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Vita d’autore

Indovina e il dramma dei cuccioli orfani

Il deplorevole periodo dell’abbandono sistematico si avvicina, lasciando per strada diverse vittime inconsapevoli, ree soltanto di aver amato e di essere state fiduciose. Per fortuna, non per tutti la sorte riserva lo stesso trattamento.

di Cinzia Morea

Il dieci gennaio 2004 tre cuccioli appena nati furono avvolti in un sacchetto di plastica e buttati in un cassonetto a Como.

Potevano sparire per sempre in mezzo al resto della spazzatura, e non ci sarebbe stata nessuna storia da raccontare, invece a breve distanza del loro abbandono – dev’essere stata breve per forza perché le temperature erano rigide e i cuccioli, anche stringendosi a sé, non avrebbero potuto resistere a lungo lì dentro – dopo poco, dunque, furono riportati alla luce da un’amica di una delle mie veterinarie di allora.

Dieci giorni più tardi tornavo a casa con uno di questi cuccioli, adagiato dentro una piccola borsa rigida foderata di lana, che per lui aveva le dimensioni di un port enfant. L’autoradio emetteva nell’abitacolo freddo la voce di Baglioni che cantava Tienimi con te. E quel cucciolo non lo abbiamo abbandonato mai più.

È una femmina che finimmo per chiamare Indovina (ma questa è un’altra storia, che dovrà essere raccontata un’altra volta, come diceva uno dei miei scrittori preferiti).

Pesava cento grammi e si poteva tenere sul palmo di una mano.

Dormiva su una boule dell’acqua calda ricoperta di pelo sintetico (quando la vede le fa ancora le feste), che ci svegliavamo a cambiare almeno una volta a notte. La nutrivamo più volte al giorno con latte in polvere disciolto in un minuscolo biberon, e dopo dovevamo stimolarla con una pezzuola umida a livello perineale, per farle emettere feci e urine.

Sono tutte incombenze svolte di solito dalla madre cui ovviammo abbastanza bene.

Altri compiti materni non li svolgemmo con altrettanta efficacia, perché non era possibile o perché li ignoravamo. Il ruolo della madre nei primi mesi di vita è prezioso e insostituibile e i cuccioli non dovrebbero essere staccati da lei prima dei due mesi e mezzo circa.

Indovina, per esempio, non ha il controllo del morso, quando usa i denti non ammonisce. Mai. Buca la pelle.

Non ha la padronanza di sé che ha Sansone, il quale una volta scattò per prendere tra i denti la mano di un bambino di tre anni – lui gli stava tirando i baffi – senza lasciargli il minimo segno (fu una carezza d’avorio).

È troppo possessiva, capace di ringhiare a chiunque manifesti l’intenzione di avvicinarsi, se sta custodendo un oggetto cui lei in quel momento tiene.

Ringhia anche per esprimere piacere e affetto. E soprattutto fa fatica a socializzare con gli altri cani.

Noi le vogliamo molto bene lo stesso, ma a volte mi chiedo che cagnolina eccezionale sarebbe stata se avesse potuto crescere in una normale cucciolata.

E ora cercate di non farvi intenerire da questi sguardi…

Immagini tratte da Pixabay

Lug 06, 2017

Le promozioni su Facebook… ma anche no, grazie

di Giorgio Bianco

“Promuovi il tuo post per raggiungere fino a 8.000 persone al costo di 18 euro!”. Una frase del genere apparve poco più di un anno fa sul mio account di Facebook. Avevo pubblicato da pochi mesi il mio ultimo romanzo “Dammi un motivo” con l’editore EEE.

Ero orgoglioso poiché, sebbene per pochi giorni, il libro scalò le classifiche Amazon fino alla prima posizione.

Per cui non esitai a esibire il risultato su Facebook, ottenendo consensi e sorrisi da decine di amici.

A quel punto il social forum si fece avanti proponendomi l’inserzione a pagamento. Ecco come funziona (o non funziona) il meccanismo. Si pagano 18 euro tramite carta di credito (volendo si può spendere anche di più, ma io scelsi la promozione base) e Facebook inizia a proporre al pubblico il post con il link per l’acquisto del libro. L’autore può selezionare fascia d’età e scolarizzazione dei potenziali acquirenti. Io scelsi 18-65 anni e diploma di scuola superiore.

Ogni volta che l’inserzione raggiunge un certo numero di persone, il credito di 18 euro diminuisce. Fino a zero, quando la promozione termina, dopo due o tre giorni, non ricordo con precisione.

Successivamente l’autore riceve le statistiche, cioè i risultati ottenuti. E qui andiamo a ridere. Nel mio caso il post venne visualizzato da circa 8.800 persone. Quindi Facebook mantenne la parola. Di questi 8.800, tuttavia, soltanto una dozzina mise il “mi piace” e appena quattro aprirono il link. Disinteresse generale e fallimento totale. Il regno della superficialità. Più o meno come succede con i video o le immagini dei gattini: la gente sfoglia distrattamente il social, regala qualche “like” e tanti saluti.

Anche se non ho gli strumenti per verificarlo, sono pronto a scommettere che nessuno di quei quattro volonterosi che aprirono il link acquistò il libro. E se pure lo avessero fatto, il risultato sarebbe stato penoso: 4 su 8.800 per un libro che costa meno di 5 euro, ma ci pensate? Oltretutto basta scaricarlo, non c’è nemmeno la fatica di andare in libreria. Eppure, niente.

Che cosa ci insegna questa esperienza? Prima di tutto che 18 euro sono spesi meglio per pizza, birra e panna cotta.

Ma non solo. Il deludente risultato accende anche un faro sulla differenza fra quantità e qualità. Infatti è pur vero che “8.800 persone raggiunte” sono molte. Ma a che cosa serve raggiungerle, se poi non ci degnano neppure di uno sguardo? A nulla, evidentemente.

Facebook usato in modo “generalista”, se mi passate il termine, solleva una gran polverone privo di sostanza. Come le chiacchiere da bar. Tuttavia può rivelarsi molto utile. Come? Seguendo la filosofia promossa dalla EEE edizioni: sostegno reciproco fra autori, nonché promozioni mirate (e gratuite) in ambienti già selezionati. Mi riferisco, per esempio, ai gruppi di appassionati di letteratura. Perché oggi, bisogna ammetterlo, leggere è una attività di nicchia, come il modellismo ferroviario. Se non vai a cercare gli amatori, continuerai a segnare il passo credendo di correre.

Noi non vendiamo contratti di luce e gas o custodie per smartphone. Il nostro prodotto (che orrore chiamarlo così) interessa fasce molto specifiche di popolazione. Bisogna cercarle, anche attraverso Facebook, ma non gettando il seme a piene mani: cerchiamo i gruppi. E non dimentichiamo che recensire colleghi ed esserne recensiti e promossi sulle rispettive bacheche è ancora un metodo produttivo per divulgare le nostre opere.

