Un omicidio a Ghevaro o uno a Voghera

Un omicidio a Ghevaro o uno a Voghera?

Un omicidio a Ghevaro o uno a Voghera?

Ovvero: è meglio ambientare un noir in una città fittizia o in luogo reale?

Un omicidio a Ghevaro o uno a Voghera? Detto così potrebbe non avere senso, invece un senso ce l’ha eccome, soprattutto quando uno scrittore si trova alle prese con location e personaggi che potrebbero, in qualche modo, richiamare la realtà.

Di Alberto Zella

Il dilemma è nato fin dal mio primo libro: bene, mi dicevo, sto per raccontare una storia che attinge alla memoria personale di luoghi e persone reali. Pur con tutte le libertà che la fantasia consente allo scrittore, non tutto è inventato. E se qualcuno si riconosce nei personaggi e la cosa non gli va giù?

La soluzione sembra ovvia: si cambiano i nomi dei personaggi. Gli si cambiano un po’ anche le caratteristiche fisiche: li si ingrassa o smagrisce, si allungano o accorciano, si invecchiano o ringiovaniscono. Poi, nella prima pagina, si scrive una bella premessa: “Ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone realmente esistenti o esistite è puramente casuale”. Le apparenze sono salve e si evitano le querele.

Di certo questo può funzionare se si ambienta un romanzo in una grande città. Ma cosa succede se il paese è piccolo e la gente mormora?

La fittizia Dragorma del mio secondo libro, “Il paese dal cuore fumante”, è una comunità di tremila anime. Se l’avessi chiamata col suo vero nome, qualcuno si sarebbe riconosciuto e magari arrabbiato, nonostante i camuffamenti.

Ma scrivere un romanzo con precisi riferimenti non aiuta le vendite locali?

Credo di sì. Per un piccolo scrittore dilettante – scrivente, io a volte mi definisco: gli scrittori qualche soldo lo incassano – scrivere di fatti, luoghi e persone reali può effettivamente essere di aiuto per far circolare il libro tra i compaesani e i conoscenti. Che sono tra i pochi interessati a scoprire cosa scrive un signor nessuno che non appare in televisione. Il romanzo diventa quasi un pettegolezzo di paese.

Va bene, allora mettiamo i veri toponimi. Ma sorge un nuovo problema (!): per esempio, mi serve una casa con determinate caratteristiche, che nel vero paese non c’è. C’è una villa nel paese vicino che farebbe al caso mio. Come mi comporto? Faccio un collage, stacco la villa dal paese accanto e la appiccico al borgo natìo? A questo punto il luogo dell’azione diventa un posto semifantastico con un vero toponimo. I pochi lettori lo fanno rilevare: “Ehi, ma da noi questo non c’è!”

Licenza poetica. Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

Dunque, un omicidio a Ghevaro o uno a Voghera?

Ora veniamo al noir (o giallo, thriller o detective story). Il Maestro Camilleri, per ambientare le sue storie, ha inventato Vigata. Penso che Vigata sia un distillato di oli essenziali di Sicilia: un insieme di caratteristiche che magari sono impossibili da trovare concentrate in un unico posto, ma che comunque rimandano alla sicilianità nel suo complesso. Il barocco, il mare, i fichi d’India, la casa nobiliare, le arance, gli arancini e quant’altro. Tutte cose essenziali ai racconti; perché perderne qualcuna ambientando l’azione nella reale Porto Empedocle dello scrittore? Perché perdere il grande vantaggio della fantasia? Anche lo sceneggiato televisivo è dovuto ricorrere al collage. Ha dovuto mettere insieme diversi posti – Porto Empedocle, Ragusa, Donnalucata – per creare visivamente Vigata.

Camilleri poteva farlo: aveva alle spalle un grande editore (o comunque un editore che, con Camilleri, da medio è diventato grande). Ma che succede al nostro dilettantesco scrivente? Gli conviene ambientare un poliziesco in un posto che non esiste?

Per il mio terzo libro, e primo noir, “Il Club dei Pescatori del fiume inesistente”, mi servivano dei bastardi e dei debosciati. Mi serviva anche una cittadina di provincia addormentata, molle, non peggiore né migliore di tante altre. Senza infamia, ma anche assolutissimamente senza lode. Tutto facile da trovare: la mamma dei debosciati è sempre incinta, quella dei bastardi si dà da fare. La città ce l’ho sotto i piedi e tutta attorno: Voghera. Allora, perché Voghera è diventata Ghevaro?

