visibilità.

  • Dopo tutti i libri che hai già pubblicato da cosa trai l’ispirazione?

Quello che ho scritto è racconto che ho vissuto, spaccati di vita, ognuna è una storia condensata di quotidianità, dove nulla è affidato al caso, un resoconto mentale, un diario perpetuo sospeso tra me e il tempo mai marginale, anzi presente e assillante, come se non ho pagato tributo con il destino. Destino non sempre gioioso o soddisfacente. Ho ancora tanto di me da raccontarmi, avendo pubblicato con “Tu ottava nota”, venti volumi, e sì, ho ancora molto nei cassetti della penna, dove ho riposto i miei silenzi, i ricordi ancora da consumare, lentamente e senza fretta aggiunta.

  • Un poeta nasce come tale oppure lo diventa?

Parola grande, quasi dissacratoria Poeta. Che significato può avere? Meglio definirsi menestrelli di strada, più semplice e meno ingombrante da portare addosso, mio Padre non scriveva eppure lo consideravo un Grande poeta. Mia madre la stessa cosa, non scriveva, ma era una Grande. Ecco il passo è breve, impercettibile ma indicativo, è anche grazie a loro che esistono le storie, i racconti quotidiani, che hanno ispirato facendomi da guida con suggerimenti e saggezza che ho immagazzinato per diventare più riflessivo e meno sanguigno. Poesia è racconto e immaginazione, poi la poesia è solo un pizzico di follia descrittiva e fuori, dalle righe di piatta routine. Poeti? Non pervenuti, ma bisognosi di raccontarsi.

  • Quando Gastone non scrive, come occupa il proprio tempo?

Pensionato attivo e senza voglia di fermarmi. Mettendosi ogni giorno alla prova cercando di migliorarsi, anche se quasi mai, essendo critico imponente di me stesso, mi attribuisco voti alti, e così rimango sempre alla “porta”, sapendo di dover migliorare. Vero, pensionato con problemi di cuore, anche se li lascio alle spalle, meglio cadere in combattimento che in un letto d’immobilismo. Scrivo poco da un paio di anni a questa parte, ma la mente è sempre feconda e in movimento, e fa bene, avendo materiale sufficiente per continuare a produrre e a sentirsi vivo e combattivo. Posso solo rammaricarmi di tempo che non è mai sufficiente, e questo è il mio grande rammarico, anche se vivaddio ho Jenny, la mia volpina ha donarmi capacità soprattutto creative e umane, immagazzinandole, a proposito nel libro troverete lirica a lei dedicata.

  • Quali sono i tuoi progetti futuri?

Poeticamente succosi direi. Voglio assaporare questo “ventesimo” momento, anche se all’orizzonte pregusto gocce di rugiada mai evaporate, perché risveglio di mai perse notti, della mente. Potrei anticipare tanto, ma non sarebbe corretto trascurare questo nuovo figlio, come se lo abbia pregustato.

Link all’acquisto: AmazonKobo

Intervista a Luca Ranieri

Intervista a Luca Ranieri

Ranieri_EEEPer quanto possa essere un esordiente, Luca Ranieri possiede uno stile di scrittura inconfondibile, un’impronta elegante e raffinata che rende riconoscibili i suoi scritti. Dietro una porta chiusa è il primo libro che pubblica con EEE, tuttavia, fin dalle prime battute il lettore s’immerge nel racconto costruito con la stessa abilità con cui uno scrittore più navigato potrebbe intessere una trama.

Abbiamo avuto modo di conoscerti attraverso le antologie che abbiamo pubblicato, tuttavia, questo libro si “spinge” un po’ più in là rispetto alle trame a cui siamo abituati, scritte da tuo pugno. Lo definiresti più un giallo, un thriller o un horror?

Credo che “Dietro una porta chiusa” ricada più nel genere thriller, benché non ami molto porre etichette. Mi piace tenere un ritmo veloce e scrivere sul confine che separa il reale dal fantastico per suscitare nel lettore la sospensione dell’incredulità. È il terreno su cui preferisco camminare da lettore: quella zona in cui, pur nella consapevolezza di essere immersi in una storia di pura fantasia, ci voltiamo di scatto all’udire di un rumore improvviso.

Il tuo protagonista è un ragazzino di dodici anni. Nella letteratura vi sono diversi esempi eccellenti in cui sono proprio gli adolescenti quelli che meglio riescono a calcare il ruolo primario. Da Charles Dickens a Stephen King, diversi scrittori hanno prediletto questa soluzione lasciando intendere che solo attraverso occhi più giovani la realtà assume le proprie vere forme. Tu cosa ne pensi?

L’adolescenza è per tutti un difficile periodo di transizione. La realtà costruita dagli adulti è poco comprensibile agli occhi ingenui di un ragazzino, e diventa spaventosa qualora vengano a mancare delle figure di riferimento in cui trovare protezione. Andrea è solo al mondo come soltanto un ragazzo della sua età può sentirsi. Non c’è tempo né spazio per lui, tra gli interessi egoistici della madre e l’ondivaghezza della fede in cui cerca conforto alla fine.

Quanto si assomigliano, nella realtà, Andrea (il tuo protagonista) e Luca?

Credo che la personalità di un autore non possa fare a meno di contaminare in una certa misura i suoi personaggi. Il protagonista di “Dietro una porta chiusa” è un ragazzino spaventato e disorientato. La vita l’ha già colpito duramente all’inizio della storia, e il peggio deve ancora venire. Ma è anche dotato di una grande vitalità che gli infonde il coraggio, di cui ha bisogno, per trovare risposte fondamentali.
Parte della personalità dell’autore è in linea con il personaggio? Può darsi, ma questa non è in fondo la storia di tutti noi? Siamo tutti autori coraggiosi delle nostre vite: le scriviamo pagina dopo pagina tra tante difficoltà fino all’ultimo capitolo che irrimediabilmente pone fine alla storia. Siamo tutti eroi, quindi non esistono eroi, e nei miei racconti infatti non ne troverete. Amo parlare di persone normali che vengono catapultate in situazioni anormali. Così è più divertente, no?