Chiediamo a chi ha apprezzato il nostro libro di recensirlo su Amazon. Spingiamo il passaparola. Pubblichiamo sulla nostra bacheca le recensioni di opere scritte da altri autori, guardiamo oltre il nostro giardinetto e facciamo fronte comune con chi condivide la nostra grande passione. Uniti siamo più forti. Per cui facciamo circolare la cultura del leggere anche aiutando gli altri. Usciamo da noi stessi e saremo ricambiati con sostegni piccoli ma di qualità.

E soprattutto: non diamo soldi a chi promette grandi numeri: piuttosto mangiamoci una buona pizza!

Giu 27, 2017

Breve racconto a puntate scritto da Manuela Leonessa.

Sono uno che porta rancore (prima parte)

Di Manuela Leonessa

Anni fa ero un venditore di enciclopedie, ma mi hanno licenziato. Dicevano che non lo sapevo fare, che non avevo il piglio del venditore. Dicevano che avevo l’aria di vergognarmi di quello che facevo perché non credevo nella bontà del prodotto.
Era tutto vero.
Affrontavo i clienti col tono di chi chiede scusa per il disturbo, e se acquistavano l’ enciclopedia il mio sollievo era così evidente da farli dubitare di avere acquistato una fregatura. E avevano ragione, per me era una fregatura davvero, ma ai vertici questo contava poco.
Il capo della mia agenzia, il cav. Gerla era il classico uomo grasso, dall’aria porcina, Quando vedeva una bella donna grufolava con gli occhi. Così dicevano, almeno, io non lo so perché belle donne in agenzia non ne ho viste mai. Per il resto era un ottimo uomo d’affari, sazio nell’aspetto e con il borsellino pieno, poco interessato, peraltro, alla qualità delle proprie enciclopedie.
Perché la bontà del prodotto, secondo il cav. Gerla non era un problema del venditore.
L’unico problema del venditore era vendere, non importa cosa, non importa come e non importa a chi. Il mio supervisore è diventato un mito (e un supervisore) dopo aver venduto l’enciclopedia a un non vedente, convincendolo a farlo per ingraziarsi il nipotino. Tutti i nonni del mondo sanno che i nipotini non si conquistano con le enciclopedie ma con le tartarughine e l’ultimo dvd di Peppa Pig. Tutti tranne questo qui. Il mio supervisore non è stato mitico, ha avuto solo culo.
Comunque io non venderei mai un’enciclopedia a un non vedente, neanche se fosse pieno di nipotini. Probabilmente è questo che mi rende un cattivo venditore, convinto che esserlo ottimo sia moralmente insano.
Ho lavorato nell’agenzia di Gerla per sei mesi. Ho sofferto ogni singolo giorno di quell’esperienza, e per un sacco di buoni motivi, se vendevo mi sentivo in colpa e se non vendevo era un guaio perché lo stipendio a fine mese era calcolato in provvigioni. Insomma non se ne veniva fuori. La mia angoscia era palpabile, il mio biasimo nei confronti dei colleghi, pure.
Non è bello sentirsi disapprovati, me ne rendo conto, e se nel giro di poco tempo mi hanno isolato, oggi posso comprenderlo. All’epoca, però, per me erano tutti dei nemici, degli esseri privi di scrupoli, impegnati in un lavoro che aborrivo. Cosa più inspiegabile, li ritenevo responsabili del fatto che quel lavoro dovessi farlo pure io. Complici, gaudenti e sfrontati mi irridevano considerandomi un essere incapace, perciò inferiore.
Probabilmente la mia percezione della realtà era un po’ alterata dal senso di angoscia in cui versavo, ma si sa, quando uno è sott’acqua senza bombola, non contempla il fondale, affoga. E io stavo affogando nei miei rancori ingiustificati e nel mio personale incubo di fine mese.
Con questi presupposti, il fattaccio diventava inevitabile.
Una mattina sono arrivato in sede con la mia solita aria sconfitta, i colleghi stavano definendo il programma della giornata, loro erano pieni di appuntamenti. Eccitati e gasati, gonfi come palloncini all’elio, si agitavano per la sala comune, con i loro maglioncini colorati e le agendine cariche di appuntamenti in mano, ridendo e dandosi grosse paccate sulle spalle.
Non c’entravo nulla con loro. Mogio mogio mi sono avviato alla mia postazione, sembravo l’uomo più infelice della terra e a qualcuno la cosa non è andata giù.
Improvvisamente mi si è parato di fronte un collega. Alberto qualcosa. Il suo nome era in cima alla lista dei venditori del mese. Quella lista che Gerla aveva appeso in bacheca, e che aggiornava ogni trenta giorni per segnalare i collaboratori più produttivi. Una di quelle strategie all’incentivazione degne di un corso per corrispondenza. Non so, a me non è mai sembrata un granché come strategia, eppure i miei colleghi sostavano ogni mese davanti a quella lista, la scorrevano con gli occhi e con devozione, dandole il potere di determinare il loro stato d’animo in una scala cromatica che andava dal grigio smorto al rosso più radioso.
Dunque il collega mi si è parato davanti, mi ha guardato con disprezzo e mi ha assalito con un «Ma lo vedi che faccia che hai? Ma che credi, di essere l’unico a doverti alzare al mattino per venire a lavorare? Sei deprimente!»
Per un attimo non ho capito. Cosa voleva da me, gli avevo mai fatto qualcosa?
Si è intromesso un altro collega. Sandro. Il suo nome era in cima il mese precedente.
«Ma lascialo perdere. Non vedi che non sa neanche in che giorno siamo?»
A quel punto mi sono reso conto che erano tutti intorno a noi. Tutti avevano lasciato quello che stavano facendo, abbandonato la propria preziosa agendina sulla scrivania per venire ad assistere alla scena. Tutti mi guardavano e ridevano.
Ho dato una spallata a Sandro, o forse era Alberto, e sono andato a sedermi alla mia postazione. Avrei voluto dire qualcosa ma non mi è venuto in mente niente. Ho sperato che la mia faccia fosse terribile, ho sperato che mostrasse tutta la mia rabbia, ho sperato che sembrasse l’espressione di un uomo forte, di uno che avesse molte cose da dire ma che tace come a un essere superiore conviene. Ho sperato ma non mi sono illuso. E avevo tanta voglia di scappare.
Piano piano se ne sono andati tutti. Tutti avevano un appuntamento, almeno uno, nella giornata. Perciò mi sono ritrovato solo in ufficio con il mio inutile elenco di clienti da contattare telefonicamente. La sala rimbombava tanto era vuota e io odiavo telefonare.
Mi spaventava l’interlocutore dall’altro capo del filo. Non sapevo chi fosse e lo immaginavo sempre maldisposto. Le risposte sgarbate erano una conferma delle mie aspettative, ma questa consapevolezza non mi proteggeva. Lo sgarbo mi annientava, e comporre il numero successivo risultava sempre più difficile. Il telefono era mio nemico, e faceva paura.
Insomma, non c’era niente in quel posto che mi trattenesse, e allora che ci facevo ancora lì?
Ci facevo che non avevo un altro lavoro.
Poi l’ho trovato. Un lavoro vero, con lo stipendio a fine mese.
Sono più o meno tre anni che faccio il cassiere in un supermercato, un lavoro che mi ricorda la catena di montaggio e che mi espone alla maleducazione della gente. Sono sempre di più le persone maleducate, ma non perché sia aumentata la maleducazione nel mondo, a questo proposito ho una mia teoria, ve la espongo.
L’aumento dei maleducati alle casse è causato dall’invenzione di quelle automatiche. Quelle casse dove vai e fai il cassiere con la tua merce, come quando da bambino giocavi a vendere.