“Ma a quali persone reali ti sei ispirato per il libro?” ha chiesto un mio amico dopo averlo letto. Mi sembrava preoccupato.

Io sono timido. Ho trovato difficile dover dire a qualcuno: “Guarda, la tua città è così e così”. E se la città è Voghera, allora il debosciato e il bastardo potrebbero ricordare ai miei concittadini qualcuno che conoscono, o addirittura riconoscersi. E avrebbero ragione. La mia timidezza (codardia?) ha così trasformato Voghera in Ghevaro. Ma mi ha anche dato il vantaggio di creare qualcosa che a Voghera non esiste: il Club dei Pescatori, luogo centrale dell’azione. Certo, a ben guardare, qualche club a Voghera lo si può trovare: qualcosa che potrebbe avere ispirato il CdP…

Ghevaro mi ha dunque consentito maggiore libertà descrittiva di Voghera. Ma qui viene il punto. Qualcuno mi ha detto: “Se tu avessi ambientato il libro nella vera Voghera, avresti avuto più successo. Soprattutto, avresti potuto fare delle presentazioni in loco, attirando l’attenzione dei concittadini, con conseguenti maggiori vendite”. Insomma, avrei dovuto fare leva sulla curiosità dei vicini di casa.

Ci ho pensato molto. Un’ambientazione realistica di un romanzo mainstream ha un effetto diverso sul lettore rispetto alla precisa localizzazione di un noir. Nel mainstream le parole sono prese più seriamente. È il verosimile. Il noir/giallo/thriller/horror è invece già fantastico di sua natura. Naturalmente non sto parlando di noir che affondano le radici nella realtà, come “A sangue freddo” di Truman Capote.

Stessa cosa accade nel cinema: se “Roma città aperta” è un film vero o verosimile, certamente un James Bond è accolto emozionalmente in modo diverso.

E se qualcuno si riconoscesse in un personaggio?

C’è qualcosa di morboso nei noir, come negli horror e nei thriller. Chi li scrive cerca le parti peggiori di sé stesso, forse cercando in questo modo di esorcizzarle mettendole nero su bianco. Un modo per dire: “No, l’infame non sono io. Era un inquilino abusivo dentro di me, ma ora l’ho sfrattato mettendolo nel libro”. Dall’altro lato, chi legge noir, horror e compagnia cerca il male, la tensione, la paura, sapendo che, tutto sommato, non c’è pericolo: basta chiudere il libro e ci sentiamo di nuovo al sicuro, l’esorcismo è terminato.

Morbosità e provincialismo sembrano essere le molle per il successo letterario locale. Alcuni conoscenti mi hanno confidato che comprano un libro solo perché parla della loro città. Amano ritrovare i loro luoghi milanesi nelle pagine di Scerbanenco, per leggerne le lodi intrinseche. Tutta l’Italia è provincia, Roma compresa.

Ok, se dovessi riscrivere oggi il Club dei Pescatori lo ambienterei a Voghera, senza giri di parole o anagrammi. Basta scrupoli, ci vuole il pelo sullo stomaco. Un maggior realismo potrebbe regalare anche maggiori soddisfazioni: se il mio vicino di casa è antipatico, lo faccio diventare un personaggio squallido, un delatore. E chi sarà il morto nella realtà? E chi sarà così infame da essere l’assassino?

Se qualcuno si riconoscesse in un personaggio infame, potrebbe paradossalmente restarne lusingato. E telefonare al cognato dall’altra parte del mondo e dirgli: “Compra il libro, l’assassino sono io!” Il giornale locale potrebbe fare un bell’articolo: “Il cuore nero di Voghera nelle pagine di un giallo.” Insomma: si parli pure male di me, purché se ne parli. Perché sappiamo già in partenza che è un noir e stiamo scherzando.

Che fare dei posti che servono all’azione e che nella vera Voghera non ci sono? Voghera non è New York: qualcosa manca. Li inventiamo? Va bene, usiamo un po’di licenza poetica!

A questo punto, gli unici rimbrotti verrebbero da chi non si ritrova in un personaggio, positivo o negativo, del noir. Si offenderebbe per essere rimasto escluso. Mi sembra di sentire già le lamentele: “Ehi, ma perché io non ci sono nel tuo libro? Guarda che come serial killer io sono perfetto!”

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