Pubblicare in formato digitale è una scelta controversa per molti autori. Pensi che vi siano più possibilità, per un esordiente, di riuscire ad arrivare sul mercato in questo settore? Oppure la carta stampata possiede ancora quel suo fascino incontrastato?

Tutto il patrimonio culturale umano è in corso di digitalizzazione ormai da molti anni. È solo questione di tempo prima che il supporto fisico si estingua. Basta pensare a Wikipedia, allo streaming in alta definizione di musica e film, all’adozione dei tablet a scuola. Tutto ciò consente di ridurre l’investimento iniziale connesso alla distribuzione e, nella maggioranza dei casi, la pubblicazione dell’ebook è l’unica strada percorribile per un autore sconosciuto.
Ritengo che le case editrici si trovino di fronte a una grande sfida in tal senso: spero che dopo un periodo di transizione, dovuto alla novità, riconoscano le loro responsabilità nei confronti dei lettori e non siano tentate dalla pubblicazione indiscriminata di opere spesso non all’altezza. Gli ebook avranno la stessa dignità dei libri cartacei nell’immaginario collettivo soltanto se noi – autori e case editrici – gliela daremo.

Sei arrivato alla scrittura di un libro grazie a qualche autore che ti ha particolarmente colpito? Oppure hai scritto la storia di getto, senza seguire uno stile particolare?

L’autore che mi ispira maggiormente è Stephen King, ma amo anche H.P. Lovecraft ed Edgar Allan Poe. Leggo comunque anche numerosi altri autori come Peter Straub, Patricia Cornwell, Glenn Cooper, Giorgio Faletti, solo per citarne alcuni.

Ho iniziato a scrivere racconti ai tempi di scuola. All’epoca non esisteva Facebook e i blog erano appannaggio di giornalisti e personaggi pubblici. Le comunità online erano formate da sparuti gruppi che avevano ben pochi mezzi per entrare in contatto.
Gli aspiranti scrittori potevano comunque proporsi gratuitamente e anonimamente su Usenet, la rete dei gruppi di discussione (newsgroup). È proprio qui che ho iniziato a confrontarmi, raccogliendo i primi frutti di una passione che troppo spesso resta sopita, vuoi per pudore, vuoi perché la vita di tutti i giorni ci obbliga a dedicare la quasi totalità del tempo ad attività “più importanti”, quelle con cui, parliamoci chiaro, ci guadagniamo da vivere.
Dopo anni di pausa, ho pensato fosse il momento di rispolverare la vecchia passione, quell’impeto creativo che mi faceva stare tanto bene durante l’adolescenza. Ho scoperto che funziona ancora e negli ultimi tempi mi sono dedicato alla scrittura di romanzi e racconti.

Fatti strani e incomprensibili possono sempre trovare una spiegazione logica? Oppure può esistere un “territorio” in cui è meglio non entrare? E quanto può essere semplicemente imputabile alla suggestione?

La mente umana cerca sempre delle risposte e quando esse sono al di fuori della sua portata, ricorre alla fede e al soprannaturale. Molto spesso il terreno minato è proprio il subconscio, per cui si tende a proiettare le paure e creare mostri o illusioni che consentano alla natura umana di dissociarsi da una realtà troppo ardua da sopportare. È ciò che accade al piccolo Andrea in “Dietro una porta chiusa”, dove lo spettro è proprio la sua guida verso la verità che tanto teme.

Pur avendo girato il mondo, hai ambientato il tuo romanzo a Roma. Il tuo è un omaggio alla Terra natale oppure una scelta obbligata?

Roma è la città in cui ho vissuto più a lungo e di cui conosco meglio la realtà. La mia storia aveva bisogno di un’ambientazione pervasa da degrado e chiusura mentale, e le periferie romane sono il teatro ideale di certe rappresentazioni. Un consiglio che do a tutti gli scrittori esordienti è quello di scrivere di ciò che si conosce.

Cosa si cela dietro alla tua porta chiusa?

Le paure che affliggono la nostra vita quotidiana di esseri umani moderni e civilizzati. Non c’è bisogno di immaginare fantasmi e mostri feroci per suscitare emozioni forti nel lettore, anche se a volte essi sono protagonisti di una simbologia utile a visualizzare le paure e a proiettarle al di fuori, proprio allo scopo di renderle meno difficili da sopportare.
I nostri fantasmi sono il dubbio dell’inadeguatezza, la paura della solitudine, lo spauracchio del tradimento, il senso di perdita imminente che proviamo in certi frangenti. Cosa c’è, infine, di più spaventoso dell’eterna incertezza in cui le nostre esistenze di esseri mortali sono sospese?
I veri mostri sono quelli che abbiamo dentro: non c’è bisogno di crearli, basta evocarli.

Quando Luca non scrive, come occupa il proprio tempo?

Amo ascoltare la musica (rock e jazz) e fare lunghe camminate. La lettura occupa poi un posto molto importante: leggo tutte le sere fino ad addormentarmi. Nessuno può diventare un buon autore se non è prima un grande lettore.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sono impegnato a tempo pieno con un lavoro molto interessante, che mi fa girare il mondo e conoscere tante realtà diverse. Nel tempo libero continuo a lavorare su un paio di romanzi che spero di pubblicare. Non so se la scrittura occuperà mai un posto anche nella mia vita professionale. Di certo resterà sempre una grande passione.