Ma queste casse danneggiano noi del settore per tutta una serie di motivi. Il primo, il più ovvio, è che tolgono posti di lavoro, il secondo è che aumentano il numero dei maleducati alle casse tradizionali. Infatti, sempre secondo la mia teoria, le persone maleducate non si servono delle casse automatiche perché vogliono un cassiere da maltrattare. Ai loro occhi il cassiere, esposto ed inerme, è come un bersaglio su cui sfogare le proprie frustrazioni, più efficace di un ansiolitico, più attraente del tre per due. Da ciò consegue la frantumazione del flusso dei clienti in due ordini contrapposti, quello dei gentili, quasi tutti alle casse senza cassiere, e quello degli altri.
Ma, e arriviamo al punto, questi dettagli mi riguardano poco, perché il mio dramma e la mia tensione, risalgono a tre anni fa.
Dal giorno dello scontro con i colleghi di agenzia io grido vendetta. Da tre anni penso a quell’episodio con rabbia e con vergogna. È come un prodotto a lunga conservazione, non sbiadisce mai.
Da tre anni auguro ad Alberto e Sandro i mali più turpi che la mia mente offesa riesca ad immaginare. E ieri, finalmente, mi si è offerta un’opportunità, perché ieri Alberto, o era Sandro? è venuto a fare la spesa da noi. Non è venuto a pagare alla mia cassa, è andato a una automatica, così ora dovrò rivedere la mia teoria, ma è stata un’emozione così grande che non m’importa.
Non mi ha visto, a me invece lui è apparso come un sogno. Ero dietro al mio registratore di cassa e non mi potevo spostare, peccato perché in quel momento mi sono sentito come il Corvo tornato dall’aldilà per vendicarsi. Non ero invulnerabile come lui ma non importava, non avevo neppure una pistola, però avevo un registratore di cassa in mano e nessuna paura di usarlo.
La collega della cassa davanti a me si è voltata per chiedermi della moneta e ha notato il luccichio dei miei denti. Mi ha chiesto se andasse tutto bene.
È una donnona di cinquant’anni dall’aria materna e dal cuore buono. Si chiama Anna ma noi la chiamiamo Manna perché tale è per tutto il supermercato. Andiamo da lei quando abbiamo bisogno di un consiglio, di un incoraggiamento o di semplice consolazione. Lei ha una parola buona per tutti, e non l’ho mai sentita chiedere nulla per sé.
Le ho fatto segno che le avrei spiegato poi, durante la pausa caffè, nel mentre meditavo la mia vendetta e questo bastava a rendere la mia giornata più tollerabile, illuminata dalla presenza di una gratificante creatività, ma quando ho raccontato a Manna cosa mi avessero fatto Alberto e Sandro e che cosa meditavo da quando avevo visto uno dei due, lei mi ha guardato con la pena negli occhi.
«Ma, tesoro, è successo tre anni fa…»
Lo so anch’io, e infatti da tre anni sto male di brutto.
Il giorno dopo il nemico è tornato alla cassa automatica. Ho allungato il collo per curiosare nel suo carrello e ho visto una pagnotta nel cellophan. Imbecille, non lo sa che la panetteria di fronte vende pane molto più buono del nostro? Poi ho notato un pacco di merendine al cioccolato, Razza di microcefalo dai gusti regrediti di un bambino. L’ipotesi che le merendine fossero dei figli era da escludere categoricamente, anche perché lui non può avere figli, Chi mai lo sposerebbe a quello là?
Poi c’era dell’insalata e un pacco di carote. Ma allora è davvero cretino, non lo sa che al mercato la verdura costa meno ed è più fresca? Infine due cartoni di latte biologico. È stato difficile non scoppiare a ridere, lo scimunito crede ancora nel biologico!
È arrivata una delle clienti più simpatiche del supermercato, una delle poche gentili che continuano a venire alla mia cassa. Mi ha sorriso allegra «Buongiorno Renato. Come va oggi?»
«Bene signora»
Mi sono dimenticato di chiederle E lei? e ci è rimasta male. Ma non posso farci niente, la rabbia mi divora, invadendo tutto il mio spazio mentale, sono in stand by bloccato sull’opzione vendetta e da lì non riesco a muovermi. Tutto ciò che mi procurava gioia o che comunque rendeva gradevole la mia giornata è stato spazzato via dal bisogno di fare del male ad Alberto, o è Sandro? Li ammazzo entrambi e la chiudiamo lì.
Ho l’impressione che se gli avessi spaccato la faccia allora, oggi non starei così, ma i miei conti sono rimasti in sospeso e quello dei torti subiti, scopro ora, è uno di quei crediti che non cade in prescrizione.
Di quell’episodio ho un ricordo fresco come latte appena munto. La cosa che mi fa più male è che Alberto/Sandro lo ha dimenticato subito. Se la cosa avesse avuto per lui una qualche importanza, se fosse tornato dai suoi giri seccato, infastidito dall’episodio, se qualcosa nel suo atteggiamento, insomma, avesse suggerito che mi collocava in una posizione dignitosa nella scala evolutiva allora, forse, avrei potuto perdonare. Ma no, per lui non ero niente, ancor meno di nessuno. Allegro, e fiducioso si è recato ai suoi appuntamenti, senza neppure relegarmi da qualche parte, tanto mi aveva già dimenticato, mentre io umiliato e sofferente speravo che non riuscisse a vendere neppure un volume. Invece ha pure venduto. E anche oggi lui spinge il suo carrello ignaro e beato. Provo una rabbia dolorosa, neanche il fatto di essere il principe dei cretini lo rende un po’ infelice. La sua ignoranza abissale è asintomatica, il fatto che non lo faccia soffrire, fa soffrire me.
Manna mi osserva, nota il mio livore e se ne preoccupa, fa cambio con una collega per avere la pausa caffè insieme a me e a quel punto mi affronta.
«Renato…» mi dice, e il suo sguardo è nuovamente un poema alla pietà. E ha ragione, la vita va avanti, e si volta pagina. Dovrebbe essere così ma non ci riesco.
Qualcuno ha detto che il disprezzo è la forma più sottile di vendetta1, e io lo disprezzo costui, eccome. Ma lui nemmeno se ne accorge! E allora devo trovare qualcos’altro, qualcosa che lo faccia soffrire tanto. Ne ho bisogno per guardare avanti.
«Ma qui quello che soffre sei solo tu.» mi fa notare Manna.
Secoli di letteratura sulla vendetta ci hanno fatto credere quanto sia dolce il suo sapore. E quanto sia giusta e necessaria. Dalla biblica citazione “occhio per occhio” in poi, abbiamo imparato ad assimilare la vendetta alla giustizia. È lo stesso senso di giustizia che reclama il pareggiamento di conti, non sono contemplate altre opzioni. Ma è la prima volta che mi propongono questa riflessione, Il bisogno di vendetta fa soffrire solo me.
Mi impedisce di sotterrare l’ascia di guerra e calpestare il suolo che la nasconde. E farlo fiorire di nuovo.
Così vivo male, secondo Manna non vivo proprio. Da quando il decerebrato è ricomparso nella mia vita non faccio che pensare a lui, come a un fidanzato all’incontrario. Quando ami daresti la vita per la felicità altrui. Io mi approprierei volentieri della sua per riprendermi la mia.
Sono uno che porta rancore e non è bello. Ma non ne posso fare a meno. Solo ora mi rendo conto che non è bello soprattutto per me. C’è qualcosa che posso fare per far cessare questa rabbia tossica? Esiste davvero una soluzione diversa dalla vendetta per dimenticare?

Lo scoprirete nella prossima puntata

1 Baltasar Graciàn (gesuita, scrittore e filosofo spagnolo. 1601-1658)

Mar 30, 2017

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I blog dei nostri autori

Gli autori non sono solo scrittori dediti al genere che presentano al pubblico. Per prima cosa sono persone, ognuna con i propri hobby, le proprie idee, le passioni. Dunque, non è affatto strano pensare che possano avere dei blog personali nei quali raccontano sì la propria bibliografia, cercando di offrire una vetrina variegata al lettore in merito alle proprie produzioni, ma sovente espongono anche altro. Andateli a scoprire e, ricordate, a ogni blogger fa piacere avere un riscontro di quanto scrive, fosse anche un commento stringato.

ATZORI MARINA

BAGLI ELISABETTA

BARALDI DAVIDE

BUCCELLATO SALVATORE

CAPPELLONI GASTONE

CELOTTO LAURA

CIRILLO ALESSANDRO

CURIONE CHIARA

DEL GAUDIO LIDIA

FERRETTI LUISA

GAGLIARDI EMANUELE

GRILLI ELENA

IBBA GIANCARLO

LEONELLI ANDREA

MARCELLI LORENA

MEREU FRANCESCA

MOSCARDO ELENA

NEJROTTI MARIO MICHELE

NIZZOLA BRUNA

PANOVA MAINO IRMA

PARIGINI NICOLETTA

RAVEL ANDREA

RUSSO NUNZIO

SPOCCI ALESSANDRO

TERROSI MARGHERITA

VASARRI DANIELA

VIGILANTE GIANNI

Lug 22, 2016

Chi è stressato alzi la mano

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Chi non vuole più esserlo alzi anche l’altra

di Manuela Leonessa

Lo stress rischia di compromettere la tua vita?

Se la meditazione trascendentale non fa per te, se la New Age da sempre ti lascia un po’ perplesso, se l’omeopatia ti convince, ma fino ad un certo punto, ci sono due cose che puoi ancora fare: tenerti lo stress o leggere questo articolo.

Ho un paziente, nome fittizio Marcello, che ritiene di essere l’uomo più stressato del mondo.
Che sia vero o no per lui è importante che io gli creda, perché se anche il primato non fosse reale, la sua sofferenza lo è.
Al nostro primo incontro l’ansia lo divora, per contrastarla ingurgiterebbe qualunque cosa, caramelle, sigarette, unghie, ma davanti a me non osa, se ne sta perciò in mezzo alla stanza con la bocca aperta in attesa di qualcosa. Non è un bello spettacolo, davvero, ma io sono una professionista perciò lo accolgo con un sorriso, e come se fosse il principe azzurro lo invito calorosamente a sedersi di fronte a me.

Chiedo ― Quand’è che si sente più stressato?

Sempre.― mi risponde, duro,  come se fosse colpa mia.

Con i “sempre” e con i “mai” si lavora male, non si sa bene da che parte afferrarli, perciò alla ricerca di una qualsiasi maniglia obbietto ― “Sempre”, è un sacco di volte. Me ne racconti una.

Marcello boccheggia, sembra un branzino alla ricerca d’ossigeno  ― Al lavoro.

Con un sorriso lo incoraggio a raccontare, ma è evidente che non ne ha nessuna voglia. Si agita sulla sedia, vorrebbe essere da un’altra parte. Si porta le mani alla testa lentamente senza impazienza e senza emozione.  Mi confida ― A volte ho paura di impazzire. Dottoressa, è possibile che io stia diventando pazzo?

La sensazione di diventare pazzo è quasi normale nelle persone molto stressate.― lo rassicuro ― È solo una sensazione, mi creda. Ma mi parli del suo lavoro, cosa fa?

Marcello è un contabile, lavora con i numeri tutto il giorno e lo sa fare bene. Lo chiudessero in uno stanzino a fare il proprio lavoro, sarebbe l’uomo più sereno del mondo, ma ci sono i colleghi e, soprattutto, c’è il capo.

È davvero così terribile?

Mi guarda disperato. Questo capo è la somma di tutti i suoi mali. Se non esistesse, la vita di Marcello sarebbe diversa ― Buon per lei che esiste, sennò non sarei qua.― conclude con un sorriso sgonfio. Cerca di essere  spiritoso ma è troppo depresso per riuscirci veramente. Io sorrido lo stesso per fargli capire che mi sono accorta della battuta, dopodiché insisto ― Mi racconti un episodio.

È un uomo crudele, riesce a farmi sentire sempre una nullità.

― Quand’è che l’ha fatta sentire una nullità?

― Sempre, non mi faccia ripetere.

― Anche oggi?

― E certo!

― Mi racconti cosa è successo oggi.

Cosa vuole che le dica, è un uomo crudele, non mi faccia ripetere. Scenate con lui ce n’è tutti i giorni a non finire. Per la miseria, sono diciotto anni che mi rende la vita impossibile, che brontola criticando tutto quello che faccio. Come se non fossi più capace di fare il mio lavoro.

― E lei ci crede?

― Cosa?

― Che non è più capace di fare il suo lavoro.

― E per forza che ci credo. ― si interrompe, deglutisce. ―A furia di sentirmelo dire.― mormora, infine, con il groppo in gola.

Gli lascio il tempo di riprendersi, tacciamo entrambi per qualche minuto. Poi mi ripeto un’altra volta ―Mi racconti cosa è successo oggi.

C’è questo maledetto progetto sulla tutela della maternità, io devo rendicontare le spese, non sto a fargliela troppo lunga, si tratta di un finanziamento. Legge 53. É una settimana che imposto un foglio di Excel che tenga conto di tutte le voci. Ho chiesto più volte al mio capo se andava bene e lui si è degnato di venire a vedere solo oggi, dopo una  settimana che ci lavoro sopra.

― E come è andata?

― Come vuole che sia andata? Ha detto che faceva schifo, che non serviva a niente, che avevo speso una settimana a fare un lavoro inutile, e che se fosse dipeso da lui, questo mese, non mi avrebbe pagato lo stipendio.

E lei come si è sentito?

Mi ha guardato come se fossi un ebete. Succede spesso che un cliente mi guardi come se fossi un ebete, dovrei esserci abituata,  invece continua a farmi un certo effetto. Il brutto del nostro lavoro sta proprio qui, dobbiamo fare domande apparentemente idiote, tanto scontata sembra la risposta.

Come mi sarei dovuto sentire secondo lei. Un fallito, no?

Il fatto è che la risposta scontata non è.

Perché un fallito? Ha sbagliato solo l’impostazione di un foglio Excel.  Ammesso che l’abbia sbagliata davvero, quanti anni sono che fa questo lavoro?

― Diciotto, non mi faccia ripetere.

È uno precisino, Marcello, ricorda tutto e me lo sottolinea ogni volta. Non deve essere male come contabile.

E in diciotto anni, quante volte ha fatto male il suo lavoro? Quante volte bene?

Mi guarda come un assetato di fronte a una granita, ha capito dove voglio arrivare.
Sovente tendiamo a guardare gli eventi tutti bianchi o tutti neri, buoni o cattivi. Facciamo valutazioni estreme, ci possiamo sentire perfetti o completamente imperfetti. Siamo nella logica del “o, o”.
O farò tutto in maniera precisa e meticolosa o sarà tempo sprecato.

Vi faccio un altro esempio per chiarire il concetto, e stavolta mi rivolgo alle signore perennemente a dieta.

Ho mangiato troppo a colazione. Tanto vale che mi abbuffi anche a pranzo.

Penso di avere chiarito il concetto.
Ma per tornare a Marcello, sottolineare quanto sia sbagliato confondere la parte con il tutto, non è sufficiente.

Mi ha fatto sentire un cretino, un deficiente. ― mi dice in tono disperato ―Non mi sono mai sentito così umiliato. Non oso tornare in ufficio, domani.

Percepisce l’evento come qualcosa d’intollerabile, per lui è praticamente una catastrofe. Gli chiedo se ha figli.

Una figlia― mi risponde torvo ―di quattordici anni.

Si confida con suo padre? Le racconta i suoi dispiaceri, le sue paure?

― Abbastanza.

― Come si chiama sua figlia?

―Denise.

Gli sorrido. È un bel nome.

Denise fa qualche sport?

―Gioca a pallacanestro.

―Gioco di squadra, bene. Allora, Marcello, immagini che una sera  sua figlia torni dall’allenamento disperata. Lei che fa?

― Le chiedo cosa è successo.

Non conoscendo Denise chiedo a Marcello di suggerirmi una situazione che potrebbe gettare la figlia in una situazione di vergogna intollerabile. Lui ci pensa un po’ poi sogghignando mi propone questo:

Durante un’azione a canestro, per lo sforzo le è scappata una scoreggia che tutti hanno sentito.

Devo complimentarmi con lui, sarebbe una situazione insostenibile anche per me.

Benissimo. Denise è stravolta dalla vergogna. Le confessa che non ha più il coraggio di tornare in allenamento. Vuole abbandonare la squadra. Lei cosa le risponde?

Ci pensa un po’, corruga la fronte. È totalmente immerso nella simulazione ― Le dico di non farla tanto tragica, che è una cosa che può succedere a tutti, anzi che magari è già successa qualche volta  e nessuno ci ha fatto troppo caso.

― Esatto.

― Ma la mia situazione è diversa ― protesta ― qui è il mio capo a considerarmi un fallito.

― E chi glielo dice?

― Me lo ha detto lui.

―Le ha proprio detto: Marcello, lei è un fallito?

―No, ma…

― Il suo capo tratta così solo lei?

―Il mio capo è uno stronzo, mi scusi. Tratta male tutti.

―E siete tutti dei falliti?

― No, no, anzi.

―Direi che non lo è neppure lei e il suo capo lo sa benissimo. Vediamo la situazione per quella che è, spiacevole, imbarazzante, se vuole. Un “capo stronzo”, mi scusi lei adesso, è una faccenda sgradevole, ma le catastrofi sono un’altra cosa. Una catastrofe non la sostiene nessuno, una faccenda sgradevole, lo ammetta, è in grado di sostenerla pure lei.

Lo stress è il risultato di una relazione tra l’individuo e l’ambiente. La persona stressata sente questa relazione come affaticante o esorbitante rispetto alle proprie risorse e dunque come una possibile fonte di pericolo per il proprio benessere.

Perché Marcello era stressato? Perché era convinto di essere davvero un fallito e perché riteneva insopportabile l’opinione negativa che il capo aveva di lui. L’ansia di Marcello si è ridimensionata quando ha accettato l’idea che fallire un compito non è il fallimento dell’intera persona, e quando si è convinto che un capo per quanto miserabile sia, non è un fenomeno intollerabile ma solo sgradevole.
E quando ci sentiamo costipati, come wurstel in una busta, per via dei figli pubescenti, del collega incompetente o dell’ennesimo corteggiatore irriducibile che possiamo fare?
Possiamo pensare, e imparare a modificare i  pensieri, le emozioni, le azioni, e le nostre reazioni abituali.
Se la montagna non va da Maometto, sarà Maometto ad andare dalla montagna.
Vi spiego cosa c’entra Maometto con tutto questo.

Prendiamo il figlio pubescente. Da quando ha iniziato a crescergli la barba è diventato ingestibile, saccente, aggressivo  insolente e la vostra vita, di conseguenza, è diventata un inferno.
Non riconoscete più in lui il marmocchietto di pochi anni prima che vi faceva pensare a un miracolo qualunque cosa facesse.

Non è giusto.― vi dite, e in alcuni momenti lo vorreste sopprimere, ma non lo fate perché poi vi dispiacerebbe, e lo sapete.

Non potete neanche sperare che gli passi presto, perché, ed è un fatto, l’adolescenza si sa quando inizia, ma non si sa bene quando finisca, Intuite, infine, che la situazione potrà solo peggiorare. Se non potete cambiare vostro figlio, allora, non vi resta che cambiare voi stessi, o per meglio dire, i vostri pensieri.

Questo figlio è un vero disastro, prima o poi mi farà impazzire.

Non è vero, è solo un normalissimo adolescente, al massimo vi farà arrabbiare.

È sempre così sgradevole, è diventato davvero insopportabile.

In realtà, a volte, continua a essere affettuoso e a cercarvi come un tempo, ma fate fatica a ricordarlo.

È vero, qualche volta è ancora gentile, ma conta di più la sua maleducazione.

E chi l’ha detto?

Si comporta così perché mi odia. Che cosa gli ho fatto?

Sbagliato, si comporta così perché è un adolescente.
L’interpretazione del proverbio è molto personale? Vero, ma funziona abbastanza.

E funziona solo in un senso, perché è vero che Maometto può andare alla montagna se la montagna non va da Maometto, ma se Maometto non andrà alla montagna, temo che alla montagna non importerà niente.

 

Lug 20, 2016

Giorgio Bianco e il valore terapeutico della scrittura

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di Giorgio Bianco

Ho sempre avuto un rapporto difficile con le terapie, compresa quella dell’inchiostro. Per provare a spiegarlo, devo però partire da un altro fluido: l’acqua. Quand’ero bambino amavo la pioggia. Ero l’unico. Amichetti e compagni di scuola mi prendevano in giro. Poi mettevano su il broncio: pensavano alla gita rimandata, alla mamma che vieta di andare nel parco a giocare a pallone. Io invece ero felice. Perché la pioggia mi trasmetteva, e lo fa ancora, una sensazione di intimità calda, di amicizia e famiglia, il desiderio di raccogliersi. La pioggia fuori, il fuoco dentro. Sedersi sul pavimento, ascoltare canzoni, parlare. Raccontare storie. Ecco. Nacque così la mia voglia di scrivere, di aprirmi al mondo sfidando l’intemperie oltre la finestra. Rivoli d’acqua si aprivano strade dalle curve imprevedibili lungo i vetri, la grondaia si divideva fra ritmo e melodia, i tetti ondeggiavano deformi nel riflesso delle pozzanghere. Quante cose da scrivere. Poco per volta, cominciai a farlo. Su piccoli quaderni o grandi blocchi per appunti. Mi piaceva l’inchiostro verde. Oggi ho quasi 52 anni e uso il computer, ma le storie continuano a uscirmi dalle dita. Anzi, il desiderio si è perfezionato in una specie di smania, la provo anche in questo momento.

Ma la smania è salubre? E scrivere è terapeutico? Difficile dirlo, per me. Scrivo quasi ogni giorno, quindi non ho termini di paragone in negativo. In linea generale sono una persona sofferente. Qualcuno mi ha detto che la mia intelligenza emotiva è sproporzionata rispetto a quella razionale. Una diagnosi semplice, per chi mi conosce. In ogni caso credo che l’idea della scrittura terapeutica si leghi al fatto di “buttare fuori”, cioè di liberare la negatività affidandola all’inchiostro. Può essere. Io però scrivo molto spesso sotto la spinta dal tormento. Le mie storie sono sì un inno alla vita, addirittura all’avidità della vita. Ma sono anche piene di gente sconfitta, fragile, che paga a caro prezzo l’intensità delle proprie emozioni, dei sentimenti.

Mettiamola così. Forse scrivere non è terapeutico, ma è una buona compagnia. Di più: aiuta a dare una forma precisa ai nostri dolori, a conoscerli meglio. Non sarà una cura, ma almeno è un passo avanti. In effetti, mentre scrivo mi capita spesso di piangere. Ma quando spengo il computer sento di aver scaricato il peggio, di essermi sfogato. Non una guarigione definitiva, ma almeno un antidolorifico.

Inoltre possiamo prendere il discorso dal verso opposto: se io non potessi più scrivere starei sicuramente peggio, dunque scrivere è essenziale per salvarmi la salute. Cito il grande musicista Lou Reed: “Prima bevevo due bottiglie di whiskey al giorno, ma da quando ho iniziato a fumare quattro pacchetti di sigarette, ho ridotto a una sola bottiglia. Quindi, dal mio punto di vista, il fumo è tutta salute!”.

Sarebbe bello avere risposte certe, vero? Io invece sono bravo soltanto con le domande, purtroppo. Però una cosa la dico spesso e ora la ripeto volentieri a voi, amici di penna. Scrivere un libro è come raccontare tutto a un amico: alla fine lo ringrazi per essere rimasto in silenzio mentre facevi chiarezza con te stesso.

Mag 26, 2016

La mia esperienza sui laboratori di scrittura creativa e di lettura

di Chiara Curione

Parlare dei miei laboratori di scrittura creativa significa andare a ritroso nel tempo e raccontare in un certo senso il mio percorso di scrittrice fino ad oggi, dove la Biblioteca ha sempre avuto un ruolo importante.

IMG-20160315-WA0002Il contatto con la Biblioteca è stato una tappa fondamentale per il mio lavoro di scrittrice, soprattutto dopo l’uscita del mio primo romanzo “La sartoria di Matilde”.  Infatti, subito dopo ho iniziato collaborando con i laboratori di lettura della biblioteca di Gioia del Colle, il paese in cui vivo, organizzati da Cinzia Losito e scrivendo storie per i bambini.

L’ambiente della nostra biblioteca attento alle novità e sensibile alla promozione della cultura, grazie alla competenza del personale e della bibliotecaria Arianna Addabbo, ha sempre creato un’atmosfera particolare, fornendomi libri interessanti capaci di stimolare la mia curiosità e fantasia per i testi che avevo intenzione di realizzare. Qui con Cinzia Losito che progettava i laboratori, Giovanna Laverminella che realizzava i disegni per le storie da raccontare ai bambini e Cataldo Donvito che suggeriva le letture, cominciai  scrivendo le fiabe storiche su Federico II.

Ci fu molto entusiasmo per l’idea che avevo di raccontare le vicende storiche dell’imperatore svevo e la sua discendenza in modo diverso. Pensando che anche la storia, quella reale, si potesse raccontare come una fiaba, decisi di unire elementi reali a elementi fantastici e leggendari, notando che i testi realizzati in questo modo attiravano i bambini e li avvicinavano alla storia. In breve tempo, il libro che avevo realizzato con le fiabe storiche “le Imprese di Federico II” fu pubblicato e adottato in numerose scuole come testo di narrativa e usato per laboratori di lettura. Dopo questa esperienza ci fu la pubblicazione di un altro mio lavoro: il romanzo storico sul brigantaggio dal titolo “Un eroe dalla parte sbagliata”, pensato proprio per raccontare ai ragazzi in modo semplice le complesse vicende del periodo storico Post-Unitario e della tragedia che segnò il sud Italia da quel momento in poi.

Vedere che i miei libri avevano successo presso le scuole e soprattutto che piacevano ai ragazzi mi ha dato la voglia di fare un passo in più. Trasmettere le tecniche della scrittura creativa, stimolando la fantasia che è racchiusa in loro e progettando dei laboratori di scrittura creativa. Tempo dopo, grazie all’incontro con Viviana Basile che è esperta di animazione, c’è stata l’idea di realizzare dei laboratori particolarmente avvincenti per i ragazzi con l’animazione.

Il primo di questi laboratori per bambini di nove anni ci è stato richiesto dall’associazione culturale “La casa del sorriso” ed è stato incentrato sulla figura di san Filippo Neri. Un personaggio fuori dalle righe, un uomo che univa ragazzi di estrazione sociale diversa, che amava il canto e la preghiera, un sacerdote che diventava un burlone con le sue strane penitenze date ai fedeli. Avevamo la certezza che i bambini si sarebbero incuriositi ascoltando le vicende della sua vita, tuttavia nessuno si aspettava che da questo laboratorio sarebbe nato un libro.

I bambini erano talmente attratti dalla vita del Santo che alla fine sembrava l’avessero conosciuto di persona, quando con l’animazione si entrava nell’atmosfera della vita cinquecentesca di Roma. Grazie a quest’idea i bambini si sentivano parte integrante dell’Oratorio creato da san Filippo, dopo ascoltavano una lezione di tecnica di scrittura creativa e partivano con la stesura dei loro racconti. Per ogni incontro i partecipanti hanno scritto delle storie incredibili, rapportandosi alla vita del Santo sia nel presente sia nel passato e nel futuro.

20151227_103859Da questo laboratorio, infatti, è nato un libro dal titolo “Noi bambini e San Filippo” che raccoglie i loro racconti, tutti originali e alcuni anche abbastanza ironici. In seguito abbiamo organizzato laboratori di scrittura creativa per i ragazzi più grandi, incentrandoli sulla figura di Federico II perché la Puglia in cui vivo era la sua amata terra. Qui, dai tanti castelli alle numerose cattedrali, tutto parla ancora di lui. Da questo laboratorio, in cui operavamo in tre con Viviana Basile e Marianna La Carbonara, esperta di arte, abbiamo realizzato qualcosa di più originale: calamite, segnalibri e calendari con illustrazioni tratte da codici miniati, queste opere sono accompagnate da iscrizioni tratte dagli incipit dei racconti elaborati dai ragazzi. Riuscire a trasmettere le tecniche di scrittura creativa ai più giovani è sicuramente un’attività interessante per uno scrittore, si dà e si riceve molto da queste esperienze, si va alla continua ricerca di testi che possano stimolare la fantasia, letture in cui facilmente ci si immedesima con i protagonisti, testi che possano essere per i partecipanti fonte di ispirazione, con incipit capaci di catturare il lettore  e dialoghi ad effetto.

Dopo quest’attività, abbiamo continuato organizzando i laboratori di lettura per i più piccoli in collaborazione con la Biblioteca. Determinate ad approfondire la lettura attraverso i nostri laboratori, cercando di catturare al massimo l’attenzione dei partecipanti, abbiamo elaborato in collaborazione con Cinzia Losito e Viviana Basile un progetto che ha l’obiettivo di ampliare le potenzialità dei bambini attraverso la lettura animata e il gioco creativo, suscitando un collegamento tra immaginazione e fantasia. In questo modo stiamo realizzando dei laboratori di lettura per bambini dai tre ai nove anni, seguendo l’idea di Rodari che riduce le funzioni di Propp a venti più uno, cioè l’inizio.

Propp, che era un antropologo e linguista, studiò le origini storiche della fiaba nelle società tribali traendone una struttura che rappresenta un modello per tutte le narrazioni. Si tratta di uno schema in cui identificò trentuno sequenze che compongono il racconto e rappresentano le situazioni tipiche dello svolgimento della trama di una fiaba, riferendosi in particolare ai personaggi e ai loro ruoli. Ma grazie a Rodari, sperimentando il suo metodo che gioca con la fantasia e l’immaginazione, i bambini hanno un approccio diverso con le storie, diventando loro stessi autori di nuove storie, così il laboratorio di lettura diventa magico.

Noi cominciamo con lettura animata delle storie, poi proponiamo di formare delle squadre per un gioco con le tavole illustrate con le quali i bambini devono rielaborare a modo loro la storia che hanno ascoltato. Il fatto straordinario che emerge alla fine di ogni laboratorio è che le storie inventate dai bambini attraverso le immagini sono realmente fantastiche, potrei definirle un misto di realtà e fantasia, con il solito lieto fine. Ai nostri laboratori hanno partecipato numerose classi e tutti i bambini hanno mostrato grande interesse. Ecco come l’ascolto di una storia, l’approfondimento della lettura attraverso i personaggi e il gioco di smontare e ricostruire una nuova storia anima i nostri laboratori, entusiasma i bambini.

Il mio contatto con la Biblioteca continua a essere fonte di nuove idee e motivo di ricerca per un mare di racconti. I programmi sono tanti, difficile è poterli realizzare tutti.

L’attività dei laboratori attraverso i quali si elaborano modi diversi per giocare con le parole, creare nuove storie, tramandare i miti e le leggende ci entusiasma sempre e ci fa notare come la semplicità dei bambini e la loro capacità di vedere oltre l’apparenza e giungere alla sostanza delle cose ci sorprende continuamente, facendoci riscoprire anche da adulti il fanciullo che resta sempre dentro di noi.

Mag 24, 2016

Bruno Bruni ha il piglio del sognatore incallito, anche se un po’ disilluso dalle esperienze. Eppure, sotto quella scorza, nasconde un’anima in grado di regalare grandi emozioni, a 360 gradi. Conoscerlo e comprendere di essere di fronte a un vero “personaggio” è davvero un tutt’uno… poi, quando si riesce a conoscere anche sua moglie Paola, allora tutto diventa chiaro: il sogno è reale, tangibile ed è diventato una gran bella coppia. #EEE #autoriEEE

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Bruno Bruni e la sua esperienza con EEE

di Bruno Bruni

Ho inviato manoscritti a molte case editrici, grandi e piccole. Quasi tutte mi hanno ignorato senza problemi. Solo tre mi hanno risposto. La prima, una piccolissima, di cui non ricordo più il nome, che gentilmente mi spiegava come il mio romanzo non fosse in linea con i loro piani editoriali. La seconda è stata l’Editore “Il giovane Holden”. Disposti a pubblicare in cambio di un acquisto di molte copie da parte mia. Ho declinato. Terza è arrivata EEE.

A dirla tutta, anche EEE un mio romanzo, “I Viandanti”, lo aveva rifiutato. Dicendomi onestamente che non era piaciuto. Altrettanto onestamente, penso sia stata una errata valutazione. Ma io sono testardo, ne ho inviato un secondo, Voce e pianoforte… E stavolta è andata bene. Ebook pubblicato. Soddisfazione da parte mia, naturalmente. Non esultanza né sbalordimento. Sono troppo vecchio, troppo scettico, per esultare facilmente. E poi, credo, di essere sempre stato conscio di aver scritto un buon romanzo, ne ero convinto già mentre lo scrivevo, completamente immerso nella storia. Quindi, soddisfazione per essere pubblicato ma anche convinzione che fosse, come dire, quasi inevitabile che accadesse. Con tanti saluti alla modestia…

Come mi sono trovato in casa EEE? Bene, naturalmente. Editore ben strutturato, con idee chiare e capacità di scegliere buoni autori. E poi, e questa è forse la cosa migliore, qui si fa parte di un gruppo, non si è mai soli. Noi scrittori siamo un poco… ipocondriaci (mi passate l’espressione?) e trovare gente paziente e comprensiva che ci rassicura, beh, non è certo cosa da poco!

Un’altra cosa, però, ci tenevo a dirla. Una cosa forse solo mia, non so. Ho amato i miei personaggi dal primo istante in cui li ho… incontrati, credo di averlo detto anche nell’intervista. Ma prima, quando erano inediti, erano un amore segreto, quasi vergognoso, nascosto nella mia testa. Adesso è diverso. Adesso, che chiunque lo voglia possa leggere le loro storie, amarli come me, o anche detestarli, non importa, non sono più segreti. Non sono più solo miei. Sono diventati “veri”.

È come se fossero nati, diventati esseri in carne e ossa che camminano per le strade di questo mondo. Per me è la sensazione più appagante che abbia mai provato. E non dispero di incontrarli veramente, un giorno, in un bar, in un viale. Per poterli salutare, e dirgli “Visto? Ve lo avevo detto che vi avrei fatto uscire dalle pagine. Ringraziate me, e ringraziate Edizioni Esordienti Ebook, testoni…”

Mag 17, 2016

Claudio e Filiberto Arnaudo (Andrea Ravel per i lettori), rispettivamente padre e figlio, sono gli autori del ciclo Il Longobardo, serie di romanzi storici dedicati a una delle radici più importanti del nostro passato. Claudio rappresenta “pubblicamente” un po’ entrambi e possiede uno spirito decisamente carico di allegria (anche se a prima vista nessuno lo direbbe), in grado di abbattere le mura di Gerico. #EEE #autoriEEE

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Andrea Ravel e la sua esperienza con EEE

di Claudio Arnaudo

Dire EEE e dire Piera Rossotti Pogliano è un po’ la stessa cosa e il mio primo incontro con EEE è avvenuto proprio attraverso una telefonata con la Signora Rossotti in persona.

Era un pigro giovedì pomeriggio di fine Agosto 2014 e stavo per entrare in piscina quando suona il cellulare…

“Buongiorno Signor Arnaudo, sono Piera Rossotti etc etc… il suo romanzo è arrivato secondo al nostro concorso per i romanzi storici.”

“Secondo? E perché non primo” rispondo, pentendomi immediatamente. (Mia moglie dice, a ragione, che sono impulsivo, ho un pessimo carattere e invecchiando non miglioro). Dall’altra parte percepisco un momento di sbalordimento, vorrei rimediare in qualche modo ma forse il silenzio è la scelta preferibile.

“Se lei è d’accordo” continua imperturbabile la Signora “penserei di pubblicarlo. Ma, come prima cosa, occorre cambiare il titolo. Quello che ha scelto non va assolutamente bene.”

“A parte il fatto che ci abbiamo messo due anni (io e mio figlio) a sceglierlo” replico decisamente irritato “a me pare perfetto.”

“È un titolo che fa pensare a un romanzo a metà tra il fantasy e il racconto a sfondo religioso. Io detesto il fantasy e i romanzi religiosi non li legge nessuno!”

Vi risparmio il seguito della conversazione, soprattutto quando mi ha intimato di accorciare il manoscritto entro il limite massimo delle battute previste. Devo dire che aveva, naturalmente, ragione più o meno su tutto: il titolo era pessimo, ma soprattutto non dava l’idea del tipo di romanzo che avevamo scritto.

Questo è stato il mio approccio a EEE, traumatico al punto che ancora non riesco a rivolgermi al mio editore che in due modi: o Signora Rossotti Pogliano o Professoressa Rossotti. Inutile dire che il rapporto è poi migliorato e da un po’ di tempo sto riflettendo sulla possibilità di proporle di darci del tu e magari chiamarci per nome, ma non è niente di più che un’idea. Anche se, devo dire, Professoressa Piera (Rossotti) non suona poi tanto male.

Mag 16, 2016

Irma Panova Maino e il valore terapeutico della scrittura

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di Irma Panova Maino

Scrivere crea un senso di liberazione, di sollievo e diventa una vera “palestra” in cui sfogare tutte le energie, le frustrazioni e persino le delusioni.

Altrimenti perché mai si dovrebbe scrivere? A scuola impariamo l’arte della scrittura puramente a livello “tecnico”, prima a mettere insieme le lettere, scritte con bella mano, e poi a mettere insieme le parole, stando attenti a tutte le regole grammaticali che distinguono un testo comprensibile da uno poco leggibile. Tuttavia, nessuno insegna come esternare ciò che si ha dentro. Non esiste alcuna legge, suggerimento, elenco che possa fornire istruzioni adeguate sul valore dell’esternazione e su come questa possa essere effettuata. Soprattutto non sono segnalate le controindicazioni, anche se queste poi esistono con l’andare del tempo.

Spesso basterebbe mettere nero su bianco i propri pensieri per cogliere le soluzioni, per sciogliere i nodi e arrivare al nocciolo effettivo di una questione. Forse tanti dubbi e malintesi, soprattutto discussioni, non ci sarebbero nemmeno se solo si fosse perso un po’ di tempo nell’analizzare, per iscritto, i pensieri e le ipotesi. Forse, molta violenza verbale si esaurirebbe sopra un foglio di carta, anche se virtuale, lasciando lì la propria impronta e non sopra altri volti o altra carne.

Il forse, purtroppo, è d’obbligo, ma tant’è che molti autori (e loro lo sanno), utilizzano proprio la scrittura per eviscerare dall’anima tutta la negatività che li circonda, offrendo buoni spunti alla positività e alla speranza. Sono sogni, è vero, mere chimere che a volte possono produrre un effetto risonante piuttosto spiacevole, ma è il carattere dello scrittore che alla fine predomina e il suo stile, il suo bisogno di esprimersi, talvolta, resta tristemente legato al proprio scritto. Quindi, se da una parte è vero che nella maggior parte dei casi lo scrivere può calmare l’anima, dall’altra è anche vero che può diventare la fonte di altre paranoie, fornendo spunti ulteriori per estraniarsi dai rapporti sociali. Forse, per questo molti scrittori diventano esseri solitari, chiusi nei propri mondi immaginari, intrappolati fra trame e personaggi.

Provate a immaginare cosa accadrebbe se doveste svegliarvi e scoprire che siete stati catapultati in uno dei vostri libri…

Gli autori horror potrebbero iniziare a provare serie apprensioni, ma anche per altri generi non sarebbe così semplice uscire indenni dall’immaginario. Dunque, nei nostri scritti riversiamo ciò che il nostro subconscio elabora, creando altre realtà parallele e se questo da una parte ci libera dalla pesantezza dei pensieri, dall’altra frustra le aspettative, diventando, talvolta, un circolo vizioso, pronto per essere sfogato nel libro successivo.

Mag 13, 2016
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